giovedì 17 luglio 2014

la nutraceutica e' utile?

da Ospedale Niguardabio_flora_capsule-news
02.01.2013
Cibi come farmaci naturali, è la nuova frontiera della nutraceutica

Al cioccolato è difficile resistere e ora, che si sa delle sue proprietà benefiche, rinunciarci, sarà praticamente
impossibile. Il cibo amato dai golosi, nella sua variante amara è utile percombattere l’ipertensione e per abbassare i livelli di colesterolo.L’ufficialità arriva dall’Efsa (l’agenzia europea per la sicurezza alimentare), che di recente ha certificato l’efficacia di questo tipo di cioccolato, approvando l’immissione sul mercato alimentare di una particolare barretta “amica” delle nostre arterie.
Come ha spiegato Cesare Sirtori, Direttore del Centro Dislipidemie e Presidente della Società Italiana di Nutraceutica (Sinut), questo prodotto, che dovrebbe arrivare sul mercato nel corso del 2013, contiene 10 grammi di cacao e 200 mg di flavanoli: basta prenderlo una volta al giorno per tenere a bada la pressione alta.
L’azione vasodilatatrice, che aiuta a contrastare l’ipertensione, e gli effetti anti-colesterolo del cacao amaro sono il risultato di studi portati avanti da molti anni sulla popolazione di indigeni Kuni, gli abitanti di un’isola al largo
di Panama, che consumano grandi quantità di cacao e che, forse grazie a questo, hanno la pressione bassa e una mortalità cardiovascolare molto ridotta rispetto ai cittadini panamericani.

Lupino anti-colesterolo
Meno appetitoso del cioccolato ma altrettanto efficace è il lupino. La piccola leguminosa gialla sembra avere dalla sua importanti proprietà che aiutano ad abbassare il colesterolo. Ma attenzione perché se state per fiondarvi al
supermercato per farne man bassa, è bene tenere a mente la precisazione dell’esperto. Siamo abituati a consumare i lupini in salamoia e di certo questo, proprio per l’alto contenuto in sale, non giova alla pressione e al nostro organismo in generale. Questo legume, invece, dà risultati apprezzabili nella forma di prodotti nutraceutici in cui la componente proteica deriva dalla lavorazione del lupino anziché essere di provenienza animale: bistecche, ragù, ma anche il gelato, così com’è stato per i cibi a base di soia anche il lupino può essere un’arma in più per contrastare l’ipercolesterolemia e le ricerche lo dimostrano. Uno studio recente condotto nel centro di Niguarda su barrette dietetiche con proteine di lupino, ha riscontrato un calo del 4,2% del colesterolo nei pazienti che le hanno consumate per un mese, rispetto al gruppo di controllo. Non solo.
Questo tipo di prodotti sembrano avere effetti positivi anche sulla pressione e sull’iperglicemia, aiutando a contrastare il diabete. A breve, inoltre, condurremo uno studio per verificare gli indizi in nostro
possesso che indicano il lupino e le sue proteine come un valido alleato su cui puntare per favorire la perdita di peso.



Nutraceutica: una galassia in espansione
È bene tener presente che i prodotti nutraceutici non si sostituiscono ai farmaci ma servono per la prevenzione. Ma se il settore farmaceutico sta vivendo momenti difficili, quello della nutraceutica (cioè l’uso di estratti di piante, animali e minerali per la prevenzione e il trattamento di malattie) e degli integratori è in continua espansione. Secondo i dati presentati dalla Società Italiana di Nutraceutica (Sinut) nell’ultimo anno la crescita del settore è stata del 5%, e il mercato italiano vale 2 miliardi di euro. Inoltre pur risentendo della recessione e avendo registrato una
flessione rispetto agli anni passati, dove la crescita era del 10-15% l’anno, questo comparto sembra resistere meglio dei farmaci alla crisi e continua a crescere (+5,1%). Solo nell’ultimo anno sono stati presentati 1.192 nuovi prodotti sul mercato e in Italia le aziende operanti nel settore sono 420.

Tratto da: Il Giornale di Niguarda

music

Pubblicato il 16/ago/2012
An American musician who struggled to succeed here in the U.S. was unaware of his huge fame in South Africa.


da wikipedia :Sixto Díaz Rodríguez è nato il 10 luglio 1942 a Detroit, nel Michigan, da una famiglia di modeste condizioni. Suo padre eramessicano, immigrato negli Stati Uniti negli anni venti, mentre sua madre era statunitense di origini native americane ed europee. La maggior parte delle sue canzoni tratta temi sociali e soprattutto indaga poeticamente le condizioni della classe lavorativa del paese. Nel 1981 si è laureato in filosofia alla Wayne State University di Detroit; lo stesso ateneo gli ha concesso una laurea honoris causa il 9 maggio 2013 al Ford Field di Detroit. Secondo l'Associated Press, Rodriguez ha ricevuto il dottorato in Humane Letters dall'Università della sua città natale per il suo "genio e l'impegno per la giustizia sociale musicale"
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Betty Davis, nata Betty Mabry[1] (Durham26 luglio 1945), è una cantante funk e soul statunitense.
Nota anche per essere stata la seconda moglie di Miles Davis, per avere spinto il marito ad approfondire la propria conoscenza della scena rock contemporanea, è a volte indicata come "la donna che inventò la fusion".

lunedì 14 luglio 2014

il "Fascismo" dev e essere ancora ben analizzato, la partecipazione di massa a questo movimento , non va rimossa ma seriamente analizzata. Dovremo riscoprire il pensiero di Gramsci.

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...............Perché il totalitarismo per essere definitivamente archiviato dalla storia deve essere compreso in tutte le sue spigolature per evitare che qualche sua forma possa di nuova presentarsi. Perché potrebbe diventare troppo facile superare quella sottile linea di discrimine e far diventare patologico il rapporto di fiducia tra rappresentato e rappresentante”. 

L’illustrazione dei tratti salienti del libro di Emilio Gentili è stata affidata a Elio D’Auria, docente dell’Università della Tuscia e Maurizio Ridolfi presidente della facoltà di Scienze politiche dell’ateneo Viterbese. 
“Emilio Gentile in questa nuova e accresciuta edizione de La via italiana al totalitarismo – hanno spiegato - affronta la questione e ne da un’ampia definizione non solo di totalitarismo ma se e come il regime fascista sia stato totalitario. Gentile, documenti alla mano, definisce quello italiano un ‘cesarismo totalitario’ per tre ordini di ragioni: l’individuazione del mito e di un capo carismatico e l’organizzazione. Tutto questo però è stato possibile perché per la prima volta viene coinvolta la massa, che partecipa attivamente alla vita politica del paese. Il fascismo grazie a queste elementi diventa un fenomeno unico, sacralizza la politica e entra nelle coscienze delle masse”. 

La parola è poi passata a Emilio Gentile. “Ho impiegato quasi trent’anni per formulare la definizione di totalitarismo. Ripartendo dai documenti, dalla storia e dall’analisi e dalle teorie. E’ il ruolo di uno storico quello di insistere e cercare. Purtroppo per anni tutta la storiografia è stata influenzata dalla definizione della studiosa Hanna Arendt che tra i totalitarismo non inserisce quello italiano. Per dimostrare che si sbagliava sono ripartito dal termine totalitarismo e ricostruito la storia e questo perché i nomi non nascono dalle cose. Quello del totalitarismo è un problema decisivo per capire il Novecento”. 

Affrontare il tema del totalitarismo fascista è importante anche per capire l’oggi. “Dobbiamo toglierci l’idea – continua Gentile - che il fascismo nel 1943 si sia sciolto come neve al sole. Questo non solo non è vero ma è stato dannoso perché, colpa di fascisti e antifascisti, ha finito col farlo diventare una macchietta. Purtroppo ancora oggi prevale la tendenza a caricaturizzare il fascismo, liquidato come regime da operetta oppure far finta che non sia mai esistito. E conseguenza di questo atteggiamento fu la rimozione”. 

E alla domanda: “Pensa che la nostra democrazia possa essere vittima di nuovi totalitarismi?. Risponde così: “Una dittatura non sarebbe possibile, ma purtroppo la nostra democrazia sta sempre più diventando recitativa”.

time for soul

"Nick Of Time"
A friend of mine, she cries at night
And she calls me on the phone
Sees babies everywhere she goes
And she wants one of her own
She's waited long enough she says
And still he can't decide
Pretty soon she'll have to choose
And it tears her up inside
She is scared,
Scared to run out of time
I see my folks are getting on
And I watch their bodies change
I know they see the same in me
And it makes us both feel strange
No matter how you tell yourself
It's what we all go through
Those lines are pretty hard to take
When they're staring back at you
Oh Oh Oh, scared you'll run out of time
When did the choices get so hard
With so much more at stake
Life gets mighty precious
When there's less of it to wa-a-a-aste
Mmm-m-m-m-m-m
Mmmmmmm, scared you'll run out of time
Just when I thought I'd had enough
And all my tears were shed
No promise left unbroken
There were no painful words unsaid
Yo-o-o-u came along and showed me
I could leave it all behind
You opened up my heart again
And then much to my surprise
I found love, baby, love in the nick of time
(Love in the nick of time)
I found love darlin', love in the nick of time
(Love in the nick of time)
I found love baby, love in the nick of time
Ooooooo-ooo-ooo-whoo-ooo
Yeah baby
Uhhhhh-huh-uh
Found love...
In the nick of time...
Thought I'd given up...
Given up baby...
Oh ooo wo ooo wo...
take me now baby here as I am
pull me close, try and understand
desire is hunger is the fire I breathe
love is a banquet on which we feed

come on now try and understand
the way I feel when I'm in your hands
take my hand come undercover
they can't hurt you now,
can't hurt you now, can't hurt you now
because the night belongs to lovers
because the night belongs to lust
because the night belongs to lovers
because the night belongs to us
have I doubt when I'm alone
love is a ring, the telephone
love is an angel disguised as lust
here in our bed until the morning comes
come on now try and understand
the way I feel under your command
take my hand as the sun descends
they can't touch you now,
can't touch you now, can't touch you now
because the night belongs to lovers ...
with love we sleep
with doubt the vicious circle
turn and burns
without you I cannot live
forgive, the yearning burning
I believe it's time, too real to feel
so touch me now, touch me now, touch me now
because the night belongs to lovers ...
because tonight there are two lovers
if we believe in the night we trust
because tonight there are two lovers ...


giovedì 10 luglio 2014

Progetto Melting Pot Europa

Gabriele Del Grande. La traversata

Le mani nere sollevate ad afferrare l'aria. Pochi passi oltre, il vento sulla camicia anima la smorfia dell'ultimo respiro di una donna. E subito accanto, il corpo di un ragazzo ancora chino nella preghiera da cui non si è mai rialzato. Muoiono così gli immigrati. Così finiscono gli uomini e le donne che non sbarcano più a Lampedusa. Bloccati in Libia dall'accordo Roma-Tripoli e riconsegnati al deserto. Abbandonati sulla sabbia appena oltre il confine. A volte sono obbligati a proseguire a piedi: fino al fortino militare di Madama, piccolo avamposto dell'esercito del Niger, 80 chilometri più a Sud. Altre volte si perdono. Cadono a faccia in giù sfiniti, affamati, assetati senza che nessuno trovi più i loro cadaveri. Un filmato però rivela una di queste stragi. Un breve video che 'L'espresso' è riuscito a fare uscire dalla Libia e poi dal Niger. Un'operazione di rimpatrio andata male. Undici morti. Sette uomini e quattro donne, da quanto è possibile vedere nelle immagini.
Il video è stato girato con un telefonino da una persona in viaggio dalla Libia al Niger lungo la rotta che da Al Gatrun, ultima oasi libica, porta a Madama e a Dao Timmi, avamposti militari della Repubblica nigerina. È la rotta degli schiavi. La stessa percorsa dal 2003 da decine di migliaia di emigranti africani. Uomini e donne in cerca di lavoro in Libia, per poi pagarsi il viaggio in barca fino a Lampedusa. Secondo la data di creazione del file, il video è stato girato il 16 marzo 2009 alle 12.31. L'ora centrale della giornata è confermata dall'assenza di ombre nelle immagini. L'uomo che filma è accompagnato da una pattuglia militare. Per una breve sequenza, si vede un fuoristrada pick-up con una mitragliatrice. Le 11 persone morte di sete sarebbero arrivate fino a quel punto a piedi. Si sono raccolte vicino a una collina di rocce e sabbia. Forse speravano di avvistare da quell'altura un convoglio di passaggio e chiedere aiuto. Addosso o accanto ai cadaveri, scarpe e pantaloni di marche che si comprano in Libia. Intorno non ci sono altri fuoristrada o camion. Non ci sono strade né piste battute. È una regione del Sahara in cui ci si orienta solo con il sole e le stelle.

In quei giorni migliaia di emigranti dell'Africa subsahariana salgono in Libia da Agadez, l'ultima città del Niger, ancora isolata dal mondo per la guerra civile tra l'esercito e una fazione di tuareg. Dalla fine del 2008 si contano almeno 10 mila emigranti in partenza ogni mese, dopo una lunga interruzione del traffico di clandestini. I passatori del Sahara riaprono gli affari sfruttando la ribellione tuareg, sostenuta dalla Francia per ottenere lo sfruttamento del secondo giacimento al mondo di uranio, a Imouraren, vicino ad Agadez. Il 2 marzo il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, è invece in Libia per siglare l'ennesimo accordo con il colonnello Muhammar Gheddafi. È la visita in cui Berlusconi porge le scuse per l'occupazione coloniale. Quella in cui i governi di Roma e Tripoli mettono le basi per la collaborazione nei pattugliamenti sottocosta, contro le partenze per Lampedusa. Nel 2008 il regime di Gheddafi aveva lasciato salpare verso l'Italia più di 30 mila immigrati, un record che ha richiamato in Libia migliaia di persone fino a quel momento bloccate ad Agadez. 

Nell'incontro Berlusconi e Gheddafi non parlano solo di immigrazione. Discutono di affari personali, dei 5 miliardi di dollari in vent'anni a carico dell'Eni per il risarcimento dei danni di guerra, di contratti per il petrolio e il gas. Tripoli offre subito un segnale di buona volontà e rispedisce verso il Niger centinaia di migranti rinchiusi nel campo di detenzione della base militare di Al Gatrun. Forse i cadaveri filmati con il telefonino sono la tragica conclusione di una di quelle operazioni. Al Gatrun e Agadez sono separate da 1.490 chilometri di deserto. Dieci giorni di viaggio e in mezzo una sola oasi, Dirkou. Fino a quando non si entra ad Agadez non si può dire di essere sopravvissuti al Sahara. Ma la polizia e l'esercito libici di Al Gatrun non si sono mai preoccupati della sorte degli stranieri una volta lasciati al di là del confine con il Niger. Gli immigrati espulsi vengono scaricati dai camion militari e costretti a proseguire a piedi. Oppure sono affidati ai trafficanti che spesso li abbandonano molto prima di arrivare a destinazione. Dalla linea di frontiera tratteggiata sulla carta geografica, la prima postazione militare del Niger è solo Madama, a 80 chilometri di colline e avvallamenti senza pozzi. Non c'è altro. Ottanta chilometri in cui, persa la rotta e abbandonato il bidone d'acqua per camminare leggeri, si è destinati a morire. Già nel 2005 'L'espresso' aveva scoperto che le operazioni di rimpatrio verso il Niger, dopo il primo accordo tra Berlusconi e Gheddafi, avevano provocato 106 morti in quattro mesi. Ed erano soltanto le cifre ufficiali. Come i 50 schiacciati da un camion sovraccarico che si è rovesciato. Oppure il ragazzo del Ghana mai identificato, sbranato da un branco di cani selvatici durante una sosta a Madama. E le tre ragazze nigeriane morte di sete o le15 raccolte in fin di vita con quattro uomini da un convoglio umanitario francese, dopo essere state abbandonate. Tutti condannati a morte da chi aveva organizzato il loro rimpatrio.
La notizia del filmato arriva a 'L'espresso' nella primavera 2009 durante la preparazione del documentario 'Sulla via di Agadez'. L'uomo con il telefonino però non è più nella città di fango rosso: "È tornato in Libia", sostiene una fonte: "Lo stesso giorno del filmato, a molti chilometri da quei cadaveri, hanno soccorso due ragazzi ancora vivi. I due hanno detto che erano stati costretti dai militari a partire da Al Gatrun. Arrivati nella zona del confine hanno dovuto proseguire a piedi". Nel Sahara i passaparola richiedono molto tempo. Ma di solito vanno a destinazione. Il 16 luglio il dvd con il filmato viene recapitato in redazione. Mancano altre conferme. Bisogna aspettare che l'uomo con il telefonino torni ad Agadez e passano cinque mesi. È il 9 gennaio di quest'anno quando finalmente arrivano le risposte. Nel frattempo il video finisce anche in altre mani. Il 13 dicembre qualcuno lo carica su YouTube dagli Stati Uniti. Dice di averlo ricevuto da Augustine, ospite di un campo di rifugiati a Malta. Augustine però non conosce la storia delle espulsioni a piedi.

Palazzo Chigi sa ufficialmente dal 3 marzo 2004 che gli immigrati bloccati in Libia subiscono maltrattamenti. È la data stampata su un rapporto riservato della presidenza del Consiglio che 'L'espresso' ha potuto leggere. La relazione viene consegnata allo staff di Berlusconi, dopo la visita nel Sahara della delegazione della Protezione civile che deve progettare la costruzione dei centri di detenzione libici: "Si ritiene di dover scegliere, per motivi di opportunità e per una fluidità delle operazioni, la via che impegna il governo italiano in misura ridotta", dice il rapporto: "Tale soluzione ci farebbe calare meno nella configurazione dei centri, in considerazione anche del trattamento che riservano i libici ai cittadini extracomunitari trattenuti nei loro centri, di cui si allega documentazione fotografica". Il governo invece si cala, eccome. Fino a chiedere a Gheddafi di proteggere i nostri confini meridionali. Costi quel che costi. Incuranti che in Italia esiste ancora l'articolo 40 del codice penale. Dice così: "Non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo".

Lampedusa 3 ottobre 2013 , per non dimenticare quanto succede nell'Africa !!!........e continua drammaticamente a succedere. Eurpoa post coloniale svegliati!! L'indifferenza ed il cinismo finiranno col distruggerti: una marea umana ti sommergera'

la voce dei sommersi... (da Repubblica.it
L'omaggio del maestro Ennio Morricone per i morti della strage di Lampedusa
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"La voce dei sommersi". Ennio Morricone, dopo la strage avvenuta al largo di Lampedusa, ha composto di getto e orchestrato una partitura per dare voce "a chi non l'ha mai avuta in vita".

Il grande compositore, come ha raccontato ad 'Avvenire', si è commosso ripensando al naufragio del 3 ottobre scorso e a tutti i viaggi della speranza che negli ultimi 20 anni hanno trasformato il Mediterraneo in un'immensa fossa comune. Da qui l'idea nata dopo un incontro con Arnoldo Mosca Mondadori, presidente del Conservatorio di Milano.



La 'Voce dei sommersi' arriverà martedì a Milano, alla fondazione "Casa dello spirito e delle arti". Verrà ascoltata per la prima volta in pubblico alle 21,30 di sabato 2 novembre nella chiesa milanese di Santa Maria Incoronata.

Morricone, come racconta al quotidiano della Cei, è rimasto colpito dalla "disperazione che costringe queste persone a fuggire e a non fermarsi neppure davanti al rischio di morire. Giovani uomini, donne, bambini: una disperazione immensa e senza voce. Tutte le tragedie di Lampedusa sono mute, nessuno ce le ha raccontate. Abbiamo visto le bare, ma sappiamo poco o nulla della vita di questi profughi che arrivano dalla costa libica, tunisina o egiziana e che, a loro volta, sono fuggiti da guerre, persecuzioni e sofferenze in altri paesi".









"A Milano - racconta ancora il compositore - un gruppo di persone il prossimo 2 novembre ricorderà le vittime e ho voluto comporre una musica per dare il mio contributo. All'inizio volevo chiamarlo "cantico" dei sommersi. Ma chi è morto non può cantare, dobbiamo onorarne la memoria. È una musica che ho cominciato a sentire quando ho visto la croce di legno. Una musica molto triste, che vuole restituire almeno per un attimo la voce a tutti coloro che giacciono in fondo al mare Mediterraneo, a tutte le vittime di queste tragedie dell'immigrazione".




- "La voce dei sommersi" (Repubblica video)

vedi anche

http://video.repubblica.it/dossier/lampedusa-strage-di-migranti/lampedusa-la-strage-e-l-europa-videostoria/144138/142669?ref=vd-auto

- See more at: http://www.guidasicilia.it/la-voce-dei-sommersi/news/73805#sthash.G2vTjWoz.dpuf





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Wired : underground verso la liberta', e gli africani del nord? Ci sara' un giorno un fotografo che ripercorrera' dai deserti, dalle towns africane fino ai barconi sul filo di rasoio della morte, sopra la fossa comune chiamata "Mediterraneo"

http://www.wired.com/2014/07/underground-railroad/    

Haunting Underground Railroad Images Retrace the Steps of Fleeing Slaves

During the 19th century, tens of thousands of people risked their lives surreptitiously traveling thousands of miles from the bondage of slavery to the freedom of the North. Few photos of this Underground Railroad exist, which is why Jeanine Michna-Bales has spent months following some of the known routes north, photographing the homes, forests and caves where those escaping slavery sought shelter.

“I chose the project because I think it’s important for our country to understand our past and where we’ve come from,” says Michna-Bales, who is 42 and lives in Dallas.

Michna-Bales has long been fascinated by the Underground Railroad. She grew up in Indiana, one of the first free states slaves reached on their way north, and studied the Railroad in school. She made frequent field trips to Underground Railroad sites, and was fascinated by the suggestion that slaves used patterns sewn into quilts to disseminate escape routes.

There are many routes slaves followed as they fled to freedom, but no definitive trail you can travel today. With no clear map, Michna-Bales did her best to re-trace portions of known routes that start in Louisiana and then meander north along the Natchez Trace. It’s also hard to know where people stopped each day as they moved north, so Michna-Bales pored through historical documents and talked to locals. Some of the sites she’s photographed are registered historical sites, while others are known only through word of mouth.

The entire route is about 2,000 miles long and took about three months on foot, moving only at night. It’s said those following the Railroad covered about 20 miles a night, so Michna-Bales also chose to do the same. Making pictures often was a challenge, given that she often worked in the dead of night, miles from the nearest town and any source of light. When possible, she relies upon the light of the moon, but she’s also been light painting if there’s no other way to make a picture.

“If there’s nothing for the camera to pick up, I had to do something so people can get a sense for what the area looks like,” she says.

Given that she often works in remote areas, Michna-Bales never travels alone. Her family accompanies her when she’s in Indiana; the rest of the time, she hires off-duty police officers. “The police officers have said I’m are probably fine by myself, but you never know,” she says.

Michna-Bales’ photos are beautiful and haunting. The landscapes are picturesque, but the dark tone in her work reminds you that those following the Underground Railroad risked their very lives for freedom. The only photograph of a daylight scene was made in Canada. It shows the sun breaking through the clouds, a fitting close to a series Michna-Bales hopes to see published in a book.

“The reason I shot the sun coming up,” she says, “is because once they reached Canada that would be the first time the could actually move freely during the day.

martedì 8 luglio 2014

una analogia tra il movimento think tank in Germania e i "mille fiori" di Mao USA

orso castano : riporto una prima posizione alquanto dogmatica , che sa di ancien re'gime, e , di seguito , le informazioni , piu' obiettive storicamente, di Wichipedia. Purtroppo "la storia e' uno schiacciasassi" citava un grande giornalista, Igor Man , ma , possiamo dirlo, non distrugge la liberta' di pensiero , la critica e l'utopia.Di Igor Man ricordiamo il bel pezzo che scrisse come inviato in USA per scrivere sulla morte di un Grande : John F. Kennedy :Grazie a mio fratello Mirco, giornalista a New York, ebbi modo, un giorno, di parlare privatamente con Robert F. Kennedy. Mi disse che fra gli innumerevoli messaggi di cordoglio ricevuti, lo aveva colpito il brano della lettera di san Paolo a Timoteo, trascritto da un sacerdote di Minneapolis: «Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la mia corsa. Ho conservato la fede. È giunto il momento di sciogliere le vele». Era il 15 di novembre del 1967. Meno di un anno dopo, il 6 di giugno del 1968, ammazzarono pure lui, Bob. Due mesi prima era toccato a Martin Luther King. 
Sono passati 37 anni dalla morte oscura di Lancillotto. Addosso gli hanno rovesciato tonnellate di spazzatura, tuttavia se ci contassimo scopriremmo in tanti, proprio in tanti nel mondo, d’essere tuttora “kennedyani”. Pateticamente? Forse. «Ci salveremo perché abbiamo paura», ha scritto un vecchio poeta del Sud.  da  infoaut 3.0Cina. Mao Tse Tung: "le cose stanno cambiando"
Il 27 Febbraio 1957, in Cina, Mao Tze-tung proclama l'inizio della "campagna dei cento fiori". Come tutte le campagne lanciate dal Partito Comunista, la campagna dei cento fiori viene lanciata utilizzando un motto: "che cento fiori sboccino, che cento scuole competano". Questo motto ben riassume l'intento di Mao: avviare un processo di profondo cambiamento culturale e tecnologico, basato sull'apertura al confronto non solo politico, ma anche artistico e scientifico . Le motivazioni che spingono il Partito Comunista Cinese a promuovere una campagna di questa natura sono principalmente due: eliminare le contraddizioni ancora esistenti all'interno dello stato socialista e spingere verso uno sviluppo tecnologico e culturale. Alla base della prima motivazione vi è fondamentalmente un fatto: pur essendosi conclusi i grandi periodi di lotta delle masse, pur essendosi compiuto nella quasi totalità il processo di eliminazione della proprietà privata, esistono ancora elementi delle classi rovesciate, parte della borghesia esiste ancora, i marxisti non sono la totalità della popolazione e soprattutto non sono la totalità degli intellettuali. Mao quindi sostiene di doversi confrontare con le ideologie non marxiste (escludendo quelle dichiaratamente contro-rivoluzionarie), vedendo questo confronto come occasione per avviare una "lotta" funzionaria al rafforzamento del marxismo stesso. Accogliere le critiche e saperle affrontare senza dogmatismo, in maniera scientifica, discuterle, confutarle nella maniera più convincente possibile; Questo percorso non può che portare a due preziosi risultati: da un lato sconfiggere le critiche stesse, dall'altro abituare il marxismo agli "attacchi", e quindi rafforzare la sua posizione egemone in campo ideologico.
In ambito culturale questo processo diventa strumento con la quale cambiare la sovrastruttura culturale borghese restata se non intatta non stravolta dalla radice. Anche in questo campo accettare le critiche significa in primis sapersi opporre e soprattutto saper rispondere ed esse. Da un punto di vista scientifico e tecnologico, la campagna dei cento fiori serve a stimolare la ricerca e lo sviluppo che iniziano ad essere questione fondamentale per lo stato Cinese, che deve costantemente fare i conti con un territorio vastissimo ed una popolazione che per la stragrande maggioranza lavora nel settore primario.
In conclusione riportiamo un passo tratto dal capitolo "Mao Tse-tung: che cento fiori sboccino" da "L'orda d'oro" di N. Balestrini e P. Moroni.
"qualcuno chiederà: visto che nel nostro paese la maggioranza della popolazione riconosce già nel marxismo l'ideologia guida, lo si può criticare? Certamente. Il marxismo è una verità scientifica che non teme la critica; se la temesse e potesse esserne sconfitto, allora non varrebbe nulla. Forse gli idealisti non criticano il marxismo tutti i giorni in tutti i modi possibili? Forse che coloro i quali sono ancora legati a punti di vista borghesi o piccolo borghesi, e desiderano modificarli, non criticano il marxismo in tutti i modi possibili?
I marxisti non devono temere le critiche, da qualsiasi parte provengano. Al contrario, devono temprarsi, svilupparsi e conquistare nuove posizioni nella critica, nella tempesta della lotta.[...]
Sarebbe giusto condannare queste idee (le idee errate ma diffuse tra il popolo, ndr) senza nemmeno dare loro la possibilità di esprimersi? No di certo. Applicare metodi semplicistici per risolvere le questioni ideologiche in seno al popolo, le questioni legate alla vita intellettuale dell'uomo, non è soltanto inefficace, ma estremamente controproducente"

Campagna dei cento fiori

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Mao Zedong fu il principale ispiratore della Campagna dei cento fiori: in questa immagine degli anni Cinquanta lo vediamo arringare una folla osannante
Con la locuzione Campagna dei cento fiori si indica una stagione di liberalizzazione della vita culturale, politica, economica e sociale avviata in Cina negli anni Cinquanta. Il termine deriva da una frase pronunciata dal leader comunista Mao Zedong nel 1956: "che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero gareggino"[1].
Promossa ed incoraggiata dai più influenti dirigenti del Partito Comunista Cinese, la campagna dei cento fiori venne avviata in concomitanza con la destalinizzazione che Nikita Khruščёv stava effettuando in URSS. Probabilmente lo scopo principale era quello di garantirsi una maggior legittimazione chiamando tutti i cinesi a partecipare allo sviluppo economico. Per alcuni, questo nuovo scenario politico fu creato ad arte da Mao Zedong per prendere le distanze dal comunismo sovietico; per altri ancora, la Campagna fu un sincero tentativo di rendere più democratica la Repubblica popolare cinese.
Attraverso giornalisti, riviste, pamphlet e soprattutto dazibao (manifesti murali), intellettuali, studenti e uomini politici (soprattutto quelli di basso rango gerarchico, ovvero quelli poco noti) espressero il loro punto di vista sui cruciali cambiamenti che la Cina aveva compiuto e sulle riforme da effettuare in futuro[2]. Sebbene i "filo-Maoisti" furono in netta superiorità numerica non mancarono voci contro il governo, sia provenienti da "destra" (cioè da capitalisti e da sostenitori della Repubblica di Taiwan), sia provenienti da "sinistra" (ovvero dai marxisti-leninisti ortodossi che non volevano nessun cambiamento rispetto all'ideologia principale di Karl MarxFriedrich Engels e Vladimir Lenin)[3].
Ben presto però, la situazione iniziò a sfuggire di mano, e le proteste si moltiplicarono e radicalizzarono, coinvolgendo il Partito stesso e la forma di Stato e legandosi con lo scontento di contadini ed operai. Mao decise allora di dichiarare conclusa l'esperienza della campagna dei cento fiori (1957). Ebbe quindi inizio la repressione (la cosiddetta Campagna Antidestra)[3]. Ai molti intellettuali, studenti e politici che avevano aderito all'invito a manifestare liberamente il proprio pensiero, la fine della campagna riservò un destino beffardo: infatti, le loro dichiarazioni pubbliche ne facilitarono l'identificazione e l'arresto o l'invio nei campi di rieducazione.