martedì 25 agosto 2009

un dualismo da superare a tutti i costi..?

da Domenica del 24/8/09 di Riccardo Viale In Italia capita frequentemente di trovare libri di psicologia cognitiva che trasmettano il messaggio implìcito che le scienze della mente siano qualcosa di diverso e separato da quelle del cervello. Questo dualismo delle proprietà fra mente e cervello caratterizza la carriera accademica e la produzione scientifica dì buona parte della comunità delle scienze cognitive del nostro paese. Carriera e lavori si riferiscono a una dimensione mentalistica che sembra disincarnata da  quella corporea. Questa posizione ha le  sue radici profonde nella tradizione filosofica di stampo idealistico e spiritualistico del nostro paese. Essa trovagiustificazione, però, anche in quella che è stata, per anni, la componente maggioritaria della filosofia della mente anglosassone, quella legata all'antiriduzìonismo e al funzionalismo cognitivo.Per anni il rapporto di irriducibilità fra mente e cervello era rappresentato dalla metafora software e hardware del computer. Le posizioni alternative come quelle del materialismo eliminativo di Feyerabend o della teoria dell'identità dello stato centrale di Smart e Amstrong o del monismo neurocomputazionale di Patrìcia e Paul Churchland erano minoritarie nella filosofia della mente e poco apprezzate nella psicologia cognitiva. Anche se si poteva concedere che mente e cervello fossero ontologicamente identici, ciononostante presentavano proprietà, linguaggi descrittivi e teorie esplicative differenti. Si trattava di un dualismo epistemologcoa) non superabile dagli avanzamenti della ricerca scientifica. Era, quindi, senza giustificazione ogni tentativo di fondare i concetti psicologici su modellizzazioni teoriche delle configurazioni dinamiche neuronali. Da qualche anno la psicologia cognitiva sembra avere tradito il suo credo dualistico. Soprattutto oltre oceano un numero crescente di psicologi cognitivi si è trasformato in neuroscienziati. L'utilizzo delle tecniche di neural imaging è diventata la routine deìfa maggior parte degli studi sul ragionamento, decisione, memoria, conoscenza, percezione, eccetera. Le applicazioni all'economia, etica, estetica hanno dato origine a nuove discipline come neuro-economia, neuro-etica, neuro-estetica. Come avviene per ogni cambiamento paradigmatico la prova di ciò la si trova, soprattutto, nei manuali. Essi in genere esprimono l'identità disciplinare di una data comunità accademica. In base a essi la comunità intende trasmettere e riprodurre il sapere certificato ai nuovi esperti e agli apprendisti ricercatori. Ebbene negli ultimi due anni alcuni nomi riconosciuti della psicologia cognitiva classica come RobertSternberg, Edward Smith e Stephen Kosslyn hanno realizzato due manuali di grande successo sulla Psicologia Cognitiva che sposano senza remore l'approccio monistico. In particolare il libro di Smith e Kosslyn fa il tentativo più sistematico e ambizioso di collegare in modo esplicativo e biunivoco funzioni psicologiche e attività cerebrali. Percezione, attenzione, conoscenza, memoria, emozione, decisione, ragionamento, cognizione motoria e linguaggio sono trattati secondo un programma di identità progressiva fra mente e cervello. Prendiamo ad esempio il tema della conoscenza delle categorie. Quando osserviamo un oggetto con  le fattezze di una torta la nostra mente è in grado di recuperare dalla memoria a lungo termine una serie di informazioni che permette l'attribuzione di quell'oggetto alla categoria torta. Questa attribuzione, in genere, porta con sé una serie di ricordi percettivi differenti sull'odore, gusto, il tatto o sulla manipolazione motoria. Simmetricamente ciò succede anche se partissimo dal solo odore o dal solo sapore o dal solo tatto della torta. Ogni categorizzazione basata su un tipo di percezione si trascina anche il ricordo delle altre modalità percettive. Anche il solo ricordo di un oggetto in una modalità percettiva (ad esempio il ricordo di vedere una torta) ha queste caratteristiche di stimolare il recupero mnemonico di una multi modalità percettiva. Di fronte a questa evidenza psicologica il problema allora era di capire se la simulazione percettiva fosse generata dagli stessi meccanismi della percezione diretta. Attraverso la neural imaging sembra sia arrivata la risposta. La rappresentazione della categoria di un oggetto è distribuita attraverso il sistema motorio e percettivo del cervello. Quando ci ricordiamo il colore rosso del sangue viene attivata un'area della corteccia occipitale responsabile della percezione del colore. Quando pensiamo di prendere un martello vengono attivate le aree motrici. E così via. In questi due manuali è evidente che psicologia cognitiva classica e neuroscienze hanno di fronte a sé una strada progressivamente convergente. riccardo. via/e@fondazionerossel/i. it ©RIPRODUZIONE RISERVATA O Smith, E.E. and Kosslyn, M. S., «Cognitive Psychology. Mind and Brain», Upper Side River, New Jersey: Pearson Education; O Sternberg, R.J. «Cognitive Psychology», Belmont,Ca:Wadsworth.

orso castano: certo le neuroscienze si stanno espandendo dappertutto , anche nell'economia  e nell'etica. Ci si chiede se certe scelte etiche, politiche ocerti paradigmi scientifici possano (e debbano) essere spiegate in base a meccanismi neurofisiologici oppure, come sta accadendo nell'america di Obama rispetto alla Riforma sanitaria, seguendo Fayarabend , in base ad una dura lotta delle lobbies organizzate che non intendono in alcun modo rinunciare ai loro privilegi. Forse una risposta "scientifica" potrebbero darla quei 50 milioni di persone che negli USA non hanno assistenza sanitaria , piuttosto che certe comunita' scientifiche d'avanguardia , che ripropongono un "monismo" un po' retro'"......

reazioni da farmaci contro la dipendenza da nicotina

Reazioni psichiatriche: un aggiornamento dalla Nuova Zelanda Farmaci per la dipendenza da nicotina: VARENICLINA (Champix®/PFIZER), Classe C Nel corso degli ultimi due anni, reazioni avverse di tipo psichiatrico correlabili a vareniclina sono state più volte riportate da diverse Autorità regolatorie e dall'Institute for Safe Medication Practices statunitense (ISMP) (DsF 6/2007, pag. 284; DsF 2/2008, pag. 80; DsF 6/2008, pag. 281-2). L'ultimo aggiornamento in merito, arriva dalla Nuova Zelanda1 dove, recentemente, è stata effettuata la prima analisi ad interini sulle segnalazioni spontanee da vareniclina pervenute nel periodo di riferimento aprile 2007-marzo 2008 (primo anno di commercializzazione), su 3.389 confezioni dispensate. Su un totale di 538 eventi avversi segnalati, i più frequenti erano di tipo psichiatrico (31%; 169 eventi). Tra questi, le ADR più comuni erano depressione e insonnia (22 segnalazioni per ciascuno degli eventi), seguite da disturbi del sonno (n=13), senso di affaticamento (n=12), incubi (n=10) e ansia (n=9). L'analisi neozelandese ha focalizzato l'attenzione sulle 22 reazioni di depressione, per 15 delle quali la relazione causale è stata definita "probabile", mentre per 7 "possibile". In 3 casi sono state riportate anche ideazioni suicidarie, con regressione dei sintomi alla sospensione del farmaco in 2 soggetti. Sono stati rilevati anche 6 report di sindrome da astinenza in seguito all'interruzione della terapia, la cui sintomatologia comprendeva agitazione, fluttuazioni dell'umore, craving, sudorazione notturna, insonnia e disturbi del gusto. Ricordiamo che non è la prima volta che tale evento viene associato a vareniclina: in Francia, nello stesso intervallo temporale, erano stati segnalati 27 report di sindrome da astinenza correlabili al farmaco. Attualmente nella Rete Italiana su 17 segnalazioni in totale su vareniclina, 4 sono eventi psichiatrici (attacco di panico, ansia, insonnia e umore depresso). 1. Psychiatric reactionswith varenicline: interim results from intensive monitoring in New Zealand. Prescriber Update 2009; 30: 9. 2. Varenicline (Champix0): des syndromes de sevrage a l'arre t du medicament. La Revue Prescrire 2008; 302: 907.

Continuano le campagne pubblicitarie di alimenti funzionali che si avvalgono in maniera più o meno diretta delle società medico-scientifiche

clicca x ingrandire clicca x ingrandire orso castano : purtroppo c'e' da registrare anche in Italia  (vedi il post sulla situazione USA in "cosa succede?") conflitto di interesse tra le associazioni medico scientifiche (nel caso la SIMMG)  e case produttici di cosiddetti nutraceutici...l'informaazione e' tratta da Dialogo sui Farmaci n° 3/2009 pag 151

lunedì 24 agosto 2009

the prescription project

AMSA Scorecard: One-fifth of medical schools improved conflict-of-interest policies last year 06/16/2009 Over one-fifth of U.S. medical schools improved their conflict-of-interest rules in the past year, yet dozens of others lag behind according to the 2009 American Medical Student Association (AMSA) PharmFree Scorecard, released today. The Scorecard, developed by AMSA and the Pew Prescription Project, finds that 45 of 149 medical schools now receive a grade of A or B for their policies governing pharmaceutical industry interaction with medical school faculty and students, compared with only 29 last year. However, for the second year, dozens of schools received grades of D or F and remain far behind the national leaders.  The AMSA PharmFree Scorecard (www.amsascorecard.org) offers a comprehensive national overview, as well as an in-depth, school-by-school analysis in 11 areas, including gifts and meals from industry to doctors, paid promotional speaking for industry, acceptance of free drug samples, interaction with sales representatives and industry-funded education. AMSA developed the rigorous scorecard methodology with the Pew Prescription Project, which works to promote consumer safety through reforms in the approval, manufacture and marketing of prescription drugs. “There’s no doubt that some schools are responding to scandals and pressure from lawmakers, but there is also real leadership within the medical profession,” said Allan Coukell, director of the Pew Prescription Project. “There is no excuse now for the schools that haven’t acted.”..............

qualche stralcio tradotto: ...............La pagella, sviluppata da AMSA e dal Pew Prescription Project, rileva che 45 delle 149 scuole mediche ricevono ora un livello A e B per le loro politiche che governano l'interazione tra le facoltà di medicina e gli studenticon l'industria farmaceutica , rispetto a soli 29 anni fa. Tuttavia, per il secondo anno, decine di scuole hanno ricevuto i gradi di D o F e rimangono molto indietro rispetto al leader nazionali.................. in 11 aree, ci sono stati regali e pranzi da parte dell'industria per i medici,  promozionali per l'industria, nonche' fornitura di campioni di farmaci. (ma negli USA i farmaci non sono rimborsati dallo stato)..........."Non c'è dubbio che alcune scuole stanno rispondendo agli scandali ed alle pressioni dei parlamentari, ma vi è anche una vera leadership nell'ambito della professione medica" che orienta, ha dichiarato Allan Coukell, direttore del Pew Prescription Project. "Non vi è alcuna scusa per ora le scuole che non hanno agito."

orso castano : la situazione none' paragonabile a quella italiana , anche se le regole del mercato e le spinte a rientrare dei capitali investiti sono uguali. In Italia c'e' maggior controllo .Le ultime notizie sulla chiusura di un periodico on line come il BIF , vero punto di riferimento per la sua serieta' scientifica , creano pero' allarme.

Dialogo sui tarmaci • n. 3/2009 COSA STA SUCCEDENDO?

Un anno fa (per la precisione, era il 20 giugno 2008) apprendemmo con preoccupazione che il Direttore dell'Agenzia Italiana sul Farmaco era indagato per disastro colposo (aveva cioè, secondo l'accusa, causato involontariamente un disastro) ai danni della popolazione. Secondo l'accusa, il crimine si era concretizzato permettendo che rimanessero in circolazione nel nostro Paese 22 farmaci pericolosi (alcuni addirittura mortali) per la salute. In realtà, una Commissione di indagine prontamente istituita dal Governo giungeva, così come avevamo fatto noi, alla conclusione che non esistevano rischi di salute per la popolazione e questa posizione è stata pubblicamente condivisa dai più autorevoli esperti di farmaci presenti nel Paese e in Europa. Poteva finire tutto lì ed essere rubricato come un incidente estivo, con qualche paura e qualche amarezza di troppo. I farmaci di cui si discute sono restati e restano (per fortuna) in commercio, le modifiche dei foglietti illustrativi sono state scontate e di modestissimo rilievo. E, invece, il Direttore dell'AIFA veniva prontamente rimosso e sostituito. Per un anno circa non si hanno avuto più notizie sull'indagine della Magistratura finché, di recente, è stato reso pubblico che l'udienza preliminare del procedimento a carico di Nello Martini dovrebbe iniziare il prossimo 9 luglio. Sul piano dei potenziali cambiamenti di politica farmaceutica che la nuova direzione dell'Agenzia pensava intraprendere, le informazioni sono state praticamente assenti fino un mese fa, quando l'attuale Direttore ha espresso, su due quotidiani nazionali di larga tiratura, pesanti critiche su alcune iniziative dell'AIFA. Tra i cambiamenti annunciati spicca la scelta di disinvestire sulla linea informativa finora promossa dall'Agenzia, tra cui il Bollettino d'Informazione sui Farmaci (BIF), costituita nel suo insieme da "pubblicazioni milionarie senza lettori". Criticate anche le attività di ricerca indipendente finanziate fino all'anno scorso dall'AIFA e per questo motivo, il Direttore dei Progetti di Ricerca Indipendente, Giuseppe Traversa, ha presentato le sue dimissioni". Questo cambio di rotta nella politica dell'Agenzia sembra preludere ad un ridimensionamento complessivo di ruolo limitandolo ad attività strettamente regolatene con abbandono delle iniziative di informazione, formazione e ricerca. Con l'eventuale scomparsa del BIF, l'Agenzia perderebbe un prestigioso strumento che ha dato voce, visibilità e trasparenza alle sue decisioni. Gli operatori sanitari rimarrebbero senza un valido strumento d'informazione lasciando uno spazio ancora maggiore alla promozione farmaceutica. Su questo fronte, la notizia che la crescita inte-rannuale della spesa farmaceutica convenzionata sembra aggirarsi attorno al 10%, non è buona.

chiave di lettura

sviluppo delle scienze cognitive..... una gara che si sposta sempre in avanti...senza fine. Un aggiornamento

Un'impresa senza precedenti». Il tono con cui Ibm ha presentato al mondo il suo nuovo progetto di "cognitive) computing" non lascia spazio a1, equivoci: i ricercatori di Big Blue - in collaborazione con cinque prestigiose università - prove­ranno a costruire un computer che simuli il comportamento del cervello umano. Raccogliendo così una sfida che viene da lonta­no e che da tempo eccita le menti più fervide. «Perfino i pionieri della rivoluzione informatica co­me George Boole, Alan Turing e John von Neumann furono pro­fondamente interessati al funzio­namento del cervello e a come fosse possibile emularlo», dice a Nòva24 Dharmendra Modha, re­sponsabile Ibm del team dedica­to al cognitive computing. Fu la stessa casa di Armonk, nel 1956, a effettuare per la prima volta al mondo una simulazione cortica­le su larga scala (512 neuroni). Di recente, servendosi degli algorit­mi di calcolo cognitivo e del­l'enorme potenza di elaborazio­ne del supercomputer «Blue Ge­ne», Ibm ha simulato in tempo (quasi) reale il cervello di un pic­colo mammifero. Ma questa volta si punta all'uo­mo, alla sua mente, al suo modo unico di pensare e ragionare. Un cambio di prospettiva epocale. Fi­nora confinato a qualche film di fantascienza e poco più. Ora si fa sul serio. Ci si prova davvero. A testimoniarlo, cinque importan­ti università che hanno aderito al progettò (Stanford, Columbia, California-Merced, Wisconsin-Madison e Cornell), cinque mi­lioni di dollari messi sul piatto dalla Darpa (Defense advanced research projects agency) per la sola prima fase dell'iniziativa Sy-Napse (Systems of Neuromor-phic Adaptive Plastic Scalable Electronics) e l'entusiasmo con cui Modha & Co. rivendicano l'unicità della sfida: «La mente ha la misteriosa capacità di inte­grare informazioni da diversi sensi quali vista, udito, tatto e ol­fatto e può creare facilmente cate­gorie di spazio, tempo e interrela­zioni - dice il manager Ibm -. At­tualmente non c'è alcun compu­ter che possa anche solo lontana­mente avvicinarsi alle capacità della mente umana». Non c'è. Ma faremo in modo che ci sia. È tempo di provarci. Questo il messaggio che emer­ge a chiare lettere dal team di Big Blue. Già, ma perché pro­prio ora? «Ci sono tre ragioni per co­minciare proprio adesso - dice a Nòva24 Modha -. Innanzitutto, per i progressi della neuroscien­za, disciplina che sembra ormai matura e che offre una quantità di dati sufficiente a formulare ipotesi sul funzionamento e le dinamiche del cervello. Poi per il supercomputing, ora pronto a intraprendere simulazioni su larga scala. Infine, per le nano-tecnologie. Si sono evolute a tal punto da metterci in grado di ri­versare nell'hardware le princi­pali funzioni computazionali delle sinapsi e dei neuroni, riu­scendo a competere con la poten­za e le dimensióni del cervello». E proprio le nanotecnologie sembrano essere la chiave di vol­ta per il successo dell'esperimen­to: alla grande concentrazione di sinapsi e neuroni presenti nel cervello, infatti, si contrappongo­no il suo basso consumo energe­tico e le sue dimensioni ridotte. Ricorrendo ad appositi dispositi­vi in nanoscala, tali performance sono oggi emulatóri. Fino a che punto, vien da chiedersi. È possi­bile - cioè - che superino quelle umane, rendendo una macchina più intelligente dell'uomo e ma­gari, un giorno, capace di sosti­tuirlo? «Non potremmo mai avvi­cinarci completamente alla com­plessità e alla sofistìcatezza della nostra mente - chiarisce Modha -. Il cervello umano è una prodi­giosa meraviglia della Natura con una superficie di soli 2.400 centimetri quadrati, uno spessore di circa 3 millimetri e un con­sumo pari a 20 Watt di potenza. Ma - al di là dell'abbondanza di sinapsi e neuroni - nasconde se­greti finora mai svelati da far ap­parire palesemente inadeguati i modelli relativamente semplici attraverso i quali oggi tentiamo di simularne il funzionamento. Concettualmente, qualsiasi si­mulazione o implementazione hardware è sempre e soltanto un'approssimazione (una spe­cie di cartone animato) basata su determinati presupposti». «Don't panic», dunque. Non stiamo andando verso una socie­tà di computer pensanti. Nes­sun rimpiazzo dell'uomo, nes­suna sfida alla sua intelligenza. Solo il tentativo di «emulare le funzioni computazionali della mente». Solo e soltanto quelle. Individuando un nuovo paradig­ma computazionale che - rom­pendo quello di macchina programmabile convenzionale - in­dirizzi l'umanità verso la risoluzione di problemi e bisogni tec­nologici reali. Primo fra i quali, la crescita esponenziale dei dati digitali: +60% all'anno, secon­do Idc. Un flusso d'informazio­ni finora in gran parte inutilizza­to per l'impossibilità di analiz­zarlo e reagire a esso in tempo reale. Problema che il cognitive computing, consentendo tanto alle imprese quanto ai singoli di gestire le ambiguità e risponde­re in relazione al contesto, po­trebbe risolvere da par suo attra­verso decisioni automatiche, istantaneee, soprattutto, "intelli­genti". E il momento, dice Mo­dha, è particolarmente propizio: «Viviamo nel periodo ideale per iniziare a costruire chip cogniti­vi. Il processo di costruzione ci porterà faccia a faccia con nuove incognite. Saranno queste a de­terminare gli sviluppi futuri del cognitive computing».

Lo isegna l'arte: l'individualita' del singolo non necessariamente e' in contrasto con il brand aziendaled

DI MATTEO G. BREGA da Domenica del Sole240re Nel momento in cui la crisi finanziaria internazionale mette sotto accusa i manager, i lo­ro sproporzionati stipendi, la lo­ro facoltà di non dover rendere conto a nessuno dei risultati e del­le performance ottenute, qualcu­no riflette sulle modalità alterna­tive di organizzazione, di gestio­ne, di concezione stessa della ri­sorsa umana all'interno della so­cietà e dell'azienda in particolare. È ciò che si è cercato di fare all'Art for Business Forum organizzato dalla società Trivioquadrivio pres­so l'Hangar Bicocca di Milano. Basandosi sulla scommessa dell'arte come paradigma di un nuovo sistema di valori e come esempio per una nuova modalità di gestione delle, relazioni azien­dali con al centro la figura uma­na, sui molti interventi della tre giorni milanese ha aleggiato il te­ma della crisi e delle sue conse­guenze seppure - occorre dirlo - con numerosi riferimenti alle op­portunità che tali "stravolgimen­ti costruttivi" possono portare ai sistemi che colpiscono. Lo insegna l'artista: l'individualità del singolo non necessariamente è in contrasto con il brand aziendale Secondo Leonardo Previ, titola­re insieme a Valeria Cantoni di Trivioquadrivio, il paradigma ge-stionale delle imprese occidenta­li, di tipo taylorista e dominato dallo scientific management, si­curamente innovativo negli anni Trenta, oggi evidenzia una serie di problemi, anche a causa della crisi, non più facilmente eludibi­li; se si vuole ripensare a un nuo­vo modello di sviluppo economi­co e di organizzazione sociale del­le aziende è all'arte che bisogna guardare e, specialmente, alle modalità che l'artista utilizza per realizzatele proprie opere. «Biso­gna superare - specifica Valeria Cantoni - una vecchia idea secon­do la quale la "testa che pensa" sia un rischio per l'impresa, così com'è necessario superare la con­trapposizione tra individualità dei singoli e brand aziendale». Si parla spesso di approccio creati­vo e di valore della creatività ma ancora una volta è dal mondo dell'arte che possiamo trarre una lezione importante: i più quotati artisti viventi, Damien Hirst e Jeff Koons, lavorano utilizzando schemi prettamente imprendito­riali quali promozione, brand, marketing, improvvisazione, let­tura del mercato. Non si compor­tano forse come manager di gran­de successo? Un altro utile esem­pio di utilizzo creativo delle capa­cità cognitive e relazionali è pro­prio internet e le sue applicazio­ni: l'open source, ad esempio, ri­corda da vicino il modo di proce­dere della bottega d'arte così co­me ogni innovazione presente nella rete è frutto di un'intuizio­ne spiazzante e rivoluzionaria che riesce letteralmente a "far ve­dere" cose che prima, semplicemente, non si vedevano. Concretamente le aziende di fronte alla crisi si pongono la do­manda su come affrontare la situazione e su come adattarsi ai nuovi assetti, e se l'arte serve es­senzialmente a vedere le cose in un altro modo, il "lavoro sul sen­so" di cui ha parlato Carlo Sini du­rante il Forum ha come presup­posto l'utilizzo di quell'intelligen­za estetica che serve per compren­dere le strutture di senso che stan­no dietro alle cose. Verso una sor­ta di creatività 2.0, dunque, ma che non allude a nulla che nel no­stro Paese non sia già stato esperi­to nel passato: Leonardo Previ ci­ta l'interessante figura di Giovan­ni Morelli, l'iconologo che a metà dell'Eoo utilizzando il paradig­ma fisiognomico applicato alle opere d'arte aprì la strada alla mo­derna metodologia di attribuzione delle opere, evidenziando co­me le interconnessioni tra meto­do artistico e metodi di lavoro in generale siano presenti da sem­pre nella mentalità degli italiani. Qualcuno in questa direzione si sta dirigendo, e nel Forum di quest'anno lo si è potuto constatare: l'esperienza di un management di Unicredit, ad esempio, va nella dirczione della centraliz­zazione delle risorse umane all'interno dell'azienda, nella convinzione che le qualità delle persone, una volta messe in con­dizione di esprimere la propria creatività individuale in maniera libera, non conferiscano soltanto un miglioramento oggettivo del­le condizioni di lavoro, ma procu­rino all'azienda dei benefici e del­le ricadute positive tangibili. «Non si può comunque dimenti­care che i modelli di successo — prosejjue Cantoni - sono incen­trati sul possesso di beni materia­li e sulla durata di questi ultimi; tale,visione ha necessariamente penalizzato gli aspetti spirituali della vita e non sto pensando a nulla di astratto, penso ad esem­pio alla possibilità di usare il pro­prio tempo in maniera realmen­te appagante». Per ciò che riguarda il tema dei rapporti tra aziende e mondo della cultura occorre dire che oggi "sostegno alla cultura" significa valorizzazione della propria im­magine a fronte di una restituzio­ne di benessere al territorio. È for­se il momento di superare la di­stinzione tra azienda che sostie­ne e mondo della cultura che rice­ve, l'azienda deve interiorizzare la cultura nei propri processi rea­lizzando così modelli dì cultura diffusa. Del resto è bene riflette­re sul fatto che il "profitto" - sa­crosanto motore delle aziende non coincide totalmente con il "denaro" ma con tutta una serie di elementi correlati dai quali non può essere esclusa la valoriz­zazione della persona in quanto presupposto stesso del profìtto. Sentendoli parlare viene in men­te il vecchio concetto di "umane­simo del lavoro " ed è proprio Leo­nardo Previ a confermare l'im­pressione quando afferma che «la felicità, in fondo, è il., fine dell'economia». Che sia questo il momento di provarci? Un esempio Cultura e arte verso un nuovo modello di management d’impresa, corso della Luiss Business School , clicca Obiettivi Il corso si propone l’obiettivo di formare figure professionali in grado di collegare il mondo dell’impresa con quello della cultura e dell’arte. Si tratta di figure fortemente orientate ad interpretare il ruolo di agenti del cambiamento e portatori di valore; figure capaci di progettare e coordinare programmi e attività culturali all’interno delle Imprese, professionisti capaci di gestire in modo innovativo la comunicazione interna ed esterna con riguardo alle relazioni aziendali e con Enti ed Istituzioni Territoriali, con l’intento di rendere più efficienti i meccanismi organizzativi e relazionali. Attraverso “l’esperienza dell’arte”, la sua storia e il recupero di saperi, valori e sensibilità, il corso mira a sviluppare capacità critica e di vision, a trasmettere una dimensione culturale, etica e valoriale che possa poi essere trasferita nelle imprese come fattore competitivo e d’eccellenza. Il tema della social responsibility è inoltre divenuto prioritario per le grandi e medie imprese, l’investimento in cultura risulta essere uno straordinario strumento di comunicazione, di costruzione dell’identità corporate, di rappresentazione e solidificazione dei valori fondanti l’impresa. Si viene dunque a creare l’esigenza di una nuova figura professionale in grado di seguire, valorizzare e gestire per l’Impresa progetti complessi legati alla cultura. Una figura che sappia interfacciarsi ad artisti, musicisti o registi e insieme conosca bene le logiche di comunicazione e marketing dell’impresa stessa. Una figura che faccia da ponte tra le logiche dell’impresa e quelle dell’arte e della cultura in generale. I risultati attesi sono lo sviluppo o l’acquisizione delle seguenti competenze: Competenze orizzontali Capacità critica e di ascolto Riconoscimento e gestione della complessità Sviluppo e gestione della creatività Capacità relazionali Rispetto e valorizzazione della diversità e delle culture internazionali Sviluppo della leadership e del team working Compente verticali Valorizzazione della cultura aziendale Integrazione di comunicazione interna ed esterna Innovazione nelle metodologie di formazione Gestione e valorizzazione di progetti culturali nelle aziende pubbliche e private Gestione della sponsorship culturale e dei progetti di social & culture responsibility Valorizzazione di collezioni d’arte aziendali

mercoledì 19 agosto 2009

Deep Brain Stimulation A New Treatment Shows Promise in the Most Difficult Cases, April 17, 2009 ,By Jamie Talan, clicca x art.

On March 14, 1997, the Food and Drug Administration held a hearing on the use of deep brain stimulation as a treatment for essential tremor and Parkinson’s disease. By that time, excitement and fascination with the technology that could restore a body to its rightful state of controlled movement had spread through brain research laboratories and neurology clinics across the country and the world. Patients with all kinds of movement disorders had heard about deep brain stimulation, too, and were clamoring to be allowed to get the treatment. Organizations that support medical research for particular diseases were singing its praises, including some, like advocates for psychiatric disorders, that would seem a far cry from the tremor and Parkinson’s pleaders in the room that day..................By 2008, 40,000 people around the world had had electrode leads implanted into their brains to stimulate abnormal circuits, mostly to relieve Parkinson’s disease and tremor. People afflicted with the violent involuntary muscle contractions of dystonia had joined the ranks, and many hundreds of patients with other disabling forms of other disorders, from epilepsy to obsessive compulsive disorder to Tourette’s syndrome, were receiving the treatment experimentally. For those enrolled in early trials of deep brain stimulation for their conditions, the results were clearly encouraging and suggested that the human brain has more reserve than anyone imagined. Today, scientists are speculating that putting electrodes in the right spot in the brain might relieve chronic pain, ease intractable depression, enhance memory, alleviate chronic and debilitating headache, even help people lose weight. This book tells the story of how deep brain stimulation unfolded as a potential therapy for many disparate brain diseases. It is a cautionary tale of successes and failures and life somewhere in the middle of all this technology. It’s about the science of brain circuitry and the scientists who are fighting to study this surgical technique in the right way and with the right patients to make sure that deep brain stimulation as a treatment is not abused, which could mean the end of a potentially important tool to help alleviate human suffering. And it’s about some of the patients who have braved the surgeries and walk around with electrodes in their brains and batteries in their chests, benefiting from its effects but always aware that the hardware could fail them.

And finally, it is a story about how research translates into a technology that has the potential to help people regain lives made unlivable by illness. It is about hope and caution.

Al momento, pur non esistendo "criteri di inclusione" validati per selezionare i soggetti affetti da distonia "generalizzata" o "focale" e suscettibili di trattamento chirurgico, possiamo considerare "buoni candidati" i soggetti che abbiano:  una "distonia primaria" grave e causa di disabilità importante, con esclusione altre cause concomitanti di disabilità (es.: retrazioni osteoarticolari, ecc.)  condizioni generali buone con "rischi chirurgici" minori dei "rischi clinici" valutazione obiettiva delle "aspettative" del paziente e dei famigliari, considerando realisticamente le possibilità riabilitative del paziente..........................................................

non mancano gli alert , sul sito stesso della DAna Foundation  Duncan's Letter on Arts Education :  Using Deep Brain Stimulation on the Mind: Handle with Care  by Mahlon R. DeLong, M.D.Cerebrum The success of deep brain stimulation in treating movement disorders has led to investigations of its use for psychiatric illnesses. While the technique shows early promise in the treatment of depression and obsessive-compulsive disorder, Mahlon DeLong, a pioneer in the field, cautions both doctors and patients to be aware of the risks in using this as yet unproven method of mind alteration.................................. La stimolazione cerebrale profonda nei pazienti con distonia, clicca....................................................... Una volta che questi criteri siano soddisfatti, uno "screening" pre-chirurgico dovrebbe sempre considerare: -esclusione di forme di "distonia secondaria" (RMN cerebrale "lesionale"). In questi casi la terapia chirurgica sarebbe solo "sperimentale"  -dosaggio Cu-ceruloplasmina, acantociti, screening genetico (DYT-1)  -tests neuropsicologici (in particolare per le funzioni linguistiche, afasico-aprassiche) -I migliori risultati a distanza, secondo quanto riportato in Letteratura, sembrano comunque correlati ad un corretto posizionamento elettrocateteri nella porzione ventro-postero-laterale del GPi e, in tale ottica, un monitoraggio neurofisiologico intraoperatorio appare un requisito indispensabile, anche in base alla nostra esperienza. Giugno 03

orso castano : E' un vero e proprio intervento chirurgico , che non eclude rischi irreversibili. Peggio , se vogliamo, dei rischi dell'elettroschock!!

per chi vuole approfondire : clicca,La stimolazione cerebrale profonda nei pazienti con distonia Dr.Roberto Eleopra Dipartimento di neuroscienze applicate alla Clinica; U.O. di Neurologia Azienda Ospedaliera Universitaria S.Anna di Ferrara

per chi volesse una sintesi delle terapie usate nelle distonie (l'articolo non e' recentissimo , ma e' ancora valido) clicca : P. Girlanda Le distonie: dalla clinica alla terapia

martedì 18 agosto 2009

Il rapporto della Commissione Europea sulla competitività digitale , CLICCA X DOCUMENTO INTERO

COMMISSION OF THE EUROPEAN COMMUNITIES , COMMUNICATION FROM THE COMMISSION TO THE EUROPEAN PARLIAMENT, THE COUNCIL, THE EUROPEAN ECONOMIC AND SOCIAL COMMITTEE AND THE COMMITTEE OF THE REGIONS Europe's Digital Competitiveness Report , Brussels, 04.08.2009 Volume 1: i2010 — Annual Information Society Report 2009

THE IMPACT OF ICT ON SOCIAL CAPITAL

Conclusions The results reported in this chapter on the social impact of ICT show that, contrary to previous predictions, internet use is positively associated with social capital. In general internet usersare more likely to be active in social organisations and are more active in social leisureactivities. They also exhibit higher levels of trust. Furthermore, the general perception of internet users is that the internet has a positive impact on their everyday life, especially in relation to their resource enhancing capabilities. They also think that non-users incur costs, for example related to fewer chances to find bargains and being disadvantage in their careers. Many of these opinions were shared by non-users. Nonusers emphasised worries over security and frustration related to internet use, as well as the time they had for friends/family/themselves. This evidence suggests that there are strong social (and economic) benefits to internet use andthat, even in their own opinion, non-users are missing out on the chances offered by internetuse. It also shows that non-users have certain fears related to the social impact of ICT, which users do not share, suggesting that lack of familiarity with the internet may be an inhibiting factor. This confirms conclusions drawn in Chapter 2 in relation to the need of raising a wareness of the benefits and opportunities of internet use.

THE INTERNET AS A COMMUNICATION TOOL

Conclusions Use of advanced communication services is on the rise. In 2008, 35% of Europeans declared having used the Internet in the last three months for advanced communication services. The continuing spread of faster and cheaper broadband communications has been one important factor behind these results. Sending and receiving e-mails is still the most popular communication service through the internet. Predominance in the use of one or another service is however very much linked to age. There is an evident, profound break with previous generations in the attitude towards the use of internet services. In the most advanced countries, around 90% of young people connect on a daily basis. However, across all EU Member States, use of advanced services is significantly higher among the young and the gap between countries for this age group is smaller. More frequent and advance use is linked to the higher level of internet and informatics skills of this generation, to a large extend obtained though formalised education. Their behaviour as regards the internet is also somehow different from the rest of the population: in particular, the young are more extensive users of advanced internet services. 73% of them access advanced communication services. The next chapter will look at further implications of such behaviour. As such, the young – and in particular students - can be considered as lead users of advanced internet services, showing the way for other groups in society. The phenomenon is a clear indication of the economic and social impact the internet will carry in the future and of the size of the change brought about by the digital revolution. It is also a positive indicator for future declines in the digital divide. Nevertheless, this does not mean that social differences in internet use will disappear and policy action should continue to be taken to minimise these differences. orso castano: Il documento , molto recente, anderebbe leo per intero, qui' ci sono solo stralci. E' indubbio che con la diffusione della larga banda e con lo sviluppop del web semantico, che dovrebbe semplificare le ricerche sul web e renderle al contempo piu' precise, si estendera' l'uso della rete. Ci auguriamo che questo significhi anche un'estensione, un'aumento massiccio del socia network , che fino ad oggi ha piu' il sapore di vari club di amici che di mille dibattiti sugli avvenimenti scientifici, culturali e di sviluppo delle conoscenze.............

Sanità Usa, un'assicurazione per tutti Obama avvia la sua "riforma da sogno"

DA rEPUBBLICA.IT , Sale il deficit americano: 90 mld in più nel 2009 e 2010 per la recessione dal nostro inviato ALBERTO FLORES D'ARCAIS Barack Obama NEW YORK - "Non mi fermerò fino a quando il sogno di una riforma del sistema sanitario negli Stati Uniti non sarà esaudito". Barack Obama annuncia tagli ai costi sanitari per oltre duemila miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, primo gradino della riforma sanitaria che dovrà essere varata "entro la fine dell'anno".  I costi della sanità sono "fuori controllo" e limitarli è "essenziale" per il futuro dell'economia americana, dice il presidente Usa, presentando il piano messo a punto con tutte le organizzazioni del settore (industrie farmaceutiche, grandi ospedali privati, associazioni dei medici e produttori di materiale sanitario) i cui leader si sono ritrovato ieri tutti insieme alla Casa Bianca: "Spendiamo per la sanità più di qualsiasi altra nazione sulla faccia della terra e nonostante ciò ci sono 46 milioni di americani che non hanno alcun tipo di assicurazione medica. Non è possibile continuare così".  Un incontro come quello di ieri "sarebbe stato impensabile" fino a poco tempo fa , ha sottolineato il presidente e se tutti i leader del settore "sono venuti qui" è perché riconoscono "un chiaro e indiscutibile fatto: che la spesa sanitaria minaccia la stabilità finanziaria delle famiglie, del business e dello stesso governo".  Era stata proprio l'industria farmaceutica con le sue potenti lobby al Congresso ad affossare il tentativo di riforma sanitaria di Clinton (e Hillary) all'inizio degli anni Novanta, una delle sconfitte più cocenti dell'ex presidente democratico che aprì la strada alla grande vittoria repubblicana nelle elezioni di mid-term del 1994. Di fronte alla crisi economica attuale, alla determinazione della Casa Bianca e grazie anche al carisma personale di Obama i gruppi farmaceutici e le grandi catene ospedaliere sono adesso pronti a dare una mano decisiva affinché il "sogno" di dare a tutti gli americani l'assicurazione sanitaria possa diventare realtà. Il piano messo a punto prevede di ridurre dell'1,5% l'anno i costi dell'assistenza medica, facendoli diminuire in dieci anni per un totale di circa duemila miliardi di dollari.........................................................

orso  castano : FORZA  OBAMA!!!!  NON TI FERMARE!!  SCONFIGGERAI LE LOBBY!!!

Ecco come funzionano le cose nella ricerca italiana........!!! Non crediamo sia un caso isolato!!

DA rEPUBBLICA.IT........................"Adesso - spiega Iavarone - abbiamo trovato una proteina capace di distruggere alcune delle proteine-chiave utilizzate per ottenere le Ips e di far ripartire quindi la trasformazione delle cellule staminali in cellule adulte". La proteina si chiama Huwe1 e la sua scoperta potrebbe in futuro portare anche a nuove terapie contro i tumori cerebrali.  "La molecola - spiegano i ricercatori - si è rivelata indispensabile per la corretta programmazione delle cellule staminali del cervello perché grazie ad essa si formano i neuroni durante lo sviluppo dell'embrione di topo. Ma abbiamo anche scoperto che la stessa proteina viene eliminata durante lo sviluppo del più maligno tumore del cervello che colpisce bambini e adulti, il glioblastoma multiforme".  Durante la formazione del cervello dell'embrione, spiegano i due ricercatori italiani nell'articolo che presenta la loro scoperta, "le cellule staminali che risiedono nel sistema nervoso si dividono ad una velocità molto alta prima di trasformarsi, dando origine alle cellule nervose mature, i neuroni. Perché questo processo avvenga in maniera corretta, le proteine che mantengono le cellule nello stato staminale ed immaturo devono essere eliminate".  Cosa accade invece nel caso di tumori al cervello? Secondo la scoperta di Anna Lasorella, "nel topo, in assenza di Huwe1, le cellule staminali si moltiplicano in modo incontrollato per cui la formazione dei neuroni è compromessa e lo sviluppo del cervello procede in modo anomalo". A questo punto, il dottor Iavarone ha ipotizzato che "l'attività di Huwe1 possa essere deficitaria nelle cellule dei tumori nel cervello dell'uomo", ipotesi che ha trovato ampio riscontro. "La perdita di Huwe1 potrebbe essere una importante tappa nello sviluppo dei tumori cerebrali più maligni, i glioblastomi multiformi, ed una modalità mirata di terapia per questo tipo di tumori potrebbe derivare se riuscissimo ad aumentare la funzione di Huwe1 nelle cellule tumorali", concludono i due ricercatori.....................................grazie alle nostre ricerche avevamo ottenuto un grande finanziamento da parte della Banca d'Italia. Ma a un certo punto ci siamo resi conto che non potevamo fare il nostro lavoro in Italia, e così ci siamo spostati in America, a New York, prima alla Albert Einstein, nel 2000, e poi alla Columbia nel 2002"...................."Il primario di oncologia, il professor Renato Mastrangelo, ha cominciato a renderci la vita impossibile - raccontava nel 2000 a Elena Dusi Iavarone - Ci imponeva di inserire il nome del figlio nelle nostre pubblicazioni scientifiche. Ci impediva di scegliere i collaboratori. Non lasciava spazio alla nostra autonomia di ricerca. Per alcuni anni abbiamo piegato la testa. Poi, un giorno, all'inizio del '99, abbiamo denunciato tutto". E a quel punto, anche sulla scia di una denuncia per diffamazione effettuata dal professor Mastrangelo ("Abbiamo vinto la causa", dice Iavarone) ai due coniugi ricercatori non è rimasta che la via del volontario esilio. Che si è rivelata molto proficua, dal momento che lavorare negli Stati Uniti ha permesso loro di sviluppare nel migliore dei modi le loro intuizioni, dando una speranza a chi contrae questa terribile malattia............................"il nostro caso è stato paradigmatico per quanto riguarda le caratteristiche, ma non è certo un caso isolato" orso castano : la vicenda ha dell'incredibile! eppure quante persone brillanti e con idee innovative vengono brutalmente soffocate quotidianamente dentro le Universita' o dentro i grandi Ospedali, perche' i figli dei raccomandati  devono passare avanti frenando la ricerca e provocando danni incalcolabili alla nazione. Sappiamo tutti poi che certi primari (forse quasi tutti , xe' legati a doppio filo al potere , compreso quello poloitico!) sono INAMOVIBILI e decidono sotto la protezione di chi ha avuto il potere dall'Assessore di turno, tutto, dalle ricerche alle collaborazioni. E' questa la liberta' che Mr. President e il tascabile Brunetta vogliono per il SSN ? Vogliono stritolare i diritti dei medici umiliandoli per consegnare la sanita' pubblica a chissa chi!!  L'intersindacale medica si sta mobilitando per salvare il salvabile. Brunetta ed il "catramato", come dice Grillo, dovranno rispondere alla pubblica opinione, essi vanno nella esatta  ed opposta direzione in cui sta andando Obama in America. Questi signori, va detto chiaro e forte voglio9no lo stritolamento del Servizio Sanitario Nazionale!!

italian storytelling............. o no ??, clicca

Storytelling as art form The art of narrative is by definition a highly aesthetic enterprise, and there are a number of aesthetic elements that typically interact in well-developed stories. Such elements include the essential idea of narrative structure, with identifiable beginnings, middles and ends or exposition-development-climax-resolution-denouement, normally constructed into coherent plot lines; a strong focus on temporality that includes retention of the past, attention to present action, and protention/future anticipation; a substantial focus on characters and characterization which is “arguably the most important single component of the novel” (David Lodge The Art of Fiction 67); a given hetergloss of different voices dialogically at play—“the sound of the human voice, or many voices, speaking in a variety of accents, rhythms and registers” (Lodge The Art of Fiction 97); possesses a narrator or narrator-like voice, which by definition “addresses” and “interacts with” reading audiences (see Reader Response theory); communicates with a Wayne Booth-esque rhetorical thrust, a dialectic process of interpretation, which is at times beneath the surface, conditioning a plotted narrative, and other at other times much more visible, “arguing” for and against various positions; relies substantially on now-standard aesthetic figuration, particularly including the use of metaphor, metonymy, synecdoche and irony (see Hayden White, Metahistory for expansion of this idea); is often enmeshed in intertextuality, with copious connections, references, allusions, similarities, parallels, etc. to other literatures; and commonly demonstrates an effort toward bildingsroman, a description of identity development with an effort to evince becoming in character and community.

lunedì 17 agosto 2009

il Web Semantico , secondo il Turin Dams Review

powerset , es. di soft. semantico

Chi ha paura dei metadati (nel web)? di Rossana Damiano 17/09/2008 .....................I motori di ricerca non sono basati su metadati, se non in minima parte, ma ispezionano direttamente il contenuto delle risorse presenti in rete, cercando di estrarne le informazioni significative. Benchè i motori di ricerca abbiano supplito - con prestazioni più che accettabili - alla mancanza di una catalogazione delle risorse nel Web, essi possiedono alcuni limiti intrinseci. Si provi, per esempio, a inserire come termine di ricerca la parola "cappuccini" in un motore di ricerca specializzato in immagini: quelle che rappresentano la nota bevanda si presenteranno inframmezzate alle immagini di appartenenti al noto ordine religioso... A nulla valgono, infatti, le strategie di ricerca 'intelligenti' messe in atto dai motori di ricerca nell'ultimo decennio: la ricerca di tipo testuale che essi operano è chiaramente inadeguata ad un contesto che migra rapidamente dal testo verso la multimedialità (la stessa Turin Dams Review, per esempio, non contiene solo testo ma immagini - accessibili separatamente in apposite pagine - e materiale video nella sezione ‘Progetto Ibsen’). Inoltre, anche se le risorse di tipo non testuale - immagini, suono, video - fossero accompagnate da una descrizione in formato testuale, la ricerca di parole chiave resterebbe comunque confinata alla superficie di tale descrizione, dato che essa opera sulle parole in quanto sequenze di caratteri e non sul loro significato.  Per supplire alla mancanza di informazioni di natura semantica sul contenuto delle risorse presenti in rete, gli utenti hanno dato vita a un'iniziativa collettiva di ‘etichettatura’: la pratica che ne è derivata è nota come social tagging, cioè apposizione individuale di etichette che descrivono sinteticamente una risorsa, sia essa un video, un immagine o un oggetto audio. Nato nell’ambito dell’approccio partecipativo del ‘Web 2.0’, il social tagging si presenta in forme più o meno libere da schemi prefissati: nella maggior parte dei casi, gli utenti sono totalmente liberi di scegliere i tag in un insieme aperto: solo in pochi casi lo strumento di tagging propone alternative prefissate, magari insieme alla possibilità di aggiungere comunque liberamente nuovi tag. I tag inseriti dagli utenti diventano quindi parte dei percorsi di navigazione del sito, spesso attraverso la configurazione grafica denominata ‘nuvola dei tag’. Il social tagging si va affermando stabilmente soprattutto in ambiti in cui le valutazioni individuali possono liberamente associarsi alle risorse oggetto di etichettatura, caricando le risorse stesse di ulteriori significati (si veda per esempio l’esperimento di Arsmeteo, www.arsmeteo.org, in cui oggetto dell’etichettatura sono opere d’arte).  Nonostante la diffusione del social tagging, è ovvio che esso, come pratica di catalogazione, non è sufficiente a risolvere i problemi dell’accesso alle risorse nel Web. Nel web attuale, infatti, la logica localista del singolo sito cede il passo a uno schema più complesso, in cui i contenuti di ogni pagina si rieccheggiano in altre, in un’ottica di riutilizzo incoraggiata dalla natura composita e frammentaria del multimedia (si veda l’articolo "Editoria e storage della documentazione" di Giulio Lughi, pubblicato su Turin Dams Review il 26/06/2008). Questa editoria ‘diffusa’, che coinvolge il popolo dei bloggers come le fondazioni culturali, potrebbe trarre grande vantaggio da un sistema di etichettatura condivisa. Se oggi le operazioni di ricerca e selezione di contenuti vengono svolte, o almeno supervisionate, direttamente dagli utenti del Web (con importanti eccezioni: si veda l’esempio di Google News riportato nell’articolo citato), si moltiplicano gli sforzi affinchè tale processo sia svolto in maniera automatica, attraverso appositi servizi di calcolo presenti in rete (serivizi web), con l'obiettivo di migliorare e ottimizzare la ricerca e la selezione dei contenuti. Per ottenere questo scopo è necessario che le risorse presenti in rete siano non solo corredate di informazioni di natura semantica, che ne descrivano il contenuto, ma anche che tali informazioni siano vincolate a una semantica comune e che essa sia accessibile alle macchine: in poche parole, è necessario che i software che dovrebbero svolgere questi compiti capiscano, letteralmente, ‘di cosa parla il web’.  Porre le macchine in condizione di capire "di cosa parla il web" è, in sintesi, la missione del progetto internazionale denominato Web Semantico (Semantic Web), fondato nel 2001 da Tim Berners-Lee, già inventore del World Wide Web nel lontano 1990. L’attività del Web Semantico, fino ad ora, si è concentrata sulla creazione di che permettano di descrivere le risorse presenti nel Web e il loro contenuto sulla base di una semantica formale (Resource Definition Markup, RDF Schema, Ontology Web Language) ponendo le basi per le future applicazioni basate sulla condivisione di significati. Il culmine di tale iniziativa consiste nell’Ontology Web Language (OWL), il linguaggio per la codifica formale di ontologie concepito per supportare il ragionamento automatico.  La creazione di applicazioni basate sugli strumenti predisposti dal Web Semantico è ancora in una fase iniziale e ha come condizione necessaria la codifica di ontologie che descrivano settori di conoscenza specifici per l’uso da parte delle singole applicazioni. Le proposte di ontologie specifiche si moltiplicano, ma faticano a emergere veri e propri standard. Per citare solo alcune iniziative disparate: Music Ontology (ontologia di ambito musicale), Towntology (ontologia di ingegneria civile), COMM (ontologia del multimedia), CIDOC CRM Owl (ontologia dei beni culturali). Solo con lo sviluppo esteso e sistematico di ontologie standard sarà possibile per gli utenti godere dei benefici del Web Semantico: compiti quali la ricerca di documenti - di natura testuale e multimediale - opportunamente annotati, saranno svolti almeno in parte dalle macchine, che si faranno carico di quella faticosa attività di ricerca che oggi prevede l’inserimento di parole chiave e l’intelligente e attenta disamina dei contenuti reperiti, il loro eventuale filtraggio (di nuovo un processo intelligente) tramite parole chiave più restrittive oppure l’inizio di una nuova ricerca con parole chiave almeno parzialmente diverse.  Non solo: la condivisione di una base semantica comune permetterà di ottenere l’interoperabilità semantica dei dati, cioè di rendere comprensibile la conoscenza propria di un’applicazione, o di un’archivio, a un’altra applicazione o a un altro archivio, posto che vi sia un accordo sullo schema di annotazione. La descrizione semantica, infatti, non è sufficiente, da sola, a garantire che lo schema descrittivo sia condiviso, a patto che non ci si accordi sullo schema stesso. In quest’ottica è nata l’iniziativa Dublin Core (DCMI, Dublin Core Metadata initiative), che si occupa di definire e standardizzare uno schema di metadati ad hoc per il Web, leggero ma estensibile, concepito per l’annotazione di oggetti multimediali. Dublin Core definisce le proprietà di una risorsa rilevanti per la l'accesso e altri aspetti quali la tutela della proprietà intellettuale, demandando la descrizione effettiva di tali proprietà all'utilizzo di ontologie formali.  In conclusione: chi ha paura dei metadati? Nel suo piccolo, questo sito pensa che, con l’avvento di metadati per il web, accompagnati dalla descrizione semantica dei contenuti, i benefici che ne otterrà la comunità accademica saranno superiori al lavoro supplementare che, inevitabilmente, graverà sugli autori e sulle redazioni. Per ora, il sito della Turin Dams Review si è dotato di un meccanismo di social tagging, passando la parola agli autori e al pubblico. Sono in cantiere l'integrazione nel sito dello schema di metadati Dublin Core per la descrizione delle risorse pubblicate e la strutturazione del sito in forma di archivio delle uscite passate.

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domenica 16 agosto 2009

Cindy Sherman , fotografa (di se stessa) e regista

http://www.powerset.com/explore/go/storytelling di Adriana Polveroni Andy Warhol ci ha fatto vedere che la distanza dì sicurezza tra l'immaginario popolare e le figure del potere sì poteva colmare. Così sono nate le icone: Mari-lyn, Liz, Jackie, Mao e tante altre, rimaste nell'empireo artistico per anni. Con noi tuttoché guardiamo loro e continuiamo a celebrarle anche se i loro volti hanno i colorì acidi, il rossetto screziato e altri graffi pop. Invece Cindy Sherman. americana quanto Andy Warhol rna che al mondo dell'arte arriva una decina di anni dopo, salta il fosso. Fa anche lei immagini, quasi sempre volti, a volte figure intere. Ma guai a trovarci una celebrità. Lei fotografa l'altra metà (e passa) del mondo, i comuni mortali (più o meno comuni) che guardano, e a volte adorano, le celebrità. Cindy Sherman, ìnsomma, ha capito che la società dello spettacolo, di cui Warhol è stato un fantasioso cantore, ha compiuto un salto dì qualità, perché in un certo senso sì è avverato proprio ciò che l'eccentrico ragazzo, biondo e brufoloso, di Pìttsburgh aveva vaticinato: "Ognuno avrà il suo quarto d'ora di celebrità". Cindy dunque ci fa vedere che la storia, la celebrità, magari solo per un quarto d'ora, siamo noi. Semplicemente perché il pubblico siamo noi, e in un mondo in cui l'arte, soprattutto quella contemporanea, è diventata fenomeno dì massa che penetra, pervade ovunque, riti e miti, quel "noi" conta più o meno quanto "loro". L'uno non potrebbe esistere senza l'altro...............

sabato 15 agosto 2009

OSSERVANDO LA RESISTENZA DEL MONDO : SCIENZA ED ARTE COME GIOCHI COGNITIVI TRA METAFORE E MODELLI , clicca

Il manifesto di Res Cogitans , clicca

Riportare la filosofia ai problemi delquotidiano ,Essere critici costruttivi , Suscitare discussioniContrastare l'irrazionalità , Osteggiare il conformismo accademico , Guardare al futuro, Individuare nuovi problemi filosofici , Trasformare i linguaggi , Associare punti di vista diversi, Non cedere ai luoghi comuni , Stanare testi filosofici dimenticati

di Ignazio Licata , da Res Cogitans , clicca........... Gran parte dell’epistemologia classica (la cosidetta Received View,  che dai greci arriva fino a Popper, vedi Coniglione, 2008) considera il mondo come “lì”, e“già dato” e la scienza come un avvicinamento asintotico verso la descrizione finaleattraverso la successione di una catena teorica convergente verso il nucleo ultimo, quelloche la retorica delle “teorie del tutto” ha paragonato alla “Mente di Dio”. Se Dio gioca o meno a dadi con il mondo (dibattito Einstein-Bohr sulla fisica quantistica), se non solo gioca a dadi ma «li getta là dove non possiamo vederli» (Hawking), se il bosone di Higgs cer-cato oggi al CERN è “la particella di Dio”: sonotutte espressioni retoriche di una scienza anco-rata ad un oggettivismo naive e al mito delladescrizione “finale”. Nell’arte, invece, è statasempre dominante la consapevolezza cheogni rappresentazione del mondo è frutto diuna scelta deliberata dell’osservatore, e che ogni opera è inscritta dentro una serie di convenzioni che ne assicurano l’efficacia proprionella misura in cui selezionano, amplificano edinterpretano certi aspetti del mondo e ne escldono altri. Quasi tutto il dibattito sulla prospettiva- su cui spesso si incentrano molte trattazionistoriche sul rapporto scienza ed arte ne nascondeun altro assai più radicale, che riguarda l’impos-sibilità di accedere all’«Occhio di Dio» (TiborVamos, 1993), ossia ottenere rappresentazioniasettiche ed assolute, ed espellere la radicalecentralità dell’osservatore............In modo ancora piùradicale lo studio recente dei sistemi complessi ha invece posto in primo piano il problemadelle scelte metodologiche dell’osservatore, poiché si ha a che fare con sistemi che mostrano,in un senso piuttosto tecnico, aspetti diversi a seconda della “prospettiva” con cui vengonoosservati. Anche in questo caso più che una rappresentazione unica e ultima, esistono piùrappresentazioni efficaci a seconda dell’obiettivo dell’osservatore, e si può ben parlare diarte della scienza (Licata, 2008a, 2008b), ossiadelle strategie cognitive per costruire modellicomplementari in grado di cogliere aspettidiversi del fenomeno in esame. E la validità delmodello è profondamente connessa alle scelteiniziali. Nei modelli di sistemi complessi,insomma, il costruttore del modello e le suescelte sono parte integrante della costruzioneteorica, proprio come lo è Velasquez nel celebreLas Meninas. La visione classica dell’epistemologia come “Metodo” universale ed unicoattraverso cui estrarre informazione dal mondoùfino alla “fotografia” ultima è il figlio di un Logos occidentale ormai stanco, che lascia il posto ad una pluralità di approcci possibili in cui giocano un ruolo chiave gli obiettivi culturali, politici, economici ed anche le scelte estetiche della comunità scientifica. Persino il criterio sperimentale non basta più a dirimere la questione sulla “verità” di una teoria. Einstein diceva giustamente che una teoria è sotto-determinata dai dati sperimentali ed è, alla fin dei conti, una libera creazione della mente umana. Oggi potremmo aggiungere che una teoria è sovra-determinata dagli attrattori culturali dominanti della comunità scientifica.Tutto questo non deve far pensare che la scienza contemporanea abbia perso effi-cacia e potenza. A cadere è solo l’illusione che il costruttore di rappresentazioni potesse restare il fantasma dietro la teoria, invisibile e distaccato dalle sue narrazioni. Questa complessità di posizioni è ben nota all’arte contemporanea, che ha teorizzato e praticato, soprattutto dopo la dissoluzione del “soggetto” nel ‘900, un rigore che è immerso nella storicità dellescelte culturali e formali possibili. In modo analogo, la dissoluzione del “Metodo” ipotizzato dal rapporto classico tra scienza e mondo in una pluralità di strategie è l’ultimo atto del processo di liberazione della scienza dalla metafisica e la piena consapevolezza che ogni teoria rimanda sempre, in definitiva, all’inesauribilità del mondo davanti alle nostre costruzioni, e dall’esperienza decisiva che la conoscenza è un “bersaglio mobile” (Anto-marini, 2007; Longo, 2008). Questa condivisione del giocare con filtri cognitiviche non vanno confusi con la “verità”ultima del mondo ma ci richiamano piuttosto alla responsabilità delle nostre scelte e dei nostri linguaggi è ciò cheunisce, a monte, il lavoro di scienziati edartisti. Cosa si può dire invece di quegliartisti che effettivamente percorrono le vie di un incontro tra scienza ed arte a valle, nel confronto quotidiano con le narrazioni della scienza? L’aspetto interessante e fecondo di questi artisti consiste nel ritrasformare le parole dei modelli scientifici (spazio, tempo, multidimensionalità, energia, informazione, buco nero, auto-organizzazione, attrattore, frattali, rottura di simmetria, genomica, mutazione, clonazione, naturale-artificiale) in nuove metafore, de-mistificando la scienza come panorama onnipresente della nostra contemporaneità tecno-burocratica ed al contempo, per usare la bella espressione di J. M. Lévy Leblond, «re-mettre la science en culture» (Lévy-Leblond, 2004), richiamandola con il gesto estetico al gioco originario delle sue suggestioni cognitive ed epistemologiche e re-invitandola allo stupore della resistenza del mondo alle nostre narrazioni.