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sabato 1 agosto 2015

Ebola, un vaccino che funziona?


Risultati immagini per wiredMolto incoraggianti i risultati sul vaccino Vsv-Ebov ma servono ulteriori test, afferma l’Oms..........l prosieguo dei test appare necessario per capire l’efficacia in ottica di immunità di gregge. La sperimentazione è stata attuata con una metodologia ad anello, sulla premessa che vaccinando tutte le persone che sono entrate in contatto con una persona infettata, si crei un anello protettivo e si fermi il virus da un ulteriore diffusione. Un primo cluster di pazienti (4.123) ha ricevuto subito il vaccino; un secondo (3.528 persone) dopo un lasso di tempo in cui, però, 16 persone hanno contratto la malattia. Nessun nuovo caso di contagio è stato diagnosticato nei sei giorni post vaccinazione in ambo i gruppi: la sua efficacia raggiunge praticamente il 100%. In virtù dei risultati, anche sul fronte sicurezza, la sperimentazione continuerà includendo persone comprese in un range di età dai 13 ai 17, e possibilmente dai 6 ai 12. Per Margaret Chan, direttore generale della World Health Organization, “è uno sviluppo veramente promettente; il cui credito va al governo della Guinea, alle persone che vivono nelle comunità coinvolte e ai nostri partner nel progetto. Un vaccino efficace sarà uno strumento importante nelle attuali e futuri epidemie di ebola”.Risultati immagini per wired


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Se i vaccini (deboli) rendono un virus più pericoloso

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Oggi, per la prima volta al mondo, un’équipe di scienziati della Penn State University ha pubblicato su PLoS Biology uno studio scientifico che sembrerebbe confermare, almeno in parte, tale teoria................I ricercatori si sono concentrati proprio su un vaccino di quest’ultimo tipo. In particolare, hanno studiato gli effetti di un vaccino leaky somministrato ai polli per l’immunizzazione contro un herpesvirus responsabile del disturbo di Marek, chiamato Mdv(Marek’s disease virus). “La nostra ricerca”, spiega Venugopal Nair, un autore dello studio, “dimostra che questo vaccino potrebbe permettere la sopravvivenza di forme estremamente aggressive del virus”. “Permettere la sopravvivenza”, per essere precisi, non vuol dire che i vaccini abbiano provocato lo sviluppo di forme più aggressive del virus. Su questo punto gli scienziati non si sono espressi: i risultati della ricerca mostrano che, qualsiasi sia la ragione che abbia causato lo sviluppo di tali ceppi del virus, il vaccino ha permesso loro di continuare a esistere e riprodursi.
Per fare un esempio concreto, immaginate che un pollo sia contagiato dal ceppo più virale dell’Mdv, che lo porta alla morte indieci giorni. Il virus ha una velocità di trasmissione piuttosto lenta: in dieci giorni può contagiare al massimo uno o due altri animali. Se, invece, il pollo colpito dal ceppo aggressivo fosse vaccinato, il trattamento leaky potrebbe salvargli la vita, ma al contempo non arresterebbe la trasmissione del virus ad altri animali. Il pollo fortunato diventerebbe improvvisamente ilpaziente zero dell’epidemia.
È proprio questa l’ipotesi sulla quale hanno lavorato i ricercatori, dopo aver studiato, in un articolo precedente, un modello matematico di contagio. Per dimostrare la propria tesi, gli scienziati hanno fatto coabitare animali non vaccinati e animali infetti ma vaccinati, osservando la diffusione della malattia:“L’esperimento mostra che i ceppi troppo aggressivi per sopravvivere in un ambiente di individui non vaccinati possono in realtà sopravvivere quando vengono somministrate vaccinazionideboli.
Gli scienziati, comunque, sottolineano che le proprie scoperte non hanno niente a che vedere con i vaccini umani“È importante che questo studio”, commenta Peter Openshaw, presidente dellaBritish Society for Immunology e professore di medicina sperimentale allo Imperial College di Londra, non coinvolto nello studio, “non sia interpretato come un argomento anti-vaccinazioni per l’influenza o per qualsiasi altra malattia”. Lo ribadiamo ancora una volta: i vaccini sono il trattamento più sicuro ed economicoper prevenire le malattie, preservare la salute e mantenere efficiente la sanità pubblica.

mercoledì 9 aprile 2014

virus EBOLA :allarme rosso


da Corriere della sera , Salute

In circa 40 anni dalla sua scoperta, contagi circoscritti a piccoli focolai in Africa centrale hanno colpito, complessivamente, un migliaio di persone in aree rurali. La novità, estremamente negativa, è il suo arrivo nelle città. In grandi e popolose metropoli, come la capitale della Guinea e altri centri abitati di Sierra Leone, Liberia, Senegal. Dove è difficile isolare gli infettati e dove il virus può espandersi a macchia d’olio. Così il numero dei possibili contagi sale in modo esponenziale: milioni le persone a rischio.......E’ la prima volta che accade da quando, 40 anni fa, questo virus ha fatto un triplo salto di specie e, dopo i pipistrelli (probabilissimi «untori» iniziali, anche se l’ipotesi bioterrorismo è stata ventilata) e le scimmie, ha cominciato a uccidere l’uomo. L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) stavolta è allarmata sul serio. Il ceppo attualmente attivo in Guinea e in altri Paesi africani confinanti è più “cattivo” di quelli che hanno causato epidemie negli anni scorsi: da una letalità di sette su dieci colpiti, si è passati a nove su dieci......Il virus Ebola si contrae attraverso il contatto diretto con persone e animali infetti e tramite sangue, urine, latte materno. Dopo un periodo d’incubazione che va dai 2 ai 21 giorni, il virus causa una febbre violenta, mal di testa, dolori muscolari, congiuntivite e fiacchezza generale, sintomi che molto spesso fanno pensare alla malaria e fanno iniziare il trattamento col chinino. In un secondo momento, il paziente ha vomito, diarrea e talvolta rash cutaneo. Il virus si diffonde nel sangue causando problemi di coagulazione ed emorragie gravissime. Familiari e operatori sanitari che curano i pazienti sono a elevato rischio di contrarre l’infezione. «Ebola – dice Fukuda – è malattia acuta, ma può essere controllata. Sappiamo come interrompere i contagi, anche se non esistono vaccini o farmaci contro il virus».....il presidente dei Microbiologi clinici italiani, Pierangelo Clerici, spiega: «Purtroppo questa volta il virus non si è fermato ai villaggi rurali, ma ha iniziato a diffondersi in un grande centro urbano dove vivono due milioni di persone e si tratta del ceppo più aggressivo (ceppo Zaire). L’isolamento dei casi non basta, è fondamentale tracciare la catena di trasmissione. Tutti i contatti dei pazienti che potrebbero essere stati contagiati dovrebbero essere monitorati e isolati al primo segno dell’infezione». E avverte: «L’Italia non ha voli diretti con le capitali dei Paesi attualmente coinvolti dall’epidemia; se da una parte è positivo, dall’altra è un fattore di difficoltà poiché passeggeri infetti potrebbero arrivare dagli scali europei. Sarebbe bene, quindi, che anche l’Italia iniziasse ad attivare misure di attenzione negli aeroporti e nei centri di prima accoglienza. La rete dei laboratori di microbiologia clinica in Italia comprende alcuni centri di riferimento con strutture di alto isolamento e capacità tecniche di diagnosticare tali patologie».
9 aprile 2014