giovedì 3 marzo 2011

psichiatria: "la fossa dei serpenti esiste ancora? " Depressi malandati e disabili mentali nelle strutture residenziali


Riportiamo un articolo (stralci) un po' datatato, ma , a nostro avviso, pur sempre per molti aspetti valido scritto a molte mani. E' il frutto di na ricerca slla disperazione di chi, chisi i manicomi, e' ancora prigioniero di logiche di esclusione e ...di farmaci, vecchi e nuovi . Il mondo avanza , le nove tecnologie, il mondo digitale, fa facebook a twitter, possono costituire n modo novo e diverso per entrare in contatto , per capirsi , per solidarizzare, per discutere sugli effeti dei farmaci. Ma di tutto questo la "psichiatria fossile" non si interessa. Tocca ai pazienti rimboccarsi le maniche ed individare i nuovi percorsi che , ci agriamo, li salveranno dalle vecchie e nuove "fosse, senza scita, dei serpenti" . clicca x l'art. int.






"..................Nella maggior parte delle SR si svolgono un gran numero di attività, testimoniato, tra l’altro, dalle frequenti riunioni periodiche che coinvolgono sia gli operatori,sia i pazienti e i loro familiari. Gran parte delle SR dichiara di formulare un programma terapeutico personalizzato per ciascun paziente, spesso concordato con l’inviante, e nomina un operatore di riferimento stabile per ogni ospite. Tuttavia, solo in una minoranza di SR viene fornito agli ospiti un documento scritto che descrive il processo assistenzial (carta dei servizi) e viene redatto un vero e proprio contratto terapeutico scritto con il paziente o i familiari; inoltre, solo in una parte delle SR si svolge una regolare valutazione sia delle attività effettuate che degli esiti dei pazienti trattati. La farmacoterapia è la modalità di trattamento più diffusa: solo il 4% dei pazienti ospiti delle SR non assume farmaci psicotropi. In accordo con quanto messo in luce da altre ricerche condotte in Italia, è diffusa la politerapia (in media 2,9 psicofarmaci per paziente), con il 19% dei pazienti che assume 4 psicofarmaci e il  16% in trattamento con 5 o più psicofarmaci. A questo proposito è da sottolineare che è emersa un’associazione tra numero di psicofarmaci assunti e rischio di reazioni avverse, il che dovrebbe indurre a una valutazione attenta circa l’effettiva necessità delle poliprescrizioni effettuate. Sempre a proposito del trattamento farmacologico, va ricordata anche la prescrizione quasi generalizzata (69% dei pazienti) di benzodiazepine. L’impiego generalizzato di queste molecole, caratterizzate da un elevato rischio di dipendenza nell’uso a lungo termine, in una popolazione di pazienti con disturbi di tipo psicotico, gravi disturbi dell’umore, o gravi disturbi di personalità, merita un’attenta rivalutazione. L’impiego di farmaci stabilizzanti dell’umore,  riscontrato anche in pazienti che non hanno una diagnosi di disturbo dell’umore, meriterà un’attenta valutazione, soprattutto in rapporto ai potenziali rischi connessi all’impiego a lungo termine di queste molecole. L’analisi approfondita dei dati relativi ai profili prescrittivi e ai dosaggi impiegati, attualmente in corso, consentiràuna valutazione più approfondita dell’appropriatezza dei trattamenti farmacologici e l’eventuale avvio di programmi di miglioramento continuo di qualità. Per quanto riguarda le dimissioni, già i dati raccolti nella fase 1 avevano messo in evidenza che nelle SR vi è un basso turnover degli ospiti; questo risultato e' stato pienamente confermato dall’approfondita rilevazione di fase 2. Il basso numero di dimissioni non dipende solo dall’elevata percentuale di pazienti precedentemente ricoverati in OP o in OPG; infatti, anche tra gli ospiti mai ammessi in una struttura assistenziale di tipo istituzionale a medio-lungo termine, il 34% è ospite di una SR da tre o più anni. Inoltre, una dimissione dalla SR non implica necessariamente una uscita dal sistema assistenziale: infatti solo un terzo circa degli ospiti dimessi nel corso dell’ultimo anno è andato a vivere a casa propria o in famiglia. È però interessante notare che nelle regioni meridionali o insulare la percentuale di pazienti dimessi per tornare in famiglia è risultata superiore al 30%, il che rappresenta una percentuale più che tripla rispetto a quella osservata nelle regioni settentrionali e centrali, nonostante l’età media dei pazienti del Sud sia mediamente più elevata e che sia maggiore la percentuale degli ex-degenti in OP (fattori questi ultimi che, in altre ricerche, erano correlati negativamente alla probabilità di dimissione da strutture assistenziali). Questo dato potrebbe far pensare che laddove esiste una maggiore propensione a modelli di famiglia allargata appare più agevole il reinserimento anche di pazienti portatori di significative disabilità, pur in presenza di condizioni socioeconomiche di maggiore difficoltà se comparate a quelle esistenti nelle regioni centro-settentrionali. Tuttavia, si potrebbe anche pensare a una diversa ipotesi esplicativa di questo dato, rappresentata dalla maggiore difficoltà di dimettere pazienti dalle SR trasferendoli in altre strutture assistenziali, a causa della maggiore scarsità di strutture assistenziali nel Mezzogiorno; saranno necessarieulteriori analisi per chiarire questo problema, che appare di particolare rilievo dal momento cheriguarda un’area critica decisiva per il funzionamento delle SR,
rappresentata dai tassi di dimissione.In generale, quindi, le analisi preliminari della fase 2 suggeriscono dunque che le SR funzionano spesso più da “case per la vita” (7), come è stato scritto a
proposito dei pazienti studiati nell’ambito di un noto progetto di ricerca inglese sui percorsi della deistituzionalizzazione, piuttosto che da tappe di un complessivo itinerario riabilitativo, anche se prolungato, come indicato invece dal Progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale 1998-2000 (8). Il basso turnover degli ospiti delle SR può averemolte spiegazioni. Le informazioni raccolte sui pazientiospitati dimostrano che si tratta, in larga  misura, dipazienti con una lunga storia di malattia, gravi problemi di funzionamento psicosociale, limitata collaborazione e basso livello di sostegno sociale, a cominciare dall’assenza o indisponibilità delle famiglie di origine; tutte queste variabili rendono spesso difficile ilpassaggio a condizioni di vita caratterizzate da maggiore autonomia abitativa. Tuttavia un basso livello di dimissione potrebbe anche essere favorito dalla limitata  disponibilità di trattamenti psicosociali specifici, o diprogetti riabilitativi personalizzati. Il rischio è quindiche alcune di queste strutture diventino dei contenitoriistituzionali di ridotte dimensioni, incapaci di potererogare un’assistenza commisurata alle necessità e ai bisogni degli ospiti. Un’accorta riflessione circa l’appropriatezza e gli obiettivi dell’assistenza residenziale a lungo termine appare quindi come particolarmente importante, al fine di prevenire i rischi di un ritorno a pratiche assistenziali di tipo istituzionale."

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