domenica 3 giugno 2012

L’inganno della meritocrazia


 orso castano : addio alla solidarieta', addio all'accesso per tutti all'istruzione superiore , addio all'eguaglianza, alla fraternita', addio alla liberta'. Si al Grande Fratello diretto e controllato dai fidi al potere



"Questo nostro mestiere, che i grandi professori (non a caso chiamati maestri) hanno fatto con passione e rigore, è un compito sociale. Non siamo venditori della merce 'sapere' e neppure i fornitori di un servizio. Siamo, o dovremmo essere, parte di una comunità di liberi e uguali, che ha lo scopo, uno scopo che più degno e importante non si può: accompagnare giovani donne e giovani uomini a diventare cittadini colti e competenti, persone 'verticali', con la schiena dritta, capaci di pensare e di ribellarsi alle ingiustizie, e capaci di farlo perché competenti e istruiti, capaci di sviluppare le loro capacità, i loro talenti, di proteggere le differenze, le relazioni, la cura, e i cui risultati devono dipendere, in ultima istanza, dai loro meriti." 


 DI MAURO BOARELLI   
Il lavoro di decodificazione è facilitato dal fatto che, in questo caso, il vocabolo ha una paternità accertata. Fu Michael Young a utilizzarlo per primo nel 1958 nel suo libro The Rise of Meritocracy 1870-2033 (L’avvento della meritocrazia), tradotto in italiano nel 1962 dalle edizioni di Comunità di Adriano Olivetti. Sociologo e attivista politico inglese, autore del manifesto che nel 1945 portò al successo elettorale il partito laburista e aprì la strada al governo di Clement Attlee, Young scelse il filone della letteratura utopica (e in questo caso si tratta di un’utopia negativa) per raffigurare gli esiti nefasti provocati in modo solo apparentemente paradossale dalla volontà di abolire i privilegi della nascita e della ricchezza. La narrazione è affidata a un sociologo, entusiasta paladino della “meritocrazia” e critico ironico delle posizioni di coloro che si ostinano a frenare l’avvento definitivo del nuovo ordine. Dietro quell’ironia c’è Young, che insinua nel lettore una serie di dubbi attraverso le lenti deformanti del suo detrattore. Il racconto si snoda nel corso di un secolo e mezzo, il lungo periodo nel quale alcune riforme fondate sull’eguaglianza delle opportunità – in particolare nel campo dell’istruzione – promuovono una selezione basata esclusivamente sull’intelligenza. Uno degli assi portanti del cambiamento è rappresentato dalla misurazione precoce delle capacità, ispirata allo studio dei tempi e dei movimenti introdotto dai fautori dell’organizzazione scientifica del lavoro, a partire da Taylor. Questa metodologia selettiva trasforma gradualmente il sistema scolastico. L’istruzione non è più impartita a tutti allo stesso modo, ma viene differenziata. I bambini sono indirizzati verso scuole diverse, organizzate gerarchicamente sulla base delle capacità individuali. Gradualmente, l’aristocrazia di nascita viene sostituita dall’“aristocrazia dell’ingegno”, e la stratificazione sociale si fa ancora più netta, fino a che le tensioni create dal nuovo sistema sociale sfociano – nel 2033 – in una rivolta delle classi inferiori.
L’ordine meritocratico è fondato sulla crescita economica: “La capacità di aumentare la produzione, direttamente o indirettamente, si chiama ‘intelligenza’ (...)” (p. 173). La canalizzazione dei bambini nel sistema di istruzione è precoce e rigida, l’educazione delle intelligenze è sostituita dalla loro misurazione e classificazione: “Gli uomini (…) si distinguono non per l’eguaglianza, ma per l’ineguaglianza delle loro doti. (…) A che pro abolire le ineguaglianze nell’istruzione se non per rivelare e rendere più spiccate le ineluttabili ineguaglianze della natura?” (p. 122) E ancora: “L’assioma del pensiero moderno è che gli individui sono ineguali: e da esso discende il precetto morale che si debba dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacità” (p. 123). L’intelligenza che viene incoraggiata è un’intelligenza utilitaristica, pratica, misurabile, e questa misurazione riproduce l’organizzazione e le gerarchie del modello industriale.
Michael Young aveva scritto un libro contro la meritocrazia, si è ritrovato a essere considerato il suo teorico. Il termine da lui coniato è entrato nel vocabolario corrente e in quello politico con un’accezione positiva, ed è stato usato in modo acritico anche dalle forze politiche di sinistra. Poco prima di morire, Young affidò alle pagine di un giornale inglese una caustica lettera aperta a Tony Blair in cui accusava il leader laburista di averlo messo al centro dei suoi discorsi pubblici senza comprenderne i pericoli, e lo invitava a smettere di usarlo a sproposito (Down with Meritocracy, in “The Guardian”, 29 giugno 2001). Inutile dire che non fu ascoltato. Il progressivo capovolgimento di senso della parola da lui inventata è stato inarrestabile. Come spesso accade, questo slittamento è il risultato di una combinazione tra letture superficiali e stravolgimenti pianificati. Per cogliere questi meccanismi in azione è utile soffermarsi sul testo di Roger Abravanel intitolato Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto (Garzanti 2008). Il libro è interessante non tanto per la riflessione teorica (quasi inesistente) né per le proposte (davvero deboli), ma perché presenta una efficace sintesi di tutte le argomentazioni dei sostenitori del modello meritocratico.
Abravanel non comprende la struttura narrativa del libro di Young. Vi scorge due narratori, uno “giovane ed entusiasta, che illustra i vantaggi della meritocrazia”, l’altro – che coinciderebbe con l’autore – “più vecchio e più saggio, che di tanto in tanto lancia qualche ‘siluro’ ironico” (p. 54). Forse colto (sia pure fugacemente) dal dubbio che Young non abbia scritto esattamente ciò che a lui piacerebbe leggere, inventa una scissione narrativa inesistente per sterilizzare i dubbi che emergono anche dalla lettura più superficiale del libro e confinarli nella mente di un anziano e pedante osservatore che paventa pericoli immaginari e rischia con il suo allarmismo di offuscare lo splendore della meritocrazia. Partendo da questi presupposti, Abravanel capovolge completamente le tesi del sociologo inglese, e le trasforma nel primo manifesto dell’ideologia meritocratica. La selezione precoce in ambito scolastico fondata sulla misurazione – tra gli obiettivi principali della polemica di Young – diventa uno dei fondamenti positivi del nuovo modello sociale: “Sessant’anni di ricerche psicosometriche e sociologiche hanno portato a ritenere che (le) capacità intellettive e caratteriali siano prevedibili, senza che sia necessario attendere la ‘selezione naturale’ della società” (p. 65). Abravanel non si interroga sul fatto che la valutazione possiede una dimensione sociale e – di conseguenza – non è neutrale, come ha evidenziato Nadia Urbinati (Il merito e l’uguaglianza, in “la Repubblica”, 27 novembre 2008). Aggira il problema liquidando in poche righe – con lo stile apodittico che caratterizza il libro – l’intero patrimonio della riflessione pedagogica internazionale a favore di teorie pseudoscientifiche riassunte con approssimazione e delle quali non cita quasi mai la fonte, per indirizzarsi con sicurezza verso una conclusione estremamente chiara (e cinica) dal punto di vista ideologico: “(…) ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni” (p. 83). In fondo è questo il succo del ragionamento dei “meritocratici”: la crescita economica come unico metro di giudizio (senza alcun interrogativo sulle componenti immateriali di tale crescita e sulla necessità di altri parametri di valutazione del benessere sociale), e il premio economico alla classe dirigente, ovvero ai depositari del merito. Il collante è, inevitabilmente, il mercato: “La società meritocratica è profondamente basata sugli incentivi per gli individui a competere, che sono l’essenza del libero mercato” (p. 67). Inutile rimarcare che ancora una volta il “libero mercato” viene usato come feticcio senza riflettere sulla sua esistenza reale e sulle conseguenze sociali derivanti da questa costruzione ideologica. Su un punto, però, l’autore si esprime con candida sincerità, senza troppi giri di parole: “Nelle società meritocratiche la diseguaglianza è giustificata dall’ideologia della meritocrazia (…)” (p. 62). E ancora: “(…) nelle società meritocratiche la disuguaglianza sociale conta molto meno della mobilità sociale” (p. 109). Da qui a teorizzare la necessità di un sistema educativo diseguale il passo è breve: “In genere si ritiene che per assicurare eguaglianza di opportunità bisogna dare a tutti la stessa qualità di istruzione (…). Questo luogo comune è profondamente errato: dando a tutti la stessa educazione non si aumenta la mobilità sociale e il merito muore” (p. 256). Di conseguenza, “(…) è necessario passare dall’Istruzione all’Educazione, da ‘istruire tutti allo stesso modo’ a ‘educare secondo il potenziale di ciascuno’, dall’eguaglianza del livello di istruzione alle pari opportunità nel ricevere la migliore educazione” (p. 314).
I ragionamenti di Abravanel e quelli dell’anonimo narratore di Rise of Meritocracy si sovrappongono perfettamente.
Young aveva visto giusto, le sue non erano solo fantasie. Soprattutto, aveva intuito che le argomentazioni dei fautori della meritocrazia puntano diritto al cuore della democrazia. “La meritocrazia è (…) l’esatta antitesi della democrazia”, scriveva Cesare Mannucci nella prefazione all’edizione italiana del libro di Young, perché la scuola gerarchica su cui è fondato quel modello non è immaginata per insegnare la pluralità di culture e valori, ma per anticipare e inculcare le stratificazioni del sistema produttivo e finalizzare il sapere allo sviluppo economico. è un nodo esplorato anche da Bruno Trentin, che in un denso e lucido articolo (A proposito di merito, in “l’Unità”, 13 luglio 2006) evidenziava come il concetto di merito sia sinonimo di obbedienza e dovere, perché presuppone una legittimazione discrezionale da parte di qualcuno che occupa una posizione gerarchica superiore, o esercita un potere politico. Criticando duramente la subalternità culturale della sinistra verso un concetto proprio del liberismo autoritario e la confusione dei linguaggi che ne discende, Trentin rivendicava il primato della conoscenza sul merito. Solo il sapere rappresenta un criterio equo di selezione del valore individuale, e quindi occorre renderlo disponibile per tutti. In questo modo ciascun individuo sarà in grado di governare il proprio lavoro. è una prospettiva che concilia libertà e conoscenza, e lo fa per tutti, non solo per una ristretta élite tecnocratica.
Eguaglianza e democrazia. Ecco cosa mette in gioco il concetto di meritocrazia. Non esprime il riscatto dall’ineguaglianza delle opportunità, ma il suo contrario. Non si tratta di una sterile disquisizione lessicale. Meritocrazia è una parola densa di implicazioni sociali, una parola che traccia un discrimine e impone di scegliere da che parte stare, senza giocare sulle ambiguità, senza camminare sul filo dei mille significati possibili laddove ce ne sono in realtà ben pochi, chiari, coerenti, connotati ideologicamente e perfettamente riconoscibili.
Mauro Boarelli

Profumo: "In ogni istituto il premio studente dell'anno" Fioroni: "Altre priorità"

da QUOTIDIANO.NET
orso castano : niente, nemmeno una parola su come combattere la dispersione scolastica, nessuna discussione preventiva, e, magari, un ricorso alla fiducia che ABC non gli faranno mancare, ormai senza piu' forza critica e con un pacchetto di deputati che pur di mantenere la poltrona voterebbero anche per belzebu'. Intanto l'Italia va a rotoli e la destre di FATTO , COL RICATTO DELLE ELEZIONI, GOVERNA AUTORITARIAMENTE IL PAESE!!


Il ministro: "Rivoluzione del merito"L'ex: "Politica degli specchietti"


Divampa la polemica su scuola e università dopo l'annuncio di un decreto zeppo di novità, a partire dalle celebrazione di tutti gli studenti più bravi per finire a nuovi concorsi a cattedra. Uno stile all'americana che non piace al Pd. E parte il messaggio destinazione Monti



Roma, 3 giugno 2012 - "Dare un riconoscimento a chi eccelle vuol dire mettere i meritevoli al traino dell'intera classe e innalzare il livello medio". Lo afferma in una intervista a Repubblica, il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo commentando il provvedimento che annuncia novità nella scuola e Università e che sarà a giorni all'esame del Consiglio dei Ministri. In ogni singola scuola superiore ci sarà "lo studente dell'anno" così come all'Universita', i "migliori laureati" e "dottorati".
'BANDI CONTINUATIVI' - "La scuola italiana - annuncia Profumo - a settimane riavvia il processo sul reclutamento. Dal 1999 non c'erano più concorsi a cattedra, entro l'estate ci sarà il nuovo bando e dirà che metà dei professori li prenderemo dalle graduatorie e metà, appunto, dal nuovo concorso". Già fissato l'appuntamento successivo - primavera 2013 - e "lì - sottolinea il ministro - faremo crescere le quote di chi arriverà dalle graduatorie e accorperemo le classi di concorso. Ogni anno, fino al 2015 ci sarà un bando nuovo. Serve continuità, servono certezze. Saremo innovativi anche nelle prove". 
'PROF COMPETENTI' - A questo proposito, il ministro comunica che ci sarà un test preselettivo, "echiederemo la simulazione di una lezione: dobbiamo valutare quanto i futuri docenti sapranno farsi capire dai ragazzi. Devono essere competenti e capaci". E l'università? Profumo sostiene che "entro il 29 giugno sarà pubblicato il bando relativo alle commissioni di concorso, entro l'estate il bando per i candidati. Ci sarà un programma di concorsi universitari per i prossimi quattro anni. Scuola e università viaggiano in parallelo".
'SCUOLA PER TUTTI' - "La scuola italiana è una grande risorsa per il Paese. La nostra scuola deve avere l'ambizione di essere per tutti di qualità. L'emergenza rispetto all'Europa non è la certificazione del merito, ma la grande dispersione scolastica e la necessità di migliorare le competenze dei nostri studenti che sono sotto la media Ocse" è la pronta replica di Giuseppe Fioroni, Pd, ex ministro dell'Istruzione durante il secondo governo Prodi.
 
'BASTA SPECCHIETTI' - "L'Europa - prosegue Fioroni - ci chiede un sistema di valutazione serio e provvedimenti urgenti per il recupero di chi resta indietro e strumenti e risorse per migliorare le scuole che hanno bisogno. L'Ocse ci chiede di investire sull'aggiornamento e la riqualificazione professionale dei docenti. Di fronte a queste priorità è paradossale che il ministro Profumo non avverta la necessità di interventi urgenti e di reperire risorse adeguate a enderci competitivi in Europa. Nei periodi di crisi non serve la politica degli annunci e degli specchietti ma fare le cose giuste al momento giusto".
'INSISTENZA SBAGLIATA' - "E' del tutto evidente - prosegue l'ex ministro dell'Istruzione - che interventi esclusivamente mirati ad incentivare la competizione e garantire l'eccellenza per pochi dia un idea sbagliata e diversa dalla Scuola della Costituzione. Questa prevede una comunità educante che recupera chi resta indietro e contemporaneamente stimola i migliori. Questa insistenza nell'ipotizzare un modello competitivo, senza nulla per le emergenze e i bisogni di tutti, dà l'idea di perseguire un disegno che vede una scuola di qualità per pochi e un nuovo avviamento professionale per tanti". 
MEGLIO DISCUTERE - "D'altronde - ricorda Fioroni - interventi per incentivare il merito già sono nel nostro ordinamento ma non sono mai stati attuati da questo Governo per mancanza di fondi. E' singolare ipotizzare 'lo studente dell'anno' per ogni scuola quando non si è mai recepita la normativa che prevede che l'accesso alle facoltà a numero chiuso non possa ignorare, come oggi avviene, il merito degli studi delle scuole medie superiori. Già fare questo sarebbe qualche cosa di più concreto di una benemerenza senza riscontro. Mi auguro che il ministro Profumo abbandoni la strada del decreto per aprirsi ad un confronto serio e costruttivo sulle priorità e i bisogni della scuola italiana evitando una conflittualità che non farebbe bene al Governo". Messaggio spedito. Destinazione Monti.

sabato 2 giugno 2012

da italia futura La mobilita sociale secondo Italia Futura


orso castano : molto interessante la ricerca di Italia Futura sull'abbandono e/o sulla non prosecuzione degli studi da parte dei figli di chi appartiene a classi sociali non abbienti. "Un lusso che l'Italia non si puo' permettere. La ricerca va letta . Le classi sociali meno abbienti sono le piu' svantaggiate . Non posseggono le risorse del "familismo amorale" . Le risposte che i vari governi hanno dato hanno solo portato confusione, aggravato il problema ed incentivato una falsa meritocrazia che ha tagliato fuori tanti cerveelli formidabili che hanno preso la via dell'estero per potersi realizzare. L'ultima proposta Profumo , di cui parleremo in altro post non fa altro che reiterare questi schemi. Premiamo i piu' bravi1. Certo va bene, ma diamo la possibilita' a tutti, secondo tempi che variano da soggetto a soggetto, di dare il meglio di se, ma a livello di massa, permettendo davvero ad intereschiere di "genietti" di esprimersi. Quindi un discorso strutturale , diffuso, liberale, di accesso di massa all'istruzione superiore. Avverra ? Non sembra che il ministro Profumo vada in questa direzione, ma ormai il tempo sta scadendo e paesi immensi come la Cina e l'India, per la "legge dei grandi numeri  ci stanno sorpassando alla grande!!!  Cliccare sotto sul titolo per l'articolo.

Tempi e criteri di carriera e crescita professionale 

Verso la fine degli anni Cinquanta meno della meta della popolazione italianaaveva accesso ad una televisione, per le strade circolava una macchina ogni trentaseabitanti, e piu' della meta degli italiani faceva l`operaio. Trentanni dopo l'Italia aveva un

prodotto interno lordo tra i piu alti del mondo occidentale, superando anche l`Inghilterra;
televisioni, telefoni e automobili abbondavano ormai in tutte le famiglie e molti dei figli
degli operai degli anni Cinquanta erano diventati impiegati di buon livello, medici,
avvocati, commercialisti. Questi risultati sono stati possibili grazie ad un periodo di
grande dinamismo e mobilita della nostra societa. Una mobilita che ha consentito al
paese di crescere e acquistare fiducia in se stesso. Perché una societa' mobile alimenta Ia
fiducia nel domani, del senso della possibilita', e motiva gli individui ad investire in tutto
quello che aiuta a crescere: Io studio, il lavoro, il sacrificio, la collaborazione. In poche
parole: stimola ad investire nella costruzione del futuro.
Ma é ancora cosi? Da tempo ormai si é difusa in Italia la sensazione di un paese
che non é piu in grado di dare ai propri cittadini quelle opportunita di crescita e
realizzazione a cui aspirano. Una sensazione che demoralizza e demotiva soprattutto Ie
generazioni piu giovani. Recenti sondaggi ci dicono che mentre il 4 % degli
ultracinquantenni dichiara di aver migliorato il proprio stato sociale rispetto alla
famiglia di origine, solo il 6% dei vontenni dichiara di trovarsi in condizioni migliori.
Addirittura il 20% dei giovani dichiaradi aver peggiorato il proprio stato sociale
rispetto alla famiglia di origine.
Nonostante Ia gravita della situazione, non si é ancora riusciti a dare risposte a
questo malessere, a capirne i contorni, per identificare le dimensioni critiche e definire
delle linee di azione fuori dalla logica della propaganda e delle ideologie. E questo
l'obiettivo del nostro primo Rapporto sulla mobilita sociale. Avviare una riflessione
approfondita sul tema della mobilita sociale in Italia fornendo dati, analisi, confronti
internazionali assieme ad alcune proposte concrete. Una riflessione aperta, non
meramente accademica, che possa contribuire ad alimentare un dibattito partecipato,
diffuso e, sperabilmente, fruttuoso.
La mobilita sociale é un fenomeno complesso e multiforme che va oltre i manuali
sociologici e Ia questione delle classi. Non e solo Iegata all'essere operai o avvocati, ma
alla qualita della vita, all'equita' nella distribuzione delle risorse, aII`accesso alle
opportunita' di crescita. Per questo Ie analisi condotte nel Rapporto toccano varie
dimensioni collegate alla mobilita sociale, reale e percepita: a) poverta e
disuguaglianze; b) mobilita dei redditi; c) disuguaglianze neII`accesso all`istruzione
universitaria; d) tempi e criteri di crescita professionale; e) politiche attuate/attuabili.
I risultati emersi hanno delineato un quadro assai poco rassicurante, che ci aiuta a
capire i motivi del pessimismo di tanti italiani. Cinque i principali elementi di
preoccupazione:
1. Le analisi sulla diffusione di poverta' e disuguaglianze mostrano come in Italia
non solo vi sia una disparita' nella distribuzione dei redditi molto elevata e in aumento
negli ultimi anni (il 20% delle famiglie piu ricche detiene quasi il 40% del reddito
nazionale), ma anche come la poverta sia caratterizzata da alcuni tratti distintivi che Ia
renolono particolarmente insidiosa. Infatti, a differenza di altri paesi in cui Ia poverta
colpisce soprattutto anziani e single disoccupati, in Italia colpisce bambini e tamiglie,
anche quelle non afflitte dalla disoccupazione. L'incidenza della poverta' risulta pari al
14% tra Ie coppie con due figli e al 22,8% tra quelle con almeno tre, percentuali che
salgono rispettivamente al 15,5% e al 27,1% se i figli sono minori, contro una media
nazionale deII`1 1%. Questo e uno dei motivi alla base di un triste primato negativo
detenuto dall'Italia: uno dei tassi di poverta' infantile piu alti d`Europa. Secondo i dati
Eurostat, in Italia il 25% dei bambini vive in famiglie povere: il tasso piu alto tra i paesi
europei.
2. In Italia non solo Ia percentuale di bambini che crescono in famiglie povere é
molto alta, ma é molto difficile scrollarsi di dosso questa poverta. Mentre in molti altri
paesi europei una persona su quattro tra quelle piu povere riesce, nel giro di tre anni, a
passare ad un Iivello economico migliore, in Italia accade solo a una su sei. I dati sulla
mobilita dei redditi mostrano che I'Italia ha uno dei tassi di persistenza dei redditi tra
generazioni maggiore tra tutti i paesi Ocse, di circa 0.5. Semplificando un po, questo
significa che in Italia quasi il 50% del differenziale relativo dei redditi dei genitori si
trasmette ai figli. Un dato altissimo se confrontato con altri paesi europei in cui il dato si
attesta attorno al 20%. In sintesi, si puo dire che in Italia mentre i figli dei ricchi restano
tali, per chi nasce in una famiglia povera é molto difficile uscire dalla poverta'.
3. Le disuguaglianze emergono non solo nello distribuzione dello ricchezza, ma
anche nell'accesso alle opportunita' di istruzione e formazione. I ragazzi provenienti dai
ceti piu bassi mostrano scarsi stimoli ed incentivi a studiare e formarsi, anche se
meritevoli e promettenti. Le probabilita' che un ragazzo il cui padre non abbia
completato gli studi superiori riesce a laurearsi e tra le piu basse d`Europa (il 10%, contro
il 35% della Francia. il 40% della Gran Bretagna ). La cosa piu' preoccupante e' che i figli
dei ceti-medio bassi non si iscrivono all'Universita' o abbandonano gli studi anche quando sono bravi. Uno studio condotto dell'istituto Cattaneo sui 700 diplomati piu' bravi
d`Italia ha: mostrato che quasi il l0% di questi piccoli geni non ha intrapreso gli studi
universitari: i rinunciatari sono per lo piu' i ragazzi cresciuti in famiglie di ceto medio basso.
Le condizioni di origine scoraggiano in partenza e questo rappressenta uno spreco che l'Italia non puo' permettersi.
4. Tra i motivi di tanto scoraggiamento vi e' la difficolta' crescente dei giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro , i primi stadi della carriera sono sempre piu lenti e faticosi e troppo legati alle professioni dei genitori. I giovani guadagnano sempre meno rispetto alle generazioni piu ' anziane .Mentre alla fine degli anni Ottanta il differenziale retributivo tra vecchi e gioani era meno del 20%, nel 2004,
secondo i dati della Banca d'Italia, questo gap é arrivato al 35%. Un divario che risulta
piu' pronunciato per i giovani laureati. Questa crescente divergenze tra i redditi non viene
recuperato nel tempo, ma rispecchia percorsi di carriera rallentati e svalorizzati rispetto
al passato. I laureati entrati nel mondo del lavoro a meta' degli anni Ottanta
aumentano il proprio salario di oltre l'85% in 7 anni, mentre quelli entrati agli inizi
negli amni Novanta dopo 7 anni avevano raggiunto un aumento del 54%. L'unica
eccezione e per chi puo capitalizzare non solo sulla propria lourea, ma su quello del
padre. E per questo che in ItaIia si trasmettono di generazione in generazione non
solo i beni e i redditi, ma anche Ie professioni. Il 44% degli architetti e' figlio di
architetti, il 42% di avvocati e notai e' figlio di avvocati e notai, il 40% dei farmacisti é
figlio di farmacisti e cosi' via, innescando una spirale negativa che non fa che aumentare
l'immobilismo sociale del nostro paese.
5. A fronte di questa situazione il nostro paese non é stato capace di mettere in
campo interventi incisivi. Le politiche tutte sino ad oggi appaiono insufficienti,
spesso scollegate e senza visione di insieme. Le spese sociali e dominate
dall'erogazione delle pensioni (il 60% del totale, contro una media europea del 45%), e
la parte destinata alle politiche per l`infanzia, la adolescenza e le famiglie é solo del 2%
del Pil, la meta' dello media dei paesi Ocse. Non solo, ma questo speso appare troppo
incentrata su traisferimenti monetari indistinti o bonus una tantum, anziché su servizi e
interventi strutturali. In questo modo si continua a privilegiare una logica assistenzialista
invece di orientarsi su misure incentivanti e premianti del lavoro, legate alle
necessita'/potenzialita' dellindividuo. lnfine, le modalita' di erogazione Appaiono
complesse, e i criteri di allocazione contradditori tra loro e distorsivi. Per questo motivo le
persone che piu avrebbero bisogno finiscono spesso per essere escluse dai benefici o per
essere scoraggiate dal farvi ricorso.................
I tempi e i criteri che guidano il percorso di crescita professionale sono un elemento chiave per la mobilità sociale di un paese. Quando un paese offre opportunità di affermazione legate principalmente ai meriti e alle competenze conseguite anziché al censo si mette in moto un potente meccanismo di mobilità sociale. In questo modo infatti si creano forti incentivi a perseguire percorsi di studio anche per i meno abbienti. In Italia questo meccanismo si è inceppato. 
Gli studi e l'università non sono più un ascensore sociale significativo in quanto non garantiscono vantaggi tangibili in termini di carriera, a meno che non vi sia alle spalle una famiglia già avvantaggiata. A differenza degli altri paesi, in Italia il tasso di disoccupazione dei laureati è pressoché pari a quello dei diplomati, e il salario di ingresso di un laureato è pressoché lo stesso di un diplomato. La situazione è aggravata dal fatto che questi inizi “rallentati” non vengono recuperati nel corso della carriera professionale. Infatti i criteri e i tempi delle carriere sono oggi molto più difficili e lenti di una volta, e se ne ha conferma osservando le dinamiche salariali tra le nuove generazioni e quelle più anziane. 
Mentre alla fine degli anni Ottanta il differenziale retributivo tra vecchi e giovani era meno del 20%, nel 2004, secondo i dati della Banca d'Italia, questo gap è arrivato al 35%. Un divario che risulta più pronunciato per i giovani laureati, che hanno perso proporzionalmente più terreno rispetto ai colleghi più anziani con lo stesso livello di istruzione. 
È importante inoltre sottolineare che questa crescente divergenza tra redditi dei più giovani e dei più vecchi non è soltanto il frutto di più bassi salari di ingresso che vengono poi recuperati nel tempo, ma rispecchia percorsi di carriera complessivamente rallentati e svalorizzati rispetto al passato
Mentre i giovani più istruiti entrati nel mondo del lavoro a metà degli anni Ottanta riuscivano ad aumentare il proprio salario di oltre l'85% nel giro di sette anni, quelli entrati sul mercato del lavoro agli inizi degli anni Novanta dopo sette anni avevano raggiunto un aumento molto inferiore, ossia del 54%.
Anche per questo in Italia i “ritorni” dell'investimento in istruzione universitaria, intesi come il reddito addizionale raggiungibile con il titolo di laurea, sono andati diminuendo e sono oggi piuttosto bassi rispetto a molti altri paesi Ocse. Una tale situazione non può che scoraggiare chi viene da situazioni già precarie e non può permettersi anni e anni di attesa prima di vedere i ritorni dell'investimento fatto in istruzione.

Figura 8: Ritorni privati sugli investimenti in istruzione (Fonte dati: Ocse)

dal blog "i glicini di cetta"


i glicini di cetta

Mario Tozzi: “Non esistono catastrofi naturali, esiste l’incuria umana”

Il noto geologo, ricercatore del Cnr, denuncia: l’Italia è un paese dove si ha come unica priorità il guadagno e in cui si usa la presunta emergenza abitativa come scusa per cementificare ogni lembo del territorio. Così aumenta il rischio sismico e anche idrogeologico.

Intervista a Mario Tozzi di Mariagloria Fontana
Il nostro è uno dei Paesi a maggiore rischio sismico del Mediterraneo. Che tipo di prevenzione si può fare?È un Paese che ha costruito troppo e non ha saputo manutenere nulla. In questo senso, va ripensato il territorio. La questione del recente sisma in Emilia è molto più grave di quanto non appaia. Guardando le immagini in onda in questi giorni in televisione, si vedono molti casali distrutti in mezzo alla campagna. Erano edifici vuoti, disabitati, non li hanno manutenuti e sono caduti, ma perché qualcuno non ha pensato a eliminarli o a ristrutturarli? Continuiamo a costruire senza criterio. Così facendo esponiamo le case al rischio. Questa è la filosofia del nostro Paese. 

Come potrebbe intervenire la politica?La politica dovrebbe invertire questa tendenza. Basta con le concessione edilizie date a chiunque. Basta con il consumo di suolo e di territorio che non fanno altro che aumentare il rischio sismico e anche idrogeologico, soprattutto quando ci sono eventi come terremoti e alluvioni. Al contrario, la politica dovrebbe impiegarsi nel fare programmi di ristrutturazione e di riconversione ecologica e di sicurezza delle abitazioni e delle opere pubbliche.

Ci sono degli aspetti dei terremoti che possono essere prevedibili?
No. Ci sono segni che sono così poco evidenti che non riusciamo ancora a individuare il come e il quando avverrà il terremoto. Ricordo solo un caso in cui prevedemmo un sisma catastrofico. Era il 1975 in Cina, ma fu possibile soltanto perché i segnali erano talmente tanti e tali che a quel punto si diede l’allarme generale e si fecero evacuare tutte le zone interessate. Morirono ‘solo’ mille persone, se ne salvarono ben 150.000. Mentre nel terremoto contiguo persero la vita in 500.000. Anche la storia del gas radon che esce dal sottosuolo e che a seconda della sua diminuzione o del suo aumento sarebbe sintomatico di un prossimo terremoto ancora non permette di sistemare è soltanto ancora un’idea. Non siamo in grado di prevedere il terremoto, possiamo dire quali sono le zone pericolose. Inoltre, ritengo fuorviante ciò che si dice sulla previsione, perché se ci si occupa della previsione si diventa disattenti verso la prevenzione, che è l’unico strumento che si possiede per evitare catastrofi. Io dico sempre: cercate di costruire meglio e non fate i veggenti. 
Cosa ne pensa dell’inchiesta che il procuratore capo di Modena Vito Zincani ha aperto in seguito alle morti causate dai crolli dei capannoni durante il sisma?

Credo che faccia bene ad aprire un’inchiesta, perché ci può essere sempre qualcuno che ha barato, per esempio sui capannoni costruiti dopo il 2003, vale a dire quando c’era già in vigore una legge sulle costruzioni antisismiche. Se non hanno costruito con i giusti criteri, devono pagarne le conseguenze. Però se, al contrario, si tratta di capannoni più vecchi del 2003, cioè quando non si aveva l’obbligo antisismico, si costruiva al meglio che si poteva, come se quella zona non fosse sismica. Naturalmente questo tipo di prassi si è rivelata un grosso errore. Certo, ci può essere stata qualche perizia geologica non completa nel sottosuolo perciò si potrebbe non aver tenuto conto di effetti locali di amplificazione di alcune onde, ma mi pare non più di questo. Non so a che cosa porterà questa inchiesta. Tuttavia, se servisse di monito per il resto d’Italia, un senso ce l’ha. 
Zincani, parla di ‘politica industriale suicida’.

Bisogna vedere se queste parole sono giustificate dal fatto che lui sa qualche cosa. Se qualcuno ha spostato un pilone per far passare meglio le macchine, se ha alleggerito la struttura facendo qualche intervento successivo. Oppure se si tratta di progetti leggeri, nessuno era obbligato a fare progetti pesanti prima del 2003. Quindi mi sembra difficile imputare una responsabilità a qualcuno che ha costruito qualcosa secondo le regole vigenti allora. Vedremo di che cosa si tratta.

Lei sta affermando che nessuno di noi è al sicuro dentro le proprie abitazioni se sono state edificate prima del 2003?

Nessuno può essere al sicuro nel caso di un sisma, perché molto dipende da come è stato costruito l’edificio. Persino di fronte a terremoti non particolarmente energetici, se non si controlla l’edificio, se non sono stati fatti dei piccoli interventi, non si è sicuri. Questo lo dobbiamo sempre tenere presente. Anche quando dicono che Roma è sicura perché è vuota, non è del tutto vero. Nella capitale ci sono edifici vetusti che appoggiano su una struttura geologica che amplifica le onde. Roma non ha terremoti suoi, ma quando ne arriva uno forte dagli Appennini ne risente. Ripeto: è un paese che va ripensato da un punto di vista delle costruzioni. 

Quanto entra in gioco la responsabilità umana durante avvenimenti come il sisma che ha colpito l’Emilia o l’alluvione a Genova nell’ottobre scorso?

Le catastrofi naturali non esistono. Ci sono eventi naturali che diventano catastrofici per colpa dell’incuria umana. 

In Giappone e in California si è fatto molto in relazione alla prevenzioni antisismica. L’Italia può prendere esempio da questi Paesi?

Il nostro patrimonio costruttivo è molto diverso. Il patrimonio della California non è più vecchio di duecento anni. Il Giappone è più antico, ma sono abituati da sempre a convivere con il sisma. Infatti il loro modello deriva dalla pagoda birmana che oscilla, è costruita attorno a un asse, che è un palo centrale, ed è sferica. Però loro non possiedono il patrimonio medioevale, rinascimentale, barocco che invece caratterizza noi. Sulle costruzioni moderne, i giapponesi sono stati bravi, efficienti, noi invece abbiamo costruito approssimativamente pensando solo al guadagno. 

Sovente si parla di materiali antisismici. L’acciaio è molto utilizzato. Lei cosa può dirci a riguardo? 
L’acciaio è un materiale ottimo per i terremoti perché è molto elastico. Però se non c’è un progetto antisismico alla base della costruzione anche l’acciaio, come il cemento armato, non funziona, perché non li hai assemblati in maniera da poter resistere al terremoto. Il problema non è il materiale, ma il fatto che accanto ai materiali non si sia affiancato un progetto antisismico. 

La tutela e l’etica del paesaggio che ruolo giocano?
Rilevantissimo. La tutela è di tre gradi. Il primo livello è la tutela dei cittadini. Oltre il 50% del territorio italiano è a rischio sismico, poi ci sono alluvioni e vulcani. In alcuni luoghi non si può costruire, ci si deve spostare. Il secondo grado riguarda il fatto che si debba costruire in maniera più efficiente e con tutti i parametri, perché sprechiamo moltissima energia nelle case e abbiamo solo un terzo dei consumi. Infine, si deve edificare rispettando il paesaggio naturale, il contesto e l’ambiente circostante. 

Quali sono i parametri per poter rispettare il paesaggio?
Il primo precetto è che non si deve consentire l’abuso edilizio. Mai. Non solo, non si deve consentire di consumare più suolo. Alcune provincie stanno provando a metterlo in atto, ad esempio Torino. Nei nuovi piani regolatori non ci deve essere più il consumo di suolo, perché è già consumato. Negli ultimi 40-50 anni, oltre tre milioni di ettari, stiamo parlando di un pezzo grosso di nazione, sono diventati: case, strade e cemento, senza alcuna necessità, visto che la popolazione italiana è cresciuta molto poco. Dunque, la priorità sarebbe ristrutturare il patrimonio esistente, cambiare completamente i piani e le cubature che invece prevedono ancora consumo di suolo. Ogni anno in Italia si consumano 150 mila ettari di suolo, non ce lo possiamo permettere. In Inghilterra ne consumano 30.000, in Francia e Germania 40.000. Se si pensa al piano casa della Regione Lazio: è assurdo, una sciagura. Addirittura vogliono costruire nelle aree protette. I politici promotori del piano casa del Lazio lo giustificano secondo criteri di sviluppo, come se in un paese moderno lo sviluppo dovesse essere ancora legato all’edilizia! Non siamo in tempi di guerra. Nessuno gliel’ha detto? È una politica propria di un paese del Terzo Mondo. 

E l’emergenza abitativa?
Non esiste l’emergenza abitativa, ci sono 30 milioni di vani sfitti. L’Italia è un paese che si duplica continuamente con seconde e terze case. Mettiamo un freno a questo nonsense edilizio. Nel nostro Paese quasi l’80% delle persone è proprietaria dell’immobile. Per non parlare della tutela del bello, del valore estetico delle costruzioni. C’è uno schifo generale. L’unica esigenza a cui si risponde è quella di fare mattoni e cemento, perché si pensava e si pensa ancora che quella sia l’unica fonte di guadagno. Soltanto per questo scopo si continua a costruire. Investiamo tutto nelle case. Siamo un paese arretrato che vive nell’approssimazione, non sopporta le regole e gestisce male le emergenze. In più, riusciamo a muoverci male persino nell’ordinario. 



http://temi.repubblica.it/micromega-online/mario-tozzi-non-esistono-catastrofi-naturali-esiste-l%E2%80%99incuria-umana/

Crisi: Passera, crescita Pil non basta se non crea lavoro


21:06 01 GIU 2012 
(AGI) - Pesaro, 1 giu. - "Il Pil e' importante perche' se non si crea ricchezza c'e' poco da distribuire, ma e' chiaro che si e' dimostrato un indicatore insufficiente, perche' anche se ci fosse Pil ma non c'e' creazione di posti di lavoro non ci interessa". Lo ha detto il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, intervenendo ad un dibattito pubblico nell'ambito del Festival della Felicita'. Passera ha chiesto di "crescere meglio". "Dobbiamo avere il coraggio, prima di tutto la politica, poi la classe dirigente e poi tutti - ha aggiunto - di misurarci su cose piu' complicate del Pil"."Per essere una crescita che ci interessa - ha sottolineato - questa deve creare posti di lavoro, ma non deve consumare beni comuni e ambiente, deve essere compatibile con l'equilibrio fra le generazioni, non deve essere drogato dal debito perche' chi se ne frega se c'e' una crescita ma se questa e' talmente drogata dall'indebitamento che poi appena finisce la droga finisce la crescita".
orso castano : finalmente , era ora, semplice e chiaro, siamo lontani dai deliri della maestrina Fornero che vede nei licenziamenti facili le basi per la crescita del paese. Passera , pero', deve articolare meglio il suo discorso. E' complicato e complesso, pero' dovra' farlo ed in fretta, anche se avra' bisogno di un coro di collaboratori , cioe' di tutti i soggetti ssociali che soffrono questa recessione economica e di un ceto imprenditoriale  "intelligente e conoscitore dei mercati globali"....PASSERA.... FAI IN FRETTA . NON C'E' PIU' TEMPO!!

cominciano ad intravedersi concrete soluzioni per le paralisi



da  Repubblica.it: il quotidiano online con tutte le notizie in tempo reale.

LO STUDIO

I topi paralizzati riprendono a correre
I ricercatori: "Test sull'uomo fra pochi anni"

Su New Scientist i risultati insperati ottenuti al Politecnico di Losanna. I ricercatori hanno applicato un metodo che combina un intervento di "risveglio" dei neuroni "dormienti" del midollo spinale e una riabilitazione sostenuta da un sistema robotizzato

ROMA - Topi paralizzati in seguito a gravi lesioni spinali hanno ripreso a camminare e correre grazie a una innovativa tecnica di riabilitazione combinata messa a punto da un team di ricercatori svizzeri del Politecnico federale di Losanna. Lo studio e i risultati della sperimentazione sono stati pubblicati sulla sito New Scientist e sulla rivista Science.

LE FOTO DELL'ESPERIMENTO 1

Il metodo, che apre nuove prospettive della ricerca sulle possibile terapie per affrontare la paralisi anche negli uomini, è stato realizzato attraverso due fasi. La prima è consistita nel "risveglio" dei neuroni dormienti, ottenuto con una stimolazione di tipo elettro-chimico; la seconda è stata una riabilitazione vera e propria, condotta con l'ausilio di un'imbragatura guidata da un sistema robotizzato.

Come illustrato dallo studio su Science, per dare la sveglia ai neuroni "dormienti" del midollo spinale, si è cominciato iniettando una soluzione ricca di molecole attivatrici (chiamate "agonisti delle monoamine") che si legano ai recettori di dopamina, adrenalina e serotonina, preparando le cellule nervose ad agire per coordinare i movimenti degli arti inferiori al momento giusto. Dieci minuti più tardi, si è proceduto con una stimolazione elettrica del midollo spinale, impiantando gli elettrodi nella parte più esterna del canale vertebrale, il cosiddetto spazio epidurale.

I topi così trattati sono stati quindi messi alla prova posandoli sulle zampe posteriori sopra una superficie piana e inducendoli al moto attravero un'esca a vista, un pezzo di cioccolato posto poco distante. In questa fase gli animali sono stati sostenuti da una piccola imbragatura collegata a un sistema robotizzato che interviene nel caso che il topo perda l'equilibrio. Il test è stato ripetuto fino a quando ha ottenuto un risultato insperato.

"Dopo un paio di settimane di neuroriabilitazione - spiega nello studio il coordinatore del  team di Losanna, Gregoire Courtine - i nostri topi non solo cominciano a camminare volontariamente, ma riescono anche a sprintare, salire le scale ed evitare gli ostacoli". Courtine si dice ottimista riguardo alle future possibili applicazioni per la salute umana, e pensa che nel giro di un paio di anni possa cominciare la sperimentazione presso il centro specializzato per le lesioni del midollo spinale del Balgrist University Hospital di Zurigo.

Morbo di Chagas: l'"Hiv del XXI secolo" da il sole 24 ore , on line


Negli Stati Uniti lo chiamano l'"Hiv del XXI secolo": se viene diagnosticato in anticipo può essere trattato, piuttosto serenamente, con tre mesi di terapia farmacologica. A causa della lenta incubazione, però, passa spesso inosservato, e se scoperto troppo tardi porta alla morte. È il morbo di Chagas, dal nome del medico brasiliano che all'inizio del secolo scorso lo identificò, noto anche come "tripanosomiasi americana". Viene trasmesso all'uomo dalle cimici Triatomine, dell'ordine degli Emitteri, che diffondono la patologia succhiando il sangue come una comune zanzara. Lo studio è stato pubblicato su Plos-Neglected Tropical Diseases  dai ricercatori dell'Università del Maryland. 

Diffusa soprattutto in America Centrale e Latina la malattia, latente, arriva a provocare l'esplosione improvvisa del cuore. Attualmente si stima che siano circa 10 milioni le persone infettate in tutto il mondo.

di red. (01/06/2012)

venerdì 1 giugno 2012

allarme disoccupazione giovanile

orso castano : e' incredibile , la recessione picchia con una durezza incredibile , la sventura e la tragedia dei terremoti fanno il resto, e la Fornero , sostenuta da  ABC continua a ritenere che il nodo centrale sia la riforma del lavoro. Ma e' proprio il lavoro che manca ed il numero dei licenziati e dei disoccupati per la chiusura delle fabbriche aumenta ogni giorno. Questo governo e' troppo lontano dai problemi reali, e' tutto focalizzato sul riordino del bilancio, dimentica , a mio giudizio volutamente, che il Welfare e' il problema centrale per masse di giovani precari e disoccupati che quando avranno 60 anni non avranno accumulato che pochi anni di contributi pensionistici.!!




(AGI) - Roma, 1 giu. - E' allarme lavoro in Italia, soprattutto per i giovani: la disoccupazione vola ai massimi dal 2004 ad aprile e tra gli under 24 uno su tre e' disoccupato. In un solo mese si contano 38mila disoccupati in piu'. L'Istat fotografa una paese in cui il tasso di disoccupazione sale al 10,9% nei primi tre mesi dell'anno e al 10,2% ad aprile (in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a marzo e di 2,2 punti su base annua): si tratta del livello piu' alto dal gennaio 2004, e cioe' da quando sono iniziate le serie storiche mensili.
  Anche nell'Eurozona e' dramma occupazione Nel dettaglio, ad aprile, gli occupati sono 22.953 mila, in diminuzione dello 0,1% (-28 mila unita') rispetto a marzo. Il calo e' determinato dalla contrazione dell'occupazione maschile. Nel confronto con lo stesso mese dell'anno precedente l'occupazione segna un aumento dello 0,1% (23 mila unita'). Il tasso di occupazione e' pari al 57%, invariato in termini congiunturali ma in aumento di 0,2 punti percentuali su base annua. Il numero dei disoccupati, pari a 2 milioni 615 mila, cresce dell'1,5% (38 mila unita') rispetto a marzo e del 31,1% su base annua (621 mila unita'). Ma e' soprattutto emergenza giovani: tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 611 mila. Il tasso di disoccupazione in questa fascia e' pari al 35,2%, in diminuzione di 0,8 punti percentuali rispetto a marzo ma in aumento di 7,9 punti su base annua. Nel primo trimestre, invece, il tasso di disoccupazione tra 15 e 24 anni raggiunge il 35,9% (era il 29,6% un anno prima).
  Grave la situazione anche in Europa. La disoccupazione si conferma all'11% ad aprile nell'Eurozona mentre e' in leggero aumento nell'Ue a 27, dove raggiunge il 10,3% contro il 10,2% di marzo. I disoccupati europei sono 24,667 milioni di cui 17,4 nell'Eurozona, in crescita di oltre 100 mila in un mese e di 1,9 milioni in un anno (1,797 milioni nella sola Eurozona).
  Forte aumento della disoccupazione giovanile, che supera il 22%.