giovedì 22 agosto 2013

"paradigma" epidemiologico/euristico :Associazione tra depressione e deficit cognitivo accelerato tra i pazienti affetti da diabete di tipo 2 nello studio ACCORD-MIND

univadis - un servizio offerto da MSD
The JAMA NetworkSullivan MD, Katon WJ, Lovato LC, et al. 
Pubblicato online: 14 agosto 2013. doi:10.1001/jamapsychiatry.2013.1965. 
Autore: Mark D. Sullivan, MD, PhD, commenti: 

Sono Mark Sullivan, professore di Psichiatria e scienze del comportamento presso l'Università di Washington. Oggi illustrerò lo studio che abbiamo svolto per analizzare il rischio di deficit 
cognitivo legato alla depressione nei pazienti diabetici. 
Lo studio fa parte dello studio ACCORD-MIND, a sua volta un sottostudio di ACCORD (Action to Control Cardiovascular Risk in Diabetes). Abbiamo analizzato circa 10.000 pazienti per verificare se il controllo dei livelli di glucosio, della 
pressione e dei lipidi può ridurre gli eventi cardiovascolari nei diabetici. L'ACCORD-MIND ha analizzato gli outcome cognitivi come risultati di questi stessi interventi. Oggi non illustrerò i risultati dello studio randomizzato, ma uno studio di coorte osservazionale 
integrato per capire se la depressione, misurata con il questionario PHQ-9, è associata al rischio di deficit cognitivo. Abbiamo rilevato che la depressione ha effettivamente accelerato il deficit cognitivo in tutte le aree analizzate per i sottogruppi di pazienti esaminati. 
Abbiamo utilizzato un test polivalente di velocità psicomotoria (Digit Symbol Substitution Test) e un test di apprendimento verbale (Rey Auditory Learning Test). Abbiamo poi analizzato una 
misura della funzione esecutiva (Stroop Interference Task) ed è emerso che in tutti i casi di depressione si verifica un deficit cognitivo accelerato. Sono diversi gli aspetti che questo studio arricchisce rispetto a quelli precedenti. Innanzitutto 
abbiamo misurato la cognizione in modo preciso non solo analizzando le cartelle cliniche che diagnosticavano la demenza. 
Abbiamo poi analizzato diversi sottogruppi, come ho detto, e tutti mostravano segni di deficit cognitivo. Non erano rilevanti la presenza di una precedente patologia cardiovascolare, la randomizzazione nel gruppo intensivo o standard per il glucosio, i lipidi o la pressione, l'età o la cognizione al 
baseline oppure la somministrazione di un trattamento con insulina. 
In tutti questi gruppi la depressione sembrava accelerare il deficit cognitivo. È importante sapere che questo studio ha dei limiti: non verifica se il trattamento della depressione può ridurre il rischio di deficit cognitivo. Tali aspetti infatti dovranno essere affrontati 
in uno studio futuro. Siamo riusciti a dimostrare che la depressione ha degli effetti propri, anche in un gruppo che è stato ben monitorato e ben gestito secondo tutti gli standard. Anche i gruppi più lievi o standard dell'ACCORD sono stati gestiti secondo le linee guida cliniche, quindi alcuni aspetti comportamentali della depressione, come la mancata osservanza delle prescrizioni mediche e lo scarso controllo del glucosio, non erano applicabili. Sembra che questo sia un effetto della depressione indipendente che abbiamo monitorato e documentato nello studio 
ACCORD-MIND. 
© 2013 American Medical Association

martedì 20 agosto 2013

"paradigma" ambiente/stress" : i bioindicatori ambientali

orso castano : il libro coordinato da Sartori andrebbe letto o ampiamente consultato. Un po' datato, puo' essere preso come ottima base di partenza per la conoscenza del "paradigma ambiente/stress , cioe' lo studio, il monitoraggio dell'ambiente incui l'uompo e gli animali vivono come fattore di sviluppo sia di potenziali malattie , ma anche , se protetto e curato, fattore di buona salute e di equilibrio fisico e psicologico. Certo moltissimo resta da scoprire, ma , pur essendo questi i primi passi del "paradigma", gli elementi che emergono hanno una carica "euristica" non da poco. Questo paradigma e' in grado di far fare un salto al "sapere" dell'uomo, e , di conseguenza, all'immagine stessa dell'essere umano immerso in un'ecosistema con forti interscambi con esso. 

...............Non si sa con precisione quando e dove la vita sia iniziata sulla Terra. È probabile
che già 3 miliardi di anni fa le prime rudimentali espressioni di vita fossero presenti sul nostro pianeta, in ambienti particolari e circoscritti. Da allora, con una progressione inesorabile, la vita si è diffusa in tutti gli ambienti terrestri. Per diffondersi essa ha inventato una impressionante varietà di forme, con caratteristiche e
specializzazioni adattative diverse, abbandonando ed eliminando quelle aventi caratteri non più congruenti e competitivi. La storia della vita, a noi nota solo in parte, evidenzia una spiccata capacità degli esseri viventi di comportarsi in modo utilitaristico, reagendo, adeguandosi o trasformandosi, secondo la teoria evolutiva attraverso casuali errori di riproduzione, per selezionare forme in grado di vivere
nelle diverse condizioni ambientali.
La correlazione stretta che esiste tra espressioni di vita e tipi di ambiente fa del
materiale biologico un descrittore dell’ambiente stesso. Tali correlazioni sono da
tempo note ai biogeografi ed agli ecologi. Come d’altra parte la paleontologia ci
informa della sterminata quantità di forme viventi scomparse nel passato, eliminate da una selezione spietata. Intesa in questo senso, cioè come testimone di determinate condizioni ambientali presenti o passate, ogni forma di vita è un “indicatore” di quelle condizioni e di quel periodo.
Negli ultimi decenni, la definizione di indicatore biologico, o bioindicatore, è riferita soprattutto alle strutture biologiche in grado di indicare, attraverso correlazioni di causa-effetto tra risposte del bioindicatore e variazioni ambientali, un’alterazione della situazione ambientale, riconducibile a una probabile attività antropica, soprattutto di tipo negativo. 
Bioindicatori 
Pur nella diversità di sfumature, quasi tutti gli Autori concordano nel paragonare il
bioindicatore a una sorta di raffinato e complesso strumento in grado di evidenziare le
variazioni ambientali. 
Divergenze tra gli Autori si riscontrano invece riguardo alla natura del bioindicatore. Per alcuni questo è soprattutto un organismo, normalmente identificato a livello di
specie, o a livelli sistematici sovraspecifici (genere, famiglia) ovvero a livelli sistematici subspecifici (sottospecie o, più frequentemente, c u l t i v a r e cloni); per altri, anche le
popolazioni, le comunità o il paesaggio, nel loro strutturarsi nel tempo e nello spazio,
possono essere assunti come bioindicatori; infine, per altri Autori ancora, il ruolo di
indicatore biologico può essere svolto anche da parti del corpo di un organismo. Ovviamente, dalla diversa interpretazione della natura del bioindicatore discende anche il diverso modo di definire le risposte da considerare come segnali utili per la valutazione biologica. In questo libro viene presa come riferimento la definizione di bioindicatore proposta da Iserentant e De Sloover (1976): “organismo o sistema biologico usato pervalutare una modificazione – generalmente degenerativa – della qualità dell’ambiente, qualunque sia il suo livello di organizzazione e l’uso che se ne fa. Secondo i casi il bioindicatore sarà una comunità, un gruppo di specie con comportamentoanalogo (gruppo ecologico), una specie particolarmente sensibile (specie indicatrice), oppure una porzione di organismo, come organi tessuti cellule o anche una soluzione di estratti enzimatici”. Altri Autori hanno ripreso, sviluppato e riformulato tale definizione, tuttora ampiamente accettata dalla letteratura scientifica. Datele finalità del libro, non è questa la sede per svolgere un discorso su tali temi, tuttavia con la citazione sopra riportata si intende recuperare una definizione “storica”,
sostanzialmente corretta.I requisiti di un buon bioindicatore variano con la natura dello stesso, con il tipo di
risposta che è in grado di esprimere, con il tipo e la durata dell’alterazione ambientale che si intende rilevare. 
Nei capitoli che seguono i diversi specialisti elencano e valutano tali aspetti in ragione del tipo di biondicatore considerato. Comunque sia, un parametro irrinunciabile è l’accertata sensibilità nei confronti di una azione perturbatrice, chiaramente identificata rispetto a tutta una serie di stress ai quali l’indicatore è costantemente sottoposto (tabella 1); sensibilità che può esprimersi con un’ampia gamma di risposte: alterazione biochimica e fisiologica, disturbo dei bioritmi, modificazione anatomico-morfologica, variazione della composizione della biocenosi per la morte degli individui e delle specie sensibili, fino alle trasformazioni territoriali che hanno diretti effetti sul paesaggio, sulle sue forme e sul suo funzionamento.Il tipo di risposta del bioindicatore varia in relazione al livello di organizzazione biologica del sistema assunto come bioindicatore e al tempo di esposizione alla causa che provoca lo stress e la conseguente risposta (tabella 2). I tipi di bioindicatori, le modalità diversificate di risposta e le condizioni ambientali da rilevare permettono una vasta scelta di uso. I bioindicatori di basso livello di organizzazione biologica, sono soprattutto usati come sensori e con le metodiche di un vero e proprio strumento di rilevamento. I bioindicatori identificantesi con organismi di scarsa o nulla mobilità, selezionati in modo da avere un patrimonio genetico il più possibile uniforme per dare risposte omogenee agli stimoli ambientali, sono generalmente usati come test. I bioindicatori nati in natura,
danno invece informazioni di massima che devono essere rilevate da un operatore adeguatamente addestrato, in quanto il segno di risposta potrebbe essere mascherato, esaltato o depresso dalla concomitante eventuale presenza di altre azioni più o meno occulte di stress ambientale non direttamente collegate con quella che si intende rilevare. 
Infine, quando l’indicatore biologico si comporta anche da bioaccumulatore, perché accumula in parti vecchie o morte del suo corpo la sostanza inquinante, le informazioni deducibili possono essere anche di tipo storico.
Biovalutazione e misure strumentali
L’interpretazione e valutazione della risposta del bioindicatore all’azione di disturbo ambientale che si intende rilevare rientra nelle procedure di biovalutazione. 
Soprattutto quando si tratta di inquinamento e di alterazione degli ambienti, è legittimo fare un confronto tra biovalutazione e misure strumentali al fine di definire al meglio pregi, vantaggi ed eventuali possibilità di integrazione dei due metodi. 
La biovalutazione differisce dalla misura strumentale, perché:
• fornisce stime indirette, che hanno una minore precisione e una minore oggettività
delle misure dirette di tipo strumentale;
• la sua risposta non è selettiva, ma è mediata e sintetizza l’azione di tutte le componenti ambientali; per contro lo strumento di misura è selettivo e preciso, ma non
è in grado di evidenziare gli effetti sinergici; in particolare la biovalutazione può
evidenziare effetti combinati delle sostanze su più bioindicatori, consentendo valutazioni incrociate; operazione meno facile e sicuramente più dispendiosa se fatta con strumenti;
• il bioindicatore può sviluppare un buon grado di adattamento all’inquinamento,
attraverso l’attivazione di barriere selettive, forme di inertizzazione, meccanismi
di espulsione rapida delle sostanze tossiche, falsando il risultato della biovalutazione; gli strumenti di misura, se mantenuti efficienti, non subiscono variazioni
nelle prestazioni;
• spesso le misure sono il risultato di una attività stagionale, mentre lo strumento
può funzionare tutto l’anno;
• il bioindicatore risponde alle azioni di disturbo con reazioni diversificate per la diversa irritabilità biologica non solo dei gruppi sistematici, ma anche degli individui; lo stesso individuo può variare la sua risposta alle azioni di disturbo da periodo a periodo o da un anno all’altro; lo strumento di misura, correttamente tarato ed efficiente, è coerente nelle misure;
• permette di evidenziare gli effetti di più tipi di inquinanti, segnalano anche la presenza di sostanze inquinanti nuove; gli strumenti rilevano solo le sostanze per le
quali sono stati progettati;
• chi raccoglie il dato deve avere una adeguata preparazione; mentre la semplice tura del dato strumentale in genere richiede una sommaria conoscenza tecnica
dello strumento; 
• il bioindicatore può essere vantaggiosamente usato per valutare parametri non
misurabili strumentalmente, come la complessità biologica, il valore ecologico, il
valore estetico, la qualità e il senso (progressivo o regressivo) delle trasformazioni
dinamiche delle comunità, gli effetti delle azioni di cura degli ecosistemi, i processi di accumulo del danno che portano a manifestazioni di deperimento del bioindicatore e alla scoperta di forme striscianti di inquinamento;
• è meno costosa del rilevamento strumentale e la sua economicità e speditezza di
applicazione aumenta: con l’aumentare del territorio da rilevare, con il protrarsi
del tempo di indagine, negli studi di gradiente, quando la sorgente dell’alterazione o dell’inquinamento è puntiforme, negli studi su vasta scala, quando l’inquinamento è diffuso;
• pur con tutte le precauzioni del caso, la biovalutazione si presta anche a efficaci applicazioni didattiche e di informazione della popolazione.
I due tipi di rilevamento sono alternativi nei metodi, ma non nei fini, perché si integrano: la biovalutazione permette indagini estensive più o meno empiriche e diffuse sul
territorio, mentre la misura strumentale è pur sempre da integrare in una rete di punti di
rilevamento; conseguentemente, la biovalutazione rappresenta una sorta di semeiotica
ambientale che permette di indirizzare e guidare l’approfondimento strumentale, facendo risparmiare tempo e denaro, consentendo indagini mirate e più oggettive.
B i o m o n i t o r a g g i o
Il monitoraggio affascina. Dallo sport al mondo degli affari, dalla valutazione dello
stato di salute di persone e di popoli a quella della qualità della vita, dalla bontà di un
prodotto ai sondaggi sull’opinione dei cittadini, non vi è settore che sfugga alla tentazione di fare classifiche e di controllare come queste si modifichino nel tempo. In talune attività sono ormai consolidati certi indicatori universali, come per esempio il Prodotto Interno Lordo delle nazioni usato in macroeconomia; in altre attività, gli indicatori scelti per controllare l’evoluzione di fenomeni sociali, fisici, o biologici sono ancora opinabili e oggetto di dibattito. 
Il monitoraggio è un processo di sistematica raccolta di dati qualitativi e quantitativi fatta con una procedura standardizzata in un periodo di tempo, necessario a raccogliere i dati previsti. La biovalutazione protratta nel tempo, secondo metodiche definite e con scopi precisi di controllo dello stato dell’ambiente, soprattutto per quanto
attiene le azioni di sostanze inquinanti, viene detta biomonitoraggio. Esso tende a verificare le deviazioni da una situazione che si ritiene normale o di base, stabilendo i limiti di accettabilità dei risultati; esso si distingue in questo dalla semplice sorveglianza, che prevede pure un programma esteso nel tempo di osservazioni qualitative e
quantitative, ma che mira solo a valutare se avvengono variazioni, senza formulare
giudizi sulle stesse.
Le fasi del monitoraggio sono:
1. precisa definizione dell’obiettivo;
2. selezione degli indicatori chiave e del segnale che si vuol cogliere in dipendenzadegli obiettivi prefissati e la conseguente definizione di una scala di valori di riferimento;
3. selezione di un approccio praticabile, per non intasare di dati il sistema, permettendogli tuttavia di apprendere dai dati stessi, ponendo domande significative; 
4.disegno dei punti di controllo e organizzazione della rete di distribuzione territoriale del monitoraggio; la distribuzione spaziale dei bioindicatori deve essere tale
da cogliere tutte le possibili sfumature del fenomeno e, nel contempo, ridurre a un
numero minimo significativo le località sotto controllo;
5.stesura di un piano esecutivo, con definizione dei tempi di raccolta dei dati e della durata dell’azione; • il bioindicatore deve essere affidabile e avere avere un buon potere discriminante
rispetto agli stimoli che deve monitorare; 
• il biomonitoraggio è tanto più efficace e speditivo, quanto più il bioindicatore presenta facilità di identificazione, di delimitazione spaziale, di reperibilità e di campionamento;
• se si usano bioindicatori test posti in località diverse del territorio è necessario prevedere difese contro i vandalismi, i parassiti o altri nemici naturali e prevedere anche
interventi di cura, per esempio innaffiature, se trattasi di piante in vaso o trapiantate.
Per la fase 5, il piano d’azione deve tener conto dell’eventuale dinamismo interno
del bioindicatore, dei suoi bioritmi e della sua velocità di risposta allo stimolo sotto
monitoraggio e delle eventuali fluttuazioni nel tempo del fattore di stress (figura 1).
Per la fase 6, valgono le seguenti osservazioni:
• i metodi di campionamento devono essere standardizzati con la preparazione di
precisi protocolli di rilevamento e con addestramento del personale addetto;
• va verificata la modalità di uso di eventuali vecchi dati disponibili;
• si deve valutare se è il caso di operare monitoraggi cruenti (con mutilazione o morte del bioindicatore) ovvero solo monitoraggi stressanti (quali la cattura di animali), o preferire i monitoraggi incruenti, di sola osservazione;
• il campionamento deve essere rappresentativo della realtà che vuole descrivere e
deve avvicinarsi al dato reale;
• deve essere messa a punto la tattica di campionamento, con predeterminazione
del numero di campioni e delle caratteristiche del materiale da campionare;
• se la fonte di inquinamento è localizzata, il bioindicatore deve essere posto in condizioni di ecologia uguali, ma di concentrazione di inquinanti diversa. 
Prospettive del biomonitoraggio
Accettata la necessità di quadri conoscitivi di base, la scelta degli strumenti ottimali
per la stima e il monitoraggio dell’ambiente è funzione dell’avanzamento dello stato
delle ricerche delle varie discipline e dell’applicabilità reale delle soluzioni proposte e
dell’informazione che l’indicatore dà. 
La ricerca è aperta in svariati settori e su più fronti: dallo studio della biologia dell’indicatore e della sua risposta all’inquinamento alla “costruzione” di organismi o di strutture ex novo, dalla messa a punto di indici sintetici di valore il più vasto possibile al miglioramento del metodo di campionamento, dalla integrazione e correlazione del dato
strumentale con quello biorilevato al miglioramento delle conoscenze tassonomiche e
biogeografiche, dal miglioramento delle conoscenze ecologiche alla individuazione degli organi bersaglio più sensibili e al chiarimento del ruolo della variabilità genetica. 
Come dimostrano i capitoli del libro, sono praticabili metodi e ricerche molto promettenti, ma lo studio e l’uso dei bioindicatori è lontano dall’essere esaustivo. Questo
non significa che si tratti di un’utopia. Ci basta applicare, magari empiricamente,
quanto si conosce, utilizzando tutte le risorse che la natura ci offre, anche se imperfette. D’altro canto, anche la specie uomo è un bioindicatore e un bioaccumulatore, da
millenni studiata e da un numero enorme di ricercatori valutata, eppure l’eziologia di
certe patologie e l’interpretazione di certi comportamenti resta misteriosa.
«Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà» - (Bernardo di Chiaravalle) da WIKIPEDIA , portale ecologia -ambiente

Nerio Alessandri: "Ragazzi, andate all’estero ma per poco. Il futuro è qui in Italia"

orso castano: facile a dirsi , ma finche' in Italia non si creeranno le condizioni per fare ricerca in maniera non precaria e finche' in Italia non  prevarra' il merito sulla raccomandazione , il saper fare sul pezzo di carta, il saper tenere il mercato sul sapere teorico , la capacita' d'iniziativa sul potere delle lobby e delle cerchie , nessuno dei giovani emigrati tornera' in Italia. Purtroppo i "massi" che ostacolano questo percorso di cambiamento sono pesanti, antichi, ben consolidati ed occupano posti di potere e non intendono mollarli a nessun costo. Si fanno tante belle parole ma poi prevalgono le lobby le miserie quotidiane, l'invidia, la rendita , la non competitivita', e tutto resta fermo!!

di Gianluca Ferraris , da PANORAMA.IT

Nerio Alessandri: "Ragazzi, andate all’estero ma per poco. Il futuro è qui in Italia"Quando la telefonata di Panorama lo raggiunge, Nerio Alessandri sta per mettersi a tavola con i figli e alcuni loro amici, età media fra i 20 e i 30 anni. Anni di sogni e speranze, di voli pindarici capaci però di schiantarsi contro il muro di una crisi che ha trasformato una generazione illusa di avere tutto in una terrorizzata dalla prospettiva di non avere più nulla.Tutti gli indicatori economici, demografici e sociali ci raccontano che è dal dopoguerra che questa fetta di popolazione non se la passa così male, e che oggi come allora reagisce allo stesso modo: emigra, stavolta non in cerca di pane in senso stretto (quello non manca, non ancora) ma di prospettive, opportunità, soddisfazione personale, meritocrazia. Lasciandosi dietro un Paese allo sbando e una rabbia che qualsiasi istituzione sembra preferire ignorare piuttosto che impegnare come leva. Di giovani capaci di rimboccarsi le maniche Alessandri ne sa qualcosa, visto che con la sua Technogym di Cesena è diventato leader mondiale nel settore delle attrezzature per il fitness dopo essere partito da un garage («Non metaforico, eh, era proprio il box dove i miei tenevano la macchina: gliel’ho fatta parcheggiare fuori per un po’ mentre io dentro costruivo cyclette»)..............E, perché no, al quale chiedere anche qualche consiglio utile per quella folla di giovanissimi senza bussola ma con tanta voglia di scappare. «Una voglia di scappare» attacca «su cui il sistema Italia rischia di avvitarsi perché si è creato un equivoco di fondo».Quale? Ritenere che il problema sia la fuga. Non lo è?  Tutt’altro: un’esperienza all’estero, sia essa d’istruzione, di ricerca o di lavoro, è estremamente salutare, fa crescere dal punto di vista umano ed è in grado di ampliare prospettive, network di contatti, idee. Personalmente la consiglio a chiunque.  Qual è il problema, dunque? Che una volta espatriati i nostri migliori talenti non rientrano più.  Difficile dare la colpa a loroIl sistema non funziona, certo. Ma funzionerà sempre peggio se chi reclama meritocrazia, crescita, spazi di iniziativa e possibilità di business rimane a cercarli altrove, guardando da lontano l’Italia che affonda. Il messaggio è «ragazzi, restate qua»? Esattamente. Nessuno può promettere l’Eldorado a chi oggi si affaccia al mondo del lavoro, soprattutto in un momento come questo, ma per chi ci crede e non molla le opportunità continueranno a non mancare. Facciamo un giochino. Sono un giovane al primo biennio di università e vorrei immaginare il mio futuro lavorativo in Italia. Cosa mi consiglia? Su quali specializzazioni dovrei puntare? La domanda è mal posta. Io le consiglierei in primo luogo di seguire i suoi sogni, le sue aspirazioni, le passioni. Senza quelle non si va da nessuna parte. Non ha paura che seguendo le aspirazioni continueremo a sfornare filosofi e laureati in comunicazione e nessun Zuckerberg? Si può fare innovazione in qualsiasi settore, anche in quelli a noi più vicini, senza forzature o scimmiottamenti di sistemi altrui. Perché dobbiamo pretendere di portare qui la Silicon Valley, quando abbiamo un patrimonio di eccellenze, dal turismo alla cultura passando per la moda e l’enogastronomia, dove l’innovazione latita e la messa in rete delle competenze basterebbe da sola a muovere sensibilmente il Pil?  Difficile che questo basti a fare presa su una generazione disillusa. Proviamo a dare qualche dritta in più... Vuole un decalogo? Le prime due regole, quelle fondamentali, gliele ho già illustrate: lasciarsi guidare dai sogni e farsi un’esperienza internazionale, ma finalizzata al ritorno. Che mete consiglierebbe? Tutto dipende da cosa si ha in mente, ma in linea generale consiglierei a chiunque non abbia ancora le idee chiare di lasciare perdere i paesi anglofoni e anche quelli dove la crescita ha già stabilito traiettorie precise, come Brasile, India, Cina e Corea. Meglio puntare sugli emergenti di domani, quelli dove la classe dirigente si sta formando ora mentre spazi e stimoli sono ancora immensi: Messico, Vietnam, Colombia, Angola. Chi vuole cogliere le opportunità dei prossimi 20 anni nei settori dove siamo già leader dovrà guardare a loro.Sarà sempre il made in Italy a salvarci?  Il made in Italy non è una merce come tutte le altre, ma un concetto di lifestyle. L’unico concetto che altri fanno fatica a copiare, l’unico elemento che non sarà mai delocalizzabile. Le sembrerà un paradosso ma credo che su questo fronte ci siano più opportunità ora di quando ho cominciato io. Completiamo il decalogo ripartendo da qui. Quali sono i concetti che l’hanno ispirata allora e che oggi trasmetterebbe a un suo alter ego poco più che ventenne? Formazione continua, rischio, curiosità. Senza questi tre elementi non si comincia neppure. E nemmeno si finisce se poi non si mettono sul piatto anche umiltà, onestà intellettuale e spirito di sacrificio. Infine l’autostima: credo che i giovani di oggi abbiano molto più talento di quanto la «comfort zone» che si sono costruiti attorno non li porti a credere. A destino e fortuna non crede? Fortunati si diventa. La fortuna non è altro che l’incontro tra il talento e l’occasione: il primo lo devi coltivare, la seconda la puoi, anzi la devi, cercare. Insomma, lei non crede che a volte emigrare definitivamente sia una necessità? Mi creda, parlo tutti i giorni con i giovanissimi e la verità è che oggi loro non si sentono esattamente emigranti. Sono figli dei voli low cost e dell’Europa post Schengen. E anche il motivo che spinge a partire non è più lo stesso: cinquant’anni fa era fame in senso stretto, fame di pane e lavoro, oggi è fame di esperienze, libertà, nuovi orizzonti. Orizzonti che, lo dicono i dati sulla disoccupazione under 25, noi non sappiamo assicurare prima, né capitalizzare dopo. Quando parlo di difetti del sistema mi riferisco proprio a questo: non è solo una questione di mancato ricambio generazionale. A nessuno piace mollare la poltrona in nessun paese del mondo. Ma se un paese riesce a creare le condizioni perché il ricambio avvenga, le eccellenze quelle poltrone riusciranno a prendersele comunque.Dopo aver dato qualche consiglio ai giovani, allora, dispensiamone qualcuno a politica e imprese. L’inserimento dei giovani nell’industria e nelle aziende deve essere facilitato, attraverso politiche di incentivazione vere, che comprendano anche la formazione e che trasformino università e centri di ricerca in incubatori. E poi? Bisognerebbe tarare, sin dalle scuole superiori, i programmi di studio su quelle che si immagina saranno le esigenze del mercato del lavoro tra dieci o vent’anni. E occorre fare in modo che quando un’azienda ha bisogno di qualcuno, per sei mesi o per trent’anni, non sia costretta a slalom burocratici senza senso e soprattutto possa trovare subito ciò di cui ha bisogno. Ho parlato di questo poche settimane fa con il ministro del Welfare Enrico Giovannini e sono stato felice di trovarlo consapevole e disponibile. Non dobbiamo dimenticare che i giovani più qualificati rappresentano un’assicurazione di lungo periodo per il nostro welfare e la competitività di lungo periodo del sistema Italia  

lunedì 19 agosto 2013

melting pot nelle città : farà gli uominipiu' uguali ?

orso castano : l'urbanizzazione e la tecnologia, sempre in movimento, connessa al web sono due realta' che spingono verso il melting pot. Ma non bisogna essere frettolosi. Non possiamo cancellare le storie dei popoli che compongono il melting pot , le tradizioni che esprimono , nella cultura popolare, una visione dell'uomo propria di quel popolo; non possiamo illuderci di azzerare , con le tecnologie web le varie religioni e le varie speculazioni "sull'essere" dei popoli del melting pot. Sarebbe un errore imperdonabile. Sul piano dei diritti naturali e' chiaro che gli uomini sono tutti uguali , ma gli esseri umani concreti sono tutti diversi . Questa diversita' va innanzitutto colta e poi, nei limiti in cui rispetta la liberta' degli altri, rispettata. Esistono ed esisteranno , credo, sempre, i localismi culturali: l'utilizzo della tecnologia web se da un lato consente di diffondere la "modalita' d'essere" di questi localismi consentendone una imitazione oppure un superamento critico,  d'altro canto , ne accellera la formazione , l'evoluzione e la diversificazione. Possiamo constatarlo osservando quello che accade rispetto ai vari "paradigmi scientifici" : la ricezione, l'interattivita' che cresce sempre piu in parallelo con la crescita tecnologica ,consente l'acquisizione veloce di questi paradigmi, ma anche lo sviluppo , l'approfondimento ,la critica  multipla di questi paradigmi, sviluppo basato proprio sulla formazione di microcomunita' scientifiche diversificate che adottano una particolare "filosofia" rispetto al paradigma stesso , "filosofia"  che puo' mutare nel tempo segnando la storia del gruppo. Melting pot non significa quindi azzeramento delle varie identita' dentro un crogiuolo che rimescola tutto fino ad un appiattimento uniforme. Potrebbe invece significare una grossa opportunita' per la costruzione di diversita' e , quindi, di nuove opportunita' e di nuove modalita' di vedere , osservare il mondo e l'uomo. 

    ENRICO FRANCESCHINI   Maggio 2013
E' già successo a insetti, passeracei, volpi, procioni, nutriea , eccetera, di cambiare radicalmente grazie al contesto metropolitano di vita. Perché non imitarli consapevolmente, equando ci azzeccano? La Repubblica, 20 maggio 2013 (f.b.)

Forse non ce ne siamo ancora accorti, ma stiamo diventando tutti uguali. Per la prima volta nella storia dell’umanità, più di metà della popolazione mondiale vive in città, e questo sta producendo un effetto non solo culturale, ma anche biologico. «Gli uomini sono oggi più geneticamente simili tra loro di quanto siano mai stati negli ultimi 100 mila anni», afferma il professor Steve Jones, genetista del London University College e uno degli scienziati più noti del pianeta. Non ci siamo mai assomigliati tanto, in altre parole, da quando poche decine di migliaia di Homo Sapiens popolavano l’Africa orientale e cominciavano a diffondersi nel resto del globo. Geneticamente simili, va precisato, non significa avere tutti lo stesso aspetto, la stessa faccia, lo stesso colore della pelle: vuol dire avere un simile Dna. Ma una cosa è in un certo senso la premessa dell’altra, essendo in ultima analisi la genetica a determinare le caratteristiche del nostro corpo. Nel presentare la tesi dell’ultimo libro del professor Jones, la  Bbc parla infatti di «grande omogeneizzazione umana». A determinarla, è l’urbanizzazione. Le città, sebbene rappresentino soltanto il 3 per cento della superficie terrestre, ospitano ora più del 50 per cento della popolazione totale della terra.Questo processo ha portato nel “melting pot” delle metropoli, nel pentolone di razze dei centri urbani, una quantità senza precedenti di immigrati da tutti i continenti. A New York si parlano 800 lingue. A Londra i bianchi sono adesso una minoranza (appena dieci anni fa erano ancora il 58 per cento). E come conseguenza di questa commistione, le lingue e i dialetti della terra diminuiscono costantemente: ogni due settimane ne scompare una delle 7 mila ancora esistenti.
In sostanza, la multietnicità, producendo società più diversificate dal punto di vista etnico e culturale, porta a mescolare le razze come non era mai accaduto, attraverso i matrimoni misti. Nord e sud, del mondo o di una stessa nazione, si mischiano. E dal cocktail genetico esce poco per volta una nuova specie: l’Homo Unicus. La razza degli uomini tutti uguali, non attraverso un fantascientifico progetto di clonazione, bensì come risultato di una rivoluzione nei trasporti, nel progresso, nello stile di vita.
«È un’evoluzione cominciata con la bicicletta», dice il genetista Jones, con una provocazione che contiene una verità di fondo. Per milioni di anni, fino praticamente a due-tre secoli fa, gli uomini hanno vissuto per lo più nel luogo in cui erano nati. La distanza tra un villaggio e una città, per non parlare di quella tra una nazione e l’altra, tra un continente e l’altro, appariva come quella tra la Terra e la Luna: incolmabile. Le navi dei conquistadores prima, i treni della rivoluzione industriale poi (e la metropolitana, la prima inaugurata a Londra 150 anni or sono), hanno ridotto e infine frantumato quella distanza. Il globale è diventato locale. E la concentrazione sempre più ampia e diffusa di persone di origine etnica e geografica differente all’interno di una stessa città ha creato una miscela dapprima culturale, quindi pure biologica, come non accadeva dall’alba dell’Uomo.Naturalmente è inesatto dire che siamo tutti uguali. Ma l’urbanizzazione, avverte l’eminente scienziato gallese, ci sta cambiando in modo non solo socioculturale. Possiamo sembrare diversi per ceto, reddito, religione, ma dentro, dal punto di vista scientifico, ci somigliamo quasi come al tempo del primo uomo. Dando ragione a quella vecchia battuta di Albert Einstein, che al funzionario dell’immigrazione di New York, il quale compilando il questionario d’ingresso negli Usa gli chiedeva a che razza appartenesse, rispose senza batter ciglio: «Umana».

domenica 18 agosto 2013

detroit come torino


orso castano : l'analisi ed il paragone sono interessanti. Anche Torino si e' riempita di stranieri , ma non c'e' stata rivolta e le classi medie sono ancora in citta'. Ma il "buon Fassino" non c'e' la fara' a rialzare le sorti della citta' che impone  di ricominciare da capo : cosa non facile. C'e' il problema melting pot : amalgamare romeni, emigrati disperati africani, filippini ed asiatici, che nulla sanno della storia d'Italia e di quella operaia e significativa di Torino. C'e' da individuare un nuovo filone , o nuovi filoni produttivi con il supporto di una  Universita' che pare ossificata , chiusa in se stessa, organizzata per gruppi chiusi, anzi chiusissimi, che rigettano i non "adepti" , quelli che non fanno parte della "cerchia". Siamo agli antipodi del liberalismo. E questo potra' essere fatale per Torino. Si dovranno inventare aree, spazi alternativi ad una struttura vecchia e chiusa , un'area che supporti ed alimenti le idee nuove a prescindere dall'appartenenza a  questa o a quella cerchia , un'area che sappia aprirsi a qualsiasi sturt up o spin off non griffato, badando al sodo , alla sua funzionalita', alle sue potenzialita' di affermarsi sul mercato. .....Ma non se ne vedono in giro nella "sorella" di Detroit.


Auto, declino e debiti: Torino come Detroit, ma guai a dirlo


Detroit chiama Torino. La capitale americana dell’auto dichiara bancarotta, travolta non tanto dal disavanzo di bilancio, ma dal mostruoso indebitamento consolidato: 20 miliardi verso 100 mila creditori. L’annuncio del fallimento è stato dato dal commissario straordinario Kevyn Orr, nominato pochi mesi fa dallo Stato del Michigan con il compito di salvare in extremis la città da una situazione finanziaria catastrofica. Ma dopo alcuni tentativi di ristrutturazione finanziaria, da un lato persuadendo i creditori a pazientare, dall’altro intavolando con i sindacati una trattativa sul taglio degli stipendi e delle pensioni del pubblico impiego, giovedì scorso ha gettato la spugna. E il governatore Rick Snyder, repubblicano, ha accettato la richiesta di Orr di ammettere Detroit all’articolo 9 della legge fallimentare americana.........
La città avrebbe un debito sotto forma di bond municipali, valutato tra i 17 e i 20 miliardi di dollari, molto probabilmente intorno ai 18 miliardi. E il solo deficit di bilancio ha raggiunto la cifra spaventosa di 380 milioni (290 milioni di euro). Il tutto, per una città di poco più di 700 mila abitanti. A questo punto, il commissario avrà la possibilità di dismettere gli asset della città per soddisfare i creditori. Ma tutta l’America sta a guardare, perché per quanto la notizia non sia giunta inattesa, nessuno conosce esattamente cosa accadrà d’ora in avanti. Anche perché molte altre grandi città degli Usa si trovano in condizioni di simile disastro. Non è un caso che il presidente Barack Obama abbia dichiarato di seguire la situazione da vicino. In verità, il default arriva inatteso per il momento in cui è avvenuto. Detroit sembrava riprendersi, grazie ai buoni risultati di Ford, Gm e Chrysler, che qui vi hanno sede, così come lo stesso mercato immobiliare stava dando segnali di risalita. E, tuttavia, parliamo di una città che negli anni Cinquanta contava oltre 2 milioni di abitanti, mentre oggi ne ha circa 714 mila. E dal 2000, la popolazione è scesa del 26%.Secondo qualcuno, lo spopolamento ha radici in quel 1967, quando nell’estate scoppiarono rivolte della minoranza afro-americana contro la polizia e ciò spinse nel tempo i bianchi a preferire mete più tranquille per trascorrere la propria esistenza. Con il risultato che in città restò soprattutto la minoranza di colore, meno abbiente e con una base imponibile di gran lunga inferiore. Da qui, la crisi drammatica delle casse comunali. La crisi dell’auto e anni di cattiva gestione delle casse comunali unite al dilagante malaffare hanno fatto il resto. Ma cosa insegna questa vicenda alla città “gemella” italiana, le cui sorte sono unite se non altro dal fatto che entrambe hanno alle spalle una storia ferrigna di one company town, di capitali dell’auto, e che ospitano la sede del gruppo Fiat-Chrysler? E che tutte e due hanno subito la perdita del proprio core business con l’annessa diminuzione di residenti e le connesse immigrazioni? Per quanto il paragone possa apparire a prima vista azzardato, c’è molto in comune, anche nei difficili destini che potrebbero condividere. Come noto, il Comune di Torino è in profondo rosso: con gli oltre 4 miliardi di euro di debiti, qualcosa come 5 mila euro per abitante (ma a Detroit siamo sui 19 mila euro pro-capite) è al vertice delle città più indebitate. E, al netto, delle giustificazioni («abbiamo investito in infrastrutture e non in spesa corrente») e di qualche azione virtuosa (che però incide così marginalmente da non prefigurare un’inversione di tendenza in tempi accettabili), Torino non è affatto fuori dal tunnel, con buona pace del sindaco Piero Fassino. Sul giornale della Confindustria il bravo Giovanni Trovati, pur cogliendo molte analogie – «la Detroit italiana, ovviamente, è Torino, che nel Novecento è cresciuta intorno all’automobile e ha vissuto sulla propria pelle la crisi, mondiale e italiana, delle quattro ruote» – si sofferma a elencare le differenze: nessun quartiere si è svuotato, le entrate fiscali non sono crollate e «i contraccolpi sulla finanza pubblica sono nati soprattutto dallo sforzo di Marchionne e Chiamparino  riconvertire una tranquilla e un po’ grigia città industriale del Nord Ovest in una vivace capitale del terziario e degli eventi».“Il Sole 24 Ore” individua nelle Olimpiadi invernali del 2006 l’emblema di questo sforzo: «Intorno a loro è fiorita una ridda di interventi urbanistici che hanno trasformato la città, ma le hanno anche regalato un debito record da quasi 4mila euro ad abitante: un passivo che ipoteca il futuro, perché gonfia le spese di ammortamento e schiaccia la possibilità di fare nuovi investimenti. Nel 2004, anno record, Palazzo di Città ha investito 1,4 miliardi di euro, nel 2012 non è andato oltre i 210 milioni, il 40% in meno dell’anno prima». Insomma, tutt’altro che rose e fiori. Torino e la Regione sono «sostanzialmente falliti», dice Enrico Colombatto, economista liberale, docente all’università di Torino dove ha rilevato la cattedra di Sergio Ricossa, e autore con il collega della Sapienza Giuseppe Eusepi di un manifesto i cui si auspica il default dell’Italia. «A questo punto, un creditore che si rispetti chiederebbe il fallimento e pignorerebbe i beni del debitore (o dei debitori). Tuttavia, i creditori sono in larga parte banche più o meno politicizzate, al cui vertice siedono persone che non hanno nulla da guadagnare nel chiedere il fallimento».«I manager in realtà ci perderebbero, perché dovrebbero portare a perdite i crediti fasulli, e vedrebbero diminuire i loro premi e i loro bonus. I proprietari degli enti creditori (le banche) sono le fondazioni bancarie, ai cui vertici siedono molte persone nominate dai politici capi degli enti debitori, con tanti saluti ai conflitti d’interesse. Insomma, nulla di cui dovremmo stupirci». Dal suo puto di vista da ultrà liberista c’è però di che consolarci: «Facciamoci coraggio. Anche i Ligresti sono caduti». Dello stesso tenore l’analisi di Riccardo de Caria, assegnista alla facoltà di giurisprudenza ed editorialista del nostro giornale: «Ciò che fallisce a Detroit è un modello di sviluppo artificiale, fatto di sussidi al settore auto che, come steroidi, lo hanno gonfiato in modo innaturale, in tandem con una municipalità che ha speso per troppo tempo al di sopra dei propri mezzi. Purtroppo, il modello che ha costretto Detroit a portare i libri in tribunale è esattamente lo stesso seguito da Torino: anche il capoluogo piemontese ha goduto delle generose prebende riservate al settore auto esattamente come negli Usa, per poi Fassino ritrovarsi un giorno sommersa di debiti per via delle troppe spese fatte quando le cose andavano tutto sommato bene».
Ci saranno pure responsabilità politiche in questo comportamento. «Chiamparino, pur essendo riuscito a costruirsi la fama di ottimo amministratore, se ne è andato dal municipio lasciando un buco mostruoso nei conti della città, buco che la giunta del suo successore Fassino sta faticosamente cercando di colmare a suon di tagli ai servizi, cessioni di asset e aumento di tasse. Ma tutto lascia pensare che sia uno sforzo inutile: Torino farebbe meglio a prendere atto dell’amara realtà e fare come Detroit, ripartendo da zero senza intestardirsi a voler riportare nei binari un treno che pare ormai essere irrimediabilmente deragliato». In Italia, gli enti locali non possono tecnicamente fallire, ma è prevista l’ipotesi del dissesto, come ben sanno gli alessandrini. «Non è affatto una via indolore – prosegue de Caria – ma è preferibile al lento declino che avanza un giorno dopo l’altro, impercettibile ma implacabile. Sarebbe la certificazione del fallimento di un’intera stagione di governi a Torino, e forse finalmente la città si libererebbe un po’ da quella sua casta di potenti e loro compari che la asfissiano da ormai troppo tempo». Nel libro “Torino è casa mia”, Giuseppe Culicchia scriveva che Torino non è Wolfsburg, la company town della Volkswagen, nel senso che non è una città-fabbrica o un dormitorio come l’omologa tedesca. Sarà, ma sarebbe un gesto coraggioso e onorevole riconoscere che purtroppo siamo invece come Detroit, e smettere di nascondere la polvere sotto il tappeto.

(“Torino come Detroit, ma non va detto”, intervento pubblicato su “Lo Spiffero” e ripreso da “Megachip” il 20 luglio 2013).

Fonte: http://www.libreidee.org

venerdì 16 agosto 2013

In Egitto perdono anche gli Stati Uniti

da  Limes

...............Dallo tsunami arabo del 2011 erano così emerse le piattaforme islamiste, legittimate a partecipare alla vita politica di diversi paesi, quando non addirittura a guidarli. Un ri
sultato immediato che a Washington non dispiaceva. Allora, Obama guardava al Medio Oriente come a una fastidiosa crisalide da cui uscire in fretta (vedi il disimpegno dalle sabbie irachene e dalle gole afghane) per dedicarsi alla vera partita del secolo: quella nel Pacifico....................................Quella tra Stati Uniti e Fratellanza non è mai stata un’alleanza. I rapporti reciproci sono sempre stati viziati dalla diffidenza, evidente in casi come l’assalto all’ambasciata del Cairo in occasione della pubblicazione dell’orrido video The Innocence of Muslims, quando un deluso Obama bollava Morsi come “né alleato né nemico”........................Se quest’impostazione è oggi incamminata sul viale del tramonto, lo si deve a numerose battute d’arresto. La Turchia s’è dimostrata incapace di farsi ponte col mondo arabo, dove s’è anzi schierata tra le parti belligeranti, per di più infastidendo Washington con ripetute richieste di intervenire nel massacro siriano. La morte dell’ambasciatore Stevens ha ricordato al di là dell’Atlantico lo stato di anarchia in cui versa la Libia. La Fratellanza al Cairo aveva deluso le aspettative della Casa Bianca almeno dal novembre scorso, con l'accentramento dei poteri costituzionali nella figura del presidente, il suo atteggiamento ideologico tendente al totalitario e la manifesta inettidutine a gestire un gigante dai piedi d'argilla come l'Egitto. La Casa Bianca ha al massimo adottato un approccio pragmatico, figlio di un rapporto segreto del 2010 redatto dall’attuale ambasciatore a Mosca Michael McFaul, all’epoca stretto collaboratore del presidente. Incaricato da Obama di fornire raccomandazioni su come agire in caso di governi autoritari in transizione, McFaul suggeriva: allacciare stretti rapporti con il regime, qualunque esso sia, mai chiudere la porta.E così gli Stati Uniti hanno agito, spinti da un unico interesse strategico: evitare che l’Egitto finisse in mano a forze che denunciassero il trattato con Israele, tra i cardini della geopolitica regionale.Tuttavia, non si sono mai costruiti un’alternativa. Non che non ci abbiano provato; eppure, da un incontro con gli attivisti di Tahrir nel 2011, Hillary Clinton se n’era andata convinta che non avrebbero mai organizzato una piattaforma politica in grado di raccogliere consensi velocemente. Una miopia che si spiega anche con la scottatura di inizio 2012, quando alcune decine di membri di Ong americane sono stati arrestati con l’accusa di sobillare i liberali.Gli Stati Uniti non hanno mai ritenuto di dover coltivare le relazioni con le opposizioni. Di questo compito consideravano unico responsabile il governo di Morsi. Richiami cui i Fratelli hanno fatto orecchie da mercante, dimostrando le poche leve americane nei rapporti con il Cairo. Evidente anche nell'epilogo di Morsi, che rispondeva picche alla proposta targata Casa Bianca, veicolata per bocca di un ministro degli Esteri arabo, di accettare un rimpasto di governo e la cessione del potere legislativo per evitare il golpe (guai però a chiamarlo così).Eppure, Washington avrebbe potuto mostrarsi meno passiva nei confronti della Fratellanza al potere. In che modo? Non certo condizionando gli aiuti a performance democratiche o a norme scritte su una costituzione partita già delegittimata. Semmai, chiarendo che il sostegno - finanziario e politico - americano sarebbe dipeso da un ampio spettro di comportamenti, tra cui un atteggiamento meno totalitario sulle libertà civili, i diritti delle minoranze, il rispetto delle donne. 
Al contrario, gli Stati Uniti hanno creato l'impressione di non curarsi molto di costruire rapporti saldi con la società egiziana e di aiutarla nella transizione. Alimentando così le dietrologie, di cui si nutre l'ormai dilagante antiamericanismo.Interessa? Probabilmente noL'Egitto non è più il perno strategico della regione. Lo è semmai l'assicurazione che il trattato con Israele non sia ridotto in coriandoli. E a garanzia di questa architrave geopolitica non serve investire un esagerato capitale al Cairo. 
A conferma di come quest'amministrazione (con la significativa eccezione di un John Kerry immerso nel processo di pace palestinese) guardi al Medio Oriente, ora più che mai, come a una polveriera di cui prevenire l’esplosione nell’immediato, più che a una serie di problemi di lungo periodo da risolvere.

a fine del 2013 si rischiano 3,5 milioni di disoccupati

orso castano : altro che segnali di ripresa! i disoccupati semnrano destinati ad aumentare

Allarme lavoro, Cna

ANSA

A giugno il numero degli occupati, circa 22 milioni e mezzo,
ha raggiunto il valore
più basso del nuovo secolo
Alla fine del 2013 gli italiani che non hanno un lavoro - si legge in una nota del Centro Studi Cna - potrebbero arrivare a 3 milioni e mezzo: 400mila in più dei 3 milioni e centomila di oggi. Nel frattempo, a giugno, il numero degli occupati, circa 22 milioni e mezzo, ha raggiunto il valore più basso del nuovo secolo. Lo riferisce il centro studi della Cna. “La crisi dell’occupazione si sta aggravando - osserva l’associazione - senza una decisa e tangibile inversione di tendenza che faccia ripartire effettivamente lo sviluppo, la situazione sociale del nostro Paese può diventare critica”.  L’analisi della Cna fa riferimento soprattutto ai 548 milioni di ore di cassa integrazione autorizzate nei primi sei mesi del 2013. A peggiorare il quadro, sempre nel primo semestre dell’anno, le pessime condizioni generali del mercato del lavoro. Rispetto allo stesso periodo del 2012 l’occupazione si è ridotta di 407mila unità, che equivalgono all’1,8% in meno. Nel frattempo, il numero dei disoccupati è salito del 16,4% a 431mila unità.  
Alla fine dello scorso giugno il numero degli occupati, 22,5 milioni circa, ha raggiunto il valore più basso del nuovo secolo, mentre il tasso di disoccupazione ha toccato il livello record del 12,1% con oltre tre milioni di senza lavoro. “Numeri da brivido” per le donne con il 12,9% di disoccupate e per i giovani, tra i quali la media dei senza lavoro tocca addirittura il 39,1%.  “Una crisi della quale forse non abbiamo ancora toccato il fondo”, dice la Cna. Nei primi sei mesi del 2013, il numero di ore autorizzate di cassa integrazione è stato di circa 548 milioni, segnando un incremento consistente, quasi il 4,6%, rispetto al 2012, toccando il livello più alto a partire dal 2009. “Un dato particolarmente preoccupante per la tenuta del mercato del lavoro - sottolinea l’associaizone - se queste ore fossero interamente utilizzate si tradurrebbero nella perdita di circa 322mila posti di lavoro”.  Le costruzioni e l’industria continuano a essere i settori maggiormente affetti dalla crisi. Le ore di Cig autorizzate nelle costruzioni sono aumentate di 7,8 milioni, pari al 13,7% in più. Le ore di Cig autorizzate nell’industria sono cresciute di 22,3 milioni, il 6,4% in più. Negli ultimi cinque anni i due settori hanno perso un numero equivalente di addetti, rispettivamente 370mila e 362mila unità. Ma ben diverso è stato l’impatto sulla base occupazionale: nel caso dell’industria si è ridotta del 7,5%, nelle costruzioni del 18,7%. Se le ore di Cig autorizzate nel primo semestre del 2013 dovessero essere utilizzate per trattamenti salariali a zero ore, i posti di lavoro persi nei due comparti dall’inizio della crisi salirebbero a 400mila nelle costruzioni (-21%) e a 594mila nell’industria (-10%).  L’acutizzarsi della crisi in questi due comparti si riflette pesantemente nell’artigianato. Nei primi sei mesi dell’anno, le ore autorizzate di Cig sono state pari a 46,1 milioni con un incremento intorno al 10% (+4,1 milioni di ore) rispetto al 2012. Nell’artigianato l’utilizzo effettivo di queste ore si tradurrebbe in una perdita potenziale di altri 28mila posti di lavoro.  

giovedì 15 agosto 2013

Ellis Island - A Dream Lived

This page is dedicated to the millions of immigrants and their families whose lives were dramatically changed by venturing out from their homeland, traveling thousands of miles across the Atlantic, enter this port and passing through its doors.  They went out and beyond into a new world where hopes, dreams, and visions played in a key role in molding a diverse nation of brave souls.
During the years Ellis Island was in operation, from 1892-1924, there were more than twenty million individual stories similar that would eventually be shared with family and friends and passed on to others. Whether passengers or crew, first class or steerage, the voyage was an unforgettable experience. This section depicts examples of the trip in order to paint a more vivid picture of what was considered during those times an average voyage.

Il professor Vittorino Andreoli: "L'Italia è un Paese malato di mente. Esibizionisti, individualisti, masochisti, fatalisti"

Vittorino Andreoli intervista
orso castano : nAdreoli non ne salva nessuno o quasi, ma i laureti disoccupati che prendono il treno ( o l'aereo low cost), come una volta i loro nonni, e vanno in Germania, in Inghilterra, in altrti paesi del mondo a cercare lavoro ? 
C'e' un'Italia che resiste e spera, spesso non viene neppure vista, lavora sotto traccia, avendo altri valori, e' l'Italia che sta costruendo nei fatti l'Europa. Allora descriviamo per favore i valori di questi italiani senza invocare il manicomio . Questi italiani cercano di starci fuori. Siamo noi, quelli rimasti ad occupare magari poltrone o strapuntini che stiamo ricreando il manicomio che con fatica fu distrutto dalla 180 nel 1981 , se non erro. 

“L’Italia è un paziente malato di mente. Malato grave. Dal punto di vista psichiatrico, direi che è da ricovero. Però non ci sono più i manicomi”. Il professor Vittorino Andreoli, uno dei massimi esponenti della psichiatria contemporanea, ex direttore del Dipartimento di psichiatria di Verona, membro della New York Academy of Sciencese presidente del Section Committee on Psychopathology of Expression della World Psychiatric Association ha messo idealmente sul lettino questo Paese che si dibatte tra crisi economica e caos politico e si è fatto un’idea precisa del malessere del suo popolo. Un’idea drammatica. Con una premessa: “Che io vedo gli italiani da italiano, in questo momento particolare. Quindi, sia chiaro che questa è una visione degli altri e nello stesso tempo di me. Come in uno specchio”.
Quali sono i sintomi della malattia mentale dell’Italia, professor Andreoli?
“Ne ho individuati quattro. Il primo lo definirei “masochismo nascosto”. Il piacere di trattarsi male e quasi goderne. Però, dietro la maschera dell’esibizionismo”..............................

narcisismo e fluidita' dei valori : e' l'imbocco del sentiero della violenza autoritaria

Intestazione della pagina
orso castano : ovviamente l'articolo deli Annali va letto e penasto integralmente, ma al dila' delle speculazioni che differenziano Dilthey da Heiddeger , quello che  va sottolineato e' che ogni soggetto vive , interpreta, ricostruisce il mondo , cioe' e' una "ricostruzione "storica " unica del mondo. Ricostruzione irripetibile , che ci deve spingere alla sua comprensione. La nostra cultura purtroppo tende alla massificazione consumistica , ad una "fluidita'" dei valori, o meglio ad una spinta all'antemento della coesione sociale , ad una "falsa" e "narcisistica" costruzione dell'IO e dei suoi valori ,  che contrasta con una crisi economica globale che richiederebbe ben altra coesione e ben altri valori. Il soggetto , sopratutto quello piu' debole e senza forza contrattuale, perde consistenza, si reifica, diventa un oggetto da consumare, si colloca all'interno della costellazione narcisistica del piu' forte. Sul piano politico questo e' molto pericoloso: e' l'inizio del sentiero che potrebbe portare ad una societa' autoritaria che risolva il bisogno di ordine e di fine del "caos" sociale. Occorre porre un freno , e subito, a questa pericolosa "fluidita" dei valori.    

.......................continuità e unificazione della vita individuale nel processo storico. Come intreccio tra individuo e mondo, poiché,sottolinea Dilthey,noi siamo aperti alla possibilità che il senso ed ilsignificato sorgano solo nell’uomo e nella sua storia. Ma non nell’uomo singolo, bensì nell’uomo storico. Perché
l’uomo è un essere storico Nella riflessione diltheyana, concepire l’individuo come «essere storico» significa che la legge della continuità tra il mondo e la vita individuale si estende, chiaramente, oltre ilsingolo Erlebnis al fine di gettare dei ponti e delle trame di relazioni verso esperienze storiche transindividuali. Questo intreccio tra esperienza vissuta e esperienze transindividuali concepisce l’uomo come sistema universalizzabile, eccede il pronome personale «io» e va oltre i confini della sua coscienza attuale. Pertanto, l’idea di continuità e vita individuale ha la funzione di mantenere strettamente connessi non solo la trama dei sentimenti e delle singole azioni dell’individuo (già uniti nella struttura dell’esperienza vissuta), ma anche la continua accumulazione di esperienze transindividuali. Ma a questo punto sorgono alcuni legittimi interrogativi sul piano della
comprensione dell’esperienza storica che direttamente «vissuta» non è.In che modo ilsoggetto supera l’orizzonte coscienziale della sua individualità? In che modo esso coglie la pienezza dell’esperienza che si manifesta, non solo nel contesto dell’esperienza vissuta, ma, anche, in quello degli Erlebnisse che lo precedono e che lo seguono? Per rispondere a questi interrogativi è necessario approfondire la concezione della struttura dell’io individuale. L’essere umano è un soggetto in trasformazione continua. È un sistema aperto che non si limita alla comprensione dell’io attuale, poiché questo deve essere continuamente integrato da immagini che provengono dagli oggetti e dalle testimonianze storiche. Detto in altri termini: l’esperienza storica e quella spirituale si intrecciano costituendo, così, un’unità coerente e secondo il presupposto di un sistema mai chiuso e continuamente aperto all’innovazione. L’individuo non è portatore di predicati personali poiché esso è già intessuto con il mondo. È aperto alla storia. L’individuo, afferma Dilthey, è «diverse persone» A questo punto è chiaro il rapporto esistente tra individualità e universalità, tra l’esperienza vissuta e l’esperienza transindividuale. L’individualità relativa che si fonda sull’Erlebnis, il terreno più sicuro da cui considerare la realtà, è sempre pensata in direzione della sua possibile universalità. .....Da questa prospettiva deriva una conseguenza importantissima: la «soggettivazione» del mondo esterno, ovvero la sua configurazione in analogia con l’individualità e, di conseguenza, la sua costituzione storica. L’intento di Dilthey non è quello di definire il rapporto tra soggetto e oggetto in termini kantiani come rappresentazione del mondo. All’opposto la realtà del mondo è data come oggetto di esperienza, nella volontà e nella struttura istintuale del soggetto.Fondare la realtà del mondo nell’esperienza vissuta, e quindi non tanto nella dimensione rappresentativa quanto nella struttura della volontà e delsentimento, è un procedimento che se, da una parte, assume la prospettiva cartesiana per collocare l’individualità nell’orizzonte dell’evidenza esistenziale, dall’altra se ne distacca poiché nella Lebensphilosophie di Dilthey non c’è spazio
per una concezione che considera il mondo esterno come realtà separata dal
soggetto. Dilthey, in risposta a Cartesio, che concepisce il mondo esterno come
un dato di fatto trascendente e separato dall’io ,sente la necessità di raggiungere un concatenamento delle rappresentazioni. Nella duplice esigenza di controbattere la considerazione kantiana del mondo in termini di rappresentazioni e di criticare le dottrine che sostengono la teoria dell’immediata datità del mondo
esterno, Dilthey affronta la questione gnoseologica della realtà con l’analisi del
modo in cuisoggetto e oggetto si costituiscono in unità, pur essendo espressioni di realtà diverse. Tra l’individuo singolo e il mondo esterno si articolano delle relazioni che è possibile cogliere in questo passaggio:
dal mondo esterno, il giuoco distimoli causa sensazioni, percezioni, rappresentazioni; […] poi viene esperito il valore di questi sentimenti per la propria vita […]infine, la forza ispirata daisentimenti e dai moti della volontà agisce nuovamente verso l’esterno In queste parole di Dilthey è possibile cogliere l’elusione soggettivistica e intuitiva dell’individuo e si sottintende la connessione tra un soggetto vivente e
un mondo dinamico che esercita la propria efficacia. ........................



Social cohesion in decline



Picture credit: Charles Roffey

Social cohesion in the UK has declined in comparison with other European nations, according to new evidence published today.
The study, Cohesion Radar: Measuring Common Ground suggests a loss of trust in the UK’s political and social institutions is the major cause of the drop. UK citizens also tend to have a lower level of national pride than people in other parts of Europe.
In previous studies, the UK featured among the top-scoring nations for its residents’ strong social relationships, sense of connectedness, and focus on the common good, along with the Scandinavian countries.
Now it has fallen into the middle group, alongside France, Spain and Belgium. The lowest group includes most Eastern European countries and some Mediterranean countries.
The study, which compares 34 EU and OECD countries, compares trends over the past 25 years and is based at the Bertelsmann Stiftung and Jacobs University in Bremen, Germany.
The study also suggests that despite the ‘Big Society’ push, levels of civic participation fell  in the UK between 2009 and 2012.
National pride
But despite its low score in the ‘identification’ category – based on a sense of nationhood and national pride – the UK is still strong in many areas, the research finds.
A sense of solidarity and helpfulness has been growing among UK citizens since the late 1980s, it says. The UK has strong social networks and its people tend to trust each other. They are also more accepting of social diversity than the people of other nations.
On the whole the UK’s profile is most similar to that of Germany, Belgium, and the Netherlands, all of which are above average in many categories but show a very low levels of national pride.
Those living in countries with high levels of social cohesion are likely to enjoy a greater sense of well-being, according to the researchers.
“With its long history as a destination country for immigrants the UK can serve as a good example for the study’s finding that a high level of ethnic and religious diversity is not necessarily detrimental to social cohesion,” they conclude.
Economic wealth, an even distribution of income levels and a knowledge-based economy are all strong factors which help to promote social cohesion, according to the study.
It breaks the concept into three dimensions – social relationships, connectedness, and focus on the common good, each of which are split again into three measurable components.