domenica 24 agosto 2014

La vera battaglia in Libia non è tra laici e musulmani

orso castano: la situazione in Libia e' estremamente complessa . Lo scontro tra i diversi gruppi di potere che non guardano minimamaente all'unita' nazionale ma ciascuno ai propri interessi di bottega, rende difficile l'individuazione di un interlocutore unico  che rappresenti l'interesse nazionale. Anche in Libia la fazione whahabita arabica, con la sua rigidita' e, direi, con i suoi interessi petroliferi da difendere fino alla morte con l'aiuto dei terroristi , in fretta , prima che l'Occidente sviluppi energie alternative, blocca ogni evoluzione politica positiva. L'occidente non dovrebbe intromettersi, ma l'esportazione del terrorismo per bloccare la ricerca di energie rinnovabili in occidente e le alleanze sotterranee con chi guadagna lautamente dal petrolio spingono a definire ed intervenire. La cosa piu' starna e' che pochi mettono al centrro delle soluzioni l'accelerazione dello sviluppo  e della ricerca di fonti energetiche alternative e l'autonomia energetica dell'occidente!!

Limes
Ritenere che in Libia il problema dell’ingovernabilità e della sicurezza possa essere semplificato attraverso la formula dello scontro tra i “cattivi islamisti” da una parte e i “buoni laici” dall’altra è un grossolano errore.Ancora peggio, in conseguenza della banalizzazione di cui sopra, è considerare che i cattivi islamisti della Fratellanza Musulmana siano lo spin off di al Qaida in Libia, laddove i miliziani del generale Haftar - i "buoni laici" - siano arrivati per liberare il paese e la regione dalla piaga del terrorismo.
A quasi 13 anni dal fatidico 11 settembre 2001 che cambiò il mondo e la fisionomia del Medio Oriente, l’Occidente non si può più permettere di considerare ciò che è al di fuori della propria capacità di comprensione come un generico tutt’uno di radicalismo e terrorismo. Deve al contrario prendere coraggio e affrontare i nodi venuti al pettine delle relazioni con il Medio Oriente, facendo una seria riflessione su chi siano oggi gli amici e i nemici nella regione. Il caso della Libia offre un ottimo spunto per iniziare.In Libia si ha a che fare con 2 golpe consecutivi, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro. Il 1° “golpe” sarebbe quello attuato il 5 maggio dalla Fratellanza Musulmana e dai suoi alleati islamisti nel parlamento, attraverso l’elezione Ahmed Maiteeq alla carica di premier, senza i necessari voti della maggioranza del Congresso, a danno del “moderato” Omar al Hassi. Il 2° è quello del 18 maggio, quando l’ex generale Haftar avrebbe liberato Tripoli dagli islamisti imponendo il volere delle forze armate e delle componenti laiche della politica libica.
Nessuno dei due episodi è successo come è stato descritto sopra, sebbene così sia stato riportato da buona parte della stampa.Innanzitutto, né Maiteeq né al Hassi sono organici alla Fratellanza Musulmana, sebbene entrambi siano stati sostenuti da questa. La contestazione seguita all’elezione di Maiteeq - dovuta al fatto che non sarebbero stati raggiunti i 120 voti del Consiglio necessari per la sua proclamazione - è stata in primo luogo alimentata dalle forze islamiste, che fino a pochi giorni prima avevano ritenuto di individuare un punto d’incontro nella candidatura di al Hassi.Stante il caos generale, non si è nemmeno chiarito se il conteggio dei voti abbia presentato errori o meno. Resta così pendente il giudizio sulla correttezza della tornata elettorale che ha consacrato Maiteeq primo ministro.Men che meno quella di Haftar può essere considerata come la cacciata degli islamici fondamentalisti a opera dei laici promotori della democrazia. L’ex generale rappresenta poco più che se stesso, essendo alla testa di una milizia che di fatto non è ai suoi ordini. Soprattutto, non esiste nulla che in Libia oggi venga presentato come “laico”. La distinzione veramente importante è quella tra “islamista” e “non islamista”. Il problema è che ci ostiniamo a leggere le notizie che provengono dalla regione attraverso una lente interpretativa non solo errata, ma anche vecchia di quasi 2 decenni.Khalifa Haftar è un ex generale dell’esercito di Gheddafi. Classe 1949, di lui si sentì parlare per la prima volta nel 1987, quando venne catturato dalle Forze armate ciadiane durante un combattimento alWadi Doum. Gheddafi l’aveva mandato già da 2 anni a combattere una guerra mai dichiarata contro il Ciad, che si protraeva per inerzia senza che nessuno potesse davvero vincere.Quando cadde prigioniero, Haftar venne prontamente scaricato dal Colonnello, finendo in un limbo da cui riuscì a emergere passando dalla parte degli oppositori del regime e proponendo la creazione di una forza armata da abbinare all’azione del Fronte nazionale per la salvezza della Libia.Raccogliendo attorno a sé alcuni militari defezionisti o prigionieri delle forze ciadiane, iniziò a operare sul fronte meridionale della Libia compiendo sporadiche azioni contro le forze di Tripoli, senza tuttavia conseguire risultati significativi sul campo di battaglia. Gheddafi aveva nel frattempo sapientemente fatto circolare informazioni sulla reputazione di Haftar, accusandolo di sevizie e torture sui prigionieri ciadiani prima e su quelli libici poi. Informazioni con ogni probabilità non corrispondenti al vero, in virtù anche della limitata azione bellica condotta, ma in grado in ogni caso di comprometterne la reputazione.
Haftar venne infatti nuovamente scaricato, questa volta dal presidente ciadiano Idriss Déby, all’indomani dell’uscita di scena di Hissène Habrè nel 1990, finendo costretto a un nuovo peregrinare nella regione, tra la Repubblica Centrafricana e lo Zaire. Da qui, con l’aiuto degli Stati Uniti, emigrò in Virginia, dove si ritirerà di fatto a vita privata, conducendo un moderato antagonismo al regime libico, essenzialmente fatto di proclami e insinuazioni.Nel 2011, tuttavia, con l’inizio delle rivolte a Bengasi, Haftar riapparve all’improvviso in Cirenaica e si propose ai vertici delConsiglio nazionale transitorio come comandante in capo delle costituende forze armate del Cnt. Gli venne preferito il generale Abdul Fatah Younis, già comandante delle forze speciali e figura alquanto stimata tra i ribelli, cui si affiancò Omar Hariri come vice.Gli attacchi verbali anche violenti contro Younis portarono addirittura a includere Haftar nella lista dei sospettati per il suo omicidio, avvenuto a Bengasi nel luglio del 2011.Nell’impossibilità di acquisire un ruolo politico di rilevo, Haftar ha vissuto in questi tre anni perlopiù a Bengasi cercando di coltivare un piccolo circolo di sostenitori di estrazione militare, progressivamente armatosi e trasformatosi in una della tante milizie che si spartiscono il controllo della Cirenaica. Da questa nuova - assai debole - posizione, Haftar lo scorso 14 febbraio ha annunciato di essere alla testa di una forza militare pronta a riprendere il controllo della situazione, scacciare il terrorismo islamico e ripristinare la legalità e la democrazia. Al proclama non ha fatto seguito alcuna azione sul terreno, tanto che gli stessi libici ironizzano definendolo il "golpe di san Valentino".Intorno alla metà di maggio, invece, Haftar e i suoi sostenitori hanno ingaggiato un violento scontro con altre milizie di Bengasi - islamiste e non - provocando un centinaio di morti e dando avvio al tentativo del generale d'imporsi come leader della rivolta. Il 18 maggio una delle milizie di Zintan (la Qaqaa) ha dichiarato il proprio sostegno all’ex generale, muovendo verso Tripoli in direzione del Congresso, occupandolo e provocando la sospensione della seduta.
Le milizie entrate a Tripoli, tuttavia, non fanno parte di quelle che Haftar ha armato ed equipaggiato a Bengasi, che da lì non si sono mai mosse; si tratta invece delle milizie di Zintan (tra le quali i resti della 32° brigata delle forze speciali, un tempo al comando di Khamis Gheddafi), che hanno il loro riferimento politico in Mahmud Jibril, leader delle forze non islamiste in parlamento. Questi, in un temporaneo matrimonio di interessi con Haftar, ha colto l’opportunità di ritornare in campo nell’intento di porsi nuovamente alla guida di un esecutivo non islamista, senza riconoscere ad Haftar la supremazia politica della manovra contro le forze islamiste.L’azione condotta a Tripoli, quindi, non è stata una vera e propria battaglia, ma semplicemente un esercizio muscolare delle milizie di Zintan che, muovendosi dalla loro zona di competenza in prossimità dell’aeroporto, si sono spinte nel centro della città, hanno provocato la fuga del Consiglio, per poi ritirarsi nuovamente sulle posizioni di partenza. Una mossa rapida e non definitivamente traumatica nella gestione degli equilibri di forza della capitale, condotta in modo da non provocare l’intervento a Tripoli delle milizie di Misurata, notoriamente più vicine alle forze politiche islamiste, che avrebbe provocato un bagno di sangue nelle vie della capitale.Il generale Haftar non ha un proprio radicamento politico in Libia, soprattutto in conseguenza del lungo esilio durato quasi un quarto di secolo, che lo ha estromesso dalle dinamiche sociali di un paese isolato dall’esterno e refrattario sino al 2011 a qualsiasi tipo di influenza esogena. Haftar ha quindi costruito il suo ruolo grazie al sostegno di alcuni finanziatori del Golfo, che vedono in lui uno dei molteplici, possibili baluardi alla proliferazione degli interessi della Fratellanza Musulmana nella regione.Ed è in questo ambito che viene a delimitarsi la natura dello scontro in atto in Libia – al pari di altri paesi del Medio Oriente. Non si tratta di uno scontro tra forze laico-democratiche da una parte e forze confessionali,radicali e terroristiche dall’altra, ma di una lotta senza quartiere nell’intera regione tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti da un lato e la Fratellanza Musulmana sul versante opposto. Quest’ultima con il sostegno più o meno palese del Qatar.
Non è in ballo né la democrazia, né l’interesse allo sviluppo e alla ricostruzione della Libia, ma solo il controllo regionale del predominio della fede islamica. Quest’ultima è sotto attacco - nell’ottica wahhabita - sia dall’eresia sciita sia dal pluralismo politico accettato dalla Fratellanza Musulmana. Si tratta di due modelli che rappresentano l’antitesi della visione dogmatica e ultra-conservatrice del wahhabismo saudita, risultando di conseguenza incompatibili col sistema politico che su questa dottrina poggia la propria legittimazione a Riyadh.Dal 2011 a oggi tale scontro intra-islamico ha già insanguinato il Medio Oriente, dalla Siria al Bahrein, dallo Yemen all’Egitto: la Libia ela Tunisia sono i restanti due obiettivi da colpire per eliminare gli ultimi baluardi della Fratellanza Musulmana. Tali attacchi avvengono, chiaramente, col supporto del "laicissimo regime democratico" dei militari del Cairo, e di tutti coloro che, a distanza di oltre 10 anni dai disastri politici e militari iracheno e afghano, ancora vedono nell’interventismo militare contro la minaccia islamica la soluzione ai problemi della regione e del mondo.Haftar rappresenta in Libia esattamente questo. L’illusione, a uso e consumo di un Occidente incapace di comprendere l’evoluzione della società mediorientale, di aver individuato un paladino della democrazia e della legalità, ma soprattutto un laico, nemico dei famigerati terroristi che insidiano il potere a Tripoli. Dalla sua parte la giustizia e la democrazia, dall’altra hic sunt leones.Allo stato attuale è difficile formulare soluzioni che possano risolvere la pericolosa impasse in cui è piombato il paese all’indomani dell’ultima crisi politica. Come sempre, una soluzione interna sarebbe preferibile a qualsiasi ipotesi di ingerenza esterna. Il problema della Libia odierna, tuttavia, è quello della sicurezza e dell’arbitrarietà derivante dalla proliferazione di milizie e potentati che si spartiscono il territorio, senza alcun interesse a cedere posizioni o trovare formule di raccordo unitario in funzione dell’interesse nazionale.
Sarebbe di fondamentale importanza che la comunità internazionale agisse da mediatore. Essa dovrebbe cioè definire un tavolo negoziale attraverso il quale giungere a un accordo di unità nazionale, favorendo la costituzione di un governo e una road mappolitica condivisa da tutte le forze.La Libia - dopo la dominazione coloniale, un breve periodo monarchico e oltre 40 anni di dittatura personale di Gheddafi - non deve essere ricostruita, ma costruita. Non esiste, di fatto, un’identità nazionale forte e capace di prevalere sui localismi e i personalismi; deve essere rifuggita in tal solco anche l’idea di una spartizione del territorio in zone d'influenza egiziane e algerine.
Questo è il compito che dovrebbe assolvere la comunità internazionale, dopo aver abbondantemente contribuito al collasso del paese nel 2011 alimentando spinte di disgregazione esterne al contesto sociale nazionale, di cui oggi i libici pagano il doloroso frutto.

Per approfondire: (Contro)rivoluzioni in corso

Nicola Pedde è il Direttore di IGS – Institute for Global Studies.
Karim Mezran è Senior Fellow al Rafik Hariri Center for the Middle East dell’Atlantic Council di Washington DC.
(5/06/2014)

da Quotidianosanita'.it :Tumori: da rottamare la vecchia classificazione?

orso castano : art. molto interessante. Indubbiamente una classificazione  basata su :"DNA, l’RNA e le proteine di 12 diversi tipi di tumori, provenienti da migliaia di pazienti, avvalendosi di sei diverse ‘piattaforme’ (metodi di analisi molecolare) genomiche. In questo modo è stato possibile disegnare una nuova classificazione dei tumori, comprendente 12 sottocategorie: solo in 5 casi la classificazione genetica è risultata consistente con quella basata sul tessuto di origine; in tutti gli altri casi uno stesso sottotipo della nuova classificazione genetica è risultato presente in diversi tessuti." potrebbe rappresentare sia a livello diagnostico che terapeutico un grosso passo avanti. I progressi della genomica si fanno sentire, aspettiamo quelli dell'epigenomica , cioe' dell'influenza che ambinte esterno-interno della cellula hanno sulla genomica ed attraverso quali meccanismi agiscono.

Tumori: da rottamare la vecchia classificazione?

Verso una nuova classificazione dei tumori, basata sul loro assetto molecolare. Uno studio appena pubblicato su Cell dimostra che l’attuale classificazione basata sull’istologia dei tumori non consente di definire adeguatamente la loro vera natura. Presto trial clinici con i nuovi criteri di arruolamento


18 AGO
 - E’ il più ampio studio di genomica di sempre ed è stato realizzato nell’ambito dell’iniziativa Cancer Genome Atlas (TCGA), condotta e supportata dal National Cancer Institute e dal National Human Genome Research Institute, entrambi parte dei National Institutes of Health americani. Il suo scopo è quello di arrivare a definire una nuova classificazione dei tumori, esclusivamente basata sul loro profilo genetico. Fino ad oggi i tumori sono stati classificati sulla base del tessuto di provenienza (es. tumore del polmone, del rene o della mammella), ma secondo questo nuovo studio molte forme andrebbero riclassificate sulla base dell’assetto molecolare, più che di quello istologico.

La ricerca, pubblicata su Cell il 7 agosto è stata portata avanti da un network di scienziati che ha analizzato il DNA, l’RNA e le proteine di 12 diversi tipi di tumori, provenienti da migliaia di pazienti, avvalendosi di sei diverse ‘piattaforme’ (metodi di analisi molecolare) genomiche. In questo modo è stato possibile disegnare una nuova classificazione dei tumori, comprendente 12 sottocategorie: solo in 5 casi la classificazione genetica è risultata consistente con quella basata sul tessuto di origine; in tutti gli altri casi uno stesso sottotipo della nuova classificazione genetica è risultato presente in diversi tessuti.

“Questo studio genomico non solo mette in crisi il vecchio sistema di classificazione dei tumori, basato sul tessuto di origine – spiega Christopher Benz, professore di medicina al Buck Institute for Research on Aging, professore associato di medicina presso l’Università della California  di San Francisco (UCSF) e membro dell’Helen Diller Family Comprehensive Cancer Center della UCSF – ma fornisce una messe di nuovi dati e di filoni tutti da esplorare, accanto ad una lista completa dei caratteri molecolari, che definiscono ognuna delle nuove classi tumorali descritte”.

I risultati più clamorosi si sono avuti con il tumore della mammella e della vescica. Lo studio ha individuato almeno tre diversi sottotipi di tumore della vescica, uno dei quali praticamente indistinguibile dall’adenocarcinoma polmonare e un altro molto simile ai tumori squamosi di testa-collo e polmone. “Analizzando i tassi di sopravvivenza – commenta Josh Stuart, professore di ingegneria biomolecolare presso l’Università della California di Santa Cruz – risulta che i tumori della vescica, ‘imparentati’ con queste altre forme tumorali hanno effettivamente una prognosi diversa, peggiore; questo dimostra che il nostro lavoro non è un puro esercizio accademico”.
“Questo spiega – commenta Benz – come mai i pazienti con tumore della vescica rispondano spesso in maniera del tutto differente, quando sottoposti ad uno stesso trattamento chemioterapico prescritto in base alle caratteristiche istologiche del tumore”.

Lo studio ha confermato anche le note differenze tra i sottotipi di tumore della mammella noti come ‘basal-like’ (o tripli negativi) e ‘luminale’, rivelando come queste differenze siano in realtà molto più radicali di quanto finora ritenuto; i cosiddetti tumori della mammella ‘basal-like’, da un punto di vista molecolare, sono altrettanto distanti da una forma ‘luminale’, quanto un tumore di un organo completamente diverso, come il rene o il polmone ad esempio. I carcinomi della mammella tripli negativi sono una forma particolarmente aggressiva, più comune nelle pazienti giovani e questo studio li definisce ulteriormente come tumori a se stanti e decisamente unici tra tutte le forme di cancro della mammella.
“Sebbene si presentino nella mammella – spiega Christina Yau, professore associato di chirurgia alla UCSF – a livello molecolare sono più imparentati con il tumore dell’ovaio e con i tumori a cellule squamose (come quelli testa-collo e polmone), che con altre forme di carcinoma della mammella”. Diversi tipi tumorali possono inoltre avere in comune un pattern analogo di attivazione immunitaria, fattore che può assumere grande rilevanza, ora che sono a disposizione diverse molecole di immunoterapici.

Secondo gli autori dello studio, tutto questo rappresenta appena la punta dell’iceberg; “è possibile che il 30-50% dei tumori – afferma Benz - dovrà essere riclassificato sulla base dei caratteri genomici”.
I risultati di questo studio potrebbero inoltre portare ad una nuova generazione di trial clinici nei quali i pazienti verrebbero arruolati solo sulla base della classificazione molecolare dei tumori; questo potrebbe portare a nuove opzioni di trattamento, prescritte sulla base dei sottotipi molecolari. “Avere a disposizione una mappa molecolare come questa – sostiene Stuart – aiuterà ad assegnare i pazienti al trial clinico più appropriato”.
“Sebbene questa nuova classificazione debba ancora essere validata da studi di follow-up – conclude Benz- riteniamo che alla fine fornirà le fondamenta biologiche per una nuova era di terapia oncologica personalizzata, tanto attesa sia dai medici che dai pazienti”.

Una prima ricaduta di questo studio è che i ricercatori del ‘ Lineberger Comprehensive Cancer Center’dell’Università della North Carolina hanno già sperimentando l’efficacia della terapia con carboplatino, chemioterapico comunemente impiegato nel tumore dell’ovaio, in aggiunta alla terapia standard per i tumori della mammella tripli negativi, l’80% dei quali hanno i caratteri del sottotipo ‘basal-like’. I risultati di questo studio (il CALGB40603) sono appena stati pubblicati su Journal of Clinical Oncology il 6 agosto scorso e dimostrano un certo beneficio aggiuntivo del carboplatino in queste pazienti, anche se non è ancora possibile dire se questo avrà un impatto sulla sopravvivenza generale e su quella libera da malattia.

Il Cancer Genome Atlas(TCGA) è stato lanciato nel 2006, con lo scopo di compilare l’atlante genomico di oltre 20 forme tumorali; col progredire della ricerca, stanno emergendo sempre più punti in comune tra tumori apparentemente molto diversi tra loro, così che si è ritenuto opportuno creare il progetto TCGA ‘Pan-Cancer’.
I dati generati dal TCGA sono disponibili sul portale del TCGA (http://tcga-data.nci.nih.gov/tcga) e del CGHub (https://cghub.ucsc.edu/).

Maria Rita Montebelli

18 agosto 2014

venerdì 22 agosto 2014

Dopoguerra e Ricostruzione............Italiansinfuga

orso castano :da  Rai Storia ; queste ricostruzioi aiutano a capire quello che succede oggi, ma costituiscono contemporaneamente sono un confronto, un paragone rispetto alla crisi di oggi, alla deflazione, alla svalutazione del danaro, alle fasce di poverta' che si vanno costruendo. Agli Italians in fuga ;intressante playlist di emiglranti acculturati, con la laurea , ma la musica non cambis, sacrifici, durezza, capacita' di adattamento

Dopoguerra e ricostruzione :  L’Italia che esce dalla Seconda guerra mondiale è un Paese sconfitto militarmente e visibilmente ferito dai bombardamenti degli Alleati e dei misfatti delle truppe tedesche in ritirata. Gli italiani sono in condizioni di estrema povertà. Manca tutto: cibo, generi di prima necessità, medicine, case, mezzi di trasporto. In questa cornice di distruzione e di estrema difficoltà, a Livorno è di stanza un grande contingente di truppe americane. Nella pineta di Tombolo, alle porte della città, fiorisce una specie di villaggio in cui vivono disertori americani, ex militari tedeschi e italiani, gente dedita alla borsa nera e prostitute al seguito dell'esercito americano. Uno spaccato di quell’Italia che lo storico Giovanni De Luna considera tra le testimonianze più significative per raccontare ilDopoguerra italiano e poi la rinascita di un paese che in pochi anni seppe uscire dall’emergenza e preparare le condizioni per il boom economico.
Il tempo e la storia: Ricostruzione e Dopoguerra, di Massimo Gamba.
link :  

L` EMIGRAZIONE IN AMERICA. LA QUESTIONE MERIDIONALE

Il filmato, tratto da una serie di documentari realizzati nel 1972 dal regista Alessandro Blasetti, fornisce un valido contributo all’analisi dell’emigrazione meridionale verso l’America. 
L’unità contiene un episodio del film televisivo Il lungo viaggio, tratto dai Racconti di Leonardo Sciascia. Dopo aver assistito all’accurata ricostruzione della truffa a carico dei poveri siciliani, è lo stesso Sciascia che racconta l’origine di quell’episodio, accaduto nel secondo dopoguerra e inserito nel suo libro.

EMIGRAZIONE VERSO L`AMERICA. STORIA SOCIALE D`ITALIA 1945/2000

L`unità didattica ripercorre le mutazioni della storia sociale italiana attraverso le immagini tratte da documentari ed inchieste d`autore realizzati a partire dagli anni `50 fino ai giorni nostri.
In studio, Maurizio Maggiani insieme al sociologo Domenico De Masi ricostruisce le dinamiche dell`emigrazione italiana verso le Americhe: dalla fuga dei braccianti fino all`emigrazione degli intellettuali.




Cose che dovete sapere prima di emigrare
  1. Quello che per me è il Paradiso per te può essere l’inferno
  2. Una nazione che ti piace a 20 anni può non piacerti a 30
  3. Sarai sempre uno straniero anche quando diventi cittadino della nazione  straniera.
  4. Un giorno penserai a dove vuoi essere seppellito (all’estero o in Italia)
  5. Per i nuovi amici sarai un mago della cucina solo perché sei italiano e anche se non hai mai cucinato in vita tua.
  6. Si mangia bene anche all’estero
  7. I tuoi figli nati e cresciuti all’estero probabilmente non sapranno pronunciare il cognome italiano correttamente
  8. In alcune nazioni inizierai a mangiare cena alle 6 di sera
  9. Adorerai piatti delle cucina straniera che avevi giurato che non avresti mai mangiato
  10. Conoscerai versioni ‘indigene’ di piatti italiani che ti lasceranno senza parole
  11. Sopravviverai senza bidet
  12. In alcune nazioni vieni osservato come un animale da circo
  13. La disonestà esiste dappertutto
  14. Puoi anche scegliere di non integrarti ma ti rendi così la vita molto difficile
  15. A volte la differenza tra il rimanere all’estero e il tornare in Italia è molto sottile
  16. Prima o poi tiferai per la nazionale della tua nuova Patria
  17. Alcuni in Italia ti diranno “hai avuto fortuna” mentre tu pensi che invece ti sei fatto un mazzo così, altro che fortuna
  18. Alcuni in Italia ti diranno “all’estero è più facile” mentre tu pensi che invece ti sei fatto un mazzo così, altro che più facile
  19. Apprezzerai alcuni aspetti dell’Italia più di quanto facessi in Italia
  20. Odierai alcuni aspetti dell’Italia più di quanto facessi in Italia
  21. Alcuni in Italia ti chiameranno “codardo” per essere emigrato mentre loro rimangono lì “a lottare”
  22. Ti passa la voglia di andare ad ogni occasione vacanziera in Italia ed inizierai ad esplorare i lidi preferiti dai tuoi nuovi amici
  23. Dopo alcuni anni agli stranieri che si lamentano della vostra patria adottiva ti viene voglia di dire “se non ti piace, puoi pure tornare a casa”
  24. Dovrai spiegare per decenni il perché della politica italiana ai nuovi amici
  25. Scoprirai che non ti interessa più riempire la valigia di parmigiano e caffè.
  26. Non sempre troverai la soluzione ai tuoi problemi trasferendoti all’estero, anzi.
  27. Parlerai sempre e comunque con un accento straniero
  28. Anche dopo 20 anni ti trovi a fare cose da turista
  29. Non conosci la lingua straniera bene come pensavi di conoscerla
  30. E’ possibile che odierai intensamente la tua Patria di adozione
  31. Scoprirai di essere meno tollerante di quanto pensavi
  32. La vita degli amici in Italia continua tranquillamente senza di te
  33. Non avevi bisogno di tutte le cose che avevi messo in valigia.
  34. Dopo aver conosciuto persone provenienti da tutto il mondo ti rendi conto di quanto sei stato fortunato a nascere e crescere in un nazione sviluppata come l’Italia (quella si che è fortuna).
  35. Il cibo dei ristoranti italiani all’estero non è come quello che ristoranti in Italia.
  36. Il cibo dei ristoranti cinesi in Cina non è come quello dei ristoranti cinesi in Italia.
  37. Tanti stranieri non sanno nemmeno dov’è l’Italia

lunedì 18 agosto 2014

il primo dopoguerra 1945 e la disoccupazione

documentario istituto luce


http://www.archivioluce.com/archivio/jsp/schede/videoPlayer.jsp?tipologia=&id=&physDoc=22275&db=cinematograficoCINEGIORNALI&findIt=false&section=/


L'istituto Luce e' una enorme fonte di dopcumentari e foto del dopoguera , foto e documentari che ci raccontano quanto drammatica fosse la situazone e quanti sforzi ,oltre che aiuti dall'esterno, fossero indispensabili per icostruire la nostrta nazione:  
Copertina anteriore

La sinistra socialista nel dopoguerra: meridionalismo

http://books.google.it/books?id=jRfE-jY296wC&pg=PA380&lpg=PA380&dq=disoccupazione+neldopoguerra&source=bl&ots=ca51_Dh-EM&sig=FnPLb3JO3sUrwUL3nCmhAnfgvj4&hl=it&sa=X&ei=YOb0U7z9KKX-4QSm8IC4CQ&ved=0CDsQ6AEwAg#v=onepage&q=disoccupazione%20neldopoguerra&f=false

Disoccupazione ed emigrazione in Italia dall’unità agli anni ‘90 
LA SITUAZIONE DEL MERCATO DEL LAVORO NEL REGNO D'ITALIA 
Il mercato del lavoro, dalla nascita dei Regno d'Italia (1861) a oggi, è sempre stato 
caratterizzato dall'eccedenza dell'offerta di lavoro rispetto alla domanda, che ha 
determinato due problemi particolarmente gravi come la disoccupazione e l'emigrazione. 
In gran parte la disoccupazione è sempre dipesa da cause strutturali: 
• la popolazione è sempre stata in eccesso rispetto alle risorse dei paese; 
• lo sviluppo dei sistema economico è avvenuto in maniera squilibrata. 
Fin dalla nascita dello Stato unitario esisteva un divario notevole tra lo sviluppo delle regioni 
del Nord e quelle meridionali dei paese, dove la massa della popolazione era dedita 
all'agricoltura, che, praticata ancora in forma estensiva e con tecniche arcaiche, procurava redditi 
estremamente magri. 
I FLUSSI MIGRATORI ALL'INIZIO DEL SECOLO 
A distanza di pochi anni dall'unità del paese, di fronte a una situazione che diveniva sempre più 
pesante per la maggior parte dei diseredati, prese avvio il fenomeno dell' emigrazione di massa. 
Si trattava di forza-lavoro priva di una qualunque preparazione culturale (analfabeti) e 
professionale (contadini, braccianti, manovali), che si diresse oltre oceano e, in particolare, verso 
gli Stati Uniti. L'emigrazione, al momento, consentì di evitare conflitti sociali e le rimesse degli 
emigrati rappresentarono una fonte di sostentamento per il Meridione; ma, a lungo andare, un 
esodo così massiccio ha avuto ripercussioni negative sullo sviluppo dei Sud. 
Dovunque i nostri lavoratori furono impegnati in lavori umili e la maggior parte di 
loro visse in condizioni misere; l'inserimento risultò più facile nei paesi a economia 
agricola (Brasile, Argentina), mentre fu particolarmente difficile negli Stati Uniti. Il 
flusso migratorio registrò una flessione nel corso della prima guerra mondiale e fu piuttosto 
contenuto durante il regime fascista, sebbene nella seconda metà degli anni Venti la 
disoccupazione avesse raggiunto livelli preoccupanti. 
LA SITUAZIONE OCCUPAZIONALE NEL SECONDO DOPOGUERRA 
Dopo la seconda guerra mondiale la situazione occupazionale era veramente tragica: la 
mancanza di posti di lavoro era generalizzata in tutto il paese e riguardava in particolare i 
capifamiglia. 
La maggior parte della forza-lavoro era impiegata nel settore agricolo in stato di 
sottoccupazione, mentre il settore industriale era impegnato nella riconversione. Nel 1945 i 
disoccupati superavano i due milioni, dislocati particolarmente al Sud. 
Agli inizi degli anni Cinquanta, nonostante l'avvio della riforma agraria e gli aiuti 
straordinari destinati al Mezzogiorno, gli industriali dei Nord trovarono un esercito di 
lavoratori meridionali disoccupati e disponibili a trasferirsi per avere un lavoro; il che 
consentì di mantenere bassi i salari, favorendo il cosiddetto "miracolo economico". Si 
ebbe, infatti, una forte migrazione interna dal Sud, dove le famiglie erano sottoccupate 
in agricoltura, verso le regioni settentrionali più industrializzate (Lombardia, 
Piemonte). Per il Sud significò ancora una volta spopolamento e ristagno economico; mentre al Nord, dove 
si originò il fenomeno dell'urbanesimo, si ebbero problemi sociali dovuti anche alla carenza di 
servizi essenziali (case, scuole, ospedali ecc.). 
L'offerta di lavoro si mantenne elevata per circa un decennio e, a metà degli anni Sessanta, 
cominciò la tendenza alla diminuzione. Nelle regioni meridionali si era sempre più consapevoli che 
l'unica possibilità di trovare lavoro era l'emigrazione, ma si era sempre meno disposti ad 
allontanarsi dalla propria terra. 
LA CONFLITTUALITÀ SOCIALE NEI PRIMI ANNI SETTANTA 
Al Nord la domanda e l'offerta di lavoro si erano incentrate in particolare sugli uomini in età 
media (35-55 anni), ma quando la domanda cominciò a superare l'offerta si originò un'elevata 
conflittualità sociale che nel 1975 portò alla riforma della scala mobile. 
Anche il flusso migratorio verso l'estero si protrasse fino ai primi anni Settanta, dopodiché si 
manifestò un calo repentino, dovuto anche alla crisi occupazionale che interessò un po' tutti i paesi 
industrializzati dell’Europa occidentale. 
Dal 1972 in avanti la cassa integrazione guadagni prese a dominare incontrastata e assunse il 
ruolo di garante dei salario e dei posto di lavoro, mimetizzando in gran parte la disoccupazione. 
Per aggirare la conflittualità e smorzare il potere sindacale, le grandi imprese attuarono il 
decentramento della produzione, frazionandola presso piccole unità produttive non rigidamente 
legate alla contrattazione collettiva. 
Nelle zone dei Centro-Nord si formò la cosiddetta "terza Italia", caratterizzata da fenomeni di 
varia natura come il lavoro a domicilio, il lavoro nero, il doppio lavoro, che in una posizione di non 
ufficialità contribuirono, negli ultimi anni Settanta, a far risalire il numero degli occupati. 
LA SITUAZIONE OCCUPAZIONALE NEI PRIMI ANNI OTTANTA 
Nonostante ciò, nei primi anni Ottanta, la disoccupazione era ancora abbastanza sostenuta, in 
particolar modo per i giovani e le donne. 
Proprio in quegli anni la realtà economica italiana ha subito una forte 
trasformazione, il terziario ha sorpassato l'industria quanto a numero di occupati e si è 
passati all'era postindustriale. In quel periodo le imprese hanno avviato un processo di 
ristrutturazione e di automazione che ha provocato anche la riorganizzazione del 
lavoro; di conseguenza, mentre la domanda di lavoro nell'industria ha subito un calo, il 
settore dei servizi ha offerto nuove occasioni lavorative. 
Tuttavia, la disoccupazione, in special modo delle categorie più deboli (giovani, 
donne), ha continuato ad aumentare, anche se, per facilitarne l'ingresso nel mondo dei 
lavoro, si sono adottati provvedimenti speciali come i contratti di formazione lavoro 
per i giovani e il part-time per le donne. 
Alla fine degli anni Ottanta il quadro era abbastanza variegato: mentre al Nord si era vicini alla 
piena occupazione maschile, il Sud continuava a essere un'area sfavorita per eccellenza, 

soprattutto per la disoccupazione femminile e giovanile. 

Economia e lavoro nel dopoguerra

http://www.sapere.it/sapere/strumenti/studiafacile/storia/L-et--contemporanea/L-Italia-dal-dopoguerra-agli-anni-Novanta/Approfondimenti/Economia-e-lavoro-nel-dopoguerra.html
Nel dopoguerra l'economia italiana versava in gravissime difficoltà; grazie però ai provvedimenti adottati dal ministro del bilancio Luigi Einaudi nel 1947 i danni vennero riparati (soprattutto ponendo fine alla spirale inflattiva con un restringimento del credito alle industrie). Già alla fine del '48 la produzione industriale aveva raggiunto l'89% di quella del '38 e negli anni '50 imboccò la strada di un deciso sviluppo, crescendo del 9% ogni dodici mesi. In questo periodo il reddito nazionale aumentò di un quarto (ma i salari restarono bassi), l'industria siderurgica, meccanica, chimica e petrolifera subirono enormi progressi (si parlò di boomeconomico). L'industria, però, non si sviluppò uniformemente nel paese: tra nord progredito e sud arretrato vi era un divario che convinse molti giovani meridionali a emigrare nelle regioni industrializzate del Nord o in altri paesi d'Europa in cerca di lavoro. Nonostante le disparità il sistema tenne per quasi tutti gli anni '60, poi, a causa di una grave crisi petrolifera, del crescente costo del lavoro, della spesa pubblica male indirizzata, iniziò una fase di recessione. Negli anni '80 l'espansione economica è ripresa, ma l'inefficienza del sistema politico da un lato e la congiuntura internazionale negativa dall'altro hanno provocato nei primi anni '90 una crisi da cui il paese, nel 1996, non era ancora del tutto uscito.
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Book Overview - Scouting Skills - A Complete Guide



Ottimo clip ed ottimo libro. Modello di riferimento per imparare ad "imparare": gli scouts cercano le soluzioni piu' semplici ai problemi usando ed adattandole all'uopo le cose piu' semplici.........

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vedi scouting for skills , come imparare ad imparare :https://www.youtube.com/watch?v=rMWnb5Y2X1U&list=PL_-XYgJCuYPXBewyh_13GEDwNL-kjUJSs&index=23

sabato 16 agosto 2014

read key : neet: imparare ad imparare

orso castano. il crescere della disoccupazione giovanile e non richiede un aggiornamento continuon per chi viene espulso dal processo produttivo. Puo' essere che chi viene espulso (o chi , come i neet non e' mai entrato nel processo produttivo) scelga altre strade di vita; ma per quelli che vogliono continuare ad aggiornarsi e sperimentare nel campo che conoscono direttamente (o indirettamente per via di studi) per averci lavorato , il welfare deve garantire almeno le 150 ore pagate cosi' come per i lavoratori, in. cambio di idee innovative sperimentate che verranno vagliate da commissioni.Vanno offerte anche opportunita' di start up , spin off, think tank per tutti quelli che vogliono impegnarsi nell'innovazione , in maniera DIFFUSA  A TUTTI I LIVELLI. Questo, a nostro avviso, il salto culturale che dovrebbe fare il Welfare.

di seguito riportiamo un metodo molto importante, che si rifa' in parte a Piaget. Il documento e' lungo e lo spezzeremo ma andrebbe letto integralmente. A nostro avviso potrebbe essere utile per chi intende continuare ad aggiornarsi su temi  che gia' conosce..
 Il gioco come strumento per apprendere di Bianca Miglio (link)
Giocare è il modo di vivere del bambino. Il gioco, può essere considerato, infatti, dal punto di vista del soggetto, oppure come comportamento suscettibile di osservazione, o come contesto nel quale si esprime il comportamento. Nel primo caso, l’accento è posto sulla motivazione, di carattere intrinseco, che spingerebbe il bambino a giocare. Nel secondo caso, l’attenzione è posta sulle tipologie del gioco e sulle sue caratteristiche. Infine, nel terzo caso, il gioco è considerato come un’attività attraverso la quale diviene possibile esplorare aspetti e fenomeni dello sviluppo infantile(Rubin, Fein e Vandenberg,Play, 1983). Tra le teorie più significative riguardanti il gioco, hanno rilevante importanza quelle di Vygotskij e di J. Bruner. Il primo autore, considera il gioco come risposta che il bambino, alle prese con i propri bisogni, elabora al fine di poterli soddisfare, se pure nel mondo della fantasia. Tale autore, agli aspetti puramente cognitivi, aggiunge gli affetti, le motivazioni e il contesto sociale. Uno degli aspetti più importanti del gioco, messo in evidenza dallo studioso russo, è costituito dalla funzione di liberare gli oggetti dal loro potere vincolante. In altre parole, nel gioco gli oggetti non “suggeriscono” il comportamento del bambino, bensì acquistano nuovi significati. “nel gioco il pensiero è separato dagli oggetti e l’azione nasce dalle idee più che dalle cose: un pezzo di legno comincia ad essere una bambola e un bastone diventa un cavallo”(L. S. Vygotskij,Il ruolo del gioco nello sviluppo,1966). Il gioco diviene così una fase di transizione nell’acquisizione di significati, e del linguaggio in particolare, attraverso cui il bambino crea situazioni nuove. Un autore come Bruner, invece, considera il gioco con riferimento all’adattamento umano e alle strategie di soluzione di problemi. Giocare è, innanzi tutto, un modo di apprendere all’interno di una situazione “controllata”, in cui sono ridotti al minimo i rischi di una violazione delle regole sociali. Il gioco assume così un ruolo importante nell’evoluzione dell’educabilità. Funzione prioritaria del gioco sarebbe, quindi, conseguire, attraverso la manipolazione di strumenti, una migliore destrezza e sempre nuove combinazioni di comportamenti. Il gioco è così definibile, grazie alle teorie sviluppate dai numerosi studiosi che si sono interessati dell’argomento, come uno straordinario fattore di maturazione, e come sostiene Vygotskij: “ il gioco contiene tutte le tendenze evolutive in forma condensata ed è esso stesso una fonte principale di sviluppo”(L. S. Vygotskij,Il ruolo del gioco nello sviluppo, 1966). Il gioco risulta essere un’esperienza coinvolgente e ricca di stimoli, capace di catturare l’attenzione, attivare e motivare anche i bambini con maggiori difficoltà, accompagnandoli nell’acquisizione di conoscenze, strategie e competenze. Alcuni studi mettono in luce come, la presenza di un adulto significativo, che sia in grado di interagire con il bambino, soprattutto elaborando e guidando in maniera adeguata il gioco, possa favorire lo sviluppo cognitivo, oltre che l’equilibrio emotivo-affettivo. Alcune tipologie di gioco ludico utilizzate sono, ad esempio, il gioco esplorativo che agisce progressivamente sulle capacità di attenzione, o il gioco di finzione, verso il quale il bambino progredisce, caratterizzato dall’immedesimazione del bambino, nel ruolo e/o in una situazione a suo piacimento, oppure il gioco simbolico, caratterizzato dall’assegnazione da parte del bambino, di un significato particolare ad un oggetto, significato spesso lontano da quello originale, il quale favorisce lo sviluppo delle rappresentazioni mentali e del linguaggio. L’utilizzo del gioco all’interno del processo d’apprendimento cognitivo, si può collocare a cavallo di due filoni di studi: da un lato quello secondo il quale è possibile sviluppare le attitudini al ragionamento con esercizi diretti allo scopo, indipendentemente dai contenuti dei programmi scolastici, e dall’altro quello che condivide la teoria “dell’impregnazione”, propria di coloro che ritengono possibile finalizzare le attività didattiche correnti in modo da trasformarle in un esercizio cognitivo costante. Secondo quest’ultima teoria, sarebbe fondamentale mettere a punto strategie che modificano la didattica corrente delle discipline, in modo da privilegiare la riflessione e da rinforzare i processi mentali dell’alunno. Questo modello prevede la trasformazione delle interazioni in classe, l’adeguamento dei manuali e degli strumenti di valutazione, la fruizione di attività didattiche e ludiche mirate, al fine di renderli mezzi utili per il potenziamento e l’apprendimento cognitivo. Al fine di scegliere e utilizzare efficacemente le attività ludiche occorre però disporre di un modello cognitivo di riferimento, che analiticamente illustri le operazioni mentali interessate. Tra i modelli cognitivi esistenti, ho scelto di richiamare quello di Piaget (J. Piaget,De la logique de l'enfant à la logique de l'adolescent, 1955) , in quanto è alla base di un sistema di classificazione relativamente recente e diffuso dei giochi (ESAR- Exercise-Symbole-Assemblage-Règle). La classificazione dei giochi ESAR, ha radici lontane. Il contributo di Piagey si innesta su una tradizione di studi che ha portato eminenti psicologi a occuparsi del gioco nelle sue varie forme e a tentarne strategie di classificazione. Studiando il gioco animale, Groos (K. Groos,The play of animols, 1898) propone, ad esempio, una distinzione tra giochi di sperimentazione e giochi sociali. Claparède (E. Claparède,Psicologia del fanciullo: lo sviluppo mentale) distingue invece i giochi di funzioni generali (sensoriali, motori, intellettivi, affettivi, di esercizio della volontà) da quelli di funzioni sociali (di lotta, di classe, di corteggiamento, sociali, familiari, di imitazione). Chateau fornisce una classificazione dei giochi che segue il loro apparire nell’arco evolutivo, distinguendo tra giochi senza regole (giochi di intelligenza concreta: funzionali, edonistici, di esplorazione; giochi di affermazione interiore del sé: giochi di distruzione e di impeto) e con regole (giochi di gruppo segmentarlo: giochi figurativi, di imitazione e di illusione; giochi oggettivi, di costruzione e di lavoro; giochi astratti, con regole arbitrarie, di prodezza e competitivi; giochi cooperativi; di competizione cooperativa e con regole rigorose). A queste seguono le classificazioni strutturaliste, che propongono una suddivisione tra giochi individuali e collettivi, con una gerarchizzazione che va dai giochi più semplici a quelli più complessi. La classificazione di Piaget lega gli stadi di sviluppo del gioco con quelli della maturazione cognitiva; così in base al livello evolutivo cognitivo raggiunto, verranno proposte attività ludico-didattiche appropriate per sviluppate determinate capacità e competenze. Lo sviluppo del gioco avviene dunque per stadi, il primo dei quali è la tappa dei giochi d’esercizio (0-2 anni) che corrisponde allo sviluppo dell’intelligenza sensomotoria. In questa fase l’attività percettivo-motoria assume il carattere ludico: il bambino acquisisce progressivamente il controllo degli arti e la capacità di esplorare gli oggetti con tutti i sensi. Il gioco funzionale viene realizzato per il semplice piacere che esso procura, ripetendo e consolidando schemi noti. In tale fase Piaget distingue i giochi di “esercizio semplice”, che prevedono una pura ripetizione di comportamenti (ad esempio tirare un giocattolo, fare e disfare un mucchio di sabbia), dalle “combinazioni senza e con un fine”. La seconda tappa è costituita dallo sviluppo dell’intelligenza pre-operatoria (2-7 anni), che viene anche suddivisa in pensiero simbolico preconcettuale (2-4 anni) e pensiero intuitivo (4-7 anni). Il bambino diventa progressivamente capace di rappresentare la realtà e poi di operare con i simboli: nasce così il gioco simbolico. Le immagini mentali create risultano una costruzione attiva del soggetto e derivano da un’imitazione interiorizzata. Uno degli elementi fondamentali di cambiamento è dovuto allo sviluppo del linguaggio, che permette un ampliamento degli strumenti per realizzare il gioco. Con lo sviluppo delle operazioni concrete, il bambino diviene capace di svolgere operazioni sigli oggetti, anche reversibili, senza riuscire a precedere analogamente su proposizioni ed enunciati verbali. Piaget distingue due raggruppamenti di operazioni concrete che il bambino in grado di iniziare a svolgere: quelle logico-matematiche e quelle spazio temporali.le prime consistono nell’agire sugli oggetti per riunirli in classi di diversi ordini o stabilire tra loro relazioni (Piaget 1955), mentre le seconde consistono nel dare una collocazione spazio temporale ad un oggetto. Tra i 7 gli 11 anni si sviluppa anche progressivamente il concetto di regola, che verrà interiorizzato in maniera più profonda con lo stadio delle operazioni formali e consentirà un miglior coinvolgimento del soggetto nel gioco di regole. Il bambino nello stadio delle operazioni concrete è gia in grado di effettuare questa forma di gioco, ma tende a modificare le norme a suo vantaggio e a non considerarle stabili. Dopo gli 11 anni vi è, invece, il passaggio alla codifica della regola. La logica formale è inoltre applicabile a qualunque contenuto. Il gioco di costruzione, che implica le operazioni di seriazione e classificazione, viene considerato da Piaget a metà tra il gioco e l’attività intelligente, nonché tra il gioco e l’imitazione. La teoria di Piaget (J. Piaget,La formation du simbole chez l'enfant, 1959), costituisce il principale riferimento di un sistema di classificazione e di analisi dei giochi e dei giocattoli, denominato Sistema ESAR, elaborato da Denise Garon in Quèbec e sviluppato tra il 1980 e il 1985 da Rolande Filion e Manon Doucet. Il sistema è stato implementato nelle ludoteche sia dei Paesi francofoni sia assunto per la classificazione dei giocattoli nelle ludoteche italiane. Nella tabella è sintetizzata la classificazione che riguarda gli aspetti cognitivi. Ad ogni fase di sviluppo dell’intelligenza individuata da Piaget, essa fa corrispondere esempi di giochi che attivano le singole operazioni mentali.
Tabella: Classificazione ESAR.(la classificazione Esar consente di suddividere i giochi anche in relazione alle abilità funzionali, a quelle sociali e al tipo di esercizio sensoriale)
I giochi attivano in vario modo i processi cognitivi in relazione anche all’età dei bambini. È dunque utile per l’educatore che li seleziona e propone saper riconoscere per ogni gioco quali operazioni mentali fa svolgere ai bambini e quali abilità avrà la possibilità di potenziare. Naturalmente vi sono alcuni aspetti intellettivi che facilmente si riscontrano, spesso sia che si parli di giochi di livello semplice ( che implicano lo sviluppo di singole operazioni mentali o al massimo combinazioni di poche operazioni ), che di livello più complesso. Tutti i giochi più o meno complessi, richiedono al soggetto di  comprendere, di conoscere e riconoscere unità di significato

venerdì 15 agosto 2014

music anni 70 : relax don't worry



continua https://www.youtube.com/watch?v=2yd8X2EnajU&list=PL5D252D70E56D3545&index=15

read kry : neet : robot





orso castano : la tecnologia informatica  avanza, fa da supporto e controlla movimenti di oggetti tecnologici utilizzabili in guerra ma anche nella manifattura , nella medicina, nell'igegneria. Essa porra' all'essere umano seri problemi , dividera' l'umanita' tra chi sa manipolarla e chi no' , sostutira' massicciamente il lavoro manuale, andando a costituire banche dati immense unendo dati raccolti da piu' parti , mettendo in ombra il concetto di privacy. I problemi che sta sollevando vanno messo ora sul tappeto prima che "Il Potere" (le grandi banche? Le congreghe della politica? altri?) analizzi e progetti cio' che piu' gli interessa, che non coincide con gli interessi di tutti.
vai alla plylist film-musica-terapia : neet   https://www.youtube.com/playlist?list=PL_-XYgJCuYPXBewyh_13GEDwNL-kjUJSs

vai anche a  :https://www.youtube.com/watch?v=8zP7yP8hdLE&index=24&list=PL_-XYgJCuYPXBewyh_13GEDwNL-kjUJSs  ;

https://www.youtube.com/watch?v=ReN2l816L8k&list=PL_-XYgJCuYPXBewyh_13GEDwNL-kjUJSs&index=25 
;  ecc.