lunedì 11 agosto 2014

think tank Desmos

Demos
Demos think tank logo.JPG
Formation1993
Legal statusCharity (no. 1042046)
Location
  • London
Website    http://quarterly.demos.co.uk/
Demos is a think tank based in the United Kingdom with a cross-party political viewpoint. It was founded in 1993 and specialises in social policy, developing evidence-based solutions in a range of areas, from education and skills to health and housing.
The current Chief Executive is Claudia Wood, who joined the think tank in 2009 and previously worked for Tony Blair’s strategy unit. David Goodhart is Chair of the Demos Advisory Board, which includes former Attorney General Lord Falconer, Baroness O’Neill and Sir Peter Bazalgette.
Demos publishes a quarterly journal, titled Demos Quarterly, [1] which features articles from politicians, academics and Demos researchers.
The organisation is an independently registered charity...........................The current Chief Executive is Claudia Wood. She joined Demos in 2009 after stints at other think tanks and in Tony Blair’s strategy unit..........

Current projects[edit]

As of 2014, Demos has several core research programmes: Welfare & public services, Good business, Citizenship, Integration, and Social media analysis.
Noteworthy recent projects include Demos’s year-long Commission on Residential Care,[20] Poverty in Perspective[21] – which contained an in-depth analysis of the everyday experience of different forms of poverty across the UK, the housing report Top of the Ladder,[22] and an analysis of the harmful impact of different forms of debt.[23]
Demos has an open access policy, which means that all its publications are available to freely download under a Creative Commons licence.
Demos is unrelated either to the US think tank of the same name or to Demos Helsinki, the Nordic research and development organisation

See also[edit]




Un articolo di Clatudia Wood sulle "Carte Prepagate" , un benefit che lo Stato inglese vorrebbe distribuire ai piiu' bisognosi.Because a prepay card allows local authorities to see what's being spent in real time, it saves users having to send in stacks of receipts and bank statements. Photograph: Chuck Savage/Corbis
Alec Shelbrooke MP's private member's bill proposing  a "welfare cash card" that could not be spent on "luxury goods such as cigarettes, alcohol, Sky television and gambling" has sparked much debate  about smart cards (or prepay cards) as a way to control people's benefits spending.

If a person's benefits are loaded on to a card, it can be blocked from being used in, say, casinos or off-licences. This has understandably provoked strong reactions: the issue of whether the government ought to have a say over how benefits are spent strikes right at the heart of the shirkers and strivers  debate.

In all the furore, people may not realise that prepay cards are already widely used for more constructive purposes. About 25% of local authorities are using prepay cards and another 30% plan on doing so this year, mainly to distribute direct payments in social care.

In light of the remarkable spread of this relatively little-known technology, Demos  have investigated further with the support of Mastercard. Our report, The Power of Prepaid , to be published on Wednesday, helps explain why these cards are becoming so popular for personal budget distribution – for one, they put an end to the paper-based auditing system associated with personal budgets.

Care users have their personal budgets loaded on to a card, which they use like a debit card to purchase the services and items outlined in their care plan. Local authorities can see what's being spent in real time – checking to see that a person's spending matches their care plan, blocking it if financial abuse is suspected or if it gets lost or stolen, or investigating if a person isn't spending at all.

The paper-based system requires care users to send in stacks of receipts and bank statements to be audited by hand, usually once a quarter. Spotting financial abuse, clawing back unspent funds or tackling safeguarding concerns can only be done months after the fact.

This form of auditing is a statutory duty, but can be hugely resource intensive. Brent council in north London estimates it was receiving 25,000 pieces of paper a year from care users. It expects a 10% reduction in its personal budget costs by using prepay cards. Bury, another council trying out the cards, reports backlogs in its paperwork of years in some cases. In an era where local authorities must make unprecedented budgetary reductions, these back-office efficiencies aren't to be sniffed at – they can help protect funding at the frontline.

Of course, first-generation cards have wrinkles that need ironing out – such as establishing rules for taking out cash, making sure telephone support is in place and ensuring care providers are prepared for the cards. But local authorities can, and are, making them work.


read key : med rigernerativa con staminali : vagina bionica

Funziona a otto anni dall'intervento. La vagina bionica impiantata su quattro adolescenti tra Messico e Stati Uniti rappresenta una nuova frontiera per la ricerca scientifica, nell'ambito delle operazioni rigenerative. L'organo riproduttivo, infatti, è stato ricreato in laboratorio con le cellule delle stesse pazienti, ragazze tra i 13 ei 18 anni, nate con la sindrome Mayer-Rokitansky-Kuster-Hauser, una rara malattia genetica in cui vagina e utero sono poco sviluppati o assenti. Il trattamento pionieristico è stato eseguito tra giugno 2005 e ottobre 2008 da un gruppo di ricercatori guidato da Anthony Atala, noto scienziato che dirige ilWake Forest Baptist Medical Center's Institute di Medicina rigenerativa, del North Carolina, Stati Uniti. "Questo studio è un altro esempio di come le strategie di medicina rigenerativa possono essere applicate a una notevole varietà di tessuti e organi", ha sottolineato Atala. I dati delle visite annuali di follow-up hanno dimostrano che fino a otto anni dopo gli interventi chirurgici gliorgani funzionano normalmente.

domenica 10 agosto 2014

orso castano : una generazione senza ali, o meglio in attesa delle ali, per volare, per disegnare la propia vita futura con colori brillanti, per guardare dall'alto un panorama , rispetto al lavoro, complesso e difficile  da oraticare. per lon Stato, per gli insegnanti lo spettro o l'incubo della dispersione scolastica, dell'abbandono dello studio vissuto come un'inutile perdita di tempo se si appartiene alle classi piu' povere, meno agganciate ai gruni , alle congreche di potere, ai cerchi magici, alle famiglie amorali e potenti, alla casta. Se ne uscira'? si se ci sara' piu' democrazia, se si animera' un dibattito aperto tra i neet, senza che i Professori Universitari, quelli che hanno l'asstone vogliano metter il sigllo , l'ultima parola ad un dibattito complicato e difficile che richiede innanzitutto partecipazione e democrazia per costuire un sapere il meno accademico possibile , il piu' democratico possibile.

ALP Over 40
 L’istituto britannico DEMOS è un ente indipendente che promuove l’elaborazione e la diffusione di idee miranti a dare maggiore potere sulla propria esistenza alla popolazione e che si prefigge di sviluppare un concetto di democrazia migliore dell’attuale, nel quale tutti i cittadini siano responsabili di se stessi ed abbiano pieno potere sulla loro propria esistenza. L’istituto svolge diversi programmi di ricerca che per natura sono interdisciplinari e mirano soprattutto a stimolare il dibattito politico in Inghilterra. Nondimeno, le indagini e le pubblicazioni di DEMOS sono di grande valore e possono interessare altri regimi democratici. In questo ordine di idee DEMOS si occupa molto di politica scolastica e di questioni riguardanti l’istruzione. Molti documenti prodotti da DEMOS sulla scuola offrono idee nuove, aprono orizzonti inediti e propongono piste di sviluppo originali. Il documento “A generation of disengaged children is waiting in the wings…” 
In questo articolo segnaliamo uno studio pubblicato da DEMOS nel corso del primo semestre dell’anno, che riguarda uno dei punti critici dei sistemi scolastici delle società democratiche occidentali, ossia la perdita di senso della scolarizzazione per una proporzione cronica di giovani.

Il rapporto presentato è stato realizzato da due collaboratrici dell’istituto tra le quali la vicedirettrice Julia Margo e Sonia Sodha (vedi foto). Il documento è il prodotto di un anno di indagine condotta preso giovani che hanno abbandonato qualsiasi tipo di scolarizzazione dopo la fine dell’obbligo scolastico. La relazione si basa su un’analisi dei dati di ricerche già svolte su questa questione, su interviste presso organizzazioni che lavorano con giovani con un profilo corrispondente a quello dei temi trattati in questa indagine, con animatori sociali e con professionisti dei servizi umanitari con i quali si sono discussi i sintomi delle cause della dispersione scolastica, nonché sulle analisi quantitative rese possibili dalla celebre indagine longitudinale inglese "Millennium Cohor Study", ed infine da una ricerca qualitativa condotta presso 75 giovani a rischio che hanno abbandonato la scuola. I giovani NEET La proporzione di giovani che non sono più a scuola e che nemmeno lavorano o cercano un’attività professionale (NEET) continua a essere un problema scottante per i responsabili politici. Infatti, le iniziative politiche adottate per combattere la dispersione scolastica e per ridurre il numero della popolazione giovanile a rischio non hanno fin qui fornito risultati convincenti per risolvere un problema che finora sembra insolubile, probabilmente perché queste iniziative sono attuate troppo tardi, quando l’assenteismo scolastico è già diventato endemico.Le autrici di questa relazione hanno dedicato molto tempo per approfondire le conseguenze della dispersione scolastica. Si stima che in Inghilterra la proporzione della generazione tra i 16 e i 18 anni che si può qualificare come popolazione NEET costi alla società all’incirca 37 miliardi di euro se si tiene conto della perdita di guadagno lungo tutto l’arco della vita professionale nonché dell’importo stanziato per le indennità contro disoccupazione, dei costi dei servizi sociali e sanitari ed infine dei costi procurati da coloro che hanno che fare con la giustizia. Su stime di questo tipo non c’è un vero accordo. Anche negli Stati Uniti e nel Canada si sono svolti calcoli di questo genere.  In ogni modo, le autrici della relazione affermano che si spenderebbe molto di meno se si adottassero iniziative appropriate per eliminare le cause della dispersione scolastica come per esempio i bassissimi livelli di competenza nel campo della lettura o della matematica oppure le debolezze del sostegno familiare nei primi anni di vita.
Le iniziative tardive sono sterili
Il documento della DEMOS si propone di identificare i punti più sensibili per intervenire precocemente al fine di prevenire la dispersione scolastica. Questo momento coincide con la manifestazione dei fattori a rischio di dispersione scolastica. Non si può attendere a lungo e predisporre interventi tardivi, una volta che i giovani abbaino abbandonato definitivamente la scuola e siano entrati nel gruppo della popolazione NEET. Questi programmi sono inefficaci e non rendono nessun servizio alla società.
La dimensione del problema in Inghilterra
In Inghilterra, si stimava che nel novembre 2009 un giovane su sette nella fascia di età tra i 16 e i 18 anni faceva parte della popolazione NEET, il che equivaleva a circa 261.000 giovani.Riportiamo qui di seguito in traduzione libera un passaggio della relazione DEMOS nella quale si affronta la questione delle scarse ambizioni di certe categorie di giovani e si dimostra che esiste una stretta correlazione tra ambizioni modeste, risultati scolastici insufficienti e marginalizzazione sociale.
Ambizioni modeste
Ambizioni modeste per quel che riguarda i livelli di istruzione sono connesse con risultati scolastici scadenti, perché la relazione tra ambizioni e ideali d’istruzione è reciproca. I gruppi che sono particolarmente esposti al rischio di aspirazioni modeste sono i maschi, i giovani dei gruppi etnici minoritari nonché i giovani delle categorie socio-professionali svantaggiate. Tuttavia, in certi gruppi si constata un’ accentuata discordanza tra ambizioni e ideali scolastici. Questa situazione è particolarmente pronunciata tra i giovani delle categorie socio-professionali inferiori i quali manifestano da un lato ambizioni elevate che però non si traducono dall’altro in buoni risultati scolastici. Le ambizioni degli allievi più giovani sono pure strettamente collegate con la percezione che hanno delle loro competenze, dell’immagine di sé, nonché del valore che attribuiscono alla riuscita a scuola. Una gran quantità di dati provenienti dall’indagine longitudinale LSYPE  I dati LSYPE dimostrano la centralità della correlazione tra aspirazioni e risultati scolastici: il 56% dei quattordicenni provenienti dal quintile più povero delle famiglie afferma che vorrebbero studiare e che vorrebbero perfino studiare a tempo pieno oltre 16 anni. Tra i giovani della stessa fascia d’età provenienti dalle famiglie più ricche questa proporzione e del 66%.Il 49% dei quattordicenni delle famiglie del quintile più povero afferma che probabilmente si iscriverà all’università ma nel quintile delle famiglie più ricche questa proporzione e del 77%.Tutti i giovani della fascia d’età tra i 14 e i 16 anni tendono ad esprimere un giudizio molto negativo sulla scolarizzazione, ma questo sentimento è molto più pronunciato tra i giovani del quintile di famiglie più povere ( l’11% dei giovani di questo quintile non è affatto soddisfatto di andare a scuola mentre questa proporzione è del 7% nel quintile dei giovani più benestanti).Il 19% dei giovani provenienti dalle famiglie del quintile dei più povero ha smesso di immaginare o di supporre che probabilmente una volta o l’altra riuscirà a iscriversi all’università mentre questa proporzione è del 10% tra i giovani del quintile più ricco.La fiducia in sé dei giovani a 14 anni è strettamente associata a un miglioramento dei risultati scolastici tra i 14 e i 16 anni, anche dopo che si sono controllati i risultati anteriori.I giovani quattordicenni che vorrebbero continuare l’istruzione a tempo pieno oltre i 16 anni secondo i dati raccolti dall’indagine LSYPE vanno molto meglio a scuola quando hanno 16 anni, tenendo sotto controllo una gamma molto ampia di altri fattori. Chi a 14 anni ritiene che probabilmente frequenterà l’università consegue un punteggio più elevato nelle prove della fine dell’insegnamento secondario di primo livello (Diploma che in Inghilterra si chiama GCSE ), a 16 anni totalizza un tasso di assenteismo scolastico inferiore al 3% nonché un aumento del 2,2% della probabilità di partecipare ad attività positive rispetto ai quattordicenni i quali ritengono che probabilmente non hanno nessuna prospettiva di iscriversi all’università.Tutti i dati disponibili confermano che una scolarizzazione difficile dei quattordici concorre a spiegare come mai i giovani delle famiglie del quintile più povero con grande probabilità finiscono nella categoria dei NEET mentre questo non succede per i giovani delle famiglie del quintile più ricco. Tra queste due categorie esiste una differenza dell’ 8,1% nella probabilità di trovarsi nella categoria dei NEET; il 3,6% di questa differenza è imputabile ai problemi di scolarizzazione dei giovani del quintile di famiglie più povere.La ricerca qualitativa suggerisce che aspirazioni elevate degli allievi producono risultati scolastici migliori. Benché generalmente tutti gli allievi esprimono ambizioni elevate, una minoranza significativa risponde alla domanda "Dove credi di essere tra cinque anni?" con "non lo so", "da nessuna parte", "disoccupato" e mostrano quindi di avere scarse ambizioni.

venerdì 8 agosto 2014

read key :Modelli di Garanzia per i Giovani: Svezia e Finlandia a confronto

Il costo della disoccupaazione in Europa e' stimato intorno ai 100 miardi di euro !!!

Orso castano : anche in Italia sono stati creati "Centri per l'impiego". Non sembra che siano stati un successo, anzi molti giovani li ritengono inujtili e frustranti e non li frequentano. Il punto centrale non e' solo il supporto per accoppiare il disoccupato all'opportunita' di lavoro. Se lavoro non c'e' non si accoppia niente di niente. Lo Stato mostra tutta la sua impotenza. Il problema lo si deve affrontare ad un livello piu' alto che non quello puramente territoriale. Fenomeni come la globalizzazione , l'informatizzazione, la robotizzazione, la delocalizzazione, il costo del lavoro, il fabbisogno di prodotti tecnologizzati a livello globale , dovrebbero esser la base di discussione , la cornice generale all'interno della quale inserire la ricerca di lavoro, le start up, gli spin off, le think tank che si devono formare vanno inserite in questa cornice. Monitorizzeremo questo problema.


Alti livelli di incertezza per il futuro e un costante aumento dei tassi di disoccupazione giovanile fanno emergere sempre più la necessità di un intervento immediato e concreto con l’obiettivo di minimizzare il tempo di permanenza dei giovani nello stato di disoccupazione o nella condizione di NEET (soggetti che non studiano e non lavorano) garantendo loro un più agevole accesso al mercato del lavoro o a percorsi formativi professionalizzanti e, dunque, maggiormente spendibili. Nell’attuazione di un modello di Garanzia per i Giovani, sono stati i Paesi Nordici ad introdurre pioneristicamente misure dimostratesi efficaci nel ridurre notevolmente gli effetti negativi della crisi economica in atto sulle giovani generazioni..........Per entrambe le misure il ruolo centrale spetta ai centri pubblici dei servizi per l’impiego che aiutano il giovane nella ricerca dell’impiego offrendogli un’opportunità di lavoro o di studio o costruendo su di esso un piano personalizzato di occupabilità in base a bisogni specifici e competenze.
Youth Guarantee - Finlandia
Si rivolge a giovani disoccupati fino ai 25 anni d’età (dal 2013 sono inclusi anche i laureati fino ai 30 anni d’età)
L’obiettivo è quello di ridurre la permanenza dei giovani nello stato di NEET offrendo loro possibilità di trovare un lavoro o opportunità educative
Il Centro per l’Impiego è obbligato, nel corso dei primi 3 mesi in cui un giovane si è iscritto allo stato di disoccupazione, a:
  1. Costruire un piano personale per il giovane alla ricerca del lavoro
  2. Effettuare una valutazione dei fabbisogni da soddisfare per poterlo supportare nella ricerca del lavoro
  3. Offrire un lavoro, un’attività formativa o attivare altre misure adatte a migliorare l’occupabilità del giovane

Job Guarantee for young people – Svezia
Si rivolge a giovani disoccupati con un’età compresa tra i 16 e i 24 anni, registrati presso un PES da almeno 3 mesi
L’obiettivo è quello di offrire servizi per l’impiego in grado di aiutare rapidamente i giovani a trovare un’occupazione o interessanti opportunità educative
Il supporto alla ricerca del lavoro si realizza in tre fasi:
  1. Il giovane si iscrive al Centro per l’Impiego
  2. Nei successivi 3 mesi si realizza un’analisi dei fabbisogni, delle aspirazioni e delle competenze del giovane alla ricerca di occupazione
  3. Dopo 3 mesi di disoccupazione si intensificano le attività di ricerca di un’occupazione, combinate con altre forme di attivazione ed ingresso nel mercato del lavoro come stage, tirocinio, apprendistato, supporto nell’accesso a percorsi formativi o aiuto all’imprenditorialità.......................... 


i giovani fino ai 24 anni (inclusi nel programma) hanno trovato lavoro più facilmente e rapidamente rispetto ai maggiori di 24 anni seppure anch’essi iscritti ai Centri per l’Impiego (ma non inclusi nel programma).Entrambe le misure hanno dato ai giovani la possibilità di prendere decisioni più informate e consapevoli, oltre che fornito servizi di qualità in tempi rapidi. Se però da un lato soluzioni immediate hanno avuto il pregio di produrre effetti positivi immediati in un momento di emergenza quale quello attuale, dall’altro lato tali soluzioni sembra non siano state completamente in grado di produrre benefici a lungo termine, in grado cioè di arginare o dissolvere i problemi strutturali legati alle giovani generazioni, come la carenza di competenze o qualifiche spendibili.Integrazione tra mondo del lavoro e della formazione che crei un network tra gli attori chiave anche a livello locale, appare essere la via indispensabile da percorrere per poter massimizzare l’impatto delle scelte dei singoli Stati membri nell’assicurare un modello di garanzia per i giovani.

* Sergio Vistarini, Coordinatore del Progetto S.P.E.S.Lab (Censis)

giovedì 7 agosto 2014

read key : film-terapia : un forum su you tube?

testi e pellicole possono aiutarci a curare la nostra mente, o meglio a compiere un passo forse preliminare, ma di fondamentale importanza: prendere coscienza del fatto che qualcosa non va. Questa è la tesi sostenuta da ferdinando Galassi, psichiatra e psicoterapeuta dell'ospedale di Careggi


Dott.ssa Felicita Dell'Aquila - Psicologo Psicoterapeuta Parla di:
- Legame tra Cinema e Psicoterapia - "Realta' inventate" e "Realta' vere" 
- L'applicazione del cinema in terapia strategicaCinema e Psicoterapia: Come costruire una realta' inventata

CINEMA E PSICOTERAPIA:COME COSTRUIRE UNA "REALTA' INVENTATA"

Un "primo piano" sul concetto di "realta'"

"Penso che ogni immagine cominci ad esistere solo quando qualcuno la sta guardando" (Wim Wenders).
Basterebbero queste parole del grande regista tedesco per esemplificare con una evidenza dirompente il legame tra cinema e psicologia.
L'immagine filmica lavora sull'apparenza, sulla cosiddetta impressione-illusione di realta', sulla visione di qualcosa che non e' il mondo, ma sembra il mondo.
E' un'apparenza di mondo che si rivela piuttosto come mondo dell'apparenza, o copia (differente) del mondo dell'apparenza.
La forte somiglianza con il mondo esterno, che poi si rivela un'illusione, l'apparenza di vero, che si rivela non vero, sono la struttura stessa del cinema e... non solo.
Di tanti "meccanismi" della mente, di tanti comportamenti piu' o meno "devianti" da un'ipotetica "normalita'", quello che sembra rispecchiare pienamente la profonda assonanza tra queste due "realta' fittizie" e' la cosiddetta "profezia che si autoavvera" ed il potere della logica (detta della "credenza") che ne e' alla base.
Perche'? Faccio un esempio, ma non del mondo "reale".
Essendo un'appassionata di cinema, mi viene in mente l'indimenticabile protagonista del film Matrix:
Neo e' davvero l'Eletto o in qualche modo lo diventa perche' si convince di esserlo?
Sarebbe stato destinato comunque a diventare il Prescelto perche' cosi' "Qualcuno" o "Qualcosa" ha deciso per lui o e' lui che decide di diventareColui che salvera' il mondo?
Domande, queste, riconducibili ad un unico, profondo, se vogliamo "arcaico", quesito:
quanto le nostre "credenze" condizionano la nostra vita?
A me piace rispondere: "tanto!"
Riporto di seguito il passo relativo al primo dialogo tra Morpheus e Neo, al momento del loro primo incontro:
  • Morpheus: immagino che in questo momento ti sentirai un po' come Alice che ruzzola nella tana del Bianconiglio
  • Neo: l'esempio calza
  • Morpheus: lo leggo nei tuoi occhi: hai lo sguardo di un uomo che accetta quello che vede solo perche' aspetta di risvegliarsi.
    E curiosamente non sei lontano dalla verita'.
    Tu credi nel destino, Neo?
  • Neo: no.
  • Morpheus: perche' no?
  • Neo: perche' non mi piace l'idea di non poter gestire la mia vita.
Credere di poter diventare qualcuno o sognare di poter fare una certa cosa, pero', non significa automaticamente riuscirci:
se domattina mi svegliassi credendo di essere Wonderwoman, non sarebbe "funzionale", oltre che salutare, per me, provare a volteggiare nel cielo con quel bel costumino a stelle!
Scendiamo con i "piedi per terra", che non vuole essere una rinuncia al "sognare in grande" ma un invito al "saper sognare".
"Saper sognare"... sembra quasi un ossimoro!
Da che mondo e' mondo il sogno e' libero... almeno cosi sembrerebbe... eppure anche il nostro Immaginario non e' cosi libero come amiamo credere, libero da condizionamenti mediatici, dalle aspettative di cui gli altri ci investono, dalle mode del momento, dalla brama del successo, dal desiderio di riuscire e il timore di osare...
Cosa accadrebbe se ci rendessimo conto di non essere all'altezza delle nostre (o altrui?) aspettative?
Cosa accadrebbe se il sogno di tutta una vita andasse in frantumi?
Cosa accadrebbe se tutto cio' in cui abbiamo sempre creduto svanisse nel nulla?
L'uomo ("reale" e quello "non reale" dei film, dei fumetti e prima ancora delle favole) vive di credenze, che altro non sono che profonde convinzioni o speranze che tracciano le linee guida del percorso della sua vita, proprio come i sassolini lasciati da Pollicino.
In fondo, in ogni credenza, l'importante e' riuscire a ritrovare sempre la via sicura, quella che riporta a casa, e non rischiare, cosi, di cambiare direzione!
Proviamo ad immaginare:
cosa sarebbe accaduto a Biancaneve se, dopo un anno di matrimonio con il Principe Azzurro, si fosse accorta che il suo maritino era si "principe", ma davvero poco "azzurro"?
E che dire della Bella Addormentata nel Bosco che ha atteso ben sedici lunghi anni l'incontro con il suo prode cavaliere?
Una delusione da quest'uomo la porterebbe nella migliore delle ipotesi al suicidio!
Insomma, a parte il fatto che non tutte le "addormentate" sono belle e non tutti i "principi" sono impavidi e nobili d'animo, vivere per sempre felici e contenti non e' il finale impossibile di una bella favola, ma l'obiettivo concreto che ciascuno di noi (streghe e gnomi inclusi) puo' provare a perseguire...
Come?!
Come terapeuta strategica non chiedo ai miei pazienti di scegliere tra una pillola rossa e una blu, perche', a differenza di Morpheus, non ho nessuna Verita' da offrire, ma di non dimenticare che "la verita' non e' cio' che scopriamo, ma cio' che creiamo" (A. De Saint-Exupéry).
Ma vediamo piu' da vicino le analogie strutturali della cinematografia e della psicoterapia con gli aspetti piu' rilevanti del simulacro.
Secondo il dizionario, "simulacro" significa "parvenza, immagine lontana dal vero", ed e' connesso al "simulare", che e' "fingere, far parere qualcosa che in realta' non c'e'".
Innanzitutto, l'immagine filmica e' un'impressione o illusione di realta', una rappresentazione illusiva del mondo in una condizione di assenza e di negazione del mondo stesso.
Lo stesso vale per una seduta psicoterapeutica: le parole del paziente si riferiscono ad una realta' (quella passata, presente e futura) ipotetica, intangibile, sia perche' gli episodi raccontati dal paziente potrebbero non essere corrispondenti ad una realta' "oggettiva" e, quindi, essere frutto di una sua rielaborazione travisata dei fatti, sia perche' il terapeuta si serve di "benefici imbrogli" per raggirare le resistenze del paziente, con l'obiettivo di guidare la persona nel processo di costruzione di una "realta' inventata", che, tuttavia, produce effetti concreti.
Il film e' un "falso", elaborato per ingannare lo spettatore, che nasconde la propria struttura (quella impressa su un fotogramma e stampata su una pellicola), per proporne un'altra totalmente diversa.
L'immagine filmica, come scrive Paolo Bertetto (1), "e' proprio concepita, prodotta, realizzata per determinare un effetto di illusione, e' costruita per produrre il falso, e' radicata nell'apparenza".
E' un'immagine che maschera la sua differenza strutturale dal mondo, e si maschera da realta'.
Il regista, cosi come il terapeuta, non si pone come rivelatore di una "realta' profonda", non c'e' qualcosa da smascherare, ma solo "visioni-altre" da aggiungere.
Il concetto di illusivita' si lega strettamente a quello della credenza: il mio autoinganno e' il frutto di quello che io ritengo reale.
Mi viene in mente la credenza, tipicamente paranoica, di chi, convinto che gli altri ce l'abbiano con lui e stiano complottando qualcosa contro di lui, assume un atteggiamento minaccioso, a volte aggressivo nei confronti degli altri, o finisce col chiudersi sempre di piu' in se stesso, isolandosi.
In questo modo, proprio in virtu' della sua credenza, gli altri tenderanno ad evitarlo, confermando, cosi, la convinzione paranoica in un circolo vizioso.
Gli effetti prodotti da una credenza sono, quindi, effetti reali, che vanno ad alimentare la credenza stessa.
Significativa, a tal proposito, ritornando all'ambito cinematografico, la scena del film "Schatten" (2), in cui il marito geloso (che e' convinto che la moglie lo tradisca) percepisce in maniera alterata le immagini della moglie e di alcuni pretendenti che la guardano: i riflessi nel vetro e gli effetti ottici provocati da una tenda trasparente delineano contatti di seduzione che non hanno effettivamente luogo.
E' il caso di dire: "non e' come sembra!".
"Simulare significa imitare, rappresentare, riprodurre; ma significa anche fingere, ingannare, mentire" (Bettetini) (3).
La simulazione e' quindi una pratica di produzione programmata di qualcosa, realizzata attraverso una procedura funzionale.
La simulazione non e' un atto neutro, non e' una pura rappresentazione, ma implica la consapevolezza e la deliberazione di compiere un atto di finzione.
Esattamente come in terapia.
Il terapeuta e' di fatto un abile manipolatore.
Questa semplice "verita'" non e' un'eresia, ma una inevitabile conseguenza derivante dal fatto che qualsiasi osservatore non puo' esimersi dalla responsabilita' che ha nel modificare l'oggetto dell'osservazione.
In discussione sono la misura e la forma della manipolazione, non la manipolazione stessa.
Fin dal primo incontro con una persona possiamo influenzarla positivamente e creare un cambiamento (crolla il concetto di diagnosi prima e intervento poi).
Non esiste la possibilita' di non influenzare quello che si vede e su cui si interviene.
Anche nel cinema il mondo deve essere manipolato e simulato.
L'ultracitata affermazione di Rossellini "le cose sono li. Perche' manipolarle?" riflette un'ingenuita' e una superficialita' di fondo.
Nella predisposizione e nella realizzazione di un evento, anzi di una apparente forma di evento, simile ai fenomeni del mondo, la messa in scena cinematografica produce qualcosa che, insieme, non e' vero, ed e' qualcosa di piu' complicato di un falso.
Come scrive il filosofo Schefer "il reale dell'immagine e' l'effetto che produce".
La terapia strategica e' di stampo pragmatico, si basa sugli effetti, non sulle cause: un problema si puo' definire solo grazie alla sua soluzione, se ha funzionato.
A differenza delle tradizionali teorie psicologiche e psichiatriche, un terapeuta strategico non utilizza nessuna teoria sulla "natura umana" o "patologia" psichica.
In quest'ottica ci si interessa piuttosto della "funzionalita'" o "disfunzionalita'" del comportamento delle persone e del loro modo di rapportarsi con la propria realta'.
E questo e' il motivo per cui, parafrasando il best-seller di Piergiorgio Odifreddi, "non possiamo essere psicoanalisti!!"
Dare etichette non solo e' inutile, ma puo' essere fortemente controproducente.
Il rischio e' quello di costruire una patologia, laddove non esiste, qualora il terapeuta o lo stesso paziente, in una sorta di profezia che si autoavvera, finisca col renderla reale.
Le parole hanno un forte potere evocativo: le rappresentazioni mentali che ne derivano possono produrre delle "realta' inventate" che hanno la stessa forza delle "realta' vere".
Se qualcuno con tanto di camice bianco, spessi occhialetti di celluloide sul naso, espressione sicura di chi la sa lunga, e capelli brizzolati, che lo rendono non un adulto attempato, ma un professionista di certa esperienza, mi da' la sentenza: "disturbo paranoide di personalita'", nella migliore delle ipotesi penserei: "forse c'e' qualcosa che non va in me!".
Purtroppo raramente una persona che soffre e chiede aiuto all'"esperto" ha la forza mentale di non credere all'etichetta e pochi sono quelli che ironicamente pensano: "il pazzo sara' lui!".
L'aspetto paradossale consiste nel fatto che il paziente in questione, una volta stigmatizzato, fara' di tutto per rendere vera la profezia: si comportera' da paranoico!
Per la serie: "se non lo sei, ci diventi!".
Di nuovo: e' l'interpretazione (di un evento, di un episodio, di una immagine, di una scena...) che mi porta a credere qualcosa, ma e' altrettanto vero che le mie credenze condizionano le mie interpretazioni in un circolo vizioso.
Dal momento che le credenze sono "dure a morire", per il terapeuta risulta vantaggioso intervenire sulle interpretazioni, offrendo "visioni" differenti di una stessa "immagine", creando nuovi scenari, spostando, quasi come se potesse servirsi di una videocamera, il focus dell'attenzione su un particolare piuttosto che su un altro, mettendo in primo piano un dettaglio, altrimenti trascurato, o facendo una ripresa aerea dell'intero "paesaggio", offrendo cosi una veduta d'insieme.
Lo sguardo del regista rappresenta la direzione interpretativa lungo cui muoversi per comprendere il senso del testo filmico.
Wim Wenders, regista tedesco molto interessato alle riflessioni metalinguistiche sul cinema, sostiene nel suo "Lisbon Story" che senza quello sguardo lo spettatore non vedrebbe nulla.
La scelta dell'inquadratura, dell'angolazione, della luce, e' gia' una scelta di direzione interpretativa.
Dunque non attraverso i contenuti, ma attraverso le scelte formali possono rientrare nell'opera cinematografica le valutazioni dell'autore.
Il cinema, certo, "significa" principalmente attraverso le immagini, ma la sua specificita' non risiede in questo modo di significare, poiche' altri linguaggi non verbali utilizzano le immagini (linguaggio fotografico, linguaggio pittorico).
L'essenza del cinema non si trova nel singolo fotogramma; se cosi fosse, non ci sarebbe alcuna specificita' filmica.
Non si tratta dell'uso delle immagini, presenti in tutte le arti figurative.
Non si tratta neanche del movimento della significanza (intesa come "articolazione del senso"), presente in ogni attivita' "infunzionale", in ogni attivita' umana, in ogni "opera" nel senso lévinasiano (4).
Pensiamo ad un romanzo: la scrittura non indica solo cio' che viene scritto; la parola umana e' gia' scrittura per l'eccedenza del "dire" sul "detto" (Lévinas), per il suo significare piu' di cio' che dice.
La parola e' gia' scrittura prima ancora di essere scritta.
J. Jaynes (5) sottolinea che, se riuscissimo a pervenire ad un linguaggio che avesse il potere di esprimere esattamente qualsiasi cosa, la metafora non avrebbe motivo di esistere.
Grazie alla metafora, infatti, il linguaggio puo' estendersi a coprire una serie infinita di circostanze.
Qual e', allora, quell'elemento propriamente cinematografico che fa del cinemala settima arte? Il montaggio? Non esattamente.
La specificita' filmica risiede nella possibilita' di collocare le immagini in una successione spazio-temporale che produce senso.
Non solo. Bettetini (6) scrive che il film puo' essere fruito solo come manifestazione temporale in atto; il film produce tempo concreto, oltre che senso, inconcepibile senza il movimento, attraverso cui diventa quantita'.
Sulla stessa scia di pensiero, Morin (7) afferma: "la congiunzione della "realta'" e dell'"apparenza" delle forme implica la sensazione della vita concreta e la percezione della realta' oggettiva".
Musatti (8) sostiene che il cinema, in misura maggiore rispetto ad un romanzo e ad uno spettacolo teatrale, conferisce allo spettatore la sensazione di realta' delle immagini percepite. Secondo l'autore, la realta' delle vicende di un romanzo e', per il lettore, una realta' immaginata (dallo scrittore e che il lettore stesso puo' immaginare).
A teatro, invece, lo spettatore percepisce una porzione di spazio reale, il palcoscenico, dove, attraverso le scenografie, i costumi, i gesti e i discorsi degli attori, si ottiene la rappresentazione di una realta' fittizia.
Sul palcoscenico del teatro, gli attori sono persone reali, che recitano la loro parte ma che non perdono, per lo spettatore, la loro individualita'.
Essi potrebbero in qualsiasi momento scendere dal palcoscenico e unirsi al pubblico in sala.
Per questo motivo, secondo Musatti, nell'attore di teatro rimane molto visibile la sua "doppia personalita'", mentre al cinema l'attore scompare quasi del tutto nel personaggio.
Anche Metz (9) ha rimarcato questa differenza: "la finzione teatrale e' maggiormente avvertita... mentre la finzione cinematografica e' piuttosto sentita come la presenza quasi reale di questo irreale".
Questo paradosso, per cui la maggior finzione e' avvertita come la maggior verita', non era sfuggita a Galileo Galilei, che nel 1612 in una lettera al suo amico Ludovico Cardi, detto il Cigoli, a proposito della preminenza della pittura sulla scultura cosi scrive:
"Perciocche' quanto piu' i mezzi, co' quali si imita, son lontani dalle cose da imitarsi, tanto piu' l'imitazione e' meravigliosa" (10).
Ciascuno di noi, come "personaggio" della propria vita, non si pone come "decodificatore" di una testualita' che si presenta come "data", bensi come interprete, lettore, capace di riempire di significato i punti ambigui, ma anche di intraprendere cammini autonomi rispetto al senso vero, ammesso che esista.
Come non pensare a Dick? "La realta' e', forse, non tanto qualcosa che si percepisce, bensi qualcosa che si costruisce.
Voi la create piu' rapidamente di quanto essa crei voi
" (11).
Esemplare la versione cinematografica del racconto "Impostor" (12).
Spence Olham e' un funzionario di alto rango che segue uno dei progetti di ricerca del Laboratorio Westinghouse per difendere il pianeta Terra dagli attacchi degli Invasori Spaziali.
Una delle navicelle degli Invasori, pero', e' riuscita a penetrare nella bolla di protezione e a scaricare una spia sotto forma di un robot umanoide.
Il robot ha il compito di distruggere un particolare essere umano (Olham appunto) e prenderne il posto.
Il robot era stato previamente costruito per somigliare a quella persona, al punto che nessuno, moglie inclusa, si sarebbe potuto accorgere della differenza.
Il robot sarebbe vissuto al posto della persona che aveva ucciso, svolgendo le sue solite attivita', il suo lavoro, la sua vita sociale.
L'aspetto davvero originale sta proprio nel fatto che il robot non sa di non essere il vero Spence Olham: si comporta "come se" fosse lui, crede a tal punto in quello che e', da non poter accettare l'idea di essere qualcun altro, in questo caso, qualcos'altro; proprio come il piccolo protagonista del film A.I. di Spielberg (13): un bambino-robot che crede a tal punto di essere "umano" che riuscira', alla fine del film, a diventarlo davvero! Esattamente come Pinocchio!
Dick ci ha lasciato in eredita' una domanda senza risposta: come facciamo ad essere sicuri che cio' che chiamiamo realta' non sia illusione?
Chi sono i burattini e chi i burattinai?
Ogni tentativo di risposta non tarda a rivelare la sua inconsistenza e la sua "finzione" e si dissolve nell'opacita' del "reale", come sembra sciogliersi il replicante Roy, sotto la pioggia acida, verso la fine di "Blade Runner".


Leggi la seconda parte dell'Articolo: Cinema e Psicoterapia: Un impiego "strategico" dei film - Come costruire una "realta' inventata": psicoterapia e cinema a confronto (II)

Dott.ssa Felicita Dell'Aquila