venerdì 15 agosto 2014

save ocean !!


Pacific fishing interests oppose Obama’s plan to expand marine reserve

..........................President George W. Bush used his executive authority to establish thePacific Remote Islands Marine National Monument, which now encompasses almost 87,000 square miles, in 2009. Obama is now contemplating widening those boundaries to cover nearly 782,000 square miles of federal waters, which would be off-limits to fishing, energy exploration and other activities. Right now the designation extends 50 miles out from shore; it could be extended as far out as 200 miles from shore around each of the U.S. territories.
The statement, which  was approved by the council's executive committee, argues this broad expansion would deprive American fishing operators of an important resource. "U.S. fishermen, including those in the Pacific, already abide by the strictest fishing regulations in the world, and this plan further inhibits their economic survival," they wrote, adding it would yield "few, if any, ecological benefits from the restrictions."............Michael Conathan, who directs ocean policy at the Center for American Progress, a liberal think tank, noted the monument "is very much a work in progress" since the administration will be taking comment on its plan.
"They talk about this as if it’s a done deal," Conathan said of the fishery council's statement.
There is also an effort underway in Congress to deny Obama the authority to create a national marine monument under the 1906 Antiquities Act, which presidents from both parties have invoked over the past century. Last week Rep. Steve Southerland, a fierce critic of the administration's ocean policies, introduced a bill that would require congressional approval for any new national monument.

giovedì 14 agosto 2014

Meno nascite , il paese invecchia

DIFFICOLTÀ ECONOMICHE Nel 2013 sono 2 milioni le famiglie con almeno un 15-64enne, senza occupati e pensionati da lavoro, a cui si aggiunge un'altra area di disagio fatta da famiglie, composte da più persone ma rette solo da una pensione da lavoro. Sommando i gruppi emergono 3 milioni di famiglie che potrebbero essere in difficoltà, dove nessuno lavora. Tra disoccupati e persone che vorrebbero lavorare in Italia si contano 6,3 milioni di senza posto. Nel 2013 ai 3 milioni 113mila di disoccupati si aggiungono 3 milioni 205mila forze lavoro potenziali, ovvero gli inattivi più vicini al mercato del lavoro. Si arriva così a oltre 6 milioni di individui che l'Istat nel Rapporto annuale definisce ''potenzialmente impiegabili''. GIOVANI SCORAGGIATI L'Istat fa anche sapere che aumentano gli scoraggiati (1 milione 427 mila). Guardando ai giovani, nel 2013 tra i ragazzi tra i 15 e i 29 anni che né lavorano né studiano, i cosiddetti Neet, sono 2 milioni 435 mila, in aumento di 576mila rispetto al 2008. Alzando l'asticella agli under35, l'Istat fa notare come nei 5 anni di crisi gli occupati in questa fascia d'età siano scesi di 1 milione 803 mila. E se ''crescono gli occupati di 50 anni e più'', soprattutto per effetto dell'inasprimento dei requisiti di pensionabilità, tuttavia ''crescono anche coloro che vorrebbero lavorare e non trovano lavoro''. Se infatti, spiega l'Istat, ''si considera l'insieme di disoccupati e forze lavoro potenziali, sono oltre un milione le persone di 50 e più che vorrebbero lavorare ma non trovano una collocazione''. Tra il 2008 e il 2013 le famiglie in cui l'unico occupato è donna sono aumentate di 591mila unità (+34,5%), superando i 2,3 milioni. Ecco che le famiglie sostenute dal solo reddito femminile, con la donna 'breadwinner', sono il 12,2% delle famiglie con almeno un 15-64enne. DISAGIO Il forte disagio economico nel 2013 si attenua: la quota di persone appartenenti a famiglie in condizioni di grave deprivazione scende al 12,5%, pari a 7,6 milioni di individui, dal 14,5% del 2012, corrispondente a 8,7 milioni. Sottolinea l'Istat, che, a riguardo, nel Rapporto annuale parla di ''deboli segnali positivi''. In generale ''l'Italia è uno dei paesi europei con la maggiore disuguaglianza nella distribuzione dei redditi primari, guadagnati dalle famiglie sul mercato impiegando il lavoro e investendo i risparmi''. Inoltre, aggiunge l'Istat, ''nonostante l'intervento pubblico operi una redistribuzione dei redditi di mercato di apprezzabile entità, non inferiore a quella dei paesi scandinavi, in Italia il livello di disuguaglianza rimane significativo anche dopo l'intervento pubblico''. Anche se nel 2013 poco più della metà degli atipici, ovvero di chi non ha il cosiddetto posto fisso, va avanti con un contratto che dura meno di un anno, per molti la condizione di precarietà si protrae: 527 mila atipici svolgono lo stesso lavoro da almeno cinque anni (erano il 18,3% nel 2008, il 20,2% nel 2013), con incidenze più elevate tra i collaboratori e tra chi lavora nei servizi generali della Pa e nell'istruzione. PAESE 'VECCHIO' L'Italia si conferma uno dei Paesi più vecchi al mondo. Con 151,4 persone over-65 ogni 100 giovani con meno di 15 anni, presenta uno degli indici di vecchiaia più alti al mondo. Tra i Paesi europei solo la Germania ha un valore più alto (158) mentre la media Ue28 è 116,6. Lo scrive l'Istat nel Rapporto annuale. La speranza di vita è di 79,6 anni per gli uomini e 84,4 per le donne. Anche in questo caso l'Italia è sopra la media europea.

nascite al minimo storico , cioe' meno nuclei familiari che si formano

dal Fatto quotidiano : 
Nascite al minimo storico da vent’anni a questa parte, 6,3 milioni di disoccupati, aumento dell’emigrazione, soprattutto per i giovani, che in quasi 100mila, negli ultimi cinque anni, hanno scelto di fuggire all’estero. Nello stesso periodo, i padri e le madri di famiglia disoccupati sono cresciuti di oltre mezzo milione di unità. E sempre più famiglie vedono nella madre l’unica “breadwinner”, cioè l’unica fonte di sostentamento. E l’Italia continua a essere uno dei paesi europei con maggiore divario nella distribuzione del reddito. I segnali di ripresa sono “deboli”: dal 2012 al 2013 un milione di famiglie è uscito dalla fascia di “grave deprivazione“, nella quale però permangono oltre 7 milioni di nuclei. E’ la fotografia del declino italiano scattata dal Rapporto annuale dell’Istat 2014, presentato oggi alla Camera dei deputati. “Dal rapporto emerge un’Italia in grande sofferenza a causa della crisi economica che ha messo a dura prova il tessuto sociale, alcuni dati sono impressionanti e ci lanciano un messaggio di allarme che dovrebbe indurre a dare risposte immediate”, ha commentato la presidente della Camera Laura Boldrini, a Montecitorio, nel corso della conferenza di presentazione del rapporto annuale.
play lyst di orso castano film-musica-terapia :  i neet :https://www.youtube.com/playlist?list=PL_-XYgJCuYPXBewyh_13GEDwNL-kjUJSs

lunedì 11 agosto 2014

Demos think thank Claudia Wood


The Independentthe indipendent 
  •  MONDAY 11 AUGUST 2014
The benefits bill keeps on rising - but a dividing line between the two main parties on how to bring it down is finally emerging.
Rachel Reeves’ speech today draws on House of Commons Library analysis showing that the number of working people claiming housing benefit is set to double between 2010 and 2019. Wages are simply not keeping up with rental prices: a job is no longer a guarantee that one can keep a roof over one’s head.
In response to the spiralling housing benefit bill, the government has opted for a "supply-side" approach – cutting off the supply of housing benefit by making eligibility for it stricter, and the amount claimants receive less generous.
The flaws with such a policy are obvious. People have less money to pay their rent, but their rents remain the same. Yes, it reduces the housing benefit bill – but the price is increased hardship, arrears, evictions, homelessness. Even the Government’s favoured justification for such measures – it will encourage people into work – doesn’t ring true in the face of the explosion in claimants who are already working.
Are we honestly going to suggest that every working person claiming housing benefit just needs to "work more" or "work harder"?
Most importantly, the amount one can salami-slice off the benefits bill in this way is limited. In order to make substantial, sustained reductions to the housing benefit spending – which at 14 per cent of the benefits bill is, pensions aside, our biggest single area of benefit spending – is to look at the root causes of demand for housing benefit, rather than fiddling with supply.
When considering it like this, it’s clear we have two problems: massively inflated rents, as a result of our failure to build barely half of the housing we need to meet population growth year on year; and wages which do not meet the cost of living.
So it’s a huge relief to see that Labour seems to have struck upon this demand-side response to welfare spending. Reeves’s promise to build more homes and raise the National Minimum Wage tackle both the housing and wage problems head on, reducing housing benefit "upstream" (i.e. preventing people from needing it) rather than cutting off supply once people do.
Of course, the big question is how one might go about these bold but indisputably necessary moves.
In my recent Demos Quarterly essay I suggest a range of options. To build more houses, I moot setting a target for local authorities to use at least 75 per cent of lending allocation to build new homes. This can be followed up with with compulsory selling off of unused NHS and MOD land and taking a long, hard look at green belt – to separate the ‘green and pleasant land’ from the inaccessible bits of waste ground – in order to protect the former and free up the owners of the latter to sell to housing developers.For wages, I point out that the minimum wage would have to increase from £6.31 to a whopping £8.21 an hour to ensure full-time workers (without children) earn £16,000 a year before tax and free themselves of needing state support.
Rather than a blanket increase, a lighter touch approach would be to give employers more ‘skin in the game’ when it came to the wages they paid. For example, companies paying anything between the national minimum wage and the Living Wage, with high internal wage ratios (where executives earn, say, 100 times their frontline workers), should be made to contribute towards the government’s tax credit bill in the form of a flat-rate, per person levy.
This would be in recognition of the fact that it is the government who is essentially under-writing these low wages and it might be set at half the average in-work benefit payment, reflecting a split in responsibility between the government and employer. Employers could either increase their workers’ wages to reduce their levy, or pay up. 
These moves might seem controversial, unpopular in some quarters – but could they be any more unpopular than the Bedroom Tax, or other ‘supply side’ welfare policies the current government has introduced?
At least the benefit of these ‘demand side’ measures is that they would work in the long-term and generate a range of economic stimuli on the side. If Labour badged its welfare reform agenda in the run up to the election not as ‘tough on benefits’, but as ‘tough on the causes of benefits’ – it would be on to a real winner. Reeves’ speech today could be the first step.
Claudia Wood is Chief Executive of the think-tank Demos 

vai anche a https://www.youtube.com/watch?v=Gd5qBL5ZiUg&index=18&list=PL_-XYgJCuYPXBewyh_13GEDwNL-kjUJSs

think tank Desmos

Demos
Demos think tank logo.JPG
Formation1993
Legal statusCharity (no. 1042046)
Location
  • London
Website    http://quarterly.demos.co.uk/
Demos is a think tank based in the United Kingdom with a cross-party political viewpoint. It was founded in 1993 and specialises in social policy, developing evidence-based solutions in a range of areas, from education and skills to health and housing.
The current Chief Executive is Claudia Wood, who joined the think tank in 2009 and previously worked for Tony Blair’s strategy unit. David Goodhart is Chair of the Demos Advisory Board, which includes former Attorney General Lord Falconer, Baroness O’Neill and Sir Peter Bazalgette.
Demos publishes a quarterly journal, titled Demos Quarterly, [1] which features articles from politicians, academics and Demos researchers.
The organisation is an independently registered charity...........................The current Chief Executive is Claudia Wood. She joined Demos in 2009 after stints at other think tanks and in Tony Blair’s strategy unit..........

Current projects[edit]

As of 2014, Demos has several core research programmes: Welfare & public services, Good business, Citizenship, Integration, and Social media analysis.
Noteworthy recent projects include Demos’s year-long Commission on Residential Care,[20] Poverty in Perspective[21] – which contained an in-depth analysis of the everyday experience of different forms of poverty across the UK, the housing report Top of the Ladder,[22] and an analysis of the harmful impact of different forms of debt.[23]
Demos has an open access policy, which means that all its publications are available to freely download under a Creative Commons licence.
Demos is unrelated either to the US think tank of the same name or to Demos Helsinki, the Nordic research and development organisation

See also[edit]




Un articolo di Clatudia Wood sulle "Carte Prepagate" , un benefit che lo Stato inglese vorrebbe distribuire ai piiu' bisognosi.Because a prepay card allows local authorities to see what's being spent in real time, it saves users having to send in stacks of receipts and bank statements. Photograph: Chuck Savage/Corbis
Alec Shelbrooke MP's private member's bill proposing  a "welfare cash card" that could not be spent on "luxury goods such as cigarettes, alcohol, Sky television and gambling" has sparked much debate  about smart cards (or prepay cards) as a way to control people's benefits spending.

If a person's benefits are loaded on to a card, it can be blocked from being used in, say, casinos or off-licences. This has understandably provoked strong reactions: the issue of whether the government ought to have a say over how benefits are spent strikes right at the heart of the shirkers and strivers  debate.

In all the furore, people may not realise that prepay cards are already widely used for more constructive purposes. About 25% of local authorities are using prepay cards and another 30% plan on doing so this year, mainly to distribute direct payments in social care.

In light of the remarkable spread of this relatively little-known technology, Demos  have investigated further with the support of Mastercard. Our report, The Power of Prepaid , to be published on Wednesday, helps explain why these cards are becoming so popular for personal budget distribution – for one, they put an end to the paper-based auditing system associated with personal budgets.

Care users have their personal budgets loaded on to a card, which they use like a debit card to purchase the services and items outlined in their care plan. Local authorities can see what's being spent in real time – checking to see that a person's spending matches their care plan, blocking it if financial abuse is suspected or if it gets lost or stolen, or investigating if a person isn't spending at all.

The paper-based system requires care users to send in stacks of receipts and bank statements to be audited by hand, usually once a quarter. Spotting financial abuse, clawing back unspent funds or tackling safeguarding concerns can only be done months after the fact.

This form of auditing is a statutory duty, but can be hugely resource intensive. Brent council in north London estimates it was receiving 25,000 pieces of paper a year from care users. It expects a 10% reduction in its personal budget costs by using prepay cards. Bury, another council trying out the cards, reports backlogs in its paperwork of years in some cases. In an era where local authorities must make unprecedented budgetary reductions, these back-office efficiencies aren't to be sniffed at – they can help protect funding at the frontline.

Of course, first-generation cards have wrinkles that need ironing out – such as establishing rules for taking out cash, making sure telephone support is in place and ensuring care providers are prepared for the cards. But local authorities can, and are, making them work.


read key : med rigernerativa con staminali : vagina bionica

Funziona a otto anni dall'intervento. La vagina bionica impiantata su quattro adolescenti tra Messico e Stati Uniti rappresenta una nuova frontiera per la ricerca scientifica, nell'ambito delle operazioni rigenerative. L'organo riproduttivo, infatti, è stato ricreato in laboratorio con le cellule delle stesse pazienti, ragazze tra i 13 ei 18 anni, nate con la sindrome Mayer-Rokitansky-Kuster-Hauser, una rara malattia genetica in cui vagina e utero sono poco sviluppati o assenti. Il trattamento pionieristico è stato eseguito tra giugno 2005 e ottobre 2008 da un gruppo di ricercatori guidato da Anthony Atala, noto scienziato che dirige ilWake Forest Baptist Medical Center's Institute di Medicina rigenerativa, del North Carolina, Stati Uniti. "Questo studio è un altro esempio di come le strategie di medicina rigenerativa possono essere applicate a una notevole varietà di tessuti e organi", ha sottolineato Atala. I dati delle visite annuali di follow-up hanno dimostrano che fino a otto anni dopo gli interventi chirurgici gliorgani funzionano normalmente.

domenica 10 agosto 2014

orso castano : una generazione senza ali, o meglio in attesa delle ali, per volare, per disegnare la propia vita futura con colori brillanti, per guardare dall'alto un panorama , rispetto al lavoro, complesso e difficile  da oraticare. per lon Stato, per gli insegnanti lo spettro o l'incubo della dispersione scolastica, dell'abbandono dello studio vissuto come un'inutile perdita di tempo se si appartiene alle classi piu' povere, meno agganciate ai gruni , alle congreche di potere, ai cerchi magici, alle famiglie amorali e potenti, alla casta. Se ne uscira'? si se ci sara' piu' democrazia, se si animera' un dibattito aperto tra i neet, senza che i Professori Universitari, quelli che hanno l'asstone vogliano metter il sigllo , l'ultima parola ad un dibattito complicato e difficile che richiede innanzitutto partecipazione e democrazia per costuire un sapere il meno accademico possibile , il piu' democratico possibile.

ALP Over 40
 L’istituto britannico DEMOS è un ente indipendente che promuove l’elaborazione e la diffusione di idee miranti a dare maggiore potere sulla propria esistenza alla popolazione e che si prefigge di sviluppare un concetto di democrazia migliore dell’attuale, nel quale tutti i cittadini siano responsabili di se stessi ed abbiano pieno potere sulla loro propria esistenza. L’istituto svolge diversi programmi di ricerca che per natura sono interdisciplinari e mirano soprattutto a stimolare il dibattito politico in Inghilterra. Nondimeno, le indagini e le pubblicazioni di DEMOS sono di grande valore e possono interessare altri regimi democratici. In questo ordine di idee DEMOS si occupa molto di politica scolastica e di questioni riguardanti l’istruzione. Molti documenti prodotti da DEMOS sulla scuola offrono idee nuove, aprono orizzonti inediti e propongono piste di sviluppo originali. Il documento “A generation of disengaged children is waiting in the wings…” 
In questo articolo segnaliamo uno studio pubblicato da DEMOS nel corso del primo semestre dell’anno, che riguarda uno dei punti critici dei sistemi scolastici delle società democratiche occidentali, ossia la perdita di senso della scolarizzazione per una proporzione cronica di giovani.

Il rapporto presentato è stato realizzato da due collaboratrici dell’istituto tra le quali la vicedirettrice Julia Margo e Sonia Sodha (vedi foto). Il documento è il prodotto di un anno di indagine condotta preso giovani che hanno abbandonato qualsiasi tipo di scolarizzazione dopo la fine dell’obbligo scolastico. La relazione si basa su un’analisi dei dati di ricerche già svolte su questa questione, su interviste presso organizzazioni che lavorano con giovani con un profilo corrispondente a quello dei temi trattati in questa indagine, con animatori sociali e con professionisti dei servizi umanitari con i quali si sono discussi i sintomi delle cause della dispersione scolastica, nonché sulle analisi quantitative rese possibili dalla celebre indagine longitudinale inglese "Millennium Cohor Study", ed infine da una ricerca qualitativa condotta presso 75 giovani a rischio che hanno abbandonato la scuola. I giovani NEET La proporzione di giovani che non sono più a scuola e che nemmeno lavorano o cercano un’attività professionale (NEET) continua a essere un problema scottante per i responsabili politici. Infatti, le iniziative politiche adottate per combattere la dispersione scolastica e per ridurre il numero della popolazione giovanile a rischio non hanno fin qui fornito risultati convincenti per risolvere un problema che finora sembra insolubile, probabilmente perché queste iniziative sono attuate troppo tardi, quando l’assenteismo scolastico è già diventato endemico.Le autrici di questa relazione hanno dedicato molto tempo per approfondire le conseguenze della dispersione scolastica. Si stima che in Inghilterra la proporzione della generazione tra i 16 e i 18 anni che si può qualificare come popolazione NEET costi alla società all’incirca 37 miliardi di euro se si tiene conto della perdita di guadagno lungo tutto l’arco della vita professionale nonché dell’importo stanziato per le indennità contro disoccupazione, dei costi dei servizi sociali e sanitari ed infine dei costi procurati da coloro che hanno che fare con la giustizia. Su stime di questo tipo non c’è un vero accordo. Anche negli Stati Uniti e nel Canada si sono svolti calcoli di questo genere.  In ogni modo, le autrici della relazione affermano che si spenderebbe molto di meno se si adottassero iniziative appropriate per eliminare le cause della dispersione scolastica come per esempio i bassissimi livelli di competenza nel campo della lettura o della matematica oppure le debolezze del sostegno familiare nei primi anni di vita.
Le iniziative tardive sono sterili
Il documento della DEMOS si propone di identificare i punti più sensibili per intervenire precocemente al fine di prevenire la dispersione scolastica. Questo momento coincide con la manifestazione dei fattori a rischio di dispersione scolastica. Non si può attendere a lungo e predisporre interventi tardivi, una volta che i giovani abbaino abbandonato definitivamente la scuola e siano entrati nel gruppo della popolazione NEET. Questi programmi sono inefficaci e non rendono nessun servizio alla società.
La dimensione del problema in Inghilterra
In Inghilterra, si stimava che nel novembre 2009 un giovane su sette nella fascia di età tra i 16 e i 18 anni faceva parte della popolazione NEET, il che equivaleva a circa 261.000 giovani.Riportiamo qui di seguito in traduzione libera un passaggio della relazione DEMOS nella quale si affronta la questione delle scarse ambizioni di certe categorie di giovani e si dimostra che esiste una stretta correlazione tra ambizioni modeste, risultati scolastici insufficienti e marginalizzazione sociale.
Ambizioni modeste
Ambizioni modeste per quel che riguarda i livelli di istruzione sono connesse con risultati scolastici scadenti, perché la relazione tra ambizioni e ideali d’istruzione è reciproca. I gruppi che sono particolarmente esposti al rischio di aspirazioni modeste sono i maschi, i giovani dei gruppi etnici minoritari nonché i giovani delle categorie socio-professionali svantaggiate. Tuttavia, in certi gruppi si constata un’ accentuata discordanza tra ambizioni e ideali scolastici. Questa situazione è particolarmente pronunciata tra i giovani delle categorie socio-professionali inferiori i quali manifestano da un lato ambizioni elevate che però non si traducono dall’altro in buoni risultati scolastici. Le ambizioni degli allievi più giovani sono pure strettamente collegate con la percezione che hanno delle loro competenze, dell’immagine di sé, nonché del valore che attribuiscono alla riuscita a scuola. Una gran quantità di dati provenienti dall’indagine longitudinale LSYPE  I dati LSYPE dimostrano la centralità della correlazione tra aspirazioni e risultati scolastici: il 56% dei quattordicenni provenienti dal quintile più povero delle famiglie afferma che vorrebbero studiare e che vorrebbero perfino studiare a tempo pieno oltre 16 anni. Tra i giovani della stessa fascia d’età provenienti dalle famiglie più ricche questa proporzione e del 66%.Il 49% dei quattordicenni delle famiglie del quintile più povero afferma che probabilmente si iscriverà all’università ma nel quintile delle famiglie più ricche questa proporzione e del 77%.Tutti i giovani della fascia d’età tra i 14 e i 16 anni tendono ad esprimere un giudizio molto negativo sulla scolarizzazione, ma questo sentimento è molto più pronunciato tra i giovani del quintile di famiglie più povere ( l’11% dei giovani di questo quintile non è affatto soddisfatto di andare a scuola mentre questa proporzione è del 7% nel quintile dei giovani più benestanti).Il 19% dei giovani provenienti dalle famiglie del quintile dei più povero ha smesso di immaginare o di supporre che probabilmente una volta o l’altra riuscirà a iscriversi all’università mentre questa proporzione è del 10% tra i giovani del quintile più ricco.La fiducia in sé dei giovani a 14 anni è strettamente associata a un miglioramento dei risultati scolastici tra i 14 e i 16 anni, anche dopo che si sono controllati i risultati anteriori.I giovani quattordicenni che vorrebbero continuare l’istruzione a tempo pieno oltre i 16 anni secondo i dati raccolti dall’indagine LSYPE vanno molto meglio a scuola quando hanno 16 anni, tenendo sotto controllo una gamma molto ampia di altri fattori. Chi a 14 anni ritiene che probabilmente frequenterà l’università consegue un punteggio più elevato nelle prove della fine dell’insegnamento secondario di primo livello (Diploma che in Inghilterra si chiama GCSE ), a 16 anni totalizza un tasso di assenteismo scolastico inferiore al 3% nonché un aumento del 2,2% della probabilità di partecipare ad attività positive rispetto ai quattordicenni i quali ritengono che probabilmente non hanno nessuna prospettiva di iscriversi all’università.Tutti i dati disponibili confermano che una scolarizzazione difficile dei quattordici concorre a spiegare come mai i giovani delle famiglie del quintile più povero con grande probabilità finiscono nella categoria dei NEET mentre questo non succede per i giovani delle famiglie del quintile più ricco. Tra queste due categorie esiste una differenza dell’ 8,1% nella probabilità di trovarsi nella categoria dei NEET; il 3,6% di questa differenza è imputabile ai problemi di scolarizzazione dei giovani del quintile di famiglie più povere.La ricerca qualitativa suggerisce che aspirazioni elevate degli allievi producono risultati scolastici migliori. Benché generalmente tutti gli allievi esprimono ambizioni elevate, una minoranza significativa risponde alla domanda "Dove credi di essere tra cinque anni?" con "non lo so", "da nessuna parte", "disoccupato" e mostrano quindi di avere scarse ambizioni.

venerdì 8 agosto 2014

read key :Modelli di Garanzia per i Giovani: Svezia e Finlandia a confronto

Il costo della disoccupaazione in Europa e' stimato intorno ai 100 miardi di euro !!!

Orso castano : anche in Italia sono stati creati "Centri per l'impiego". Non sembra che siano stati un successo, anzi molti giovani li ritengono inujtili e frustranti e non li frequentano. Il punto centrale non e' solo il supporto per accoppiare il disoccupato all'opportunita' di lavoro. Se lavoro non c'e' non si accoppia niente di niente. Lo Stato mostra tutta la sua impotenza. Il problema lo si deve affrontare ad un livello piu' alto che non quello puramente territoriale. Fenomeni come la globalizzazione , l'informatizzazione, la robotizzazione, la delocalizzazione, il costo del lavoro, il fabbisogno di prodotti tecnologizzati a livello globale , dovrebbero esser la base di discussione , la cornice generale all'interno della quale inserire la ricerca di lavoro, le start up, gli spin off, le think tank che si devono formare vanno inserite in questa cornice. Monitorizzeremo questo problema.


Alti livelli di incertezza per il futuro e un costante aumento dei tassi di disoccupazione giovanile fanno emergere sempre più la necessità di un intervento immediato e concreto con l’obiettivo di minimizzare il tempo di permanenza dei giovani nello stato di disoccupazione o nella condizione di NEET (soggetti che non studiano e non lavorano) garantendo loro un più agevole accesso al mercato del lavoro o a percorsi formativi professionalizzanti e, dunque, maggiormente spendibili. Nell’attuazione di un modello di Garanzia per i Giovani, sono stati i Paesi Nordici ad introdurre pioneristicamente misure dimostratesi efficaci nel ridurre notevolmente gli effetti negativi della crisi economica in atto sulle giovani generazioni..........Per entrambe le misure il ruolo centrale spetta ai centri pubblici dei servizi per l’impiego che aiutano il giovane nella ricerca dell’impiego offrendogli un’opportunità di lavoro o di studio o costruendo su di esso un piano personalizzato di occupabilità in base a bisogni specifici e competenze.
Youth Guarantee - Finlandia
Si rivolge a giovani disoccupati fino ai 25 anni d’età (dal 2013 sono inclusi anche i laureati fino ai 30 anni d’età)
L’obiettivo è quello di ridurre la permanenza dei giovani nello stato di NEET offrendo loro possibilità di trovare un lavoro o opportunità educative
Il Centro per l’Impiego è obbligato, nel corso dei primi 3 mesi in cui un giovane si è iscritto allo stato di disoccupazione, a:
  1. Costruire un piano personale per il giovane alla ricerca del lavoro
  2. Effettuare una valutazione dei fabbisogni da soddisfare per poterlo supportare nella ricerca del lavoro
  3. Offrire un lavoro, un’attività formativa o attivare altre misure adatte a migliorare l’occupabilità del giovane

Job Guarantee for young people – Svezia
Si rivolge a giovani disoccupati con un’età compresa tra i 16 e i 24 anni, registrati presso un PES da almeno 3 mesi
L’obiettivo è quello di offrire servizi per l’impiego in grado di aiutare rapidamente i giovani a trovare un’occupazione o interessanti opportunità educative
Il supporto alla ricerca del lavoro si realizza in tre fasi:
  1. Il giovane si iscrive al Centro per l’Impiego
  2. Nei successivi 3 mesi si realizza un’analisi dei fabbisogni, delle aspirazioni e delle competenze del giovane alla ricerca di occupazione
  3. Dopo 3 mesi di disoccupazione si intensificano le attività di ricerca di un’occupazione, combinate con altre forme di attivazione ed ingresso nel mercato del lavoro come stage, tirocinio, apprendistato, supporto nell’accesso a percorsi formativi o aiuto all’imprenditorialità.......................... 


i giovani fino ai 24 anni (inclusi nel programma) hanno trovato lavoro più facilmente e rapidamente rispetto ai maggiori di 24 anni seppure anch’essi iscritti ai Centri per l’Impiego (ma non inclusi nel programma).Entrambe le misure hanno dato ai giovani la possibilità di prendere decisioni più informate e consapevoli, oltre che fornito servizi di qualità in tempi rapidi. Se però da un lato soluzioni immediate hanno avuto il pregio di produrre effetti positivi immediati in un momento di emergenza quale quello attuale, dall’altro lato tali soluzioni sembra non siano state completamente in grado di produrre benefici a lungo termine, in grado cioè di arginare o dissolvere i problemi strutturali legati alle giovani generazioni, come la carenza di competenze o qualifiche spendibili.Integrazione tra mondo del lavoro e della formazione che crei un network tra gli attori chiave anche a livello locale, appare essere la via indispensabile da percorrere per poter massimizzare l’impatto delle scelte dei singoli Stati membri nell’assicurare un modello di garanzia per i giovani.

* Sergio Vistarini, Coordinatore del Progetto S.P.E.S.Lab (Censis)