..............................PRINCIPALI RISULTATI
Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a 70 anni vittime di
violenza fisica o sessuale nel corso della vita (il 31,9% della classe di
età considerata). 5 milioni di donne hanno subito violenze sessuali
(23,7%), 3 milioni 961 mila violenze fisiche (18,8%). Circa 1 milione di
donne ha subito stupri o tentati stupri (4,8%). Il 14,3% delle donne con
un rapporto di coppia attuale o precedente ha subito almeno una violenza
fisica o sessuale dal partner, se si considerano solo le donne con un ex
partner la percentuale arriva al 17,3%. Il 24,7% delle donne ha subito
violenze da un altro uomo. Mentre la violenza fisica è più di frequente
opera dei partner (12% contro 9,8%), l’inverso accade per la violenza
sessuale (6,1% contro 20,4%) soprattutto per il peso delle molestie
sessuali. La differenza, infatti, è quasi nulla per gli stupri e i tentati
stupri.
Unione europea
Fondo sociale europeo
Negli ultimi 12 mesi il numero delle donne vittime di violenza ammonta a 1 milione e 150 mila
(5,4%). Sono le giovani dai 16 ai 24 anni (16,3%) e dai 25 ai 24 anni (7,9%) a presentare i tassi più
alti. Il 3,5% delle donne ha subito violenza sessuale, il 2,7% fisica. Lo 0,3%, pari a 74 mila donne, ha
subito stupri o tentati stupri. La violenza domestica ha colpito il 2,4% delle donne, quella al di fuori
delle mura domestiche il 3,4%.
Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate. Il sommerso è elevatissimo e
raggiunge circa il 96% delle violenze da un non partner e il 93% di quelle da partner. Anche nel caso
degli stupri la quasi totalità non è denunciata (91,6%). È consistente la quota di donne che non parla
con nessuno delle violenze subite (33,9% per quelle subite dal partner e 24% per quelle da non
partner).
Le donne subiscono più forme di violenza. Un terzo delle vittime subisce atti di violenza sia fisica
che sessuale. La maggioranza delle vittime ha subito più episodi di violenza. La violenza ripetuta
avviene più frequentemente da parte del partner che dal non partner (67,1% contro 52,9%). Tra tutte
le violenze fisiche rilevate, è più frequente l’essere spinta, strattonata, afferrata, l’avere avuto storto
un braccio o i capelli tirati (56,7%), l’essere minacciata di essere colpita (52,0%), schiaffeggiata,
presa a calci, pugni o morsi (36,1%). Segue l’uso o la minaccia di usare pistola o coltelli (8,1%) o il
tentativo di strangolamento o soffocamento e ustione (5,3%). Tra tutte le forme di violenze sessuali,
le più diffuse sono le molestie fisiche, ovvero l’essere stata toccata sessualmente contro la propria
volontà (79,5%), l’aver avuto rapporti sessuali non desiderati vissuti come violenza (19,0%), il tentato
stupro (14,0%), lo stupro (9,6%) e i rapporti sessuali degradanti ed umilianti (6,1%).
I partner responsabili della maggioranza degli stupri. Il 21% delle vittime ha subito la violenza sia
in famiglia che fuori, il 22,6% solo dal partner, il 56,4% solo da altri uomini non partner. I partner
sono responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica rilevate. I partner sono
responsabili in misura maggiore anche di alcuni tipi di violenza sessuale come lo stupro nonché i
in particolare che si ubriaca tutti i giorni o quasi (38,6%) e una o più volte a settimana (38,3%); che
aveva un padre che picchiava la propria madre (30% contro 6%) o che a sua volta è stato maltrattato
dai genitori. La quota di violenti con la propria partner è pari al 30% fra coloro che hanno assistito a
violenze nella propria famiglia di origine, al 34,8% fra coloro che l’hanno subita dal padre, al 42,4%
tra chi l’ha subita dalla madre e al 6% tra coloro che non hanno subito o assistito a violenze nella
famiglia d’origine.
Le violenze domestiche sono in maggioranza gravi. Il 34,5% delle donne ha dichiarato che la
violenza subita è stata molto grave e il 29,7% abbastanza grave. Il 21,3% delle donne ha avuto la
sensazione che la sua vita fosse in pericolo in occasione della violenza subita. Ma solo il 18,2% delle
donne considera la violenza subita in famiglia un reato, per il 44% è stato qualcosa di sbagliato e per
il 36% solo qualcosa che è accaduto. Anche nel caso di stupro o tentato stupro, solo il 26,5% delle
donne lo ha considerato un reato. Il 27,2% delle donne ha subito ferite a seguito della violenza. Ferite,
che nel 24,1% dei casi sono state gravi al punto da richiedere il ricorso a cure mediche. Le donne che
hanno subito più violenze dai partner, in quasi la metà dei casi hanno sofferto, a seguito dei fatti
subiti, di perdita di fiducia e autostima, di sensazione di impotenza (44,9%), disturbi del sonno
(41,5%), ansia (37,4%), depressione (35,1%), difficoltà di concentrazione (24,3%), dolori ricorrenti in 3 diverse parti (18,5%), difficoltà a gestire i figli (14,3%), idee di suicidio e autolesionismo (12,3%). La
violenza dal non partner è percepita come meno grave di quella da partner.
2 milioni 77 mila donne hanno subito comportamenti persecutori (stalking), che le hanno
particolarmente spaventate, dai partner al momento della separazione o dopo che si erano lasciate, il
18,8% del totale. Tra le donne che hanno subito stalking, in particolare il 68,5% dei partner ha cercato
insistentemente di parlare con la donna contro la sua volontà, il 61,8% ha chiesto ripetutamente
appuntamenti per incontrarla, il 57% l’ha aspettata fuori casa o a scuola o al lavoro, il 55,4% le ha
inviato messaggi, telefonate, e-mail, lettere o regali indesiderati, il 40,8% l’ha seguita o spiata e
l’11% ha adottato altre strategie. Quasi il 50% delle donne vittime di violenza fisica o sessuale da un
partner precedente ha subito anche lo stalking, 937 mila donne. 1 milione 139 mila donne hanno
subito, invece, solo lo stalking, ma non violenze fisiche o sessuali.
7 milioni 134 mila donne hanno subito o subiscono violenza psicologica1: le forme più diffuse
sono l’isolamento o il tentativo di isolamento (46,7%), il controllo (40,7%), la violenza economica
(30,7%) e la svalorizzazione (23,8%), seguono le intimidazioni nel 7,8% dei casi.
Il 43,2% delle donne ha subito violenza psicologica dal partner attuale. Di queste, 3 milioni 477 mila
l’hanno subita sempre o spesso (il 21,1%). 6 milioni 92 mila donne hanno subito solo violenza
psicologica dal partner attuale (il 36,9% delle donne che attualmente vivono in coppia). 1 milione 42
mila donne hanno subito oltre alla violenza psicologica, anche violenza fisica o sessuale, il 90,5%
delle vittime di violenza fisica o sessuale
1 milione 400 mila donne hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni, il 6,6% delle donne
tra i 16 e i 70 anni. Gli autori delle violenze sono vari e in maggioranza conosciuti. Solo nel 24,8% la
violenza è stata ad opera di uno sconosciuto. Un quarto delle donne ha segnalato un conoscente
(24,7%), un altro quarto un parente (23,8%), il 9,7% un amico di famiglia, il 5,3% un amico della
donna. Tra i parenti gli autori più frequenti sono stati gli zii. Il silenzio è stato la risposta
maggioritaria. Il 53% delle donne ha dichiarato di non aver parlato con nessuno dell’accaduto.
690 mila donne hanno subito violenze ripetute da partner e avevano figli al momento della
violenza. Il 62,4% ha dichiarato che i figli hanno assistito ad uno o più episodi di violenza. Nel19,6% dei casi i figli vi hanno assistito raramente, nel 20,2% a volte, nel 22,6% spesso.................
orso castano : la ricerca va letta tutta , molto interessante la parte che riguarda la violenza intrafamiliare. Colpisce la vastita' del fenomeno. Meglio non pensare alle ripercussioni sui figli , sul cattivo esempio che spesso porta a perpetuare comportamenti fortemente negativi.


Ed è qui il punto. Un Trattato col potere di ribaltare tutta la nostra vita di comunità di cittadini, viene scritto in modo da essere illeggibile ed è stato già ratificato (manca solo la firma dell’Irlanda, che terrà un referendum il 2 ottobre) dai nostri governi completamente di nascosto da noi, e volutamente di nascosto. Questo poiché una versione simile di questo Trattato (la Costituzione Europea) e con simili scopi fu bocciato da Francia e Olanda nel 2005, proprio perché scandalosamente sbilanciato a favore delle lobby di potere europee e negligente verso i cittadini. Scottati da quell’umiliante esperienza, i pochi politici europei che contano (il 90% non ne sa nulla e firma senza capirci nulla) hanno architettato una riedizione di quelle Costituzione bocciata chiamandola Trattato di Lisbona, e la stanno facendo passare in segreto dietro le nostre spalle
incrementi decrescenti; tra le famiglie di tre componenti la spesa per abitazione è superiore a quella
osservata tra le famiglie di quattro; le famiglie di cinque e più componenti mostrano livelli di spesa
per sanità, per tempo libero, cultura e giochi e per altri beni e servizi inferiori a quelli delle famiglie di
quattro componenti. Oltre ai maggiori vincoli di bilancio che caratterizzano le famiglie numerose,
l’apparente paradosso è dovuto anche al fatto che tali famiglie si collocano principalmente nel Sud e
nelle Isole, cioè in quelle porzioni di territorio dove i livelli di consumo sono più contenuti rispetto
alla media e la spesa più orientata verso quei beni e servizi non comprimibili.
Nelle famiglie formate da un solo componente, la quota di spesa totale più consistente è
quella destinata all’abitazione (34,8 per cento), seguita dal 18,3 per cento degli alimentari. Sono
gli anziani soli (con 65 anni e più), che rappresentano oltre la metà (il 51,9 per cento) delle
famiglie di un solo componente, a far registrare la spesa media mensile più bassa (circa 1.356
euro) e il livello più contenuto di spesa per consumi alimentari (289 euro), ciononostante proprio
per queste famiglie si registra l’incidenza più alta della spesa alimentare (21,3 per cento della
spesa totale) (Prospetto 1.5). Inoltre, gli anziani soli spendono per l’abitazione ben il 40 per
cento del loro budget mensile, a fronte del 30 per cento circa osservato tra i single giovani-adulti.
Tra gli anziani soli si registra anche la massima incidenza, rispetto a tutte le tipologie familiari,
della spesa per combustibili ed energia (6,7 per cento), mentre quella per sanità rappresenta il 5,3
per cento della spesa totale, a fronte del 2,1 per cento osservata tra i single giovani (con meno di
35 anni). Fra questi si riscontra, invece, l’incidenza massima della spesa non alimentare (84,5
per cento), in particolare di quella per altri beni e servizi (14,4 per cento).
Nelle famiglie monocomponente, infine, si registra un’accentuata variabilità delle spese per
trasporti, che passano dai 264 euro mensili (13,5 per cento della spesa totale) dei single adulti
(con un’età compresa tra 35 e 64 anni) ai 73 euro degli anziani soli (appena il 5,4 per cento): un
livello di spesa così basso, oltre che a una più limitata esigenza di muoversi sul territorio, si lega
anche alle riduzioni e/o esenzioni dal pagamento del servizio di trasporto pubblico di cui spesso
gli anziani beneficiano.
Le quote di spesa totale più consistenti anche per le famiglie di due componenti sono quelle
destinate all’abitazione (29,1 per cento, quasi 6 punti percentuali in meno delle famiglie
monocomponente) e agli alimentari (18,8 per cento), che tra le coppie con persona di riferimento con
65 anni e più (il 40,7 per cento di tutte le famiglie di due componenti) raggiungono rispettivamente il
32,9 e il 21,7 per cento. Elevata è la quota di spesa totale destinata ai trasporti (14 per cento), che, tra
le coppie giovani senza figli incide più della spesa alimentare (19,6 per cento contro 14,1 per cento).
Tra le famiglie di due componenti si registra infine anche l’incidenza più elevata della spesa per
sanità (4,7 per cento), in particolare fra le coppie anziane (5,7 per cento).
Le famiglie di tre componenti (l’83 per cento delle quali sono coppie con un figlio)
destinano quote di spesa totale elevate ad abitazione, alimentari e trasporti, e, riservano ben
l’11,1 per cento del loro budget agli altri beni e servizi.
Le famiglie di quattro componenti (formate per circa il 92 per cento da coppie con due
figli), presentano, invece, il più alto livello di spesa mensile per consumi non alimentari (ben
2.582 euro, circa il doppio della spesa delle famiglie monocomponente) e fanno registrare
l’incidenza più alta delle spese per abbigliamento e calzature (7,7 per cento della spesa totale che
sale al 7,9 per cento tra le coppie con due figli), per tempo libero, cultura e giochi (4,8 per cento)
e per istruzione (1,9 per cento). Le famiglie con almeno cinque componenti sono quelle che
spendono di più per alimentari e bevande (circa 680 euro al mese) e per trasporti (550 euro),
spese che crescono all’aumentare del numero di componenti; in particolare, le coppie con tre o
più figli (che rappresentano circa il 74 per cento di queste famiglie) sono quelle che, tra tutte le
coppie con figli, destinano più risorse agli alimentari (21,1 per cento della spesa totale), ai
trasporti (17,3 per cento) e all’istruzione (2 per cento). Inoltre, tale tipologia familiare è quella
che, dal 2006 al 2007, ha fatto registrare il maggior incremento della spesa media mensile, pari
al +4,9 per cento.Le famiglie di monogenitori mostrano l’incidenza più elevata, rispetto a tutte le altre
tipologie familiari, della spesa per comunicazioni (2,3 per cento della spesa totale). Nel
complesso, i monogenitori destinano il 26,2 per cento del loro budget mensile all’abitazione,
seguita da alimentari e bevande (19 per cento), trasporti (14,7 per cento) e altri beni e servizi (9,9
per cento).
Per quanto concerne, infine, le famiglie di altra tipologia, si osserva che il 25 per cento del
loro budget mensile è assorbito dall’abitazione, il 20,2 per cento dagli alimentari, il 16,9 per
cento dai trasporti.Il livello e la struttura della spesa per consumi di una famiglia sono direttamente associati
anche alla condizione professionale della persona di riferimento (Prospetto 1.6).
Il livello di spesa media mensile più alto si riscontra tra le famiglie di imprenditori e liberi
professionisti: circa 3.624 euro (-6 per cento rispetto al 2006), oltre mille euro in più rispetto alle
famiglie con a capo un operaio o assimilato. Questa differenza si riferisce quasi esclusivamente
all’acquisto di beni e servizi non alimentari, per i quali le seconde spendono oltre un terzo in
meno delle prime (1.987 contro 3.099 euro mensili).
Le famiglie con persona di riferimento non occupata sono, invece, quelle che mostrano i
livelli di spesa media mensile più bassi: 2.101 se ritirato dal lavoro, 1.822 euro se si tratta di una
persona in altra condizione non professionale (rispettivamente, +2,1 e +1,6 per cento rispetto al
2006). Queste ultime famiglie presentano anche la spesa per beni non alimentari più contenuta:
1.434 euro al mese.
La spesa per l’abitazione rappresenta un quarto del budget mensile sia delle famiglie di
imprenditori e liberi professionisti sia di quelle di dirigenti e impiegati. Le prime sono anche
quelle che spendono di più per questa voce (921 euro), ma l’incidenza massima si riscontra
laddove la persona di riferimento è ritirata dal lavoro (31 per cento) o in altra condizione non
professionale (30,2 per cento).
A spendere di più per l’acquisto di alimentari e bevande sono le famiglie di lavoratori in
proprio (534 euro mensili), ma l’incidenza più elevata sul budget mensile interessa di nuovo le
famiglie con persona di riferimento non occupata: il 20,9 per cento se è un ritirato dal lavoro, il
21,3 per cento se è in altra condizione non professionale.Le famiglie di imprenditori e liberi professionisti destinano alle spese alimentari la quota più bassa della spesa totale, pari al 14,5 per cento, mentre spendono molto più delle altre per i trasporti (610 euro al mese). La quota destinata a questa voce è tuttavia massima tra le famiglie di operai e assimilati (17,9 per cento della spesa totale) ed è minima tra le famiglie con persona di riferimento non occupata (11,7) per cento se è un ritirato dal lavoro, 11,8 per cento se in altra condizione non professionale). La spesa per sanità, il cui livello è più elevato nelle famiglie di imprenditori e liberi
professionisti (110,98 euro), incide massimamente sul budget mensile delle famiglie di
pensionati (5,2 per cento).
La spesa per abbigliamento e calzature è invece più alta nelle famiglie di imprenditori e
liberi professionisti sia come livello (286 euro mensili) che come incidenza (7,9 per cento); il
suo peso è al contrario minimo nelle famiglie di ritirati dal lavoro (4,6 per cento).
Le famiglie di imprenditori e liberi professionisti sono quelle che spendono di più anche per
tempo libero, cultura e giochi (172,65 euro al mese); questa voce incide soprattutto sulla spesa
delle famiglie di dirigenti e impiegati (5,l per cento) mentre ha rilevanza minima se la persona di
riferimento è in condizione non professionale (3,6 per cento).
Il livello e l’incidenza della spesa per altri beni e servizi sono più elevati, ancora una volta,
nelle famiglie di imprenditori e liberi professionisti (474,37 euro, pari al 13,1 per cento della
spesa totale); il peso di questa voce è invece minimo nelle famiglie dove la persona di
riferimento è in condizione non professionale (8,1 per cento).La quota di spesa totale destinata alle comunicazioni, infine, è maggiore nelle famiglie dove
la persona di riferimento è in condizione non professionale (2,3 per cento), mentre è minima
tanto in quelle di imprenditori e liberi professionisti quanto in quelle di dirigenti e impiegati (1,9
per cento). In sintesi, le famiglie con persona di riferimento occupata e con profilo professionale medioalto presentano i livelli di spesa totale più elevati e, rispetto alle altre, destinano quote maggiori del loro budget allo svago e ad abbigliamento e calzature. Laddove, al contrario, il capofamiglia è occupato ma con un basso profilo professionale, la spesa media mensile è più contenuta. A spendere ancora meno sono, infine, le famiglie con persona di riferimento non occupata, che destinano quote di spesa superiori alla media ad alimentari e bevande, abitazione, combustibili ed energia e sanità.











LA RITIRATA DELLO STATO – Un modello ideologico, perché non è supportato da dati di fatto: il documento non contiene un dato che è uno. E allora, partiamo noi da un dato: in Italia la spesa per il welfare non è affatto superiore a quella degli altri paesi europei, caso mai il contrario. Non lo dice Giornalettismo, ma l’Eurostat: è il 26,4% del Pil contro il 27,8% della media Ue, il 29,4% della Germania, il 31,5% della Francia. Il nostro problema, da sempre, è casomai lo squilibrio esistente tra tutelati ed esclusi: ad esempio, il peso eccessivo della spesa per le pensioni, che il ministro Sacconi ha sempre detto di non voler riformare nonostante le ripetute dichiarazioni dei ministri Brunetta e Tremonti. Il nostro problema è casomai nella tutela di alcune categorie di lavoratori a spese degli altri, ma di fronte alle continue richieste di una riforma complessiva degli ammortizzatori sociali il ministro ha sempre fatto spallucce. Mentre nel libro bianco parla esplicitamente di welfare occupazionale, che però significa - guarda caso – che i lavoratori più forti possono assicurarsi più tutele, mentre ignora le condizioni dei lavoratori più deboli. Proprio mentre l’attuale flessibilità (che a Sacconi tra l’altro piace assai) comporta soprattutto per giovani e donne continui passaggi da occupazione a disoccupazione e a ri-occupazione.
Garantire all'Italia "energia elettrica a prezzi allineati con quelli degli altri Paesi europei nel pieno rispetto dell'ambiente è un bene primario per i cittadini e per la tutela dell'unità economica del Paese" e dato che "quest'obiettivo si può raggiungere solo con una quota di energia nucleare, crediamo che il potere sostitutivo del governo sia non solo legittimo ma necessario. Speriamo che la Corte Costituzionale confermi quest'orientamento". Così, in un'intervista a Libero, il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, intervie sul ricorso che sei Regioni hanno presentato alla Consulta in materia di politica nucleare. Secondo il ministro "il processo di rientro nel nucleare è trasparente e motivato".

In futuro immaginabile sara' possibile check up completo con unico esame sangue
Venezia , 21 set. (Apcom) - La ricerca sul Dna porterà a migliorare "la prevenzione, la diagnosi e il trattamento delle malattie". La sintesi della tre-giorni su 'Il Futuro della scienza' dedicata quest'anno alla 'Rivoluzione del Dna' e del segretario generale della Conferenza Chiara Tonelli. "L'obiettivo - spiega ancora - non è un ulteriore allungamento della durata della vita", che ha già quasi raggiunto il suo tetto, "ma far sì che si possa vivere bene, in salute, tutto il tempo", possibilmente fino all'ultimo. In un futuro forse non troppo lontano, si potrà così immaginare di controllarsi con un unico esame del sangue che fotograferà tutto il nostro stato di salute,
indicando per esempio anche il principio di un tumore. "La maggior parte delle malattie - riassume ancora Chiara Tonelli - se diagnosticata precocemente può essere non solo curata ma guarita". In tema di prevenzione, per esempio, con la genetica si può pensare di creare alimenti non solo mirati ad alleviare la fame nel mondo ma anche che aiutino a prevenire l'obesità, come il pomodoro viola come una melanzana, ottenuto aggiungendo antociani, pigmenti presenti , per esempio, in fragole, mirtilli e ciliegie, che la ricerca condotta fino ad ora solo su topolini, con gli umani si sta iniziando, sta identificando come armi anti-obesità oltre che come potenti antiossidanti in grado di combattere le infiammazioni alla base di alcune malattie croniche. E per la cura? La domanda che alleggia è quando la ricerca sul Dna sarà in grado di curare i diversi tumori. "I tumori - sottolinea il genetista Edoardo Boncinelli - non sono le uniche malattie esistenti, anche se la la loro probabilità cresce con l'aumentare dell'età. Certamente il genoma ha spianato la strada ed ha aumentato la velocità per la ricerca su questa malattia, tenendo presente che non si tratta di una patologia unica ma di almeno duecento tipi: saremo in grado di
affrontarne alcuni presto, altri tra qualche anno, altri ancora ci faranno penare. Non se ne può parlare - mette in rilievo - come si trattasse di un unico problema. la ricerca sui tumori - sottolinea - è comunque ben finanziata persino in Italia". Anche l'oncologo Umberto Veronesi, presidente della Conferenza e fondatore dell'Istituto europeo di oncologia, racconta come nella sua creatura ci siano cinquecento persone al lavoro sul tema.Quando si avranno dei risultati? Il Dna, sintetizza, ha fatto fare notevoli balzi in avanti. Ma è presto per sbilanciarsi su tempi precisi.

Il genetista americano Craig Venter ha fatto un altro passo avanti nel processo della creazione della “vita sintetica”. Dietro questa espressione, che suona un po’ oscura, c’è la realizzazione - dopo un lungo lavoro di laboratorio - di una nuova specie di batterio mai esistita prima. Il dna di un microrganismo è stato prelevato, modificato e inserito in un altro microrganismo, dando così origine a nuova forma di vita........Certo, la scoperta del “codice della Vita” - così si può definire la mappatura del genoma umano e lo studio della funzione dei geni – ha prodotto la più grande rivoluzione culturale della storia recente dell’uomo. E oggi pone dei nuovi interrogativi al nostro pensiero.Nel dna abbiamo trovato l’alfabeto per leggere il libro della biologia sulla Terra e ci troviamo a dover elaborare un nuova etica che tenga conto di un fatto inedito: la biologia umana non differisce molto da quella degli altri esseri viventi, ma l’uomo è l’unico in grado di intervenire su ogni forma di vita. Anche la sua.Purtroppo non è abbastanza diffusa la convinzione che la scienza non lavora per ciò che non è utile all’uomo e, dunque, processi tecnicamente fattibili, come la creazione di un dna artificiale o la clonazione, non saranno mai sviluppati se non in casi di provato vantaggio per il bene dell’umanità.
Proprio per questa riflessione, la prossima Conferenza mondiale sul futuro della scienza, che si terrà a Venezia dal 20 al 22 settembre, ha per titolo “La Rivoluzione del dna”. L’obiettivo è, prima di tutto, quello di spiegare alla gente le straordinarie potenzialità di questa nuova conoscenza attraverso le testimonianze di Craig Venter e dei Premi Nobel Renato Dulbecco e James Watson.
Si parlerà di genomica e della speranza di sconfiggere, grazie al trasferimento di geni, malattie degenerative (come il Parkinson e l’Alzheimer) ed evolutive (come il cancro). I geni sono anche la piattaforma per gli studi sulla longevità e sulle cure personalizzate, la chiave - applicati in agricoltura - per combattere la fame e la sete.


content).
Entrambi questi aspetti fanno sì che in Rete vi sia un inesauribile flusso di dati personali (talora sensibili) , alcuni volutamente condivisi, altri ingenuamente creduti al sicuro, che ne fanno un interessantissimo laboratorio perle indagini statistiche.
La possibilità di reperire dati personali in Réte non si esaurisce con i social network: come spiega Davide Bennato (docente di Sociologia della ricerca e innovazione all'Università La Sapienza di Roma) sono sempre di più i portali che chiedono agli utenti pareri e previsioni in merito a qualcosa (film, attore, presidente, governo) con l'obiettivo di aggregare le loro risposte e dar vita a previsioni e indagini culturali. Per indurre gli utenti a partecipare al meccanismo vengono sfruttati i più articolati stratagemmi: da premi virtuali a coloro le quali previsioni si rivelano veritiere, a vere e proprie ricompense in denaro; tra questi fece scalpore il portale che chiedeva agli iscritti di scommettere denaro sulla zona del Medio Oriente che nei mesi a venire sarebbe stata colpita da un attentato. Un servizio dietro il quale non si celava sadismo, bensì la volontà di comprendere quali fossero le zone più a rischio secondo il parere popolare, per poi prendere le dovute precauzioni.
All'obiezione secondo la quale indagini statistiche incentrate su dati raccolti in Rete non abbiano valore universale risponde Chris Anderson, direttore di Wired: con il trascorrere del
tempo la coda lunga della Rete sarà in grado di fornire quantità di dati tali da poter essere definite universali. Ciò sancirà la scomparsa del metodo sdentitico di campionatura che tuttora sta alla base degli studi statistici, sostituito dal data mining di queste gigantesche quantità di informazioni.
Oggi la tendenza è di riconoscere l'aspetto "social" della Rete come un valore aggiunto per le indagini statìstiche, sebbene centri di statìstica tradizionali (Istat, Eurostat, National Statìstics), per loro stessa ammissione, non facciano diretto utilizzo di questa tipolpgia di dati, dal
momento che richiedono una tecnica di reperimento che esula dai rigidi standard ai quali da tempo sono soliti fare affidamento. Questa, sempre secondo Bennato, si articola in diretta o indiretta. 