sabato 7 settembre 2013

chiave lettura :stress/ambiente: come farselo amico di Kelly McGonigal

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E se li vedeste invece come segni che il vostro corpo viene stimolato, preparato ad affrontare questa sfida? È esattamente quello che è stato detto ai partecipanti in una ricerca condotta alla Harvard University. Prima di affrontare il test di stress sociale, è stato insegnato loro a riconsiderare come utile la loro reazione allo stress. Il cuore che batte forte si prepara per l'azione. Il respiro veloce non è un problema. Porta più ossigeno al cervello. I partecipanti che hanno imparato a vedere la reazione allo stress come utile per la loro performance, erano meno stressati, meno ansiosi, più sicuri. Ma la scoperta più affascinante per me è stato il cambiamento nella loro reazione fisica allo stress. In una normale reazione allo stress, il battito cardiaco aumenta e i vasi sanguigni si restringono in questo modo. Questo è uno dei motivi per cui lo stress cronico viene talvolta associato a malattie cardiovascolari. Non è molto salutare essere continuamente in questo stato. Ma nella ricerca, quando i partecipanti hanno visto come utile la loro reazione allo stress, i loro vasi sanguigni sono rimasti rilassati in questo modo. Il cuore batteva forte lo stesso, ma questo è un profilo cardiovascolare molto più sano. Assomiglia molto a quello che accade in momenti di gioia e coraggio. In una vita di esperienze stressanti, questo singolo cambiamento biologico potrebbe essere la differenza tra un attacco cardiaco da stress a 50 anni e vivere bene fino a 90 anni. Questo è quello che rivela la nuova scienza dello stress,che il modo di vedere lo stress ha importanza.
Per capire questo lato dello stress, dobbiamo parlare di un ormone, l'ossitocina, e so che l'ossitocina è già stata molto pubblicizzata. Ha anche un soprannome, l'ormone delle coccole, perché viene rilasciato quando abbracciate qualcuno. Ma è solo una piccola parte di quello che fa l'ossitocina. L'ossitocina è un neuro-ormone. Aggiusta gli istinti sociali del vostro cervello. Vi prepara a fare cose che rafforzano le relazioni più strette. L'ossitocina vi fa desiderare il contatto fisico di amici e familiari. Migliora la vostra empatia. Vi spinge anche a essere più servizievoli nei confronti delle persone a cui tenete. Qualcuno ha addirittura suggerito che dovremmo sniffare ossitocina per diventare più compassionevoli e premurosi.Ma c'è una cosa che la gente non capisce dell'ossitocina. È un ormone dello stress. La vostra ghiandola pituitaria emette questa roba in reazione allo stress. Fa parte della reazione allo stress tanto quanto l'adrenalina che vi fa battere forte il cuore. Quando viene rilasciata ossitocina in reazione allo stress, vi spinge a cercare supporto. La vostra reazione biologica allo stress vi spinge a raccontare a qualcuno come vi sentite invece di tenervelo dentro. La vostra reazione allo stress vuole assicurarsi che notiate quando qualcun altro nella vostra vista soffre in modo che possiate sostenervi a vicenda. Quando la vita è difficile, la vostra reazione allo stress vuole che siate circondati da persone che tengono a voi.
Come può il conoscere questo lato dello stress rendervi più sani? L'ossitocina non agisce solo sul vostro cervello. Agisce anche sul vostro corpo, e uno dei suoi ruoli principali nel vostro corpo è proteggere il vostro sistema cardiovascolare dagli effetti dello stress. È un antinfiammatorio naturale. Aiuta anche i vasi sanguigni a rimanere rilassati durante lo stress. Ma il mio effetto preferito sul corpo è quello sul cuore. Il vostro cuore ha dei recettori di questo ormone, e l'ossitocina aiuta a rigenerare le cellule cardiache e curare qualunque danno causato dallo stress. Questo ormone dello stress rafforza il cuore, e la cosa fantastica è che tutti questi benefici fisici dell'ossitocina vengono aumentati dal contatto sociale e dal supporto sociale, in modo che quando vi rivolgete ad altri sotto stress, che sia per cercare supporto o per aiutare qualcun altro rilasciate maggiori quantità di questo ormone, la vostra reazione allo stress diventa più sana, e recuperate più velocemente dallo stress. Trovo straordinario che la vostra reazione allo stress abbia un meccanismo incorporato per la resistenza allo stress, e che quel meccanismo siano le connessioni umane.
Prima la cattiva notizia: a ogni importante evento stressante della vita, come le difficoltà finanziarie o le crisi familiari, è aumentato il rischio di decesso del 30 per cento. Ma - e spero che ora ve lo aspettiate - non era vero per tutti. Chi ha trascorso tempo a occuparsi degli altri non ha mostrato alcun aumento del rischio di decesso legato allo stress.Preoccuparsi degli altri genera capacità di recupero. Vediamo ancora una volta che gli effetti dannosi dello stress sulla salute non sono inevitabili. Come pensate e come agite può trasformare il modo di sperimentare lo stress. Se scegliete di vedere la reazione allo stress come utile, create la biologia del coraggio. Quando scegliete di entrare in sintonia con gli altri sotto stress, create capacità di recupero. Non chiedo più esperienze stressanti nella vita, ma questa scienza mi ha fatto davvero rivalutare lo stress. Lo stress ci dà accesso ai nostri cuori. Il cuore compassionevole che trova gioia e senso nell'entrare in sintonia con gli altri, e il vostro cuore fisico che batte forte, che tanto lavora per darvi forza ed energia.Quando scegliete di vedere lo stress in questo modo, non solo affrontate meglio lo stress,ma fate anche una dichiarazione molto profonda. State dicendo che credete in voi stessi nel gestire le sfide della vita, e ricordate a voi stessi che non le dovete affrontare da soli.
Grazie.


Kelly McGonigal traduce la ricerca accademica in strategie pratiche per la salute, la felicità e il successo personale.

venerdì 6 settembre 2013

chiave lettura : neuroscienze: La rigenerazione del cervello «inizia» dal sistema immunitario

Far collaborare le cellule «difensive» e quelle staminali contro Alzheimer e Parkinson

Durante gli ultimi decenni c'è stato un capovolgimento delle conoscenze sul cervello e sulle sue capacità di rigenerazione. Negli anni ’80 il cervello era ancora considerato un organo statico e incapace di rigenerarsi. Poi, grazie alla scoperta delle cellule staminali del cervello adulto - avvenuta alla metà degli anni ’60 - oggi si sa, sulla base di esperimenti su roditori, che il cervello potrebbe essere in grado di produrre fino a 10 mila nuovi neuroni al giorno e che le cellule staminali sono presenti, anche se non esclusivamente, in aree ben precise dell’organo adulto. «Sono la zona subgranulare del giro dentato dell'ippocampo e la zona subventricolare dei ventricoli cerebrali laterali» puntualizza Gianvito Martino, direttore della Divisione di neuroscienze dell'Ospedale San Raffaele di Milano. «In queste due "nicchie germinali", le cellule staminali risiedono stabilmente».
Queste conoscenze, assieme a quelle che si stanno sviluppando sul sistema immunitario, costituiscono anche la nuova frontiera della lotta alle malattie causate da un danno alle cellule cerebrali, come la sclerosi multipla e l'ictus, ma anche la malattia di Alzheimer e quella di Parkinson. L'obiettivo è la regolazione dei sottili meccanismi molecolari e cellulari a cavallo tra il sistema nervoso centrale e il sistema immunitario.
In altre parole, gli scienziati cominciano a svelare il complicato funzionamento del sistema immunitario del cervello, capace di generare stati di infiammazione utili per la protezione dei neuroni, ma che allo stesso tempo possono essere essi stessi causa di danno. È anche per le conoscenze ancora mancanti in quest'ambito che finora la medicina rigenerativa, basata soprattutto sulle cellule staminali, non ha dato i risultati sperati. Evidentemente i tempi non sono ancora maturi per un trasferimento affidabile di queste nuove conoscenze alla pratica clinica. Tuttavia si lavora per provare ad avere accesso alla "manopola" che consentirà agli scienziati di regolare il meccanismo dell'infiammazione e quello della rigenerazione delle cellule cerebrali. «Queste nuove conoscenze potrebbero diventare determinanti contro le malattie definite scarsamente rigeneranti — spiega Martino —. Per esempio, potrebbero essere utili per studiare strategie in grado di stimolare le risposte protettive del sistema immunitario, diminuendo contestualmente quelle nocive».
Le staminali già presenti nel cervello adulto(endogene), o quelle trapiantate, potranno essere manipolate in modo da indurle a dialogare con il sistema immunitario, così da diventare capaci di svolgere un ruolo riparativo sempre più efficace e affidabile. «È affascinante cercare di capire come due sistemi, uno dei quali deputato a creare dal nulla un organismo, ossia le cellule staminali, e uno deputato a difenderlo, ossia il sistema immunitario, possano collaborare — sottolinea Martino —. Non è di certo strano, né incomprensibile che qualcosa che ci difende sia capace di interagire con qualcosa che crea: in questo modo, infatti, il processo di creazione non può che essere più efficiente ed efficace». L'obiettivo è raggiungere vere e proprie terapie naturali, che utilizzino la capacità dell'organismo di ripararsi, attivino gli strumenti intrinseci di difesa di cui esso è dotato. Strumenti che tuttavia hanno bisogno di essere finemente regolati e controllati, dato che l'organismo, in sé e per sé, non sembra in grado di operare tale controllo. «D'altronde, se fosse sufficiente produrre nuove cellule nervose per rigenerare il cervello, la conseguenza logica sarebbe l'assenza di malattie di quest’organo — continua il neurologo—. Dato che l'evidenza è diversa: le malattie del cervello esistono e non si autocurano, la deduzione logica è che di per sé questa rigenerazione è imperfetta».
Oggi si sa che quando nel cervello viene registrata la presenza di un potenziale danno, si sviluppa uno stato infiammatorio che ha una finalità di difesa, destinato a eliminare prontamente il pericolo, anche a costo di provocare a sua volta un danno. Poi, infatti, ci sarà comunque una seconda fase di tipo ricostruttivo e rigenerativo. Alle volte capita però che questa seconda fase non riesca a partire in maniera adeguata, e che il processo infiammatorio diventi cronico. I motivi di questo malfunzionamento non sono ancora del tutto noti. La mancata coordinazione delle due fasi potrebbe essere la conseguenza di segnali ancora sconosciuti di ordine superiore probabilmente sotto il controllo genetico. Oppure potrebbero entrarci qualcosa i processi di invecchiamento, visto che nei topi è stato osservato come gli individui più giovani siano maggiormente in grado di riparare le lesioni a carico dei neuroni, mentre quelli più anziani sono meno efficienti in tale processo.
Studi condotti su animali hanno poi consentito di scoprire che le cellule staminali somministrate per fini ricostruttivi si sono dimostrate capaci anche di contrastare l'infiammazione dannosa. «Le cellule staminali hanno in superficie vere e proprie antenne, — chiarisce Martino — i cosiddetti Toll like receptors, che possono interagire a livello molecolare con il microambiente dell'infiammazione, modificandolo attraverso la secrezione di molecole antinfiammatorie e di fattori di nutrimento che avviano i processi di riparazione». Studi successivi sono stati effettuati anche sulle cellule staminali non trapiantate, ossia quelle naturalmente presenti nel cervello, e si è visto che sono anch’esse in grado di svolgere le due azioni descritte, quella antinfiammatoria e quella riparativa. «Ne consegue che per il prossimo futuro ci aspettiamo di riuscire a stimolare farmacologicamente le cellule staminali del sistema nervoso, — afferma Martino — una modalità che potrebbe diventare una strategia sia di prevenzione, sia di cura. Quindi possiamo considerare le cellule staminali come vere cellule immuno-rilevanti del cervello». D'altra parte, la ricerca sta anche scoprendo l'opposto, ossia che cellule del sistema immunitario, ad esempio linfociti T, anche se di un tipo particolare, sono capaci di giocare un ruolo nella fase rigenerativa della difesa. È il fenomeno cosiddetto della immunità autoprotettiva. E anche i macrofagi, cellule tipicamente immunitarie che possono essere causa di fenomeni infiammatori eccessivi e quindi dannosi, hanno la potenzialità di essere convertiti in cellule protettive, se manipolati prima del trapianto, come hanno dimostrato fin dalla meta degli anni Novanta gli studi realizzata da Michal Schwartz del Weizmann Institute of Science di Rehovot in Israele.

chiave lettura : meccanica quantisticaodiffredi : racconta Einstein

chiave lettura epigenetica :Crescita o metastasi? Lo decide lo splicing alternativo

orso castano : il DNA non e' tutto, la lettura o se vogliamo , l'attivazione di alcuni segmenti  di dna , spingono a produrre diverse proteine  dal DNA, la cosa  e' piu' importante del messaggio contenuto nel DNA. Il discorso ricorda i ragionamenti fatti a proposito dell'epigenetica. Il DNA non e' tutto, l'accensione o lo spegnimento di determonati geni, la trasformazione delle proteine prodotte dai geni, dipendono da fattori ancora da studiare.


Siamo in piena era genomica. Ormai chiunque può sequenziare il proprio DNA a prezzi abbordabili, con l’auspicio, leggendone la sequenza, di individuare le cause delle malattie e curarle con terapie personalizzate. Ma in realtà solo una piccola frazione del nostro corredo genetico contiene il messaggio che viene tradotto in proteine, il cui numero e proprietà dipendono da come viene ‘letto’ il messaggio conservato dentro i geni. Giuseppe Biamonti e Claudia Ghigna, rispettivamente direttore e ricercatrice dell’Istituto di genetica molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Igm-Cnr) di Pavia, si occupano da tempo di questo processo, del quale hanno di recente identificato un fattore determinante. Lo studio è pubblicato su “Nucleic Acids Research”. “A manipolare il messaggio genico è un complesso meccanismo detto splicing alternativo, una sorta di ‘copia e incolla’ per il quale il messaggio di un gene in certe condizioni dà l’informazione per produrre la proteina A, oppure B, C, D, etc.”, spiega Biamonti. “L’insorgenza e lo sviluppo di una malattia può dipendere da questa modalità di lettura che, a sua volta, è influenzata dall’ambiente in cui si trovano le cellule: un complesso sistema che non ci è ancora chiaro”. I ricercatori dell’Igm-Cnr hanno dimostrato che lo splicing alternativo dei trascritti di un gene correlato alle condizioni di crescita delle cellule, detto Ron, può influenzare la formazione delle metastasi durante la progressione neoplastica. “Una forma di Ron prodotta da splicing alternativo controlla, la transizione epitelio-mesenchimale (Emt), un processo attraverso cui le cellule dei tessuti epiteliali riescono a muoversi all’interno dell’organismo: necessaria per la formazione dell’embrione e per la rimarginazione delle ferite ma che, se sfortunatamente si verifica nei tumori, conferisce alle cellule cancerose la capacità di invadere i tessuti adiacenti e formare metastasi a distanza”, prosegue Biamonti. “Dopo aver già provato che la forma ‘metastatica’ di Ron è controllata dai livelli della proteina Srsf1, a loro volta controllati tramite splicing alternativo, il nostro gruppo ora ha identificato un altro fattore, chiamato hnRnp A1, che contrasta Srsf1 e quindi favorisce l’espressione non metastatica di Ron”, spiega Ghigna. “È il rapporto tra i livelli di questi due fattori a decidere se si esprime la forma patologica o non. L’aumento di Srsf1 favorirebbe ovviamente la diffusione delle cellule tumorali, quello di hnRnp A1 ne inibirebbe la crescita e la motilità, attivando la transizione da cellula mesenchimale a cellula epiteliale”. Questi risultati, confermando come la regolazione dello splicing alternativo possa contribuire alla progressione del tumore, forniscono un possibile bersaglio per terapie anticancro. “A completare il quadro – conclude la ricercatrice – abbiamo trovato che hnRnp A1 controlla anche lo splicing alternativo di un’altra proteina, hnRnp A2/B1, che come Srsf1 induce l’espressione della forma metastatica di Ron. Un circuito molto intricato dalla cui comprensione attendiamo risultati di grande interesse scientifico ma anche applicativo”.

mercoledì 4 settembre 2013

chiave lettura : fisica quantistica

chiave lettura : bio ingegneria: Staminali: ricostruito il primo cuore di topo

relax your mind
Gli scienziati della University of Pittsburgh School of Medicine hanno brillantemente condotto la prima operazione di ricostruzione di cuore di topo. L’organo, dopo che le proprie cellule sono state sostituite con quelle staminali umane, è tornato nuovamente a battere. Le cellule umane utilizzate sono state quelle progenitrici dei tessuti cardiovascolari, che partendo da una piccola biopsia cutanea, sono state prodotte dai fibroblasti. Il risultato ha portato all’ottenimento di staminali pluripotenti indotte, che sono state trattate al fine di specializzarle in 3 tipi di cellule cardiache: le cardiomiociti, quelle endoteliali e quelle muscolari lisce. Durante la prima fase del processo, soprannominata “decellularizzazione”,  diversi membri del team, in un intervento delicato durato circa 10 ore, hanno rimosso tutte le cellule dal cuore, lasciandone intatta solo l’impalcatura. Dopodiché i medici hanno utilizzato le cellule staminali cardiovascolari (MCP) che crescono sullo “scheletro” dell’organo  per rimpiazzarle. Un paio di settimane più tardi,  il cuore si è rigenerato con le cellule umane ed è nuovamente tornato a battere, con una frequenza di 40/50 battiti al minuto. Un ottimo successo dal punto di vista della scienza, anche se l’equipe ha puntualizzato che è necessario proseguire con il lavoro, al fine di regolarizzare la contrazione del cuore, in modo che possa essere in grado di pompare il sangue in modo funzionale. Lei Yang, uno dei ricercatori senior ed assistente alla cattedra di biologia dello sviluppo presso l’università, come pubblicato oggi sul periodico on-line Nature Communications, ha commentato: “Negli Stati Uniti, una persona muore di malattie cardiache ogni 34 secondi e più di 5 milioni di persone soffrono di scompenso cardiaco, il che significa una ridotta capacità di pompare il sangue.La possibilità di sostituire un pezzo di tessuto danneggiato da un attacco di cuore, o forse un intero organo, potrebbe essere molto utile per questi pazienti”.
Davide Basili
20 agosto 2013

chiave lettura : informatica/conoscenza : il computer che non ha più bit

orso castano: la fisica quantistica ed i superconduttori forse porteranno a velocita' di calcolo impensabili e risolveranno molti problemi scientifici oggi oscuri. Per questo , questi esperimenti vanno seguiti da vicino, l'atomo che puo' coesitere contemporaneamente in piu' luoghi  , utilizzando particelle subatomiche secondo la fisica quantistica , che Google vorrebbe usare per "apprendere dall'esterienza" come il cervello umano , fanno riflettere  ed anche spaventano. Occorrera' capirci di piu'...........

Informare Per Resistere

I calcolatori quantistici sono arrivati in commercio. E i primi se li sono comprati Amazon, Google e la Nasa.

di Elisabetta Tola -

Il Sacro Graal del  supercalcolo è stato conquistato qualche settimana fa nei laboratori della University of Southern California a Los Angeles. Il fisico dell’università  Daniel Lidar ha pubblicato i risultati della prima verifica del funzionamento di una strana macchina: il  D-Wave Lab1, il  primo computer quantistico mai commercializzato, che oggi è ospitato nei laboratori del campus californiano. Il  Lab1 è stato sviluppato dall’azienda canadese  D-Wave, fondata e diretta da  Geordie Rose, eclettico fisico quantistico ed ex campione di wrestling e ju-jitsu, che conta tra i suoi investitori il patron di Amazon Jeff Bezos, Goldman Sachs e In-Q-Tel, un fondo di capitali vicino alla Cia.
La macchina è stata venduta al colosso  Lockheed Martin, quasi a scatola chiusa, per  10 milioni di dollari. Una seconda versione, il  Lab2, è stato acquistato per 15 milioni di dollari da una cordata che di per sé fa notizia: Google e Nasa, uniti nel lancio del  Quantum Lab Artificial Intelligence nella Silicon Valley. Un bell’investimento che si annuncia come la più grande innovazione nel settore dai tempi dell’invenzione della macchina di Turing, 80 anni fa, ma che ha subito attirato le critiche di diversi scienziati, scettici sul fatto che il  D-Wave sia davvero un computer quantistico.
I risultati di Lidar dovrebbero mettere a tacere questi dubbi perché dimostrano che l’informazione che circola nei complessi circuiti del  Lab1, composti da materiali semiconduttori mantenuti a temperature prossime ai meno 270 gradi, non sono governati dalle leggi della fisica einsteniana tradizionale.
Infatti, invece dei  soliti bit, che possono esistere solo come 0 o 1 perché creati da una carica elettrica positiva o negativa,  Lab1 utilizza i  qubit, singole particelle subatomiche che si comportano seguendo le leggi quantistiche. Il vantaggio?  “La forza di questi sistemi è che i principi della fisica quantistica permettono alle particelle di assumere contemporaneamente i valori di 0 e 1“, spiega  Paolo Olivero, fisico all’Università di Torino e all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. “In più, le particelle possono interagire anche a distanza permettendo correlazioni impensabili per i computer attuali”. I qubit possono assumere un numero quasi infinito di stati, non soltanto due, moltiplicando esponenzialmente l’informazione che la macchina può gestire.

Con queste premesse è facile capire l’interesse di una macchina quantistica per l’area dei  big data, che è considerata la nuova miniera d’oro non solo per la ricerca militare e la sicurezza nazionale (vedi il recente scandalo di  Prism e il caso  Snowden), ma anche per lo sviluppo delle intelligenze artificiali a servizio del web, già utilizzate da Google nei suoi sistemi di ricerca. Una potenza simile è un’arma strategica che cambierebbe completamente le pratiche del supercalcolo. “Si potrebbero risolvere problemi oggi inaffrontabili, come la decrittazione rapida dei codici matematici che garantiscono la sicurezza nelle transazioni finanziarie”, sottolinea Olivero.  “Sarà necessario disegnare algoritmi completamente diversi per tutelare anche in futuro la sicurezza e la gestione delle informazioni“. Ma una macchina simile potrebbe fare molto anche per la  ricerca scientifica: processare velocemente i terabit generati ogni mese da esperimenti come il superacceleratore Lhc, creare previsioni meteo migliaia di volte più accurate o elaborare nuovi farmaci basati sulla genomica.
Gestire un chip a qubit non è però semplice: appena vengono a contatto con i materiali come il silicio dei microchip tradizionali c’è un aumento di temperatura e i qubit collassano perdendo le loro caratteristiche. Per aggirare il problema il  D-Wave funziona grazie a materiali superconduttori mantenuti a temperature allo zero assoluto.
Lab1 e  non superano (ancora) per potenza i supercomputer attuali come il cinese Tianhe-2. La loro architettura è però il primo passo verso la soluzione di alcuni tipi di problemi in tempi impensabili per i chip tradizionali. Google, per esempio, vuole usare  Lab2 per migliorare la capacità delle macchine di apprendere attraverso l’esperienza, come noi umani. Una cosa è certa: la tecnologia quantistica è arrivata sul mercato e forse non ci vorrà molto per portare un vero computer quantistico nei laboratori di tutto il mondo.
(Credit per la foto:  Corbis)

lunedì 2 settembre 2013

chiave di lettura : cimatica (effetto del suono sulla materia) :Ascoltare la musica preferita migliora le funzioni cardiache

Una ricerca dell'Università di Nis in Serbia testa pazienti con malattie cardiache e ne rivela i miglioramenti se all'ascolto della musica è abbinato lo sport

ASCOLTARE la musica che ci piace fa bene al cuore, soprattutto se abbiamo qualche problema cardiaco. Non importa se pop, rock, rap, jazz o classica, non esistono preconcetti. Basta mezz'ora al giorno delle note più gradite per "allargare" le arterie, oltre che la mente e ridurre il rischio di un infarto a volte fulminante. E funziona ancora meglio se la musica del cuore viene abbinata allo sport. Il consiglio arriva da uno studio presentato ad Amsterdam, al Congresso 2013 della Società europea di cardiologia (Esc), da Marina Deljanin Ilic dell'università di Nis in Serbia.

La ricerca è stata condotta su 74 pazienti con malattia coronarica stabile, suddivisi a caso in 3 gruppi: il primo seguiva un programma di allenamento sportivo, il secondo un piano di allenamento unito a 30 minuti al giorno della musica preferita, il terzo ascoltava solo musica. All'inizio e dopo 3 settimane sono stati misurati alcuni parametri indicativi dello stato di salute e della funzionalità dell'endotelio, la parete che riveste internamente i vasi sanguigni. I risultati migliori sono stati osservati nel gruppo "sport più musica", ma anche il solo ascolto della musica prediletta produceva un beneficio rispetto alla situazione iniziale.

"Ascoltare per 30 minuti al giorno di una musica che dà gioia è associato a un miglioramento della funzione endoteliale - commenta Deljanin Ilic, la studiosa- probabilmente grazie alle endorfine rilasciate dal cervello per il piacere dell'ascolto: queste sostanze attivano la produzione di ossido nitrico, uncomposto vasodilatatore fondamentale per una buona performance dell'endotelio vascolare. Ascoltare la propria musica preferita, da sola o meglio ancora abbinata a un esercizio fisico regolare, può rappresentare una tecnica efficace per la riabilitazione di pazienti con malattia coronarica. Non esiste una musica ideale per tutti: ognuno deve trovare la propria, quella in grado di regalare emozioni, felicità e relax". E un cuore che non si spezzi.

chiave di lettura : chirurgia ingegneristica : Toscana. Intervento rivoluzionario a Firenze: via tumore a prostata e impiantata protesi a pene

orso castano: e' indubbiamante un intervento da battipista . Gli interventi demolitivi sulla prostata con distruzione dei 
fasci nervosi essenziali per il meccanismo dell’erezione, sono purtroppo molti, le diagnosi di tumore alla prostata sono 445'000 all'anno. Quindi questo tipo di intervento praticato in laparoscopia e' il benvenuto; certo siamo ad un intervento che sa ancora di meccanico e meno di ricostruzione cellulare . Ma contentiamoci per ora e plaudiamo ai chirurgi che lo hanno fatto.

da Quotidiano Sanita'.it   L'operazione, eseguita presso l’Ospedale Santissima Annunziata, ha consentito di impiantare su un paziente una 'protesi peniena' contemporaneamente alla prostatectomia radicale extraperitoneale. La nuova metodica verrà presentata a fine settembre durante il Congresso della Società di andrologia.
01 SET - Un intervento chirurgico rivoluzionario, destinato a rappresentare un autentico esempio, è stato eseguito presso l’Ospedale Santissima Annunziata di Firenze da un’equipe guidata dal professor Riccardo Bartoletti, urologo dell’Ateneo fiorentino che opera nella struttura dell’Azienda sanitaria di Firenze, affiancato dal dottor Nicola Mondaini. L’operazione ha consentito di impiantare su un paziente una 'protesi peniena' contemporaneamente alla prostatectomia radicale extraperitoneale: è stato asportato il tumore che aveva aggredito in maniera estesa la prostata di un uomo di 60 anni, gli sono stati impiantati un serbatoio, una pompetta e due cilindri in silicone rivestiti da uno strato antibiotico che fanno da corpo cavernoso in grado di permettere all’uomo di avere erezioni e una vita sessuale normale. E tutto questo in laparoscopia, con 5 forellini addominali, necessari anche solo per l’intervento base alla prostata, ed uno a livello dello scroto, che a 28 giorni dall’intervento non mostrano nemmeno una cicatrice............................Il buon risultato dell’operazione ha indotto gli urologi fiorentini a ripeterla su due pazienti più giovani e a programmarne altre 2 nelle prossime settimane. A un mese circa dagli interventi, due dei tre pazienti erano completamente continenti e in grado di avere una sessualità come prima dell’operazione, e solo uno è ancora sotto controllo dei medici in attesa della completa guarigione. “L’assoluta novità dell’intervento – spiega il professor Riccardo Bartoletti dell’Università di Firenze – è data dalla simultaneità dell’asportazione del tumore con l’impianto di tutte le componenti della protesi che agisce meccanicamente proprio come una pompa idraulica. Finora infatti nel 50% dei casi di prostatectomia in cui non è possibile conservare i fasci nervosi essenziali per il meccanismo dell’erezione, una protesi peniena veniva impiantata solo dopo 2-3 anni dalla rimozione del tumore, limitando solo in qualche caso la sistemazione in contemporanea del serbatoio nell’addome vicino alla vescica. La rinuncia ad un intervento unico che affrontasse in una sola soluzione tutte le problematiche era motivata principalmente dall’estrema sofisticazione della metodica e dal forte rischio di complicazioni infettive che avrebbe reso necessario rimuovere la protesi peniena”..................