giovedì 7 agosto 2014

read key : film-terapia : un forum su you tube?

testi e pellicole possono aiutarci a curare la nostra mente, o meglio a compiere un passo forse preliminare, ma di fondamentale importanza: prendere coscienza del fatto che qualcosa non va. Questa è la tesi sostenuta da ferdinando Galassi, psichiatra e psicoterapeuta dell'ospedale di Careggi


Dott.ssa Felicita Dell'Aquila - Psicologo Psicoterapeuta Parla di:
- Legame tra Cinema e Psicoterapia - "Realta' inventate" e "Realta' vere" 
- L'applicazione del cinema in terapia strategicaCinema e Psicoterapia: Come costruire una realta' inventata

CINEMA E PSICOTERAPIA:COME COSTRUIRE UNA "REALTA' INVENTATA"

Un "primo piano" sul concetto di "realta'"

"Penso che ogni immagine cominci ad esistere solo quando qualcuno la sta guardando" (Wim Wenders).
Basterebbero queste parole del grande regista tedesco per esemplificare con una evidenza dirompente il legame tra cinema e psicologia.
L'immagine filmica lavora sull'apparenza, sulla cosiddetta impressione-illusione di realta', sulla visione di qualcosa che non e' il mondo, ma sembra il mondo.
E' un'apparenza di mondo che si rivela piuttosto come mondo dell'apparenza, o copia (differente) del mondo dell'apparenza.
La forte somiglianza con il mondo esterno, che poi si rivela un'illusione, l'apparenza di vero, che si rivela non vero, sono la struttura stessa del cinema e... non solo.
Di tanti "meccanismi" della mente, di tanti comportamenti piu' o meno "devianti" da un'ipotetica "normalita'", quello che sembra rispecchiare pienamente la profonda assonanza tra queste due "realta' fittizie" e' la cosiddetta "profezia che si autoavvera" ed il potere della logica (detta della "credenza") che ne e' alla base.
Perche'? Faccio un esempio, ma non del mondo "reale".
Essendo un'appassionata di cinema, mi viene in mente l'indimenticabile protagonista del film Matrix:
Neo e' davvero l'Eletto o in qualche modo lo diventa perche' si convince di esserlo?
Sarebbe stato destinato comunque a diventare il Prescelto perche' cosi' "Qualcuno" o "Qualcosa" ha deciso per lui o e' lui che decide di diventareColui che salvera' il mondo?
Domande, queste, riconducibili ad un unico, profondo, se vogliamo "arcaico", quesito:
quanto le nostre "credenze" condizionano la nostra vita?
A me piace rispondere: "tanto!"
Riporto di seguito il passo relativo al primo dialogo tra Morpheus e Neo, al momento del loro primo incontro:
  • Morpheus: immagino che in questo momento ti sentirai un po' come Alice che ruzzola nella tana del Bianconiglio
  • Neo: l'esempio calza
  • Morpheus: lo leggo nei tuoi occhi: hai lo sguardo di un uomo che accetta quello che vede solo perche' aspetta di risvegliarsi.
    E curiosamente non sei lontano dalla verita'.
    Tu credi nel destino, Neo?
  • Neo: no.
  • Morpheus: perche' no?
  • Neo: perche' non mi piace l'idea di non poter gestire la mia vita.
Credere di poter diventare qualcuno o sognare di poter fare una certa cosa, pero', non significa automaticamente riuscirci:
se domattina mi svegliassi credendo di essere Wonderwoman, non sarebbe "funzionale", oltre che salutare, per me, provare a volteggiare nel cielo con quel bel costumino a stelle!
Scendiamo con i "piedi per terra", che non vuole essere una rinuncia al "sognare in grande" ma un invito al "saper sognare".
"Saper sognare"... sembra quasi un ossimoro!
Da che mondo e' mondo il sogno e' libero... almeno cosi sembrerebbe... eppure anche il nostro Immaginario non e' cosi libero come amiamo credere, libero da condizionamenti mediatici, dalle aspettative di cui gli altri ci investono, dalle mode del momento, dalla brama del successo, dal desiderio di riuscire e il timore di osare...
Cosa accadrebbe se ci rendessimo conto di non essere all'altezza delle nostre (o altrui?) aspettative?
Cosa accadrebbe se il sogno di tutta una vita andasse in frantumi?
Cosa accadrebbe se tutto cio' in cui abbiamo sempre creduto svanisse nel nulla?
L'uomo ("reale" e quello "non reale" dei film, dei fumetti e prima ancora delle favole) vive di credenze, che altro non sono che profonde convinzioni o speranze che tracciano le linee guida del percorso della sua vita, proprio come i sassolini lasciati da Pollicino.
In fondo, in ogni credenza, l'importante e' riuscire a ritrovare sempre la via sicura, quella che riporta a casa, e non rischiare, cosi, di cambiare direzione!
Proviamo ad immaginare:
cosa sarebbe accaduto a Biancaneve se, dopo un anno di matrimonio con il Principe Azzurro, si fosse accorta che il suo maritino era si "principe", ma davvero poco "azzurro"?
E che dire della Bella Addormentata nel Bosco che ha atteso ben sedici lunghi anni l'incontro con il suo prode cavaliere?
Una delusione da quest'uomo la porterebbe nella migliore delle ipotesi al suicidio!
Insomma, a parte il fatto che non tutte le "addormentate" sono belle e non tutti i "principi" sono impavidi e nobili d'animo, vivere per sempre felici e contenti non e' il finale impossibile di una bella favola, ma l'obiettivo concreto che ciascuno di noi (streghe e gnomi inclusi) puo' provare a perseguire...
Come?!
Come terapeuta strategica non chiedo ai miei pazienti di scegliere tra una pillola rossa e una blu, perche', a differenza di Morpheus, non ho nessuna Verita' da offrire, ma di non dimenticare che "la verita' non e' cio' che scopriamo, ma cio' che creiamo" (A. De Saint-Exupéry).
Ma vediamo piu' da vicino le analogie strutturali della cinematografia e della psicoterapia con gli aspetti piu' rilevanti del simulacro.
Secondo il dizionario, "simulacro" significa "parvenza, immagine lontana dal vero", ed e' connesso al "simulare", che e' "fingere, far parere qualcosa che in realta' non c'e'".
Innanzitutto, l'immagine filmica e' un'impressione o illusione di realta', una rappresentazione illusiva del mondo in una condizione di assenza e di negazione del mondo stesso.
Lo stesso vale per una seduta psicoterapeutica: le parole del paziente si riferiscono ad una realta' (quella passata, presente e futura) ipotetica, intangibile, sia perche' gli episodi raccontati dal paziente potrebbero non essere corrispondenti ad una realta' "oggettiva" e, quindi, essere frutto di una sua rielaborazione travisata dei fatti, sia perche' il terapeuta si serve di "benefici imbrogli" per raggirare le resistenze del paziente, con l'obiettivo di guidare la persona nel processo di costruzione di una "realta' inventata", che, tuttavia, produce effetti concreti.
Il film e' un "falso", elaborato per ingannare lo spettatore, che nasconde la propria struttura (quella impressa su un fotogramma e stampata su una pellicola), per proporne un'altra totalmente diversa.
L'immagine filmica, come scrive Paolo Bertetto (1), "e' proprio concepita, prodotta, realizzata per determinare un effetto di illusione, e' costruita per produrre il falso, e' radicata nell'apparenza".
E' un'immagine che maschera la sua differenza strutturale dal mondo, e si maschera da realta'.
Il regista, cosi come il terapeuta, non si pone come rivelatore di una "realta' profonda", non c'e' qualcosa da smascherare, ma solo "visioni-altre" da aggiungere.
Il concetto di illusivita' si lega strettamente a quello della credenza: il mio autoinganno e' il frutto di quello che io ritengo reale.
Mi viene in mente la credenza, tipicamente paranoica, di chi, convinto che gli altri ce l'abbiano con lui e stiano complottando qualcosa contro di lui, assume un atteggiamento minaccioso, a volte aggressivo nei confronti degli altri, o finisce col chiudersi sempre di piu' in se stesso, isolandosi.
In questo modo, proprio in virtu' della sua credenza, gli altri tenderanno ad evitarlo, confermando, cosi, la convinzione paranoica in un circolo vizioso.
Gli effetti prodotti da una credenza sono, quindi, effetti reali, che vanno ad alimentare la credenza stessa.
Significativa, a tal proposito, ritornando all'ambito cinematografico, la scena del film "Schatten" (2), in cui il marito geloso (che e' convinto che la moglie lo tradisca) percepisce in maniera alterata le immagini della moglie e di alcuni pretendenti che la guardano: i riflessi nel vetro e gli effetti ottici provocati da una tenda trasparente delineano contatti di seduzione che non hanno effettivamente luogo.
E' il caso di dire: "non e' come sembra!".
"Simulare significa imitare, rappresentare, riprodurre; ma significa anche fingere, ingannare, mentire" (Bettetini) (3).
La simulazione e' quindi una pratica di produzione programmata di qualcosa, realizzata attraverso una procedura funzionale.
La simulazione non e' un atto neutro, non e' una pura rappresentazione, ma implica la consapevolezza e la deliberazione di compiere un atto di finzione.
Esattamente come in terapia.
Il terapeuta e' di fatto un abile manipolatore.
Questa semplice "verita'" non e' un'eresia, ma una inevitabile conseguenza derivante dal fatto che qualsiasi osservatore non puo' esimersi dalla responsabilita' che ha nel modificare l'oggetto dell'osservazione.
In discussione sono la misura e la forma della manipolazione, non la manipolazione stessa.
Fin dal primo incontro con una persona possiamo influenzarla positivamente e creare un cambiamento (crolla il concetto di diagnosi prima e intervento poi).
Non esiste la possibilita' di non influenzare quello che si vede e su cui si interviene.
Anche nel cinema il mondo deve essere manipolato e simulato.
L'ultracitata affermazione di Rossellini "le cose sono li. Perche' manipolarle?" riflette un'ingenuita' e una superficialita' di fondo.
Nella predisposizione e nella realizzazione di un evento, anzi di una apparente forma di evento, simile ai fenomeni del mondo, la messa in scena cinematografica produce qualcosa che, insieme, non e' vero, ed e' qualcosa di piu' complicato di un falso.
Come scrive il filosofo Schefer "il reale dell'immagine e' l'effetto che produce".
La terapia strategica e' di stampo pragmatico, si basa sugli effetti, non sulle cause: un problema si puo' definire solo grazie alla sua soluzione, se ha funzionato.
A differenza delle tradizionali teorie psicologiche e psichiatriche, un terapeuta strategico non utilizza nessuna teoria sulla "natura umana" o "patologia" psichica.
In quest'ottica ci si interessa piuttosto della "funzionalita'" o "disfunzionalita'" del comportamento delle persone e del loro modo di rapportarsi con la propria realta'.
E questo e' il motivo per cui, parafrasando il best-seller di Piergiorgio Odifreddi, "non possiamo essere psicoanalisti!!"
Dare etichette non solo e' inutile, ma puo' essere fortemente controproducente.
Il rischio e' quello di costruire una patologia, laddove non esiste, qualora il terapeuta o lo stesso paziente, in una sorta di profezia che si autoavvera, finisca col renderla reale.
Le parole hanno un forte potere evocativo: le rappresentazioni mentali che ne derivano possono produrre delle "realta' inventate" che hanno la stessa forza delle "realta' vere".
Se qualcuno con tanto di camice bianco, spessi occhialetti di celluloide sul naso, espressione sicura di chi la sa lunga, e capelli brizzolati, che lo rendono non un adulto attempato, ma un professionista di certa esperienza, mi da' la sentenza: "disturbo paranoide di personalita'", nella migliore delle ipotesi penserei: "forse c'e' qualcosa che non va in me!".
Purtroppo raramente una persona che soffre e chiede aiuto all'"esperto" ha la forza mentale di non credere all'etichetta e pochi sono quelli che ironicamente pensano: "il pazzo sara' lui!".
L'aspetto paradossale consiste nel fatto che il paziente in questione, una volta stigmatizzato, fara' di tutto per rendere vera la profezia: si comportera' da paranoico!
Per la serie: "se non lo sei, ci diventi!".
Di nuovo: e' l'interpretazione (di un evento, di un episodio, di una immagine, di una scena...) che mi porta a credere qualcosa, ma e' altrettanto vero che le mie credenze condizionano le mie interpretazioni in un circolo vizioso.
Dal momento che le credenze sono "dure a morire", per il terapeuta risulta vantaggioso intervenire sulle interpretazioni, offrendo "visioni" differenti di una stessa "immagine", creando nuovi scenari, spostando, quasi come se potesse servirsi di una videocamera, il focus dell'attenzione su un particolare piuttosto che su un altro, mettendo in primo piano un dettaglio, altrimenti trascurato, o facendo una ripresa aerea dell'intero "paesaggio", offrendo cosi una veduta d'insieme.
Lo sguardo del regista rappresenta la direzione interpretativa lungo cui muoversi per comprendere il senso del testo filmico.
Wim Wenders, regista tedesco molto interessato alle riflessioni metalinguistiche sul cinema, sostiene nel suo "Lisbon Story" che senza quello sguardo lo spettatore non vedrebbe nulla.
La scelta dell'inquadratura, dell'angolazione, della luce, e' gia' una scelta di direzione interpretativa.
Dunque non attraverso i contenuti, ma attraverso le scelte formali possono rientrare nell'opera cinematografica le valutazioni dell'autore.
Il cinema, certo, "significa" principalmente attraverso le immagini, ma la sua specificita' non risiede in questo modo di significare, poiche' altri linguaggi non verbali utilizzano le immagini (linguaggio fotografico, linguaggio pittorico).
L'essenza del cinema non si trova nel singolo fotogramma; se cosi fosse, non ci sarebbe alcuna specificita' filmica.
Non si tratta dell'uso delle immagini, presenti in tutte le arti figurative.
Non si tratta neanche del movimento della significanza (intesa come "articolazione del senso"), presente in ogni attivita' "infunzionale", in ogni attivita' umana, in ogni "opera" nel senso lévinasiano (4).
Pensiamo ad un romanzo: la scrittura non indica solo cio' che viene scritto; la parola umana e' gia' scrittura per l'eccedenza del "dire" sul "detto" (Lévinas), per il suo significare piu' di cio' che dice.
La parola e' gia' scrittura prima ancora di essere scritta.
J. Jaynes (5) sottolinea che, se riuscissimo a pervenire ad un linguaggio che avesse il potere di esprimere esattamente qualsiasi cosa, la metafora non avrebbe motivo di esistere.
Grazie alla metafora, infatti, il linguaggio puo' estendersi a coprire una serie infinita di circostanze.
Qual e', allora, quell'elemento propriamente cinematografico che fa del cinemala settima arte? Il montaggio? Non esattamente.
La specificita' filmica risiede nella possibilita' di collocare le immagini in una successione spazio-temporale che produce senso.
Non solo. Bettetini (6) scrive che il film puo' essere fruito solo come manifestazione temporale in atto; il film produce tempo concreto, oltre che senso, inconcepibile senza il movimento, attraverso cui diventa quantita'.
Sulla stessa scia di pensiero, Morin (7) afferma: "la congiunzione della "realta'" e dell'"apparenza" delle forme implica la sensazione della vita concreta e la percezione della realta' oggettiva".
Musatti (8) sostiene che il cinema, in misura maggiore rispetto ad un romanzo e ad uno spettacolo teatrale, conferisce allo spettatore la sensazione di realta' delle immagini percepite. Secondo l'autore, la realta' delle vicende di un romanzo e', per il lettore, una realta' immaginata (dallo scrittore e che il lettore stesso puo' immaginare).
A teatro, invece, lo spettatore percepisce una porzione di spazio reale, il palcoscenico, dove, attraverso le scenografie, i costumi, i gesti e i discorsi degli attori, si ottiene la rappresentazione di una realta' fittizia.
Sul palcoscenico del teatro, gli attori sono persone reali, che recitano la loro parte ma che non perdono, per lo spettatore, la loro individualita'.
Essi potrebbero in qualsiasi momento scendere dal palcoscenico e unirsi al pubblico in sala.
Per questo motivo, secondo Musatti, nell'attore di teatro rimane molto visibile la sua "doppia personalita'", mentre al cinema l'attore scompare quasi del tutto nel personaggio.
Anche Metz (9) ha rimarcato questa differenza: "la finzione teatrale e' maggiormente avvertita... mentre la finzione cinematografica e' piuttosto sentita come la presenza quasi reale di questo irreale".
Questo paradosso, per cui la maggior finzione e' avvertita come la maggior verita', non era sfuggita a Galileo Galilei, che nel 1612 in una lettera al suo amico Ludovico Cardi, detto il Cigoli, a proposito della preminenza della pittura sulla scultura cosi scrive:
"Perciocche' quanto piu' i mezzi, co' quali si imita, son lontani dalle cose da imitarsi, tanto piu' l'imitazione e' meravigliosa" (10).
Ciascuno di noi, come "personaggio" della propria vita, non si pone come "decodificatore" di una testualita' che si presenta come "data", bensi come interprete, lettore, capace di riempire di significato i punti ambigui, ma anche di intraprendere cammini autonomi rispetto al senso vero, ammesso che esista.
Come non pensare a Dick? "La realta' e', forse, non tanto qualcosa che si percepisce, bensi qualcosa che si costruisce.
Voi la create piu' rapidamente di quanto essa crei voi
" (11).
Esemplare la versione cinematografica del racconto "Impostor" (12).
Spence Olham e' un funzionario di alto rango che segue uno dei progetti di ricerca del Laboratorio Westinghouse per difendere il pianeta Terra dagli attacchi degli Invasori Spaziali.
Una delle navicelle degli Invasori, pero', e' riuscita a penetrare nella bolla di protezione e a scaricare una spia sotto forma di un robot umanoide.
Il robot ha il compito di distruggere un particolare essere umano (Olham appunto) e prenderne il posto.
Il robot era stato previamente costruito per somigliare a quella persona, al punto che nessuno, moglie inclusa, si sarebbe potuto accorgere della differenza.
Il robot sarebbe vissuto al posto della persona che aveva ucciso, svolgendo le sue solite attivita', il suo lavoro, la sua vita sociale.
L'aspetto davvero originale sta proprio nel fatto che il robot non sa di non essere il vero Spence Olham: si comporta "come se" fosse lui, crede a tal punto in quello che e', da non poter accettare l'idea di essere qualcun altro, in questo caso, qualcos'altro; proprio come il piccolo protagonista del film A.I. di Spielberg (13): un bambino-robot che crede a tal punto di essere "umano" che riuscira', alla fine del film, a diventarlo davvero! Esattamente come Pinocchio!
Dick ci ha lasciato in eredita' una domanda senza risposta: come facciamo ad essere sicuri che cio' che chiamiamo realta' non sia illusione?
Chi sono i burattini e chi i burattinai?
Ogni tentativo di risposta non tarda a rivelare la sua inconsistenza e la sua "finzione" e si dissolve nell'opacita' del "reale", come sembra sciogliersi il replicante Roy, sotto la pioggia acida, verso la fine di "Blade Runner".


Leggi la seconda parte dell'Articolo: Cinema e Psicoterapia: Un impiego "strategico" dei film - Come costruire una "realta' inventata": psicoterapia e cinema a confronto (II)

Dott.ssa Felicita Dell'Aquila



mercoledì 6 agosto 2014

read Key : Karl Popper : breve biografia

orso castano : per non dimenticare un pensatore "liberal" perseguitato dal nazismo


Il compleanno postumo di Sir Karl Raimund Popper è un evento roboante ma sottile, tellurico eppur silenzioso, denso come la raffinatezza energica delle sue argomentazioni logico-razionali, epistemologiche, politico-sociali. La collettività planetaria non potrebbe liberamente deambulare accanto alla gravità del suo pensiero, senza esserne gravitativamente attratto. Come se la sua tenace forza d'argomentazione possedesse una consistenza ineludibile, di quelle che deflettono i raggi luminosi o che curvano lo spazio-tempo einsteiniano, creando una depressione intorno a sé, entro cui non si può evitare di cadere per poi orbitarvi ellitticamente intorno. Nato a Vienna il 28 luglio 1902, il filosofo della scienza Karl Popper fu costretto a emigrare in Nuova Zelanda fin dal 1938, all'indomani dell'Anschluss nazista dell'Austria. In un luogo tanto geograficamente remoto dall'Europa fu stimatissimo docente di filosofia, sino al 1945. Infatti, il pressante invito dell'economista e filosofo Friederich von Hayek, suo concittadino, persuase Popper a trasferirsi alla London School of economics, presso le cui aule gremite condusse la cattedra di logica e metodo scientifico, fino al 1969. Karl Popper fu insignito del titolo di baronettodalla "corona" inglese nel 1965 e nominato membro della prestigiosaRoyal Society.
Considerato tra i maggiori filosofi della scienza del XX secolo, Popper fu portatore di un'intelligenza epistemologica che più profondamente incise sui percorsi d'investigazione e avanzamento della ricerca scientifica. Sua la "proverbiale" impostazione logico-empirica della formulazione fallibilistica della conoscenza. La specifica concezione del metodo scientifico, esposta sin dalla sua prima opera, Logica della scoperta scientifica del 1935, considerò la fondamentale asimmetria tra "la verificazione e la falsificazione", per la quale anche un'elevata quantità di conferme sperimentali non potrebbe mai raggiungere la "sufficienza" nel verificare conclusivamente un'asserzione universale. Al contempo, basterebbe un singolo esempio negativo a invalidarla. Tanto, attestò la "falsificabilità" quale caratteristica dominante delle teorie scientifiche, rafforzandone il metodo "ipotetico-deduttivo". Congetture e confutazioni si succedono incessantemente, alla ricerca di approssimazioni sempre più stringenti, incalzate da tentativi di falsificazione che "provano" la validità, mediante controlli delle conseguenze empiriche. Corroborare le ipotesi o sostituire le teorie intaccate dalla falsificazione empirica con successive nuove teorie fu per Karl Popper il "processo" più autentico e mai definitivo delsapere sceintifico, al contempo garanzia di conoscenza sempre più analitica e profonda.
Il razionalismo critico e l'inflessibile antidogmatismo di Popper avversarono ogni sterile storicismo, anche in ambito filosofico-politico. Nella sua opera La società aperta e i suoi nemici del 1945,il filosofo viennese s'oppose a ogni totalitarismo, le cui radici riscontrava nei sistemi di Platone, Hegel e Marx. Pertanto, difese l'idea d'una società aperta, "scalabile", inclusiva nella quale ogni soluzione potesse essere criticamente vagliata, evitando gli errori pregressi. La "lettura" critico-analitica di Popper, sino al suo ultimo lavoro Cattiva Maestra televisione, conferma tutta la sua preziosa attenzione per la contemporaneità. Popper si spense presso Londra, nel settembre del 1994. Quindi, un sincero augurio di lunga vita alle sue idee.

read key : dna artificiale

orso castano : Vender , come un razzo lanciato nello spazio , va avanti, senza ostacoli , lasciandosi dietro una scia che si riempie di "Genomica" , " Epigenetica" , e di tante ricerche sul DNA, che si mostra un codice altamente mobile ed influenza bile dall'ambiente e dalle potenzialita' enormi. Allora c'e' da chiedersi  fino a che punto sia utile costruire un DNA "artificiale " e perche', se si puo' intervenire su quello di mamma natura, e dove puo' portare la costruzione di un  DNA artificiale e che fini abbia chi lo costruisce . Stiamo parlando del codice che sta  alla base della vita umana ed e' indispensabile che ci si pongano certi quesiti . Il motto" non conosco ciò che non posso creare" e' realistico ma per niente rassicurante. Le scoperte di Albert Einstein sulla relativita' , struttura dell'Universo gia' esistente che la "volonta' di potenza dell'uomo" per quanto grande e narcisista , non ha la possibilita' di "creare" o controllare strutture di quelle dimensioni , analoghe riflessioni vanno fatte sui "buchi neri" o sui movimenti delle masse atlantiche delle nuvole. Il motto di cui sopta quindi e' pericoloso perche' nega la possibilita' di una conoscenza teorica , mentale della realta'  che avanzi per formulazioni di potesi  e successive verifiche;  processo che sembra essere il piu' frequente nella scienza . Ma poi siamo cosi' sicuri di conoscere a fondo cio' che costruiamo , gli effetti, le conseguenze a breve e lunga durata? Se pensiamo ad Hiroshima , NO!

Storia di Sunao, sopravvissuto alla bomba su Hiroshima

Nel raggio di mille metri dalla bomba il 60% degli abitanti di Hiroshima morì sul colpo. Gli altri morirono poco dopo per gli effetti delle radiazioni che nessuno ancora conosceva. In tutto i morti furono 140.000

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Titolo: 
 Il disegno della vita
Autore: 
 Graig Venter
Editore: 
 Rizzoli
Data di pubblicazione: 
 2014
Pagine: 
 300
ritratto di Salvatore Marazzita
Prezzo: 
 18,00
 euro

Salvatore Marazzita

Graig Venter ci trasporta in un mondo ai più sconosciuto: il mondo della genomica e della biologia sintetica. Questo richiede l'utilizzo di un certo linguaggio specifico, che a prima vista può scoraggiare il lettore mosso dalla sola curiosità.Chi invece possiede più di qualche nozione di chimica e biologia riuscirà più facilmente a seguire gli sviluppi del lavoro del biologo statunitense e del suo team, e degli altri scienziati che, direttamente o indirettamente, hanno collaborato al suo progetto: scoprire il software della vita, le condizioni di possibilità basilari della vita biologica, la ricetta della vita. L'autore si impegna nel descrivere in maniera dettagliata gli esperimenti che lo hanno condotto a convincersi che il DNA è il software della vita, le difficoltà incontrate a livello tecnico, gli errori commessi e i passi falsi, mostrando così come si fa ricerca, e in che modo si procede quando si vuole scoprire qualcosa di nuovo.È stimolante ed emozionante cogliere l'importanza di queste fondamentali scoperte scientifiche, ancora in atto, dalla stessa penna di chi dedica la propria vita alla ricerca.Attraverso l'interazione tra informatica, “scienza dei computer”, e biologia, “scienza della vita”, Venter e il suo team sono riusciti a compiere importanti passi in avanti nel mondo della biologia sintetica. In questo modo i campi della chimica, della biologia e dell'informatica si sono uniti con successo nella genomica.Questa recente branca del sapere, per il suo contenuto così scottante, per il fatto che consente di “giocare” con il codice sorgente della vita (per usare il linguaggio informatico), di manipolare forme di vita, di creare organismi biologici, è guardata con sospetto dall'opinione pubblica e da gran parte dei media. Alcuni dei quali sono pronti ad urlare alla rivoluzione del concetto di evoluzione darwiniana, altri accusano scienziati e biologi di una sorta di “ubris” di sapore antico.Venter stesso afferma che con i loro esperimenti hanno effettivamente “giocato a fare Dio” (spinti dal mottonon conosco ciò che non posso creare), dimostrando attraverso la produzione della prima cellula sintetica, che per creare la vita Dio non è necessario. Avevano così ritenuto di essersi sbarazzati una volta per tutte di ogni sorta di vitalismo. Con questo termine ci si riferisce a quelle forme spiritualistiche di spiegazione della vita, a quelle “teorie” secondo le quali per creare la vita è necessario qualcosa di superiore alla vita stessa, una causa esterna, spiegazioni queste che ricordano i vecchi miti greci riguardo il “soffio vitale”.Oggi in realtà, grazie anche agli studi che troviamo presentati in questo libro, sappiamo che il codice sorgente della vita, il DNA, ha lo stesso principio di funzionamento del codice binario, fondamento dell'informatica. L'informazione è alla base della vita. Per questo motivo non mancano i riferimenti alle cellule viste come macchine in grado di riprodursi, piccoli robot che svolgono funzioni specifiche, che sono di vitale importanza per gli organismi pluricellulari, come l'uomo.Scopriamo così che gli esseri viventi sono composti da macchine infinitamente piccole, che collaborano e funzionano alla perfezione, e che anche un piccolo errore nell'informazione genetica può compromettere il funzionamento dell'intero sistema. Questo non fa che attivare in noi una meraviglia per la vita e per le strutture che le stanno alla base. La vita appare così ancor più affascinante e complessa, seppur privata da quell'antico alone di mistero di matrice vitalista.È questo forse un ritorno al meccanicismo? Forse si, l'autore è convinto fermamente che “la vita non dipenda da nulla di più che da un complicato insieme di reazioni chimiche”.Nonostante i passi in avanti però, l'origine delle prime cellule che hanno dato il via all'evoluzione è e rimane un mistero, purtroppo laddove c'è un mistero trovano vita facile, sia vitalismo che religione. Il punto è che non c'è bisogno di risalire fino alla causa prima, ma dovremmo soffermarci sui risultati che otteniamo nel percorso di ricerca sull'origine della vita. Almeno oggi sappiamo che il DNA è il software e il fondamento di ogni forma di vita.Il libro non parla solo di scienza, è sempre presente il ruolo della pubblica opinione e l'impatto che le scoperte di Venter hanno sulla società, è un punto sul quale l'autore riflette in almeno due parti specifiche del libro.Lo scienziato si rende perfettamente conto che la biologia sintetica apre un problema etico profondo, almeno secondo ciò che in un futuro prossimo saremo in grado di fare grazie a queste bio-tecnologie.La questione è cruciale e va affrontata di pari passo con l'innovazione che la biologia sintetica ci propone. Bisogna anche guardare il lato del tutto positivo della cosa: le potenzialità della biologia sintetica possono aiutare l'intera umanità a risolvere problemi enormi, dal campo medico, a quello rigenerativo, al campo alimentare e ambientale.L'unico nodo problematico per ora è che lanciare una nuova forma di vita all'interno della linea evolutiva, che si è sviluppata lentamente durante milioni di anni, potrebbe portare a stravolgere, in linea di principio, l'equilibrio ambientale scaturito proprio dall'evoluzione.Bisogna, secondo Venter, investire affinché si continui a sviluppare una biologia sintetica in modo sicuro ed efficiente; per esperienza storica tutti sappiamo che questo tipo di ricerche scientifiche hanno un duplice uso. Ma bisogna comunque continuare a ricercare nell'ambito della biologia sintetica: “le conseguenze dell'inazione possono essere più pericolose di un uso improprio”.È un libro da leggere, non solo per gli addetti ai lavori, che sicuramente troveranno più proficuo guardare direttamente alle sue ricerche, ma anche per chi si avvicina in maniera diversa allo studio del problema della vita e della sua possibile spiegazione.


venerdì 1 agosto 2014

Informazione utile: i probiotici ed integratori

DECALOGO per un corretto uso degli integratori alimentari
Ricorda che una dieta varia ed equilibrata fornisce in genere tutte le sostanze nutritive di cui l’organismo ha bisogno. Nel contesto di uno stile di vita sano e attivo, è fondamentale per tutelare e promuovere la tua salute e il tuo benessere. Per questo segui l’avvertenza, riportata nell’etichetta di tutti gli integratori, di non usarli come sostituti di una dieta varia ed equilibrata. 2 Ricorda che un integratore alimentare non può “compensare” i comportamenti scorretti. All’occorrenza invece può complementare una dieta varia ed equilibrata, quando gli effetti fisiologici riportati in etichetta rispondono alle tue specifiche esigenze di ottimizzazione della salute e del benessere.Consulta sempre preventivamente il medico se: • non sei in buona salute o sei in trattamento con farmaci per essere sicuro che non ci siano controindicazioni o la possibilità di interazioni;• pensi di usare più integratori in associazione; • l’impiego è destinato a fasce di popolazione vulnerabili, come i bambini e le donne durante la gravidanza e l’allattamento.Non assumere integratori per periodi prolungati senza consultare periodicamente il tuo medico se ne fai uso per condizioni dell’organismo “cronicamente” ai limiti della norma, come ad esempio la pressione arteriosa o il livello di colesterolo nel sangueIn caso di effetti indesiderati o inattesi sospendi l’assunzione dell’integratore. Anche gli integratori a volte possono provocare tali effetti per le sostanze fisiologicamente attive che contengono. In questi casi informa tempestivamente il medico o il farmacista (possibilmente portandogli la confezione impiegata), che potranno segnalare l’evento al sistema di fitovigilanza.Leggi sempre per intero l’etichetta dell’integratore che stai per assumere. Presta particolare attenzione alle modalità d’uso e alle modalità di conservazione, agli ingredienti presenti in considerazione anche di eventuali allergie o intolleranze, alle proprietà indicate e a tutte le avvertenze. Non assumere integratori alimentari in dosi superiori a quelle indicate in etichetta, stabilite per svolgere effetti fisiologici. L’uso di integratori in quantità eccedente può provocare conseguenze svantaggiose per la tua salute, soprattutto se si prolunga nel tempo.8Ricorda che per ridurre il sovrappeso e smaltire il grasso in eccesso devi diminuire l’apporto calorico alimentare con una dieta adeguata e, nel contempo, aumentare la spesa energetica dell’organismo con un buon livello di attività fisica.L’uso di qualunque integratore alimentare può essere solo secondario e accessorio. Non seguire diete ipocaloriche a lungo, oltre le tre settimane, senza sentire il parere del medico per valutarne l’adeguatezza in funzione delle tue specifiche esigenze. Ricorda che per mantenere il risultato raggiunto devi modificare stabilmente le tue abitudini alimentari e seguire uno stile di vita attivo.Anche se fai sport, con una dieta varia ed equilibrata in linea generale puoi soddisfare le esigenze nutrizionali del tuo organismo. L’eventuale impiego di integratori alimentari deve tener conto del tipo di attività svolta, delle effettive esigenze individuali e delle indicazioni riportate in etichetta.L’assunzione di integratori a dosi superiori a quelle consigliate, che squilibrino in eccesso l’apporto dietetico di nutrienti e di altre sostanze fisiologicamente attive, è irrazionale e può comportare conseguenze svantaggiose sulla condizione fisica, sul rendimento e, se prolungata, anche sulla tua salute.10 Diffida di integratori pubblicizzati per proprietà ed effetti mirabolanti o come soluzioni “miracolose” dei tuoi problemi. Gli integratori, come tanti altri prodotti, oggi sono reperibili anche al di fuori dei comuni canali commerciali, quali ad esempio la rete internet. Sul portale del Ministero della Salute (www.salute.gov.it) trovi il Registro nazionale degli integratori alimentari, che puoi consultare per verificare quali sono i prodotti regolarmente notificati per l’immissione sul mercato italiano.Ministero della Salute Dipartimento della sanità pubblica veterinaria, della sicurezza alimentare e degli organi collegiali per la tutela della saluteDirezione generale per l’igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione. Per maggiori informazioni consulta il portale del Ministero della Salute www.salute.gov.it
ora i Probiotici
Il termine probiotico è riservato a quei microrganismi che si dimostrano in grado, una volta ingeriti in adeguate quantità, di esercitare funzioni benefiche per l'organismo.
Per alimenti/integratori con probiotici si intendono quegli alimenti che contengono, in numero sufficientemente elevato, microrganismi probiotici vivi e attivi, in grado di raggiungere l'intestino, moltiplicarsi ed esercitare un'azione di equilibrio sulla microflora intestinale mediante colonizzazione diretta. Si tratta quindi di alimenti in grado di promuovere e migliorare le funzioni di equilibrio fisiologico dell'organismo attraverso un insieme di effetti aggiuntivi rispetto alle normali attività nutrizionali.
La definizione di prebiotico è riservata alle sostanze non digeribili di origine alimentare che, assunte in quantità adeguata, favoriscono selettivamente la crescita e l'attività di uno o più batteri già presenti nel tratto intestinale o assunti insieme al prebiotico.Con alimenti/integratori con prebiotici ci si riferisce a quegli alimenti che contengono in quantità adeguata, molecole prebiotiche in grado di promuovere lo sviluppo di gruppi batterici utili all'uomo.Un alimento/integratore con simbiotico è costituito dall'associazione di un alimento con probiotico con alimenti con prebiotici.Il documento è stato approvato dalla Commissione Consultiva dell'ottobre 2011.Data di pubblicazione: 7 agosto 2009, ultimo aggiornamento 22 maggio 2013