martedì 8 settembre 2009

La separazione come processo psicologico

stralcio da "L'affido condiviso..." di A. Spadaccini,L Bandelloni, I, Caponnetto, L. Castigliolo , in Minori Giustizia n° 2/09..........................Per comprendere la separazione bisogna partire dall'idea di matrimonio e dai bisogni che attraverso di esso ciascuno cerca di soddisfare. Il matrimonio infatti costituisce un tentativo di dare risposta alle proprie tematiche interne attraverso il rapporto con l'altro e per questo presenta un peculiare intreccio tra variabili intrapsichiche e relazionali.La vita a due colloca i partner nella fitta filigrana delle immagini interne di padre e di madre che ciascuno ha costruito e di cui è portatore inconsapevole, cosicché la vita a due può assumere così una valenza riparativa o diventare occasione di dolore e disillusione a seconda o meno che le dinamiche relazionali diventino complementari, almeno in una certa misura, con le figure significative interne che i partner hanno costruito e con i bisogni che rispetto ad esse i coniugi esprimono. Possiamo perciò leggere la perdita delle parti idealizzate del partner non come l'effetto fisiologico del tempo che ne usura inevitabilmente la sopravalutazione romantica, ma come la caduta dell'aspettativa che l'altro sia in grado di assolvere al suo ruolo secondo un modello che corrisponde al mondo interno del compagno/a. Questa caduta dell'idealizzazione può provocare incomprensioni, conflitto e rancori che però vengono normalmente stralciati dal mondo interno ed attribuiti esclusivamente ad una modalità inadeguata del coniuge di rispondere ai compiti di sviluppo o alle normali esigenze della vita quotidiana ed emotiva della coppia. Il fatto che i partner diventino, l'uno per l'altro, gli ospiti stabili del reciproco scenario affettivo consente di vedere la coppia interagente come l'unità da considerare non solo nelle varie fasi della vita coniugale, ma anche nel momento della separazione e perciò di superare il noto schema vittima-colpevole. In sostanza, nelle coppie che falliscono, risulta particolarmente intensa l'aspettativa che, per dirla con le parole di Dicks, costituisce l'obiettivo ultimo o se vogliamo primario del corteggiamento e del matrimonio, vale a dire il desiderio "di un compagno che prometta di estinguere la propria sete di accettazione, di garanzia di affetto e cura, di affermazione e crescita reciproca". Da un certo punto di vista, quindi, le dinamiche più profonde della vita emotiva individuale costituiscono uno dei carburanti dell'aspirazione di ciascuno alla vita di coppia e al desiderio di figli e in queste stesse dinamiche possiamo anche individuare le ragioni della stabilità di tanti rapporti disfunzionali, all'interno dei quali i partner possono trovare delle opportunità per "prendersi la rivincita" rispetto ai primi legami emotivi rimasti irrisolti. Anche la conflittualità di coppia risulta, in parte, espressione delle vicissitudini dell'affido al partner di aspetti vitali della propria vita emotiva. Al momento della separazione queste parti devono essere protette e riprese dentro di sé per mantenere intatte le quote di autostima relative al Sé che nella fase più dolorosa della separazione può sentirsi minacciato nella sua integrità e nel suo valore. Rispetto ai figli, la coppia si trova ad affrontare il compito di trasmettere la portata simbolica del legame che aveva costruito, per mantenere una connessione tra le famiglie (le famiglie di provenienza  del padre e della madre  e le generazioni (i nonni ed in senso più ampio le ascendenze che restano le stesse anche se i coniugi costitiranno una nuova famiglia). La rottura della coniugalita' richiede anche di ridefmire i confini tra sé, gli eventuali legami propri e de partner e la propria storia familiare, i nuovi figli e/o quelli del partner, ritarando all'interno di quesii confini il nuovo profilo delle relazioni.  i figli nella separazione II tema delle conseguenze della separazione sui figli costituisce da sempre un interesse clinico ed è considerato uno degli eventi critici nell'ambito delle possibili esperienze in età evolutiva lar to per i suoi effetti immediati che per le sue influenze a lungo termine. Dobbiamo precisare, preliminarmente, che l'orientamento degli studi sugli effetti della separazione sui figli ha superato da tempo la concezione deterministica della separazione come elemento di rischio tout court, per valutare invece l'interazione tra variabili diverse, quali il genere, l'età, il temperamento e il grado di conflittualità tra i genitori e per individuare quali siano i processi che spiegano l'associazione tra questi fattori  e i diversi esiti evolutivi nei figli delle coppie separate. Una prima linea di ricerca coltivata negli anni settanta e ottanta aveva considerato gli effetti negativi della separazione soprattutto in relazione al cambiamento della struttura familiare, inteso come la perdita delle funzioni normalmente esercitate dalla figura genitoriale non affidataria e del clima familiare come collante delle funzioni affettive e di sostegno normalmente esercitate dalla famiglia. Altri studi hanno proposto la prospettiva divorzio-stress-adattamento, introducendo una linea di riflessione che considera la separazione una delle possibili esperienze negative a cui possono andare incontro i minori, che può trasformarsi in un fattore di rischio evolutivo solo quando è associato ad aspetti quali: il grave conflitto coniugale tra i genitori durante e dopo la separazione, la capacità individuale di far fronte all'evento da parte del genitore presso il quale il bambino vive, la qualità della relazione tra genitori e bambino prima dell'evento separativo, la qualità dell'inserimento scolastico, il temperamento del bambino, il cambiamento delle condizioni economiche della famiglia. Questa prospettiva ha introdotto la considerazione che la qualità della relazione tra bambino e genitori è una variabile cruciale in grado di moderare l'impatto della separazione e del conflitto. La presenza di conflitto durante e dopo la separazione risulta come uno dei fattori maggiormente in grado di incidere sull'adattamento dei figli, e sembra costituire un persistente fattore di rischio anche per i soggetti che vivono in famiglie unite, ponendosi come elemento discriminante del loro grado di benessere-malessere. Nel considerare il peso dei fattori di rischio, dobbiamo anche distinguere la diversa condizione rispetto all'esposizione al conflitto, che può essere dìretta quando il disaccordo dei genitori riguarda direttamente la gestione della vita del figlio e in un certo senso "la sua posizione" tra i due, al punto da dargli la sensazione di essere al centro di una contesa "senza sbocchi", o indiretta, quando cioè, pur non essendo direttamente esposto alla conflittualità genitoriale, il figlio ne vive gli effetti a livello del climi familiare, della qualità del parenting, dello stato emotivo del genitore convivente. Per quanto riguarda gli effetti, la conflittualità coniugi de sembra avere conseguenze sia dirette che indirette sull'adattamento dei figlì provocando in loro stress e vari gradi d'attivazione psicologica, tuttavia va detto che un certo grado di conflittualità coniugale è considerato fisiologico fino a due anni dopò la separazione e che la persistenza di un  conflitto acceso oltre tale limite sembra indicativo di una conflittualità coniugale che esisteva anche durante la vita di coppia e che risulta quindi meno collegata agli aspetti contestuali della separazione, ma esprime semmai un effetto sommativo  tra le due condizioni. Nella valutazione  degli effetti della separazione non va quindi posta in primo piano la questione della presenza o meno di conflitto tra gli ex coniugi, quanto la sua pervasivivita' e l'incapacità degli adulti di chiedersi in che misura la nuova situazione e il loro disaccordo incidano sullo stato dei figli. Un aspetto moderatore dello stress legato alla conflittualità genitoriale a costituito dal modo con cui i genitori lo esprimono e lo gestiscono; intendiamo riferirci alla capacità degli ex coniugi di usare modalità riparative fino a rendere possibile una ripresa del contatto tra loro (maching/mismaching), con la finalità specifica di trasmettere ai figli un senso d'unità parentale che può rinforzare la loro fiducia nella solidità dei legami. Questa capacità degli adulti sembra rivestire una cruciale funzione di protezione verso i figli. Va detto che la rottura della vita coniugale, anche nei casi in cui la situazione relazionale risultava fortemente deteriorata, rompe uno schema adattivo ed un assetto sul piano degli investimenti affettivi, familiari, sociali ed economici e che la fatica del riposizionamento degli ex coniugi in una situazione nuova, sia essa di solitudine o all'interno di nuovi legami, richiede un lavoro emotivo tanto intenso che ha indotto molti autori a considerare la separazione come un processo piuttosto che un evento circoscritto.   Come già sopra delineato, il conflitto, all'interno delle relazioni umane può essere considerato una componente normale nella misura in cui è inevitabile confrontarsi con una pluralità di punti di vista che si contrappongono, pur basandosi tutti su elementi validi e logici. Il conflitto nasce, dunque, dalle differenze e dalla difficoltà che ogni individuo incontra, in misura diversa a seconda delle proprie caratteristiche e delle proprie esperienze, nel "riconoscere, accettare e tollerare tutto ciò che non ha caratteristiche assimilabili o so-vrapponibili a quanto gli appartiene o gli è noto"33. Partire dal presupposto................che la dimensione del conflitto non potrà mai essere eliminata dalla vita delle persone e dalle loro relazioni, non significa credere che non sia possibile imparare strategie per ridurne l'entità e trasformarlo in potenziale elemento evolutivo. Interrompere una relazione di coppia, significativa e duratura, porta ad inevitabili conseguenze di tipo personale, relazionale e familiare, spesso associate a profondi stati di sofferenza sia per i componenti della coppia sia per chi assiste da vicino alla vicenda familiare; risulta quindi evidente l'utilità di un supporto specializzato, volto a facilitare la comunicazione relativa agli aspetti salienti della separazione e ad affrontare, qualora ci sia, il conflitto di coppia. Inoltre, la presenza di figli nella famiglia che si separa è l'elemento che quasi sempre espone a maggiori difficoltà e sofferenza (sia i genitori che i figli) e, quindi, la principale finalità che generalmente si individua analizzando i percorsi di supporto familiare riguarda il raggiungimento di una consapevole co-genitorialità nonostante la scissione. Il termine mediazione richiama la possibilità di trovare uno spazio di accordo tra due o più parti che hanno posizioni divergenti; Kruk34 la descrive come un "processo collaborativo di risoluzione di conflitto", in cui le due parti contendenti sono supportate nel percorso e nella presa di decisioni da operatori imparziali, che aiutano a costruire nuove soluzioni accettabili per entrambi. La mediazione familiare rappresenta quindi uno spazio neutrale e protetto in cui il conflitto può essere, oltre che agito, anche affrontato e risolto, con l'obiettivo di creare una nuova condizione di stabilità e benessere per chi è coinvolto nella separazione in atto35. Generalmente, quando le coppie arrivano a richiedere un intervento di mediazione familiare, il conflitto ha assunto caratteristiche che lo rendono difficilmente gestibile all'interno del sistema familiare, causando conseguenze gravi e creando scenari in cui è ormai impensabile trovare soluzioni adeguate, senza l'aiuto di un esperto. Quando ci si separa ognuno si autoconferma nella propria testa una storia che giustifica e rinforza la propria posizione, una storia deve l'altro è irrimediabilmente colpevole e che conferma se stesso nelle proprie erm iziani e nelle proprie ragioni. Il "malvagio" è l'altro. L'interruzione dell'idea di a- ere un progetto comune provoca sofferenza. In genere i genitori arrivano in mediazione offuscati dalla rabbia; rivendicazioni e rancore definiscono un alto livello ii conflittualità che si centra..........sulla conclusione della storia di coppia. Non si ascoltano. Le narrazioni ind *ddua-li invadono e annullano l'area genitoriale36. Da un altro punto di vista, però, è possibile affermare che nel proce; se separativo, a fianco alle spinte distruttive ed alla sofferenza, troviamo anche potenzialità evolutive sia a livello individuale sia a livello di gruppo famiglia: la possibilità di sbloccare pattern relazionali fissi e disfunzionali, che generano sofferenza e disagio, diventa reale soltanto nel momento in cui avviene una cliia::a comunicazione tra genitori e figli rispetto a ciò che sta succedendo nella coppia. Si può descrivere la mediazione familiare evidenziando un'apparente contraddizione che la caratterizza: due persone, che stanno definendo la fine della propria relazione sentimentale e che si stanno separando, chiedono ad un professionista di aiutarli a trovare un punto di incontro che non tenga conto degli elementi che hanno condotto al conflitto, ma che li porti a re-incontrarsi in una veste già conosciuta - il genitore - ma che necessita di essere riscoperta e ridefinita in maniera nuova. È come se la coppia, consapevole della scarsa lucidità in questo momento di cambiamento, chiedesse supporto per riappropriarsi delle proprie responsabilità rispetto alla gestione dei figli; la responsabilità genitoriale, invece che essere limitata e messa sotto indagine, viene stimolata a rinnovarsi ed a trovare nuove soluzioni basate sulla profondità dei legami già esistenti. Cigoli37 parla di sacralità della relazione genitoriale, per sottolineare che i soggetti che si rivolgono ad un mediatore devono condividere almeno questo assunto e si devono impegnare nel recupero delle risorse, proprie, dell'ex-partner e delle famiglie allargate, al fine di strutturare un nuovo contesto familiare sanato da spinte distruttive e squalificanti. In quest'ottica, risultano necessarie le condizioni di collaborazione e volontarietà nell'affrontare il percorso di mediazione: entrambi i genitori devono essere convinti che la nuova riorganizzazione familiare debba includere anche l'altro, con i significati e le relazioni di cui è portatore; inoltre, entrambi i genitori devono essere d'accordo nell'affrontare questa tipologia di percorso sicuramente più impegnativo dal punto di vista emotivo rispetto ad una gestione della separazione esclusivamente di tipo giuridico che può venire avvertita, al contrario, come de-re-sponsabilizzante e amplificatrice del conflitto. La finalità della mediazione familiare, dunque, è quella di aiutare i due expartner a trovare il miglior modo possibile per interrompere la loro relazione di coppia preservando quella genitoriale; per raggiungere questo obiettivo i soggetti e il mediatore dovranno impegnarsi per creare un contesto di ascolto,attento e rispettoso, all'interno del quale potranno essere discusse le questioni focali della separazione. Come già detto, il meta-obiettivo della mediazione familiare è la gestione del conflitto in corso e può essere articolato in finalità più specifiche a seconda dei singoli casi: spesso il mediatore familiare deve lavorare per far riprendere il flusso della comunicazione tra i separandi che ormai si relazionano soltanto sulle questioni legate alla rottura del loro rapporto; altre volte deve occuparsi della futura riorganizzazione delle relazioni, soprattutto di quelle genitoriali dove l'obiettivo principale è riuscire a raggiungere degli accordi, condivisi e duraturi, che definiscano il nuovo assetto familiare. Ancora, è possibile attribuire a questo tipo di intervento una valenza educativa: il contesto della mediazione diventa un modello di come sia possibile regolare la relazione e la comunicazione in caso di disaccordo; durante il percorso dovrebbe verificarsi, per la coppia, un processo di apprendimento relativo alle modalità più funzionali per affrontare e gestire occasioni di conflitto. Delbert38 scrive: la mediazione familiare è quel processo attraverso cui i conflitti che nascono nel contesto familiare sono gestiti con il supporto di un professionista "neutrale" e qualificato - il mediatore - il cui compito non è quello di risolvere i problemi, ma, ancora una volta, di aiutare gli individui a raggiungere degli accordi e, soprattutto, una modalità di gestione dei rapporti tale da permettere di convivere con il conflitto stesso, mettendo in luce le potenzialità evolutive dei singoli individui e del sistema, o dei nuovi microsistemi che si vanno a formare con le loro diverse forme di interazione. Il terzo neutrale - il mediatore - interviene per aiutare la famiglia a individuare per proprio conto le basi per un accordo: non propone alcuna soluzione ma fornisce degli input, degli stimoli che aiutano la famiglia ad approfondire tutte le possibilità - le diverse "soluzioni" prospettate, insieme a possibili alternative - per arrivare ad un accordo condiviso. Non meno importante è la componente emotiva che accompagna il conflitto, le fasi di presa di decisione, il percorso di separazione ed il raggiungimento dell'accordo finale: una finalità della mediazione è senza dubbio quella di accogliere e permettere l'espressione di stati emotivi intensi, anche violenti, che le persone sperimentano in queste situazioni. La presenza del mediatore e le sue competenze sono utili affinchè non si verifichi un semplice 'sfogo' di queste emozioni, ma si crei piuttosto un contesto dove far emergere punti di vista diversi, utili per trovare strade alternative possibili; le emozioni possono trasformarsi in informazioni significative per chi partecipa alla mediazione (separandi e professionisti), agevolando la comprensione a livello empatico della sofferenza dei soggetti e permettendo di affrontare la difficoltà in senso completo, non esclusivamente da un punto di vista 'strategico' e razionale...........II mediatore dovrà quindi possedere e utilizzare tecniche volte alla creazione di un contesto di ascolto reciproco, offrendolo in prima istanza egli stesso e agendo attivamente per evitare imposizioni e squilibri di una parte sull'altra. Dovrà inoltre impegnarsi per far emergere, tra le due persone, un'immagine condivisa dell'altro come soggetto degno di rispetto e di attenzione; per far ciò sarà utile lavorare sulla storia della coppia, evidenziandone aspetti positivi, competenze e punti di forza, connotando positivamente le aree di accordo, a partire dall'interesse condiviso per il benessere dei figli. In molte situazioni, le persone arrivano alla mediazione familiare ormai esasperate da un conflitto intenso e senza fine; riuscire a ripristinare una comunicazione tra le parti è un requisito fondamentale per procedere alla ricognizione dei problemi e delle aree critiche che dovranno essere prese in considerazione. L'esperienza della mediazione familiare dovrebbe rappresentare un esempio di come, a partire da una situazione di conflitto e di crisi relazionale, sia possibile ricostruire una competenza collaborativa di gestione dei rapporti, in particolare per quanto concerne la genitorialità. Il superamento del conflitto, dunque, rappresenta uno degli obiettivi principali della mediazione, in quanto i partner riescono a definire realmente degli accordi per il futuro soltanto se prima modificano le loro premesse epistemologiche, quelle che portano a definire la crisi coniugale come fallimento personale e la separazione come scontro: devono raggiungere un accordo di fondo sulla prevalenza dell'interesse per i figli rispetto al loro disaccordo; devono riuscire ad integrare i sentimenti e le percezioni di entrambi in una storia terza in cui, effettivamente, si riesca a riaprire uno spazio mentale per i figli, perché ognuno possa di nuovo considerare l'altro come punto di riferimento rispetto alla genitorialità. 5. Il Laboratorio dei Conflitti della Asl 3 "Genovese" II costante aumento della richiesta di supporto alle famiglie in fase di separazione registrato dai servizi pubblici a livello nazionale e regionale, ha fatto sorgere negli operatori dell'"area famiglia" dei servizi consultoriali dell'Asl 3 Genovese, l'idea che fosse opportuno strutturare uno spazio, definito e dedicato, per l'accoglienza di questa tipologia di utenti. Il Laboratorio dei Conflitti nasce nel 2000 da un progetto di sostegno e supporto alle famiglie in fase di separazione, elaborato dagli operatori e fortemente sostenuto dalla dire-zione del servizio. La possibilità di offrire alle famiglie più in difficoltà una consulenza specialistica per ridurre in maniera significativa il dolore associato alla fine della relazione di coppia rappresenta di per sé un obiettivo di grande valore; se a ciò si aggiunge la possibilità, incontrando questi nuclei, di prevenire quanto più possibile la cronicizzazione di dinamiche distruttive che vedrebbero inevitabilmente coinvolti anche i figli della coppia, sia come testimoni della vicenda sia come oggetto della contesa, è facile intuire il valore di tale progetto.

L'intervento di mediazione familiare

da "L'affido condiviso.....di A.Spadaccini , L. Bandelloni , I. Caponnetto, L. Costigliolo , su Minori Giustizia n° 2/09 , Come già sopra delineato, il conflitto, all'interno delle relazioni umane può essere considerato una componente normale nella misura in cui è inevitabile confrontarsi con una pluralità di punti di vista che si contrappongono, pur basandosi tutti su elementi validi e logici. Il conflitto nasce, dunque, dalle differenze e dalla difficoltà che ogni individuo incontra, in misura diversa a seconda delle proprie caratteristiche e delle proprie esperienze, nel "riconoscere, accettare e tollerare tutto ciò che non ha caratteristiche assimilabili o so-vrapponibili a quanto gli appartiene o gli è noto". Partire dal presupposto che la dimensione del conflitto non potrà mai essere eliminata dalla vita delle persone e dalle loro relazioni, non significa credere che non sia possibile imparare strategie per ridurne l'entità e trasformarlo in potenziale elemento evolutivo. Interrompere una relazione di coppia, significativa e duratura, porta ad inevitabili conseguenze di tipo personale, relazionale e familiare, spesso associate a profondi stati di sofferenza sia per i componenti della coppia sia per chi assiste da vicino alla vicenda familiare; risulta quindi evidente l'utilità di un supporto specializzato, volto a facilitare la comunicazione relativa agli aspetti salienti della separazione e ad affrontare, qualora ci sia, il conflitto di coppia. Inoltre, la presenza di figli nella famiglia che si separa è l'elemento che quasi sempre espone a maggiori difficoltà e sofferenza (sia i genitori che i figli) e, quindi, la principale finalità che generalmente si individua analizzando i percorsi di supporto familiare riguarda il raggiungimento di una consapevole co-genitorialità nonostante la scissione. Il termine mediazione richiama la possibilità di trovare uno spazio di accordo tra due o più parti che hanno posizioni divergenti; Kruk la descrive come un "processo collaborativo di risoluzione di conflitto", in cui le due parti contendenti sono supportate nel percorso e nella presa di decisioni da operatori imparziali, che aiutano a costruire nuove soluzioni accettabili per entrambi. La mediazione familiare rappresenta quindi uno spazio neutrale e protetto in cui il conflitto può essere, oltre che agito, anche affrontato e risolto, con l'obiettivo di creare una nuova condizione di stabilità e benessere per chi è coinvolto nella separazione in atto.Generalmente, quando le coppie arrivano a richiedere un intervento di mediazione familiare, il conflitto ha assunto caratteristiche che lo rendono difficilmente gestibile all'interno del sistema familiare, causando conseguenze gravi e creando scenari in cui è ormai impensabile trovare soluzioni adeguate, senza l'aiuto di un esperto. Quando ci si separa ognuno si autoconferma nella propria testa una storia che giustifica e rinforza la propria posizione, una storia deve l'altro è irrimediabilmente colpevole e che conferma se stesso nelle proprie emozioni e nelle proprie ragioni. Il "malvagio" è l'altro. L'interruzione dell'idea di avere un progetto comune provoca sofferenza. In genere i genitori arrivano in mediazione offuscati dalla rabbia; rivendicazioni e rancore definiscono un alto livello ii conflittualità che si centra sulla conclusione della storia di coppia. Non si ascoltano. Le narrazioni individuali invadono e annullano l'area genitoriale. Da un altro punto di vista, però, è possibile affermare che nel processo separativo, a fianco alle spinte distruttive ed alla sofferenza, troviamo anche potenzialità evolutive sia a livello individuale sia a livello di gruppo famiglia: la possibilità di sbloccare pattern relazionali fissi e disfunzionali, che generano sofferenza e disagio, diventa reale soltanto nel momento in cui avviene una chiara comunicazione tra genitori e figli rispetto a ciò che sta succedendo nella coppia. Si può descrivere la mediazione familiare evidenziando un'apparente contraddizione che la caratterizza: due persone, che stanno definendo la fine della propria relazione sentimentale e che si stanno separando, chiedono ad un professionista di aiutarli a trovare un punto di incontro che non tenga conto degli elementi che hanno condotto al conflitto, ma che li porti a re-incontrarsi in una veste già conosciuta - il genitore - ma che necessita di essere riscoperta e ridefinita in maniera nuova. È come se la coppia, consapevole della scarsa lucidità in questo momento di cambiamento, chiedesse supporto per riappropriarsi delle proprie responsabilità rispetto alla gestione dei figli; la responsabilità genitoriale, invece che essere limitata e messa sotto indagine, viene stimolata a rinnovarsi ed a trovare nuove soluzioni basate sulla profondità dei legami già esistenti. Cigoli parla di sacralità della relazione genitoriale, per sottolineare che i soggetti che si rivolgono ad un mediatore devono condividere almeno questo assunto e si devono impegnare nel recupero delle risorse, proprie, dell'ex-partner e delle famiglie allargate, al fine di strutturare un nuovo contesto familiare sanato da spinte distruttive e squalificanti. In quest'ottica, risultano necessarie le condizioni di collaborazione e volontarietà nell'affrontare il percorso di mediazione: entrambi i genitori devono essere convinti che la nuova riorganizzazione familiare debba includere anche l'altro, con i significati e le relazioni di cui è portatore; inoltre, entrambi i genitori devono essere d'accordo nell'affrontare questa tipologia di percorso sicuramente più impegnativo dal punto di vista emotivo rispetto ad una gestione della separazione esclusivamente di tipo giuridico che può venire avvertita, al contrario, come de-re-sponsabilizzante e amplificatrice del conflitto. La finalità della mediazione familiare, dunque, è quella di aiutare i due expartner a trovare il miglior modo possibile per interrompere la loro relazione di coppia preservando quella genitoriale; per raggiungere questo obiettivo i soggetti e il mediatore dovranno impegnarsi per creare un contesto di ascolto, attento e rispettoso, all'interno del quale potranno essere discusse le questioni focali della separazione. Come già detto, il meta-obiettivo della mediazione familiare è la gestione del conflitto in corso e può essere articolato in finalità più specifiche a seconda dei singoli casi: spesso il mediatore familiare deve lavorare per far riprendere il flusso della comunicazione tra i separandi che ormai si relazionano soltanto sulle questioni legate alla rottura del loro rapporto; altre volte deve occuparsi della futura riorganizzazione delle relazioni, soprattutto di quelle genitoriali dove l'obiettivo principale è riuscire a raggiungere degli accordi, condivisi e duraturi, che definiscano il nuovo assetto familiare. Ancora, è possibile attribuire a questo tipo di intervento una valenza educativa: il contesto della mediazione diventa un modello di come sia possibile regolare la relazione e la comunicazione in caso di disaccordo; durante il percorso dovrebbe verificarsi, per la coppia, un processo di apprendimento relativo alle modalità più funzionali per affrontare e gestire occasioni di conflitto. Delbert scrive:la mediazione familiare è quel processo attraverso cui i conflitti che nascono nel contesto familiare sono gestiti con il supporto di un professionista "neutrale" e qualificato - il mediatore - il cui compito non è quello di risolvere i problemi, ma, ancora una volta, di aiutare gli individui a raggiungere degli accordi e, soprattutto, una modalità di gestione dei rapporti tale da permettere di convivere con il conflitto stesso, mettendo in luce le potenzialità evolutive dei singoli individui e del sistema, o dei nuovi microsistemi che si vanno a formare con le loro diverse forme di interazione. Il terzo neutrale - il mediatore - interviene per aiutare la famiglia a individuare per proprio conto le basi per un accordo: non propone alcuna soluzione ma fornisce degli input, degli stimoli che aiutano la famiglia ad approfondire tutte le possibilità - le diverse "soluzioni" prospettate, insieme a possibili alternative - per arrivare ad un accordo condiviso. Non meno importante è la componente emotiva che accompagna il conflitto, le fasi di presa di decisione, il percorso di separazione ed il raggiungimento dell'accordo finale: una finalità della mediazione è senza dubbio quella di accogliere e permettere l'espressione di stati emotivi intensi, anche violenti, che le persone sperimentano in queste situazioni. La presenza del mediatore e le sue competenze sono utili affinchè non si verifichi un semplice 'sfogo' di queste emozioni, ma si crei piuttosto un contesto dove far emergere punti di vista diversi, utili per trovare strade alternative possibili; le emozioni possono trasformarsi in informazioni significative per chi partecipa alla mediazione (separandi e professionisti), agevolando la comprensione a livello empatico della sofferenza dei soggetti e permettendo di affrontare la difficoltà in senso completo, non esclusivamente da un punto di vista 'strategico' e razionale. II mediatore dovrà quindi possedere e utilizzare tecniche volte alla creazione di un contesto di ascolto reciproco, offrendolo in prima istanza egli stesso e agendo attivamente per evitare imposizioni e squilibri di una parte sull'altra. Dovrà inoltre impegnarsi per far emergere, tra le due persone, un'immagine condivisa dell'altro come soggetto degno di rispetto e di attenzione; per far ciò sarà utile lavorare sulla storia della coppia, evidenziandone aspetti positivi, competenze e punti di forza, connotando positivamente le aree di accordo, a partire dall'interesse condiviso per il benessere dei figli.

In molte situazioni, le persone arrivano alla mediazione familiare ormai esasperate da un conflitto intenso e senza fine; riuscire a ripristinare una comunicazione tra le parti è un requisito fondamentale per procedere alla ricognizione dei problemi e delle aree critiche che dovranno essere prese in considerazione. L'esperienza della mediazione familiare dovrebbe rappresentare un esempio di come, a partire da una situazione di conflitto e di crisi relazionale, sia possibile ricostruire una competenza collaborativa di gestione dei rapporti, in particolare per quanto concerne la genitorialità. Il superamento del conflitto, dunque, rappresenta uno degli obiettivi principali della mediazione, in quanto i partner riescono a definire realmente degli accordi per il futuro soltanto se prima modificano le loro premesse epistemologiche, quelle che portano a definire la crisi coniugale come fallimento personale e la separazione come scontro: devono raggiungere un accordo di fondo sulla prevalenza dell'interesse per i figli rispetto al loro disaccordo; devono riuscire ad integrare i sentimenti e le percezioni di entrambi in una storia terza in cui, effettivamente, si riesca a riaprire uno spazio mentale per i figli, perché ognuno possa di nuovo considerare l'altro come punto di riferimento rispetto alla genitorialità.

sabato 5 settembre 2009

La diffusione dell'instabilita' coniugale

di Marina Malagoli Togliatti ,Professore ordinario di Psicodinamica dello sviluppo e delle relazioni familiari, Università La Sapienza di Roma., Anna Lubrano Lavadera, Dottore e assegnista di ricerca, Università La Sapienza di Roma, Liliana Caravelli , Dottore di ricerca, Università La Sapienza di Roma,    La diffusione dell'instabilità coniugale Parlare di separazione coniugale come di un fenomeno che caratterizza fortemente la famiglia attuale significa prendere atto del crescente numero di separazioni e divorzi che ormai da anni si registrano nel nostro Paese. In ambito psicologico, la diffusione dell'instabilità coniugale è testimoniata dal grande interesse di ricercatori e clinici che, inizialmente, si sono concentrati sullo studio delle conseguenze che tale evento può avere sui diversi protagonisti della vicenda: gli ex-coniugi ed i figli in particolare. Soltanto di recente le ricerche si sono indirizzate da un lato a comprendere la dinamica all'origine di questi comportamenti - in un'ottica in un certo senso preventiva -, dall'altro a progettare interventi per la tutela delle relazioni genitoriali e co-genitoriali all'indomani della separazione. Rispetto al primo punto, anche se gli studi in merito sono ancora esigui -soprattutto nel nostro Paese - e presentano diverse problematiche da un punto di vista metodologico, possiamo ricondurre1 i motivi della separazione a due aree principali: 1. l'area del deterioramento della qualità della relazione matrimoniale; 2. l'area delle difficoltà a gestire i cambiamenti all'interno della coppia. In entrambi i casi prevalgono non soltanto i motivi tradizionali -comportamenti problematici di un partner, incastro disfunzionale, infedeltà -quanto una tendenza a privilegiare i bisogni di individuazione e di autorealizzazione dell'indivìduo a scapito dei bisogni di appartenenza familiare. Secondo Bodenmann il divorzio sarebbe la conseguenza di un inadeguato superamento delle sfide quotidiane da parte dei coniugi. Altri studiosi italiani hanno evidenziato che tra le coppie che decidono di separarsi emerge un calo graduale e costante della dimensione affettiva a fronte di un aumento della percezione dell' aspetto del vincolo socio-normativo del legame, cui si associa una maggiore facilità a pensare alla separazione come soluzione della crisi di coppia, un pensiero sempre più accessibile quando nella relazione diventa prevalente la dimensione del vincolo e della pressione socio-normativa. Cigoli e Scabini, secondo il modello relazionale-simbolico, ritengono che un'equilibrata compresenza dei due assi affettivo ed etico (vincolo socio-normativo) garantisce alla coppia la possibilità di costruire il patto coniugale e di saperlo rilanciare nel tempo. Grazie a queste ricerche nei paesi anglosassoni sono stati progettati interventi di prevenzione e rafforzamento delle risorse di coppia, prima dell'istituzionalizzazione del vincolo. Sempre in un'ottica preventiva si collocano gli studi sull'evoluzione delle relazioni tra genitori e figli all'indomani della separazione coniugale: questa volta l'accento non è sull'area coniugale, ma su quella genitoriale. La letteratura concorda nell'individuare la tutela della genitorialità e della cogenitoria-lità dopo la separazione come uno dei principali fattori protettivi per un adeguato sviluppo emotivo e relazionale dei figli di genitori separati. Sono state studiate le evoluzioni che solitamente assumono queste relazioni all'indomani della separazione. Maccoby e i suoi collaboratori, ad esempio, hanno evidenziato che dopo il divorzio è possibile individuare tre pattern di relazione cogenitoriale: cooperativo, disimpegnato, ostile. Il pattern cooperativo riguarda i genitori che non si squalificano e si presentano coordinati nei ruoli, salvaguardando le funzioni genitoriali dagli altri aspetti di conflittualità (un quarto dei soggetti del campione). Il pattern disimpegnato riguarda i genitori che non sono coinvolti e non comunicano tra loro, anche se entrambi mantengono il legame con il figlio: il figlio vive in due mondi separati che non sono legati da alcuna forma di comunicazione interparentale; questo pattern solitamente si verifica in famiglie poco numerose e con figli più grandi e riguarda circa 1/3 delle coppie esaminate. Infine il pattern ostile riguarda i genitori che mantengono i contatti tra loro, ma in modo ostile, confliggono, si sabotano reciprocamente e coinvolgono i figli in conflitti di lealtà (1/3 delle famiglie). Nel corso del tempo, almeno nella realtà americana cui si riferiscono gli studi, il pattern disimpegnato (soprattutto paterno) diventa quello più frequente. Furstenberg e Nord hanno evidenziato che il pattern più comune nelle situazioni in cui i figli continuano a vedere entrambi i genitori è quello della genitorialità "parallela", osservando che non necessariamente l'affidamento congiunto produce un maggior livello di cooperazione. Uno studio più recente8 evidenzia che negli Usa dopo dieci anni dalla separazione circa un terzo dei padri non ha più alcun contatto con l'ex-partner rispetto ai problemi dei figli; una piccola percentuale di genitori resta apertamente ostile mentre soltanto in una percentuale tra il 10 e il 25% i genitori condividono le pratiche educative. In Italia la situazione sembra diversa in quanto in genere i padri sono tendenzialmente più coinvolti nella vita dei figli, forse per un "senso della famiglia" più tradizionale. Rileviamo però che mancano studi recenti, soprattutto a diffusione nazionale, riguardanti questi comportamenti. L'attenzione e la sensibilità alla tutela del ruolo paterno dopo la separazione, nel nostro Paese, è stata recepita anche in ambito normativo con la legge n. 54/2006 Disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli, entrata in vigore il 16 marzo 2006, che individua nell'affidamento condiviso la modalità di affidamento da privilegiare nei casi di separazione coniugale. Questa legge si pone come obiettivo quello di riallineare i ruoli genitoriali, fortemente squilibrati da una concezione monogenitoriale dell'affidamento dopo la separazione e di superare il vincolo che ha accompagnato l'applicazione dell'affidamento congiunto (legato pregiudizievolmente all'accordo tra i genitori). Come evidenziano......diverse ricerche la tipologia di affidamento non si associa necessariamente ad una cogenitorialità funzionale o ad una minore conflittualità; ciò non toglie l'indicazione che anche dopo la separazione il minore ha il diritto di avere accesso ad entrambi i genitori e che i genitori hanno il diritto-dovere di continuare ad occuparsi dei figli, se non in maniera condivisa, almeno parallela. Il rischio che si ravvisa nella prassi è un'applicazione carente o strumentale di questa legge che da un lato potrebbe restare una mera etichetta, dall'altro potrebbe essere strumentalizzata soprattutto dai padri per valenze rivendicative e questioni economico-patrimoniali; potrebbero essere necessari degli anni affinchè il senso di questa legge possa tradursi in una nuova prassi e in una concezione della cogenitorialità funzionale, ovvero di una continuità del rapporto parentale, non solo possibile, ma necessaria dopo la separazione......Per monitorare il problema dell'affidamento dei figli nei casi di separazione in questo periodo ponte - immediatamente precedente e successivo all'applicazione della nuova normativa -, nell'ambito di uno studio nei principali tribunali italiani10 abbiamo esaminato un campione rappresentativo di sentenze (e i relativi fascicoli) pubblicate nel Tribunale ordinario di Napoli11 prima (2005) e subito dopo (16 marzo 2006/febbraio 2007) l'introduzione della legge n. 54/2006. A tale scopo abbiamo analizzato sentenze di separazioni giudiziarie, in quanto maggiormente legate al pregiudizio della conflittualità che aveva determinato un'applicazione carente della precedente normativa sull'affidamento congiunto. Vanno sottolineati comunque alcuni aspetti: 1. le sentenze sono pubblicate solitamente diverso tempo dopo la loro delibera, per cui è possibile che una sentenza pubblicata nel maggio 2006 sia stata deliberata in camera di consiglio nel febbraio 2006, ovvero quando la legge non era ancora entrata in vigore; 2. nella maggior parte dei casi anche dell'anno 2006/07 si tratta di procedimenti iniziati diverso tempo prima l'introduzione della normativa, in cui le parti hanno quasi sempre posto le loro domande sotto la vecchia normativa e la stessa fase istruttoria si è svolta per alcuni fascicoli sempre sotto la vecchia normativa. Tenuto conto di questi aspetti riteniamo interessante esaminare se sia possibile individuare sin dall'inizio un trend differente nelle decisioni dei giudici......tra i procedimenti sentenziati prima e subito dopo l'introduzione della normativa e se vi sia stata una modifica delle domande eventualmente effettuate dalle parti tramite i loro avvocati. Si tratta di esaminare quanto accaduto in un periodo ponte di applicazione della legge stessa per comprendere eventualmente il passaggio culturale delle parti, giudici e avvocati nel recepire -anticipando o tardando - i principi della nuova normativa. Non ci aspettiamo modifiche rispetto all'istruttoria, trattandosi in tutti i casi di istruttorie condotte prima dell'introduzione della nuova normativa.    

Appello per la liberta' di stampa

Appello per la liberta' di stampa , clicca immg

L'APPELLO DEI TRE GIURISTI L’attacco a "Repubblica", di cui la citazione in giudizio per diffamazione è solo l’ultimo episodio, è interpretabile soltanto come un tentativo di ridurre al silenzio la libera stampa, di anestetizzare l’opinione pubblica, di isolarci dalla circolazione internazionale delle informazioni, in definitiva di fare del nostro Paese un’eccezione della democrazia. Le domande poste al Presidente del Consiglio sono domande vere, che hanno suscitato interesse non solo in Italia ma nella stampa di tutto il mondo. Se le si considera "retoriche", perché suggerirebbero risposte non gradite a colui al quale sono rivolte, c’è un solo, facile, modo per smontarle: non tacitare chi le fa, ma rispondere. Invece, si batte la strada dell’intimidazione di chi esercita il diritto-dovere di "cercare, ricevere e diffondere con qualsiasi mezzo di espressione, senza considerazioni di frontiere, le informazioni e le idee", come vuole la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, approvata dal consesso delle Nazioni quando era vivo il ricordo della degenerazione dell’informazione in propaganda, sotto i regimi illiberali e antidemocratici del secolo scorso. Stupisce e preoccupa che queste iniziative non siano non solo stigmatizzate concordemente, ma nemmeno riferite, dagli organi d’informazione e che vi siano giuristi disposti a dare loro forma giuridica, senza considerare il danno che ne viene alla stessa serietà e credibilità del diritto. Franco Cordero Stefano Rodotà Gustavo Zagrebelsky PER FIRMARE L'APPELLO .... http://temi.repubblica.it/repubblica-appello/?action=vediappello&idappello=391107

su Avvenire del 5/9/09 : le 10 risposte di Boffo a Feltri

da Rainews24ore , per meglio capire la manovra di Feltri ".....................................................Il 'decalogo Boffo':......... Primo, la definizione di "noto omosessuale" non trova alcun riscontro nei documenti giudiziari. Secondo, Boffo non è stato "attenzionato" per le suddette inclinazioni, come ha chiarito il ministro dell'Interno, negando che esista alcuna forma di "schedatura". Terzo, non c'è mai stata una querela contro Boffo da parte di una signora di Terni, perché la denuncia era stata presentata "contro ignoti da soggetti che ben conoscevano Boffo e la voce di Boffo e che, quando hanno scoperto che era stato ipotizzato il coinvolgimento del cellulare in uso al suo ufficio, hanno rimesso la querela". Quarto, non ci sono mai state intercettazioni, ma solo tabulati delle telefonate partite da un cellulare di Boffo. Quinto, il direttore di Avvenire conosceva la donna vittima delle molestie, che avrebbe quindi riconosciuto la sua voce se fosse stato lui a fare quelle chiamate. Sesto, non è vero che Boffo ha scaricato le accuse su una terza persona, ma ha solo dichiarato ai magistrati che quel telefono avrebbe potuto essere utilizzato da altri. Settimo, non ci sono state "intimidazioni" né molestie a sfondo "sessuale", parola semmai riferita negli atti, come ha specificato il gip di Terni, ai rapporti tra la donna e il suo compagno. Falso è anche , scrive il direttore di Avvenire all'ottavo punto, che lui si sia mai detto colpevole offrendosi di patteggiare la pena. "Boffo non ha patteggiato alcunché e ha sempre rigettato l'accusa di essere stato autore di telefonate moleste". Aveva invece pagato l'ammenda ritenendola "una semplice remissione amministrativa conseguente agli effetti della remissione della querela. Boffo contesta infine di aver mai reso pubbliche "ricostruzioni" della vicenda, né chiamato in causa "nessun'altra persona, nessun ente e istituzione" e "nonostante il pesantissimo attacco diffamatorio del Giornale non intende consegnare niente e nessuno al tritacarne mediatico da questo generato e coltivato". Infine, Boffo ribadisce che la "nota informativa" citata dal Giornale altro non è che "una lettera anonima diffamatoria".

venerdì 4 settembre 2009

videocracy

da you tube «Videocracy» Ci sono voluti trentanni di fanciulle scosciate e giovanotti palestrati, di casalinghe disperate e quiz milionari, di reality irreali, di gossip e volgarità eretti a sistema. Un lavoro lungo e paziente, che alla fine però ha fatto centro: la tv in Italia ha preso il posto della democrazia. E la tesi di Videocracy , il documentario che promette di rendere davvero spe­ciale levento programmato per il 3 settembre al Lido dalle due sezioni autonome della Mostra del Cinema, la Settimana Internazionale della Critica (SCI) e le Giornate degli Autori, che hanno scelto di concerto il film, rifiutato dalle sezioni ufficiali. Ottanta minuti di reportage spietato sullItalia berlusconiana, le sue mutazioni antropologiche e culturali, firmati da Erik Gandini, regista quarantenne originario di Bergamo ma traslocato a 18 anni in Svezia. «In una videocrazia la chiave del potere è limmagine - sostiene il cineasta - . In Italia solo un uomo ha dominato le immagini per tre decenni. Prima ma­gnate della tv, poi Presidente, Silvio Berlusconi ha creato un binomio perfetto, caratterizzato da politica e intrattenimento televisivo, influenzando come nessun altro il contenuto della tv commerciale nel Paese. I suoi canali televisivi, noti per leccessiva esposizione di ragazze seminude, sono considerati da molti uno specchio dei suoi gusti e della sua personalità». I recenti fatti di cronaca a luci rosse confermano. In ogni caso Videocracy (prodotto dalla svedese Atmo con la danese Zentropa e poi distribuito dalla Fandango) non passerà indenne sugli schermi del Festival veneziano. «E un film destinato a far discutere», assicura Francesco Di Pace, direttore della SCI, ben contento di essersi assicurato, in sintonia con il Festival di Toronto che lo proietterà dopo lanteprima mondiale veneziana, la patata bollente che nessuno voleva. «Era stato proposto prima a Orizzonti, una delle sezioni ufficiali della Mo­stra, ma è stato scartato da Marco Müller e i suoi selezionatori - racconta Di Pace - . Così labbiamo acchiappato noi. Comunque la sia pensi è un film che andava mostrato. Perché denuncia il potere che la tv ha sulla nostra società e sulla nostra cultura. Quel che produce nella gente, come ne condiziona i comportamenti». Un panorama inedito, per molti inspiegabile, che Gandini osserva con lo sguardo lontano ma partecipe dell italiano allestero. «Non è un film su Berlusconi ma sullItalia berlusconiana », ribadisce lui, già autore di un documentario su Guantanamo. In Videocracy il punto di osservazione è un altro: il back stage di unItalia ossessionata dallesibi­zionismo sessuale e senza più freni morali. LItalia dei Lele Mora, dei Briatore, Corona, Ventura. Che compaiono in scena insieme con i reduci dei Grandi Fratelli, le veline e i tronisti, la tribù Costa Smeralda, smaniosa solo di apparire, pronta a tutto per riuscirci. La tesi sostenuta da Moretti ne I l Caimano : «Berlusconi ha già vinto, ci ha cambiato la testa trentanni fa».

ma quanti falsi problemi!!........in realta' sul web c'e' liberta' e , sopratutto, LIBERA CONCORRENZA DI IDEE, e questo spaventa il potere!!

 dal sito "io amo internet" "per un uso responsabile della rete" , del 4 sett. 09 ,un colpo al cerchio ed uno alla botte! Mentre si tessono alleanze ! e sotto sotto  si pone il problema di come censurare, controllare....! Lo stralcio del documento che segue , al termine di un convegno , clicca.

...........L’accesso libero, la neutralità della rete e la rimozione degli ostacoli tuttora esistenti alla diffusione della conoscenza rappresentano ormai un diritto fondamentale di libertà e insieme un fattore di crescita delle economie, della creatività e della democrazia a livello globale. In questo contesto il potenziamento delle infrastrutture nel nostro paese risulta vitale.Tutto ciò obbliga alla definizione di un quadro di diritti e doveri che sia condiviso a livello internazionale (Carta dei diritti sulla Rete : dove l’Italia ha già svolto un ruolo di avanguardia) e statuale. Si sente il bisogno di un assetto che tenga conto di una realtà in continuo cambiamento, che ascolti i protagonisti, favorisca criteri di autoregolamentazione. Bisogna garantire che le regole definite oggi non impediscano l’espansione della conoscenza, della informazione e la creazione di nuovi modelli di business di domani. In particolare va tutelata la proprietà intellettuale impedendo atti appropriazione indebita.L’attuale normativa italiana è nata senza tenere conto delle peculiarità del web e il tentativo di applicare al mezzo delle logiche che non gli sono proprie si rivela in molti casi inadeguato. Il quadro normativo è caotico, con disposizioni difficilmente coordinabili. Questo si traduce in una perdita di efficacia dei meccanismi di tutela. L’esigenza è quindi quella di un processo di riordino e semplificazione che porti a un punto di equilibrio tra i diversi interessi contrapposti: se da un lato infatti è forte l’esigenza di garantire la libertà di espressione e le enormi potenzialità di sviluppo connesse all’utilizzo di Internet, dall’altro è importante assicurare la tutela di diritti garantiti dalla Costituzione e dalle leggi vigenti................................................(orso castano: quelle che seguono sono le potenzialita' del web che fanno ancora piu' paura peeeeeeeeeeh' consentono una comunicazione ancora piu' libera e veloce; ecco il perche' di queste riunioni di esperti, che si definiscono democratici, ma che lasciano fortissime perplessita' su cosa intendono per liberta' di pensiero e d'espressione!!)........Il mondo di Internet non coincide e non si esaurisce con il mondo del World Wide Web. È necessario infatti distinguere tra produzione e fruizione della realtà della letteratura ipertestuale (web 2.0), mera fruizione (peer-to-peer) e/o produzione di contenuti quali audio, video, immagini e documenti (web 1.0), e forme di comunicazione diretta audio-video (voice over ip). Pertanto gli interventi di regolamentazione del mondo della Realtà Virtuale dovranno coerentemente tenere conto delle suddette diversità di utilizzi possibili e contenuti fruibili, avendo cura di salvaguardare la neutralità nei confronti della rete globale.

su internet i blog gia' funzionano, non c'e' bisogno di nessuna legge!!

voglia di censura sui blog : il governo non molla , c'e' troppa liberta' d'espressione!!

dal sito http://robertocassinelli.blogspot.com/2008/11/legge-salva-blog-scriviamola-insieme.html ,  LEGGE SALVA-BLOG: SCRIVIAMOLA INSIEME!  Care amiche e amici blogger, il 19 novembre ho presentato alla Camera dei Deputati una proposta di legge che ho voluto ribattezzare "salva blog". Lo scopo di tale proposta è quello di cancellare definitivamente ogni obbligo di registrazione per tutti i blog, le comunità virtuali ed in generale per i siti amatoriali. L'obbligo, invece, non è cancellato per i giornali on-line gestiti in modo professionale. In queste ore mi vengono fatte, da molti blogger ed esperti del settore, giuste osservazioni circa alcune formulazioni non chiare o ambigue del testo della proposta, che si presta, in alcune parti, ad essere interpretato. Poiché la proposta di legge è in fase "di prima lettura", e quindi è ancora possibile modificarla, chiedo a tutti gli interessati di inviarmi proposte, suggerimenti, critiche ed osservazioni, per poter presentare in via definitiva un testo che realmente rispecchi le esigenze del mondo di internet e dei blog..............................

orso castano : democraticamente Cassinelli , da sottolineare, del PDL, ha voluto esporre la legge , presentata "in prima lettura" ( speriamo che cada assieme al governo) alle considerazioni dei blogger e dei lettori del suo sito, tra le 160 risposte ne scegliamo qualcuna a caso; ma chi vorra' visitare il sito verifichera' che sono tutte dello stesso tenore!!.....Inoltre mostrano come quest'ennesimo tentativo di tappare la bocca alla libera espressione, (tentativo che in questi giorni mostra come ci sia un realta' un vero piano per abbattere la liberta' d'espressione) vuole colpire proprio chi ha qualcosa da dire, cioe' la parte piu' critica e vigile della pubblica opinione!!

Loris ha detto...  la sua legge prevede comunque l'obbligo di iscrizione ai registri in caso di presenza di pubblicità (tipo google ads e simili). i blog devono essere LIBERI, stessa libertà d'espressione che hanno i comuni cittadini parlando per strada. Nè più ne meno. 21 novembre 2008 12.01  Anonimo ha detto...  Secondo il mio modo di vedere non c'è nessun bisogno di una nuova legge per i Blog, ed in ogni caso il paese ha ben altre priorità in questo momento, i blog funzionano bene, il problema semmai è in altri media (TV in primis) che subiscono troppo il controllo politico, il varo di questa nuova legge vuole di fatto estendere obblighi previsti e considerati necessari per la stampa tradizionale anche a realtà elettroniche che con quela del blog che invece non ha nulla a che spartire con tv e giornali. NON METTETE LE MANI ANCHE SULLA RETE PER FAVORE, UTILIZZATELA PURE PER FARE PROPAGANDA (COME HA FATTO IL NUOVO PRESIDENTE AMERICANO OBAMA), MA LE REGOLE DEL GIOCO DEVONO RIMANERE QUESTE. 21 novembre 2008 12.13

Anonimo ha detto...  Allora ho dato una rapida lettura... Purtroppo è molto molto interpretabile, sotto certi aspetti ingiusta e figlia di poteri forti che vogliono la tv come unico strumento, insieme ai giornali di partito, di diffusione dell'informazione. Cassinelli lo sa che, sotto una certa interpretazione, anche lei dovrebbe sottostare agli obblighi della sua stessa futura legge? Così come molti altri blog di politici e/o simili? Scriviamola insieme ok ma come punto di partenza non va bene. Si ripresenti con un'altra proposta da cui si possa cominciare a discutere seriamente. SO che per un deputato pdl è difficile, ma voglio credere che non tutti siano allo stesso livello... 21 novembre 2008 12.23 Luca Bonisoli ha detto...  Gentile on. Cassinelli, le chiedo gentilmente di aiutare l'opinione pubblica a comprendere quale sia la minaccia da cui si dovrebbero "salvare" i blog. Allo stato attuale, infatti, visto anche il ritiro del disegno di legge Levi, mi pare che i blog godano di ottima salute e non vi sia alcuna necessità di salvarli. 21 novembre 2008 12.44

Fabio C. ha detto... Buongiorno On. Cassinelli. Sa quale è il modo migliore per scrivere la legge salva blog? 1) Non chiamarla legge salva blog quando non lo è. I blog non hanno bisogno di essere salvati, sono vivi e vegeti, forse è questo che vi da fatsidio, soprattutto non hanno bisogno di essere salvarati dai "buoni samaritani" come voi. 2) Semplicemente non scriverla. I blog sono liberi. Sono l'espresione nella rete di questo articolo della nostra Costituzione: Art. 21. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. 3) E adesso visto che so che siete "democratici", so che questo messaggio verrà pubblicato sul suo blog che fino ad oggi non ha neanche un commento, a nessuno dei suoi post. Si chieda il perchè? Cordialmente, buona giornata. 21 novembre 2008 12.46 Antenore Gatta ha detto...  Dr. Roberto Cassinelli, sono un blogger, poco conosciuto, ma faccio del mio meglio per farmi conoscere e per condividere le mie opinioni. L'informazione deve essere libera, a disposizione di tutti e le leggi devono essere chiare. Questa proposta di legge non lo è, non è chiara e non permette la libertà di parola. Un sito con paio di banner striminziti con il mio, da una resa di un apio di dollari all'anno, non puo' essere considerato "non a scopo di lucro". fortuna vuole che blogspot.com non è un hosting italiano e quindi l'eventuale approvazione di questo "striminzito" disegno di legge non mi toccherà minimamente. Ma molti blogger rischieranno di essere denunciati ed obbligati a migrare in acque piu' amiche.Questa legge è solo un esempio di quanto penosa sia la situazione italiana. Se lei è una persona corretta, se lei è una persona che non vuole avere vergogna a guardare in faccia i suoi figli e nipoti, se lei è una persona fiera di essere italiana... Beh, dovrebbe schierarsi dalla parte degli italiani, i quali si sono decisamente stancati di vedere queste banali manovre.L'Italia ha una storia lunga e gloriosa e lo scorso secolo abbiamo distrutto la sua reputazione. La prego, parli con se stesso e parli con i suoi colleghi, l'Italia deve essere salvata!!! Grazie e mi perdoni l'eventuale tono poco amichevole. Buona giornata Antenore Gatta 21 novembre 2008 13.01 Burattino ha detto...  Gentile Onorevole Cassinelli,  la differenza fra blog professinale e amatoriale in rete è molto sottile. Perché c'è bisogno di questo obbligo di registrazione? Non sarebbe meglio cancellare in toto la vecchia legge? Qualsiasi reato si commetta in rete è già perseguite dalla legge, a cosa serve un registro dei siti web? Non capisco l'utilità per il cittadino di una legge del genere, per favore spieghi cosa ne guadagnerebbero gli italiani (perché lei lavora per il bene di tutti gli italiani, vero?). 21 novembre 2008 13.05 Nuvola ha detto...  Caro Cassinelli, ho letto con attenzione la proposta da lei presnetata. Io peró sono dell'avviso che comunqe si abbi ala sensazione di voler controllare la rete, e piú in generale le infomazioni. A me dispiace perché io mi sento di appartenere ad una generazione piú avanzata della sua. Ho trentanni, lavoro in inghilterra ho proposte per anadare in India, in Cina insomma nel mondo. Ho diversi amici che viaggiano, si muovono. Quando guardo al mio paese, al paese che amo e rappresnto mi viene da ridere. Dobbiamo aprirci, dobbiamo eliminare le barriere che lei dice li voelr abbatere, ceto dobbiamo fare chiarezza, la chiarezza sta nel lasciare la libertá di INFORMARE e di poter espriemere le propie opinioni alla gente. Danno fastidio, alla sua categoria certe persone, sono convinto ma questo é il futuro che bussa alla porta. Io sono pronto cassanelli, non a afer la gueraa ma se vuole a farle veder cosa succede nel mondo. La prego con tutto il cuore, faccia qualcosa per ammodernare il nostro paese, lasci la rete libera, lavori per creare un confronto tra le persone, le idee, non abbia paura!!! dica ai suoi colleghi che ne hanno che il tempo per loro e finito, che é ora di cambiare. Io e molti della mia genrazione se vuole la potrebbero introdurre ad una visione piú vera, reale del mondo. Le dico questo perché in ogni caso il nuov avanza, ma avanza da fuori, da fuori dei confini in cui il nostro parlamento puo operare. 80% dei siti su cui anche lei stesso scirve sono s server starnieri, americani, cinesi, etc... Tutti i filmati che a tanti suoi colleghi non piaccino sono su youtube. Non tentate di fermare l'onda, lo dico per il bene del mio paese. LUCA 21 novembre 2008 13.42 .....................................................................

giovedì 3 settembre 2009

Conflitto di coppia e bambini (con) divisi..

da una ricerca di M. Malagoli Togliatti, A. Lubrano Lavadera, L. Caravelli, F. Villa , sulla rivista Minori Giustizia n°2/09 ,

.............................................. Discussioni e considerazioni in merito ai risultati principali L'obiettivo principale della ricerca era quello di esplorare le modalità di affidamento dei figli minori in caso di separazioni giudiziarie, andando ad indagare le richieste presentate dai genitori e quanto stabilito e motivato dai giudici del Tribunale ordinario di Napoli negli anni 2005 e 2006/2007. La scelta di esaminare le sentenze emanate in quei periodi deriva dal fatto che questi rappresentano un momento interessante per comprendere cosa sia avvenuto e come sia stato gestito il passaggio dalla vecchia alla nuova normativa in materia di affidamento dei figli minori. Data la lunga durata della fase istruttoria dei procedimenti sentenziati sia prima che dopo l'entrata in vigore della legge sull'affido condiviso, non ci si poteva attendere un sostanziale cambiamento e una immediata applicazione tra il prima e il dopo: in entrambi i campioni esaminati, infatti, l'istruttoria dei procedimenti giudiziali è avvenuta prima dell'introduzione della legge n. 54/2006. Ma non ci sono solo elementi relativi ai tempi del lavoro dei giudici, bisogna considerare che i cambiamenti nella prassi richiedono tempi più lunghi e possono addirittura non essere significativi se non vi è un mutamento a livello culturale nelle rappresentazioni sociali relative al fenomeno stesso da parte dei diversi protagonisti della vicenda separativa. Tali questioni sono comprensibili se pensiamo che l'approvazione di questa, come di ogni nuova legge, coincide con un momento molto delicato di cambiamento non solo a livello della prassi degli operatori della giustizia, ma anche a livello della cultura che nell'ambito sociale riguarda i comportamenti che una certa legge arriva a regolamentare. Nel caso specifico l'attenzione a mantenere una cogenitorialità anche dopo la separazione coniugale era stata recepita già nella legge sul divorzio del 1987 (legge n. 74/1987) dove si parlava esplicitamente dell'affido congiunto come modalità utile a tutelare l'interesse del minore. Nella dottrina e nella prassi tale forma di affidamento, salvo eccezioni particolari, era ed è stata applicata solo a condizione di assenza di gravi contrasti tra i genitori; erano di ostacolo la tenera età dei figli, la lontananza delle abitazioni dei due genitori o il mutamento della residenza di uno dei genitori o la sua convivenza con altro partner. La scarsa applicazione dell'affido congiunto sembrava legata al fatto che tale istituto rendeva più difficile il compito del giudice e soprattutto ai pregiudizi che gravavano attorno allo scioglimento del matrimonio come fallimento del progetto congiunto della genitorialità. Nel corso degli anni tali pregiudizi si sono andati smussando, con il contemporaneo affermarsi del principio della bigenitorialità tanto che gli affidamenti congiunti sono passati dal 2.8% del 1987 al 20% del primo trimestre 2006 (ovvero subito prima dell'entrata in vigore della nuova normativa), seppur con notevoli differenze tra il Nord e il Sud Italia. Contribuivano all'aumento in numero assoluto e in percentuale delle forme di affido congiunto soprattutto le sentenze relative alle separazioni consensuali, ad indicare un cambiamento da parte non solo dei giudici e degli avvocati, ma anche e forse soprattutto della cosiddetta "gente comune". Con l'introduzione della legge n. 54/2006 si è "accelerato" e in un qualche modo "indotto" un cambiamento la cui portata deve essere attentamente indagata. Per comprendere, comunque, la portata dei cambiamenti introdotti dalla nuova legge verso una cultura della bigenitorialità, nelle richieste delle partì e dei loro legali, nelle modalità di condurre l'istruttoria da parte dei giudici e di giungere alle conclusioni sarà necessario ripetere l'indagine tra due/tre anni in modo da seguire tutto l'iter di procedimenti giudiziari iniziati dopo l'introduzione della nuova normativa. Ritornando alla nostra ricerca notiamo che nel complesso i dati sembrano evidenziare una sostanziale continuità nei due periodi esaminati: nello specifico la parte preliminare relativa ai dati procedurali evidenzia una durata molto lunga dei procedimenti giudiziari,indipendentemente dall'anno di emissione della sentenza. La durata è lievemente inferiore nei procedimenti che sono diventati da giudiziali a consensuali e si sono conclusi nel 2006/07, probabilmente il raggiungimento di un accordo tra i coniugi può aver permesso di abbreviare il procedimento stesso ed avviarlo alla sua conclusione. Una ipotesi che potremmo fare riguarda il fatto che l'introduzione della nuova normativa può aver indotto i coniugi ad accordarsi in merito all'affidamento dei figli, trovando l'accordo sulle questioni economico-patrimoniali che sono, in genere, il motivo di conflitto presente in tutte le separazioni giudiziarie. Le fasi del ciclo vitale delle famiglie coinvolte nei procedimenti di separazione giudiziali maggiormente rappresentate sono quelle delle famiglie con figli in età scolare e preadolescenziale. Un dato che appare in continuità con altri lavori analoghi già citati in precedenza è l'aver riscontrato come la maggior parte dei contenziosi tra i coniugi riguardi l'aspetto economico-patrimoniale e molto meno l'affidamento dei figli. I casi di sentenze di separazioni giudiziali di entrambe le annualità in cui i figli sono contesi, anche nel Tribunale ordinario di Napoli, rappresentano una percentuale esigua rispetto alla maggioranza dei contenziosi esaminati in cui il conflitto si alimenta prevalentemente di altri contenuti. Ciò non ci deve comunque portare a sottostimare il coinvolgimento dei figli in quelle separazioni conflittuali senza una esplicita contesa, dove il conflitto è focalizzato su contenuti quali l'area economica, quella sociale e quella legale. Come era prevedibile, in entrambe le annualità prevalgono le richieste di affidamento esclusivo da parte di un genitore, in quanto tali richieste sono in tutti i casi precedenti all'entrata in vigore della nuova normativa. L'affidamento congiunto/condiviso è richiesto in una percentuale molto esigua di casi. Questi dati indicano che, nell'ambiente napoletano, la legge n. 54/2006, almeno rispetto ai genitori, si è inserita in un contesto culturale in cui con la separazione vengono meno i concetti di genitorialità condivisa e di bigenitorialità, ovvero sembra venir meno il principio per cui i figli hanno il diritto di mantenere una continuità affettiva ed educativa con entrambi i genitori. Il dato fa riflettere anche alla luce dell'età media dei figli presenti nel campione, ovvero figli in età scolare e preadolescenti, quindi non così "piccoli" da far prevalere lo stereotipo di madre che è specializzata nell'accudimento, come figura di riferimento primario. Del resto anche le ricerche in campo psicologico hanno evidenziato l'importanza delle relazioni triadiche (genitori-figlio), accanto a quelle diadiche (genitore-figlio) nello sviluppo dei minori. I processi triadici in cui il minore è coinvolto sono fondamentali nella costruzione del senso di identità e della sicurezza emotiva Andando ad analizzare le motivazioni che sottendono alle richieste avanzate al giudice nell'ambito del contenzioso sull'affidamento dei figli, esse sembrano rimandare alla volontà di favorire l'interesse del minore inteso come tutela da un genitore inadeguato. Anche in questo caso si rileva la difficoltà a pensare all'interesse del minore come alla necessità di mantenere una relazione stabile e continuativa con entrambi i genitori e la prevalenza di un approccio monogenitoriale. Del resto queste "resistenze" potrebbero essere un fenomeno attribuibile allo specifico contesto campano ed alla tipologia della conflittualità presente nelle sentenze esaminate. Per rispondere a tale domanda sarà necessario confrontare i risultati di questa indagine con quelli ottenuti negli altri tribunali in cui è stata svolta la ricerca in quanto i primi dati che sono pervenuti ci indicano differenze territoriali interessanti. Anche il dato relativo all'affidamento dei figli sembra andare in questa direzione, con i giudici che si trovano a decidere su procedimenti iniziati prima della nuova normativa, mantenendo il trend di affidamento alla madre come scelta principale, sia nelle sentenze del 2005 che in quelle del 2006/2007. Nonostante l'affidamento condiviso in base alla legge n. 54/2006 dovrebbe rappresentare, salvo gravi motivi contrari all'interesse dei minori, la regola in materia di affidamento dei minori, nella maggior parte dei casi esaminati nel 2006/07 esso rappresenta ancora una scelta residuale anche per i giudici, probabilmente perché tale scelta risulterebbe inappropriata in procedimenti caratterizzati negli anni da una così radicata cultura della monogenitorialità e da una visione tradizionale dei ruoli parentali che attribuisce alla madre il ruolo sociale di "genitore psicologico" attento ai bisogni emotivi, affettivi e responsabile della educazione dei figli, ed al padre il ruolo "strumentale" di gestione economica della famiglia. Comunque la tendenza al cambiamento comincia ad essere visibile anche nella nostra ricerca: l'affidamento condiviso è disposto più frequentemente nelle modifiche delle condizioni di separazione del 2006/07, ovvero quando a chiederlo sono entrambi i genitori. Gli stessi magistrati, in tal senso, potrebbero rischiare di rimanere ancorati al "pregiudizio" che ha accompagnato il difficile percorso della legge sull'affido condiviso e la carente applicazione della legge sull'affidamento congiunto, secondo cui il presupposto necessario per disporre l'affido congiunto/condiviso sia l'assenza di conflittualità tra le parti25. Il presupposto che accompagna. nelle intenzioni del legislatore, la legge n. 54/2006 è invece quello che si possa proporre l'affidamento condiviso anche alle coppie conflittuali, proprio con l'intento di porre fine al circolo vizioso della conflittualità e stimolare una collaborazione per una migliore gestione dei rapporti tra gli ex-coniugi. La scelta di limitare l'affidamento monogenitoriale ai casi residuali di inidoneità genitoriale capovolge completamente la prassi in vigore. Tuttavia, le resistenze verso l'accettazione di questo cambiamento radicale potrebbero comportare un paradossale incremento della conflittualità proprio nel tentativo di dimostrare l'inadeguatezza dell'altro genitore, nonostante la legge preveda "sanzioni" per il genitore che si faccia promotore di false accuse. Questo discorso apre anche ad altre considerazioni relative all'importanza della prevenzione e di interventi psico-giuridici non collusivi con la logica della conflittualità, dato che a livello psichico le "riparazioni" dei danni di aspre contese possono essere complesse e spesso restano parziali. Si pensi, ad esempio, ai casi di Sindrome di Alienazione Genitoriale o di sottrazione di un minore o di false accuse di abuso e maltrattamento: in queste situazioni i tempi giudiziali non coincidono con quelli psichici e possono contribuire a cristallizzare situazioni e fratture generazionali difficilmente modificabili a meno di ulteriori traumi per i minori (l'affidamento del minore al genitore "vittima" con cui il minore è in conflitto potrebbe rappresentare un'ulteriore rottura per il minore). Da notare, ancora, come primi risultati della nostra ricerca che rispetto alle motivazioni rilevate nelle sentenze pubblicate dopo la legge n. 54/2006 emerge una maggiore attenzione al minore. Continuano ad essere scarsamente rappresentate motivazioni che considerino la relazione del figlio con i genitori e tra i genitori. È interessante la totale prevalenza della motivazione "accordo tra i coniugi" nelle modifiche consensuali del 2006/2007 che può essere letta proprio alla luce della nuova normativa in materia di affido condiviso che. a differenza di quella precedentemente in vigore (in cui era stabilito che :ì giudice dovesse tener conto dell'accordo delle parti), afferma che "il giudice [...] prende atto, se non contrari all'interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori" (art. 155, comma 2, cod. civ.). Al momento della rilevazione non sono stati riscontrati cambiamenti significativi rispetto alle modalità di incontro tra figlio e genitore non affidatario/non coabitante. Dall'altra parte non si vuole sottovalutare quello che al momento e' solo un trend per cui nelle giudiziali del 2006/2007 e nelle modifiche delle condizioni dello stesso anno prevalgono rispettivamente le modalità "altro" ed "ampio". In maniera ottimistica si potrebbe ipotizzare che in futuro non si parli più di "diritto di visita" - che di per sé implicava una situazione di svantaggio del genitore non affidatario -, ma si chieda al giudice di determinare i tempi e le modalità della presenza dei figli presso ciascun genitore in modo da garantire un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi.Un ulteriore aspetto della ricerca riguardava il ruolo di eventuali accertamenti specialistici. In questo caso l'obiettivo non era quello di evidenziare eventuali cambiamenti in seguito all'introduzione della nuova normativa, in quanto gli accertamenti specialistici si collocano nella fase istruttoria, con-clusasi per tutti i casi esaminati prima dell'emanazione della nuova normativa. I risultati, comunque, hanno messo in luce un ricorso moderato ad accertamenti specialistici quali le consulenze tecniche d'ufficio o le indagini dei servizi sociali. Si può ipotizzare che i giudici facciano riferimento ai servizi sociali per quelle situazioni familiari economicamente più svantaggiate e alla consulenza tecnica di ufficio nei restanti casi. L'analisi delle sentenze in cui vi è il ricorso alla consulenza tecnica ha messo in evidenza che per il 46.6% dei casi essa è stata richiesta nei casi di contesa dei figli, mentre solo nel 19% delle indagini psicosociali è presente una contesa esplicita. Si potrebbe ipotizzare anche che il giudice faccia ricorso ad un mezzo istuttorio come la consulenza tecnica di ufficio nei casi di contesa chiara, mentre il ricorso alle indagini psicosociali è pensato soprattutto quando necessitano informazioni più dettagliate circa il contesto ambientale e sociale in cui il minore si svilupperà. In più, nonostante la scarsa numerosità dei casi, si è riscontrato un lieve aumento di affidamenti condivisi decisi a seguito di una consulenza tecnica d'ufficio. Tale dato può far supporre che una maggiore conoscenza delle dinamiche relazionali e delle risorse della famiglia faciliti la scelta di soluzioni che permettono di valorizzare le risorse del nucleo familiare e la responsabilità cogenitoriale. In tal senso ci sembra importante ribadire la necessità in questi casi di integrare categorie psicologiche e giuridiche e quindi di un lavoro coordinato tra giudici ed esperti psicologi nelle situazioni in cui sono coinvolti i minori. Negli Stati Uniti, ad esempio, sono stati strutturati diversi progetti di intervento per le famiglie in separazione che prevedono la partecipazione di diverse figure professionali - magistrati, avvocati, psicologi - all'inizio dei procedimenti legali di separazione (Divorzio Collaborativo). In questa prospettiva abbiamo evidenziato che la consulenza tecnica di ufficio rappresenta l'unico momento in cui si ascolta il minore: nella nostra ricerca il giudice sia nelle separazioni giudiziali che in quelle di modifica delle condizioni non ha mai ascoltato il minore da solo, ma sempre tramite l'esperto. Crediamo che la presenza dell'esperto attualizzi il diritto del minore ad esprimere meglio le sue inclinazioni e ad essere più consapevole dei cambiamenti che influenzeranno l'evoluzione della sua vita. Questo sembra confermare numerosi riscontri e dati presenti in letteratura che spiegano come il giudice eviti di ascoltare il minore nel contesto giudiziario o per una forma di rispetto nei confronti del minore o per timore di incompetenza o per la consapevolezza delle triangolazioni che i figli potrebbero subire dai genitori.Raramente vi è la prescrizione o il suggerimento di interventi per la famiglia, sia nel 2005 che nel 2006/07; ancora una volta i dati evidenziano che tali interventi sono suggeriti e/o prescritti soltanto in seguito ad una consulenza tecnica d'ufficio. Tale fatto potrebbe essere spiegabile secondo due ipotesi: da una parte si potrebbe considerare che il giudice richieda una consulenza tecnica nelle situazioni più conflittuali e problematiche che successivamente necessitano di interventi di sostegno e di controllo della genitorialità. Dall'altra però si deve anche considerare l'ipotesi secondo cui la presenza stessa di una consulenza tecnica, quindi di un esperto che utilizza categorie valutative differenti da quelle del contesto giudiziario, permette di rilevare difficoltà e problematiche presenti nelle situazioni familiari.  La necessità di promuovere una diversa cultura Premesso che i dati emersi non possono essere generalizzabili in tutto il territorio nazionale e sono riferibili al contesto campano, questa ricerca ha portato ad importanti considerazioni. Nel periodo di passaggio tra la vecchia e la nuova normativa in materia di affidamento dei figli, il contesto culturale in esame sembra essere ancora ancorato ad una visione tradizionale rispetto alla divisione dei ruoli genitoriali e, di conseguenza, caratterizzato da una accoglienza ancora critica e per certi versi "residuale" dei principi e degli obiettivi della legge sull'affidamento condiviso. Poiché il rischio di un'applicazione coatta dell'affidamento condiviso porterebbe probabilmente ad un acuirsi della conflittualità tra i coniugi ci sembra importante progettare interventi psico-giuridici volti all'informazione e alla promozione dei principi della bigenitorialità e cogenitorialità su cui si fonda la legge stessa. Nel nostro Paese, a parte singole e sporadiche realtà locali, sembrano mancare interventi coordinati a livello nazionale rispetto all'accompagnamento delle coppie che decidono di separarsi attraverso percorsi di aiuto e sostegno. La stessa mediazione familiare, oltre a non essere omogeneamente diffusa sul territorio, non rappresenta la panacea degli interventi soprattutto se effettuata in fase "riparativa" e non "preventiva". La sfida per gli operatori psico-giuridici è dunque quella di promuovere una cultura della condivisione della genitorialità a prescindere dalla fine del legame coniugale che tuteli l'accesso dei figli ad entrambi i genitori e soprattutto eviti che il minore divenga oggetto di contesa - diretta o indiretta - tra i genitori. Riteniamo importante replicare il presente lavoro a distanza di almeno 2/3 anni per avere un quadro più chiaro della ricaduta della legge n. 54/2006 ed il confronto dei dati attuali con quelli provenienti dalle altre realtà italiane in cui è in corso la ricerca al fine di individuare dei trend a livello nazionale. Altresì sarà interessante confrontare le prassi dei tribunali con le opinioni dei diversi protagonisti della vicenda separativa per capire quanto questi due piani siano interrelati nella determinazione dei fenomeni stessi.

FESTA DELLA BIGENITORIALITÀ

Torino 9/10/11 Ott.-Festa della Bigenitorialità  Piazza Vittorio Veneto, Torino 9/10/11 ottobre 2009 Papà separati e figli (di Torino) onlus è un’associazione di volontariato fondata il 6 febbraio 2006, e, ispirandosi ai principi di solidarietà umana, si prefigge come scopo la tutela dei diritti dei figli nella separazione a mantenere rapporti positivi e sostanziali con entrambi igenitori, pur separati, promuovendo azioni che riducano la conflittualità e offrendo sostegno a entrambi i genitori nella costruzione di un progetto genitoriale condiviso. In particolare, per la realizzazione dello scopo prefissato e nell’intento di agire a favore di tutta la collettività, l’associazione propone la FESTA DELLA BIGENITORIALITÀ, che si svolgerà in piazza Vittorio Veneto a Torino il 9/10/11 ottobre 2009, al fine sensibilizzare l’opinione pubblica promuovendo il concetto di bigenitorialità introdotto dalla legge 54/2006 per l’applicazione dell’affido condiviso, in modo da garantire parità di rapporti tra i genitori separati e i loro figli. Il montaggio e la smontaggio delle strutture implica un lavoro che impegnerà il suolo pubblico nei due giorni precedenti e successivi la festa. L’occupazione temporanea del suolo pubblico, della quale abbiamo già il permesso, consiste in un’area di 1.750 mq (70x25) sulla 2° zona pedonale da est, verso nord. Su tale superficie monteremo un tendone di mt 12x18 con palco interno, un tendone mt 12x12 e un tendone mt 8x8, palchettati, illuminati ed eventualmente riscaldati; saranno montate 1 o 2 giostre per bambini e alcuni gazebo 3x3. Se gli spettacoli e ogni evento che si svolgerà durante la festa saranno a offerta libera, le giostre e un servizio di distribuzione di bibite e birra alla spina e patatine o altri alimenti comunque confezionati saranno a offerta minima, per compensare le spese che la ns. associazione (papàseparatiefigliTorino) affronterà per la realizzazione e il successo della festa. E’ stato previsto un passaggio di almeno 100.000 persone valutando la durata e l’importanza della piazza nella quale si svolgerà la festa.

martedì 1 settembre 2009

farmaci: sistema cardiovascolare +5,2%, gastrointestinali +9,2%,ematologici +4,4%, nervoso centrale+4,7%

Archivio Rapporto OSMED, ultimo rapporto 09 L’uso dei farmaci in Italia Nel 2008 il mercato farmaceutico totale, comprensivo della prescrizione territoriale e di quella erogata attraverso le strutture pubbliche (ASL, Aziende Ospedaliere, Policlinici Universitari, ecc.) è stato pari a circa 24,4 miliardi di euro, di cui il 75% rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale (SSN). In media, per ogni cittadino italiano, la spesa per farmaci è stata di circa 410 euro con un periodo di trattamento di 537 giorni. I farmaci del sistema cardiovascolare, con oltre 5 miliardi di euro, sono in assoluto i farmaci più utilizzati, con una copertura di spesa da parte del SSN di quasi il 93%. Altre categorie terapeutiche di rilievo per la spesa sono: i farmaci gastrointestinali (il 13% della spesa), i farmaci del sistema nervoso centrale (12,1%), gli antimicrobici (11%) e gli antineoplastici (11%). Questi ultimi sono erogati sostanzialmente per intero (99,2% della spesa) a carico del SSN, prevalentemente attraverso le strutture pubbliche. I farmaci dermatologici (per l’88% della spesa), i farmaci genito-urinari ed ormoni sessuali (54,5%) e i farmaci dell’apparato muscolo-scheletrico (54,3%) sono le categorie maggiormente a carico dei cittadini. La spesa farmaceutica territoriale complessiva, pubblica e privata, nel 2008 è stabile rispetto all’anno precedente, mentre la spesa a carico del SSN è diminuita dell’1% in larga misura a causa di un aumento del ticket (+20%) e di una diminuzione dei prezzi (-6,9%). Nella valutazione di questa riduzione bisogna tener conto che una quota della prescrizione è stata erogata tramite forme diverse di distribuzione quali la diretta e la per conto. Queste modalità di distribuzione incidono sulla spesa territoriale tra il 10% della Lombardia ed il 20% dell’Emilia Romagna. Il consumo farmaceutico territoriale di classe A-SSN è aumentato del 4,9% rispetto al 2007: ogni mille abitanti sono state prescritte 924 dosi di farmaco al giorno (erano 580 nel 2000). Attraverso le farmacie pubbliche e private sono stati acquistati nel 2008 complessivamente 1,8 miliardi di confezioni (circa 30 per abitante). La Regione con il valore più elevato di spesa pubblica per farmaci di classe A-SSN è la Calabria con 277 euro pro capite, mentre il valore più basso si osserva nella Provincia Autonoma di Bolzano con 149 euro.

Tutte le categorie terapeutiche, ad eccezione dei farmaci del sistema respiratorio e degli antineoplastici, fanno registrare un incremento delle dosi prescritte rispetto al 2007. Tra quelle a maggior consumo i farmaci del sistema cardiovascolare aumentano del 5,2%; incrementi nella prescrizione si rilevano anche per i gastrointestinali (+9,2%), per gli ematologici (+4,4%) e per i farmaci del nervoso centrale +4,4%

orso castano : quello che vorremmo sapere e' il perche' di questi aumenti nei consumi; per quanto riguarda farmaci per il sistema nervoso centrale : sono aumentati i parkinsoniani, gli epilettici, i depressi, gli ansiosi, tutti  quanti, e perche' ? . Forse bisognerebbe fare prevenzione ed  il consumo dei farmaci , a livello di ASL,  dovrebbe essere pubblico,  sicche' i cittadini potrebbero capire di cosa si ammalano e/o quanti e quali farmaci i loro medici di base e gli specialisti prescrivono e perche'. Non e' forse un loro diritto visto che  pagano medici e farmaci??

oste , e' buono il vino ?? urca.. e' il migliore !! a proposito di un editoriale AIFA-BIF

AGENZIA ITALIANA DEL FARMACO | BIF XVI N.1 2009 EDITORIALE | In fondo di cos’altro si dovrebbe occupare un bollettino come il nostro se non proprio del tema dell’informazione? Naturalmente ci siamo spesso soffermati ad affrontare gli aspetti etici, metodologici, e anche tecnologici del settore ma certo è che a ritornare sul tema non si corre il rischio di esaurire le possibilità di approfondimento. Vale la pena dunque di riprendere il discorso con il primo editoriale del 2009, soprattutto perché in pentola bollono novità che potrebbero modificare – e di molto – lo scenario attuale dell’informazione sui farmaci. La principale questione sul tappeto è la proposta della Commissione Europea in tema di informazione al pubblico sui medicinali che sarà prossimamente discussa all’Europarlamento di Strasburgo. Si tratta di una possibile nuova legge comunitaria che potrebbe permettere alle aziende farmaceutiche di proporre direttamente al pubblico un tipo di informazione che fino ad oggi non è mai stata consentita. Pur rimanendo il divieto di fare pubblicità ai medicinali soggetti a prescrizione medica (Direct to Consumer Advertising), le aziende potrebbero condurre delle campagne informative “non promozionali” attraverso riviste specializzate ed internet. La proposta è frutto del lungo lavoro di un tavolo tecnico europeo (vedi l’articolo a pagina 8), che ha cercato di definire modi e caratteristiche di questo nuovo tipo di informazione. Purtroppo, non sembra che i risultati siano andati molto al di là di una dichiarazione d’intenti e dei suggerimenti generali per la realizzazione di un’informazione che sia slegata dalle logiche di mercato e che contribuisca a rendere un servizio alla migliore conoscenza dei medicinali da parte dei cittadini. Sarà interessante vedere come tali raccomandazioni verranno poi tradotte nella pratica in termini di regole e controlli da effettuare in ogni singolo Paese. In ogni modo la novità fondamentale non può sfuggire ai più: si tratta di una nuova cornice regolatoria che ridefinirà immancabilmente il metodo ed i contenuti dei messaggi informativi che fino ad oggi siamo abituati a vedere. Impossibile pensare che tutto ciò non avrà un riflesso sull’attenzione con cui i rischi e i benefici dei medicinali sono trattati da parte dei grandi mezzi di comunicazione. Per questo è importante ragionare non soltanto sulle regole ma anche – ci proviamo in questo numero a pagina 4 – confrontando il nostro punto di vista con l’opinione di esperti di giornalismo scientifico e sanitario riguardo a come è possibile attrezzarsi rispetto ad un’informazione sui medicinali che cambia. In realtà non siamo i soli a preoccuparci del peso che i “media” hanno nell’influenzare la percezione del pubblico sulla sicurezza e efficacia dei nuovi e vecchi medicinali. Basterà ricordare alcuni esempi che hanno Una possibile nuova legge comunitaria potrebbe permettere alle aziende farmaceutiche di proporre direttamente al pubblico un tipo di informazione fino ad oggi mai consentita. In realtà non siamo i soli a preoccuparci del pesoche i “media” hanno nell’influenzare la percezione delpubblico sulla sicurezza e efficacia dei nuovi e vecchi medicinali . Basterà ricordare alcuni esempi che hanno fatto scuola nel creare infondate speranze (caso Di Bella) o nel nascondere reali pericoli (caso COX-2), per capire che i modi e i contenuti sui farmaci maggiormente discussi sui media non rispondono sempre ad una logica di necessità informativo-terapeutica reale del pubblico. Spesso capita, invece, che la comunicazione in questo ambito risponda ad istanze diverse, quali la politica, il mercato o altro ancora. A questo punto vale la pena di chiedersi se la novità sostanziale rappresentata dall’entrata in campo delle aziende nell’arena di chi fa informazione “non promozionale” sui medicinali cambierà tali fenomeni. Se sì, in che maniera aiuterà o meno il cittadino a orientarsi nella già complicata giungla informativa che riguarda in generale la sanità ed in particolare il settore farmaceutico? Per provare a sperimentare questo ipotetico, e probabilmente prossimo, scenario dobbiamo immaginare di trovarci già nella situazione in cui i farmaci, anche quelli che stanno fuori dalla sfera dell’automedicazione, potranno avere un corollario di informazioni reperibile indipendentemente dall’operatore sanitario medico-farmacista. Ciò vorrebbe dire che se pur la gestione del farmaco, la sua scelta, la sua distribuzione dovranno continuare ad essere strettamente legate ad una professionalità sanitaria che ne controlli l’uso da parte del paziente, l’informazione ad esse collegata potrà sganciarsi da tale associazione e viaggiare liberamente e direttamente al “consumatore”. Ponendo anche il presupposto di riuscire veramente a fare in modo che si tratti di una informazione davvero indipendente da logiche “profit” – e legata semplicemente ai disagi, alle patologie o alla salute – in che maniera il soggetto privato potrà contribuirvi mantenendola effettivamente scollegata dal “suo” prodotto? Potrà essere critica e autocritica? È chiaro che molti hanno già proposto la necessità di un sistema di controlli che impedisca gli abusi. Risulta però difficile immaginarne  di efficaci ma contemporaneamente privi di pesanti e complicate procedure di accertamento e verifica. Per continuare il test, più pragmaticamente, potremmo ragionare sulla base dei modelli che già oggi consentono al profit di comunicare direttamente al pubblico. Si tratta del caso delle campagne informative sui vaccini che, anche sotto la vigente normativa, possono essere effettuate dalle aziende previa verifica da parte dell’ex Ministero della Salute. L’analisi di ciò che recentemente abbiamo visto transitare in termini di campagna di comunicazione delle aziende sul vaccino contro l’HPV ci serve come esempio per verificare se e come il contributo diretto del settore profit ha nei fatti aiutato l’operatore sanitario a comunicare ed il pubblico in genere acomprendere, le corrette informazioni, i rischi e i datidi efficacia del vaccino stesso. Proponiamo di condurre ciascuno questa analisi come un test personale di verifica dei termini del dibattito. Il Bif naturalmente continuerà a mantenere alta l’attenzione sul tema dell’informazione sui farmaci e rammentiamo che recentemente ha lanciato, attraverso il sito Bif online, una indagine tra gli operatori che speriamo ci dia un saggio di ciò che pensano sul tema i nostri lettori. Si tratta di un interesse che non è dettato solo dal rispetto dovuto alla nostra testata ma è anche frutto della convinzione che l’evoluzione dei mezzi e delle regole dell’informazione sui farmaci rappresentano un passaggio importante per la definizione dei ruoli e dei compiti degli operatori sanitari coinvolti nell’uso dei medicinali.

Bibliografia (segue)

orso castano: per quel che e' dato di capire si vorrebbe affidare da parte del governo europeo (ma esistono senpre le interpretazioni e quindi le limitazioni delle singole nazioni ) il compito , alle  Case Farmaceutiche di raccontare quanto e' efficace e sicuro il loro prodotto. Ma non esiste una ciosa che si chiama conflitto di interessi? Le organizzaziono dei consumatori, la cultura della farmacovigilanza in ItLI e' molto indietro. Se dovesse essere approvata ina norma simile , chi garantira' ai consumatori e chi diffondera' l'esistenza di reazioni avverse ai farmaci??