Nel
contesto del capitalismo attuale (questo è l’esito principale del
cambio di paradigma dall’accumulazione fordista a quella
cognitivo-relazionale finanziarizzata), tali distinzioni perdono di
senso. Oggi non esiste più una netta divisione tra lavoro produttivo
e lavoro improduttivo, esiste semmai una classificazione tra lavori
più immediatamente produttivi e lavori meno produttivi di
plusvalore. Oggi, l’“opera”, l’“ozio”, lo “svago”, il
“gioco” sono diventati tutti “lavoro” (labor), cioè
attività che producono valore di scambio, vengono mercificati e
entrano – a diverso titolo – nella filiera produttiva di
pluslavoro. Poiché lavoro, ozio, svago, gioco sono la nostra vita,
ciò significa che l’intera vita viene messa al lavoro quindi a
valore.
Già a
partire da tali considerazioni, a prescindere dal discutere se il
lavoro è merce (bene) di scambio, il lavoro non può essere un “bene
comune”. È come dire che lo “sfruttamento” è un bene
comune.
Il fatto che il lavoro non può essere un bene comune è
spiegabile anche dal fatto che il lavoro non è un “bene” (nel
senso di merce), per lo meno nel senso economico del termine, come
può esserlo un kg di patate, un computer, un’automobile. E
ciò, nonostante che il lavoro sia oggetto di scambio, come tutte le
altre merci. Ma tale similitudine non deve trarre in inganno.
Riprendiamo
il vecchio Marx. In primo luogo, ciò che sul mercato del lavoro i
lavoratori vendono non è il lavoro tout court, ma la “forza
lavoro”, ovvero quella quota del tempo di vita che ogni
lavoratore/trice mette volontariamente a disposizione del padrone e
del committente (al riguardo Marx ironicamente sottolineava che “il
suo proprietario non è solo libero di venderla, ma si trova anche e
soprattutto nell’obbligo di farlo”): in altre parole
“disponibilità lavorativa”.
Ciò
che invece le imprese acquistano (domandando lavoro, e non possono
farne a meno se voglio produrre plusvalore) è la prestazione
lavorativa, ovvero non solo il tempo di vita dei lavoratori, ma la
loro capacità e competenza lavorativa, il cui esito diventa di
proprietà del datore di lavoro. In altre parole, lo scambio sul
mercato del lavoro è uno scambio anomalo e ineguale, dove ciò che
si vende acquista un significato diverso quando viene comprato. Qui
sta lo sfruttamento, qui sta l’alienazione.
Per il
terzo Stato, lo scambio di lavoro si basava su un rapporto di corvée
(coazione diretta al lavoro); per il Quarto Stato, il rapporto di
lavoro, formalmente libero, nasconde un rapporto di sfruttamento
monetario, comunque misurabile; oggi, per il Quinto Stato, la
prestazione lavorativa è sottoposta a forme indirette di coazione e
nasconde forme di sfruttamento della vita.
La
condizione precaria, infatti, va oltre la semplice condizione
lavorativa. Per questo qualsiasi politica del lavoro è politica
sociale e viceversa. Tra lavoro e welfare c’è
complementarietà e non antagonismo, così come tra reddito di base e
battaglie per il salario (a questo proposito: condizione che venga
introdotto un reddito di base è che contemporaneamente venga
inserito un salario minimo orario a livello nazionale).
Trovo
veramente stupido porre l’aut aut tra il diritto al reddito
indiretto (servizi, casa, ecc.) e l’introduzione di un reddito di
base. Il welfare adeguato alle nuovo paradigma di accumulazione che,
mettendo a lavoro e a valore la vita, estrae profitto espropriando la
riproduzione sociale e il general intellect, non può essere né
un welfare esclusivamente pubblico (di stampo keynesiano, quindi solo
reddito indiretto) né un workfare di tipo anglosassone
(secondo il quale si ha accesso ai servizi – di proprietà anche
dei privati – in funzione della contribuzione pagata o del costo
del servizio: mercificazione/privatizzazione e finanziarizzazione del
welfare). È piuttosto un welfare del comune (commonfare).
L’idea
di commonfare, infatti, parte dal presupposto che la
cooperazione sociale è la produzione del comune: qualsiasi politica
di welfare che abbia a cuore la coesione sociale non può quindi che
partire dal comune. I beni comuni nell’evoluzione del capitalismo
hanno più volte modificato la propria struttura.
Ai
beni comuni legati alla sopravvivenza terrena e al consumo primario
(aria, acqua, cibo, vestiti, abitazione, socialità , ecc., ecc.),
connaturati allo stesso agire umano, si sono aggiunti dei nuovi beni
comuni, che oggi stano alla base non tanto della sopravvivenza e del
consumo di base, ma piuttosto della produzione e dell’accumulazione.
Essi
riguardano in primo luogo il territorio geografico e virtuale, e
conseguentemente l’ambiente, quindi il linguaggio e la
conoscenza.
Ipotizzare un welfare del comune significa oggi
imbastire una politica:
• che
tolga dalle gerarchie imposte dal libero scambio i beni primari e di
pubblica utilità che negli ultimi 15 anni hanno subito estesi
processi di privatizzazione in seguito all’adozione degli accordi
europei di Cardiff sulla regolamentazione del mercato dei beni e dei
servizi (accesso ai beni comuni materiali);
• che
imponga forme di controllo e di monitoraggio sul mercato del credito,
sui suoi costi e sulle possibilità di elargire forme di
finanziamento anche a chi non ha contratti a tempo indeterminato con
la garanzia e l’assicurazione degli apparati pubblici, sia a
livello locale che sopranazionale (accesso alla moneta come bene
comune);
• che
proceda ad una regolamentazione dei diritti di proprietÃ
intellettuale e della legislazione sempre più restrittiva dei
brevetti a favore di una maggiore libertà di circolazione dei saperi
e alla possibilità gratuita di dotarsi di infrastrutture
informatiche, tramite adeguate politiche innovative e industriali
(accesso ai beni comuni immateriali);
• che
consenta una partecipazione finanziaria e consultiva agli organi di
gestione, a partire dal livello locale, dei beni pubblici essenziali,
quali acqua, energia, patrimonio abitativo, e sostenibilitÃ
ambientale tramite forme di municipalismo dal basso (principio
democratico). Commonfare, ovvero continuità di reddito per la
riappropriazione del comune e libero accesso ai beni comuni. Due
condizioni per poter scegliere e essere autonomi dalla dipendenza
economica. Perché oggi le politiche sociali sono l’effettivo
specchio della democrazia. E la nostra libertà si fonda sul diritto
a una scelta libera e consapevole.
"Che
cos'è il Quinto Stato? Tutto. Che cos'è stato finora
nell'ordinamento politico? Nulla. Che cosa desidera?
L’autodeterminazone e il diritto alla scelta del lavoro".
L’obiettivo
del welfare del comune può così rappresentare la Bastiglia del
nuovo millennio.