giovedì 5 luglio 2012


«Trovata la particella di Dio»
Una caccia lunga mezzo secolo

Al Cern sono sicuri, domani l'annuncio. Nel team ci sono 600 fisici italiani che dirigono tre esperimenti su quattro

Il «superacceleratore» del  Cern di GinevraIl «superacceleratore» del Cern di Ginevra
Anche gli ultimi dubbi sembrano caduti e il bosone di Higgs si ritiene ormai catturato, anche grazie a una nutrita squadra di scienziati italiani. Al Cern di Ginevra mercoledì i responsabili degli esperimenti Fabiola Gianotti di Atlas e Joe Incandela di CMS lo annunceranno ufficialmente, ma nei corridoi del centro di ricerche più importante al mondo per la fisica subnucleare è difficile trovare chi smentisce. Semmai ci sono dei distinguo, ma «la particella c'è».
Diventata più popolare come «particella di Dio»(dizione che gli scienziati non amano), per la sua caccia venne costruito il Large Hadron Collider, cioè il superacceleratore capace di far scontrare fra loro nuvole di miliardi di protoni con un'energia di 14 TeV. Mai si era arrivati a tanto, ma questo era l'obiettivo necessario per riuscire a riprodurre, nella lunga caverna sotterranea del laboratorio ginevrino sotto i monti del Giura, le condizioni dell'universo una frazione di secondo dopo la sua nascita.
Una sfida notevole che impaurì, e qualcuno gridò al pericolo di creare un buco nero capace di distruggere la Terra quando la macchina veniva accesa nel settembre 2008. L'unico guaio lo subì lo stesso acceleratore nove giorni dopo per il difetto a una saldatura che fece letteralmente scoppiare un elemento superconduttore della macchina rimanendo bloccata un anno per essere riparata.
«Trovata la particella di Dio»
La riaccensione a passi graduali permetteva finalmente l'avvio delle ricerche a lungo sognate; da quando Peter Higgs immaginò l'esistenza del fatidico bosone per far quadrare i conti della teoria, il cosiddetto «Modello Standard», che spiegava l'architettura di base della natura.
Era il 1964 e la leggenda vuole che l'idea sia zampillata dalla mente dello scienziato mentre passeggiava tra le montagne scozzesi del Cairngorms. Era sempre stato un tipo riservato, ma già da studente al Kings College di Londra rivelava le sue capacità in fisica teorica.
«Mi impressionò un suo compito sulla meccanica quantistica svolto con una velocità incredibile» ricordava il suo compagno di banco Michael Fisher ora professore all'Università del Maryland (Usa). Tuttavia quando propose la sua teoria del bosone non era facilmente creduto. Dopo un primo lavoro introduttivo, il secondo gli veniva rifiutato dal giornale Physics Letters e solo qualche tempo accettato dalla Physical Review Letters.
Restava comunque lo spicchio conclusivo di una teoria e bisognava in qualche modo provarlo. Negli anni Ottanta si impegnavano sia gli scienziati americani che quelli europei immaginando ognuno una supermacchina. Gli Stati Uniti il «Super Superconducting Collider» (SSC) per il quale costruivano una grande galleria in Texas. Ma il costo salì troppo e quando arrivò Bill Clinton alla Casa Bianca cancellò il progetto. A Ginevra, invece, si proseguì mobilitando l'Europa e investendo 6 miliardi di euro. E adesso si è giunti alla meta provocando, in questo campo, un'inversione nella fuga dei cervelli perché dei seimila che lavorano con il superacceleratore mille sono americani.
L'Italia condivise subito l'impresa e ora seicento fisici dell'Istituto nazionale di fisica nucleare sono tra i protagonisti delle ricerche. Non solo. Tre dei quattro responsabili degli esperimenti sono fisici italiani; anzi, sino a qualche mese fa erano tutti e quattro. L'esperto che aveva guidato la costruzione dei magneti superconduttori di cui è formato l'anello di 27 chilometri era Lucio Rossi dell'Università di Milano. E sopra tutti c'è il direttore scientifico del Cern, Sergio Bertolucci; a dimostrazione del ruolo che la nostra scienza fisica mantiene a livello internazionale.
Prima di utilizzare l'Lhc al Cern si fecero delle indagini sul bosone anche con l'acceleratore Lep. Ma per arrivare all'obiettivo il Nobel Carlo Rubbia ipotizzava l'Lhc. Negli Stati Uniti si impegnavano con l'acceleratore Tevatron al Fermilab di Batavia (Chicago) entrato in funzione negli anni Ottanta, però la sua potenza era notevolmente inferiore alle necessità. Lo miglioravano per renderlo più competitivo e proprio ieri mattina diffondevano un comunicato per sottolineare che le loro indagini avevano portato «vicino alla scoperta». La gara rimase accesa negli ultimi anni finché nell'autunno scorso Tevatron veniva spento per limiti d'età e nella consapevolezza dell'impossibilità ad andare oltre.

da UNIVADIS , orso castano : questo governo di destra , della piu' retriva, con la scusa e la scure del pareggio di bilancio. in realta' vuole ammazzare il welfare in generale e la sanita' puibblica in particolare; dopop verra' da se il campo sara' occupato dal privato, anzi dalla finanza che investira' in sanita'.. Dopo la sua andata via , che ci auguriamo avvenga al piu' presto, e che lascera' dietro di se' una lunga scia di suicidi da equitalia, ci sara' molto da ricostruire, perche' questo governo sta distruggendo l'italia peggio e piu' di Berlusconi. Il PD e' ormai spostato a destra e bada solo a difendere le sue posizioni di potere ed a galleggiare fino alle elezioni, Casini ed Alfano li conosciamo. Una maggioranza stretta  stretta attorno agli interessi della Casta puntella un governo di lupi della finanza affamati della carne degli italiani, solo alcuni partiti ed i sindacati tutti criticano e combattono questo Monti suddito della Finanza   internazionale. I deputati presenti in parlamento sono fantasmi congelati , non rappresentano piu' il popolo, sono stati eletti in base ad una legge chiamata "porcata" dagli stessi che l'hanno fatta,  se vanno a casa perdono i privilegi di Casta che stanno difendendo con le unghie con i denti , cfon l'aiuto del "bravissimo" migliorista  Napolitano. L'Italia sta morendo e Bersani e Napolitano assistono impietosi allo sfascio. Le voci critiche sulle telefonate della mafia che hanno  lambito la Presidenza della Repubblica vengono messe a tacere, viviamo giorni bui dove una maggioranza fatta da partiti di ideologie profonde e diverse convivono e reggono un governo in nome della Casta che ha distrutto la nazione. Che Dio ci aiuti.  


Anaao, bozza spending review sopprime Ssn
Roma, 4 lug. (Adnkronos Salute) - "L'incubo di una sanità soppressa sembra avverarsi se dovessero risultare fondate le anticipazioni della stampa sulle misure contenute nel decreto sulla spending review. Non sono bastati i tagli alla sanità pubblica degli ultimi due anni e quelli di 8 miliardi già preventivati, a questi il Governo sta pensando di sommare altri 3 miliardi entro il 2013, condannando ormai tutte le Regioni a chiudere servizi e abbattere le prestazioni". Lo afferma in una nota l'Anaao Assomed, il principale sindacato della dirigenza medica del Ssn.
"Non soddisfatto del disastro annunciato - sottolinea il sindacato - il Governo vorrebbe programmare la chiusura di 216 piccoli ospedali e il taglio di 30.000 posti letto fingendo di ignorare che i piccoli ospedali in quasi tutte le Regioni sono già stati chiusi o riconvertiti e che negli ultimi 10 anni sono già stati tagliati 45.000 posti letto con scarsi benefici economici a fronte del grande disagio provocato al cittadini, riducendo la dotazione ben al di sotto della media europea".
All'Anaao Assomed non tornano i conti: "La spesa sanitaria per la prima volta è stata inferiore a quella dell'anno precedente. Colpire ancora la sanità con la riduzione del Fondo sanitario nazionale, comprimere ulteriormente le dotazioni organiche dei medici e dirigenti sanitari, tagliare beni e servizi chiudere reparti e ospedali non risolverebbe i problemi della spesa pubblica, ma minaccia il bene più prezioso dei cittadini italiani che è la salute. Il Governo vuole una Italia sana in Europa, ma senza più una sanità europea. I medici e dirigenti del Ssn sono già in stato di agitazione e non resteranno fermi ad assistere alla fine della sanità pubblica".

martedì 3 luglio 2012

Sunday, July 1, 2012 Thinking poverty in the inner city da Understanding Society

I find the question of how other people think to be one of the most interesting angles we can raise about the social world. By "thinking" I mean breaking down the world of experience into useful categories, reasoning about cause and effect among these items, and organizing one's activities around how he/she understands the world.  What are the mental frameworks through which people conceptualize and organize their daily social experiences? This is pertinent to the notion of an actor-centered sociology, and it is resonant as well with the social-ethnographic research done by people like Erving Goffman. (Here is an earlier post on the topic of social cognition, and here is a thread of posts on Goffman.)...........A sociologist who breaks new ground on this kind of question is Alford Young, a sociologist at the University of Michigan.  His work falls within the field of "cultural sociology", and he works on issues of race and poverty in urban America. His recent book The Minds of Marginalized Black Men: Making Sense of Mobility, Opportunity, and Future Life Chances is a brilliant effort to get inside the mental frameworks of poor young black men in Chicago.  As he points out, most of American society has a pretty simple theory of the consciousness of inner city young men, and it fears what it sees.  Violence, drugs, and disaffection are the main correlates.  And Young demonstrates that these ideas are wrong in a number of important ways.Rather, this work aims to show that research that focuses on these men’s anger and hostility hinders a more complex exploration of how they take stock of themselves and the world in which they live. (8)......This is, obviously, a work of qualitative research. It is based on interviews with a relatively small number of individuals. Young's research hypothesis is that these individuals, while not statistically representative, can shed a great deal of light on the lived experience of young black men in their circumstances and the ways in which these individuals come to think about those circumstances.
......Young argues at length that the mentalities he discovers through these conversations defy stereotypes. He rejects the idea of a "lower-class sub-culture" with a distinctive set of ideas about consumption and favors instead the idea that there are significant and interesting variations within the population of young black urban men...............their own understanding of how social processes work and how they as individuals might negotiate the complex social terrain, rather than simply looking at their actions.... In order to advance this type of understanding, this study seeks to elucidate these men’s worldviews about a particular range of issues and concerns related to socioeconomic mobility. (10)

One thing that is particularly interesting that emerges from Young's analysis is the fact that these men turn out to have fairly different ideas about their own possibilities for mobility and a better life. And Young finds that these differences corresOne thing that is particularly interesting that emerges from Young's analysis is the fact that these men turn out to have fairly different ideas about their own possibilities for mobility and a better life. And Young finds that these differences correspond to the extent of experience the individual has had outside the neighborhood. The degree of exposure that the men have had to the world beyond the Near West Side emerges as key to understanding the differences in the breadth and depth of their worldviews. Such exposure might have come about for some through a few months of work in a downtown fast food restaurant, for others, through incarceration in a penal institution. Whatever the circumstances, such exposure provided opportunities for these men to interact across racial and class lines. Overall, interaction with other worlds led to the acquisition of a more profound understanding of the inequities in social power and influence, and how these forces can affect individual lives. Quite often it led to intimate encounters with racism. pond to the extent of experience the individual has had outside the neighborhood............. The degree of exposure that the men have had to the world beyond the Near West Side emerges as key to understanding the differences in the breadth and depth of their worldviews. Such exposure might have come about for some through a few months of work in a downtown fast food restaurant, for others, through incarceration in a penal institution. Whatever the circumstances, such exposure provided opportunities for these men to interact across racial and class lines. Overall, interaction with other worlds led to the acquisition of a more profound understanding of the inequities in social power and influence, and how these forces can affect individual lives. Quite often it led to intimate encounters with racism.

dal Corriere della Sera : «Trovata la particella di Dio» Una caccia lunga mezzo secolo


   Giovanni Caprara  , l'articolo e' lungo, dal Corriere, ma non lo taglio !!!!! 

Al Cern sono sicuri, domani l'annuncio. Nel team ci sono 600 fisici italiani che dirigono tre esperimenti su quattro , clicca x articolo

Il «superacceleratore» del  Cern di GinevraIl «superacceleratore» del Cern di Ginevra
Anche gli ultimi dubbi sembrano caduti e il bosone di Higgs si ritiene ormai catturato, anche grazie a una nutrita squadra di scienziati italiani. Al Cern di Ginevra mercoledì i responsabili degli esperimenti Fabiola Gianotti di Atlas e Joe Incandela di CMS lo annunceranno ufficialmente, ma nei corridoi del centro di ricerche più importante al mondo per la fisica subnucleare è difficile trovare chi smentisce. Semmai ci sono dei distinguo, ma «la particella c'è».
Diventata più popolare come «particella di Dio»(dizione che gli scienziati non amano), per la sua caccia venne costruito il Large Hadron Collider, cioè il superacceleratore capace di far scontrare fra loro nuvole di miliardi di protoni con un'energia di 14 TeV. Mai si era arrivati a tanto, ma questo era l'obiettivo necessario per riuscire a riprodurre, nella lunga caverna sotterranea del laboratorio ginevrino sotto i monti del Giura, le condizioni dell'universo una frazione di secondo dopo la sua nascita.
Una sfida notevole che impaurì, e qualcuno gridò al pericolo di creare un buco nero capace di distruggere la Terra quando la macchina veniva accesa nel settembre 2008. L'unico guaio lo subì lo stesso acceleratore nove giorni dopo per il difetto a una saldatura che fece letteralmente scoppiare un elemento superconduttore della macchina rimanendo bloccata un anno per essere riparata.
«Trovata la particella di Dio»
La riaccensione a passi graduali permetteva finalmente l'avvio delle ricerche a lungo sognate; da quando Peter Higgs immaginò l'esistenza del fatidico bosone per far quadrare i conti della teoria, il cosiddetto «Modello Standard», che spiegava l'architettura di base della natura.
Era il 1964 e la leggenda vuole che l'idea sia zampillata dalla mente dello scienziato mentre passeggiava tra le montagne scozzesi del Cairngorms. Era sempre stato un tipo riservato, ma già da studente al Kings College di Londra rivelava le sue capacità in fisica teorica.
«Mi impressionò un suo compito sulla meccanica quantistica svolto con una velocità incredibile» ricordava il suo compagno di banco Michael Fisher ora professore all'Università del Maryland (Usa). Tuttavia quando propose la sua teoria del bosone non era facilmente creduto. Dopo un primo lavoro introduttivo, il secondo gli veniva rifiutato dal giornale Physics Letters e solo qualche tempo accettato dalla Physical Review Letters.Restava comunque lo spicchio conclusivo di una teoria e bisognava in qualche modo provarlo. Negli anni Ottanta si impegnavano sia gli scienziati americani che quelli europei immaginando ognuno una supermacchina. Gli Stati Uniti il «Super Superconducting Collider» (SSC) per il quale costruivano una grande galleria in Texas. Ma il costo salì troppo e quando arrivò Bill Clinton alla Casa Bianca cancellò il progetto. A Ginevra, invece, si proseguì mobilitando l'Europa e investendo 6 miliardi di euro. E adesso si è giunti alla meta provocando, in questo campo, un'inversione nella fuga dei cervelli perché dei seimila che lavorano con il superacceleratore mille sono americani.
L'Italia condivise subito l'impresa e ora seicento fisici dell'Istituto nazionale di fisica nucleare sono tra i protagonisti delle ricerche. Non solo. Tre dei quattro responsabili degli esperimenti sono fisici italiani; anzi, sino a qualche mese fa erano tutti e quattro. L'esperto che aveva guidato la costruzione dei magneti superconduttori di cui è formato l'anello di 27 chilometri era Lucio Rossi dell'Università di Milano. E sopra tutti c'è il direttore scientifico del Cern, Sergio Bertolucci; a dimostrazione del ruolo che la nostra scienza fisica mantiene a livello internazionale. Prima di utilizzare l'Lhc al Cern si fecero delle indagini sul bosone anche con l'acceleratore Lep. Ma per arrivare all'obiettivo il Nobel Carlo Rubbia ipotizzava l'Lhc. Negli Stati Uniti si impegnavano con l'acceleratore Tevatron al Fermilab di Batavia (Chicago) entrato in funzione negli anni Ottanta, però la sua potenza era notevolmente inferiore alle necessità. Lo miglioravano per renderlo più competitivo e proprio ieri mattina diffondevano un comunicato per sottolineare che le loro indagini avevano portato «vicino alla scoperta». La gara rimase accesa negli ultimi anni finché nell'autunno scorso Tevatron veniva spento per limiti d'età e nella consapevolezza dell'impossibilità ad andare oltre.Nel dicembre scorso Fabiola Gianotti di Atlas e Guido Tonelli, allora responsabile del CMS, annunciavano i primi risultati. Erano indizi, la prima impronta dell'esistenza del bosone. Ma i margini di errore erano ancora notevoli, occorrevano altri scontri fra le nuvole di protoni per costruire una maggiore certezza. Ora il momento fatidico sembra arrivato. «I dati confermano la soglia dei 5 sigma, vale a dire una probabilità di scoperta pari al 99,99994 per cento» spiega Gian Francesco Giudice, teorico del Cern e autore di «Odissea nello zeptospazio, un viaggio nella fisica dell'Lhc» ( Springer ). «Anzi - continua Giudice - si sono intravisti effetti che farebbero pensare all'esistenza di altre particelle, dunque un ampliamento del disegno teorico fin qui immaginato. Per questo bisognerà indagare ulteriormente». Ciò si è ottenuto con il superacceleratore che funziona con un'energia di 7,2 TeV, quindi la metà delle sue possibilità. Quando sarà a pieno regime altri panorami della scienza si apriranno e non a torto molti sostengono di essere soltanto sulla soglia di una nuova Fisica. Come la storia della scienza insegna, per arrivare ai risultati occorrono idee, ma anche strumenti adeguati. Domani ascolteremo l'identikit della scoperta dalle parole dei protagonisti, Fabiola Gianotti e Joe Incandela, che confronteranno i rispettivi dati ottenuti con i loro esperimenti. E questi forse non rallegreranno il grande cosmologo Stephen Hawking che aveva scommesso cento dollari sostenendo che la «particella di Dio» non esisteva. «C'è qualcosa di sbagliato» aveva detto dei calcoli di Higgs. Ma il tranquillo ottuagenario, schivo e sorpreso delle attenzioni dei colleghi, non replicò mai aspettando con pazienza le prove di Ginevra. Ora sono arrivate.
orso castano : ben 600 fisici italiani nello staff!!!! Evviva

stress psicosociale, DSM 4, asse 4, stress posmenopausa


Stress e menopausa

Mood disorders encompass a spectrum of symptoms varying from mild mood changes to severe, major depression. While the most serious of depressive illnesses in the elderly is major depressive disorder, perimenopausal women’s quality of life can be significantly impacted by dysphoric disorder, sub-threshold depression (minor depression), or a depressive disorder due to a general medical condition, all of which have been shown to be more prevalent than major depression in the community dwelling population of older adults.
Menopausal women are also more likely to develop grief reaction and frequently deal with issues of bereavement. 1 Women are indeed more vulnerable to mood disorders in the years after puberty. Gender differences, related to a different sexual hormone levels and secretion patterns across the lifespan, contribute to the specific women’s vulnerability to mood disorders and major depression. 2-4 The menopausal transition is considered a specific “window of vulnerability” to mood disorders. However, controversy still exists in considering the fluctuation/loss of estrogen as a specific etiologic factor contributing to depression in perimenopause and beyond.
The aim of this concise study is:
1) to briefly review the interaction between: a) sexual hormones and neuronal functioning; b) changes in menopausal hormone levels, mood disorders, associated neuropsychological co-morbidities, and aging;
2) to summarize the characteristics of the menopausal depression;
3) to evaluate the currently available therapeutic options of perimenopausal mood disorders focusing only on their pharmacological treatment: a) treatment of light to moderate mood disorders with hormonal therapy; b) treatment of depression with antidepressant; c) the synergic effect between hormonal therapy and antidepressants in treating menopausal major depression, d) role of antidepressant in treating menopausal symptoms, an opportunity relevant to the clinical practice, when HT is not feasible (eg breast cancer patients) or not desired.
Sexual hormones and neuronal functioning
Estrogens and neuroplasticity
Accumulated evidence indicates that ovarian hormones regulate a wide variety of non-reproductive functions in the CNS, by interacting with several molecular and cellular processes. 29
Estrogens exert many roles on the brain, by modulating homeostasis, synaptic plasticity and neuronal protection. 30 Estrogens exert their effects via a slower genomic mechanism of action involving binding of estrogen to nuclear estrogen receptors and subsequent regulation of transcription, and via a more rapid non genomic membrane pathway through calcium, ion channel and kinase signaling. 31. Estrogens demonstrated to possess a strong neurotrophic effect: they optimize the neuronal membranes’ reparation, increase the dendritic sprouting and the synthesis, release and action of neuro-transmitters. 32 Evidence indicates as well a specific anti-inflammatory action on the brain 33, 34
Androgens and neuroplasticity
Androgens have a strong trophic effect on female brain, both directly and through the conversion to estrogens through the aromatases
Progestins and neuroplasticity
Many studies demonstrate the synergic effect between estrogens and progestins on neuroplasticity, especially in reparative functions . Some in vitro studies confirm this effect.
Changes in menopausal hormone levels, mood disorders, and associated comorbidities
Chronic estrogen deficiency has a negative effect on the brain major systems: the neurovegetative, the emotional/affective , the cognitive and motor  .The symptoms women’ complain of across the menopause and beyond show a different onset and time pattern, according to the type of neuronal damage the estrogen loss causes over time :
• Early neurovegetative symptoms such as hot flushes, insomnia, night tachycardia are consequent to the rapid disregulation of the hypothalamic set-points secondary to the impact of estrogenic fluctuations on neuronal functioning in the short term;
• Early affective symptom, such as depression and anxiety, are due to the impact on the limbic system of both the estrogenic fluctuations, leading to a reduction of key neurotransmitters such as serotonin, dopamine and endorphins, 4, 5 as well as environmental factors, across the menopause;
• Late cognitive and motor symptoms express the long term effect the estrogens loss, and other biological damaging factors, have on neuronal survival 5. Indeed these symptoms appear when the majority of cholinergic and dopaminergic neurons, respectively, have been destroyed.
Estrogen fluctuations and loss are the common denominator of a complex and persistent functional and structural brain damage across and after the menopause. This is the pathophysiologic etiology of different and severe comorbidities: • severe hot flushes, sleep alterations and depression
• depression, Parkinson’s and Alzheimer’s disease 8-10 , that well express the general brain vulnerability to the estrogen deficiency in the short and long term. Depression is indeed a predictive factor for other neuro-degenerative pathologies as Alzheimer and Parkinson’s diseases, which are associated with cerebral aging, specific damaging factors and to estrogenic deficiency. Moreover, two recent studies demonstrated that iatrogenic premature menopause significantly without estrogen replacement increases the risk of Alzheimer  and parkinsonism, with a borderline significance for Parkinson’s disease. Women who underwent either unilateral or bilateral oophorectomy before the onset of menopause have an increased risk of cognitive impairment or dementia. The risk is increased with younger age at oophorectomy.
Depression and the menopause: why antidepressants are not enough?
Characteristics of menopausal depression
Mood disorders in middle-age women are a significant cause of morbidity and disability 13, 14. Menopausal depression has atypical manifestations, such as a more insidious onset and course, and a multifactorial etiology which can make it difficult to recognize and treat it with an etiologically focused approach. 15, 16 Moreover, menopausal symptoms may exacerbate depressive symptoms and vice versa. 17
The causal correlation between depressive symptoms and menopause is still a matter of debate. A major controversy is to establish whereas the depression is caused by psychological/environmental factors related to the life-cycle related events and aging of the woman or if the hormonal changes can have a specific influence on this condition.
Many studies of the nineties deny this correlation. 18-21 Others demonstrate that depressive symptoms decrease with the increase of woman’s age 6, suggesting that age can have a protective effect after the menopause. This perspective is currently considered obsolete, particularly when comorbidity between depression and neurodegenerative diseases is considered. 22-25
More recent studies highlight an increased incidence of depression in women during the menopausal transition. 22, 12 Moreover, women who enter the menopausal transition early are at higher risk of developing depression. 24
Recent studies demonstrate a relation between the perimenopausal reduction of sexual hormones and an increased vulnerability to mood disorders even in women who never experienced it before. 25 This discrepancy is more likely due to the differences in the research methodology, that is currently more rigorous with the use of validated instruments. Current evidence supports a specific role of the estrogen deficiency in contributing to major depression.
These studies demonstrate that menopause may be considered as a time frame of vulnerability during which women are at higher risk to develop depression, as in other periods of women’s life-cycle, such as the pre-menstrual days and immediate post-partum.
Independent predictors for menopausal depression are: episodes of depression in fertile age, premenstrual syndrome, post-partum depression; co-morbidity with main menopausal symptoms like hot flashes and insomnia; elevated BMI; poor social status and ethnicity. Moreover, women who undergo bilateral oophorectomy without receiving replacement estrogens are more likely to suffer from major depression.
The Structured Clinical Interview for DSM-IV Axis I Disorders (SCID) was used to assess diagnoses of lifetime, annual and current major depression in a community-based sample of premenopausal or early perimenopausal African American and White women. 28 Over 7 years of follow-up, 42 (15.8%) women met criteria for a diagnosis of major depression.
Risk factors were:
• Frequent vasomotor symptoms (VMS; hot flashes and/or night sweats) (HR 2.14, p=0.03) were a significant predictor of major depression in univariate analyses.
• lifetime history of an anxiety disorder (HR 2.20, p=0.02)
• role limitations due to physical health (HR 1.88, p=0.07) at baseline
• a very stressful life event (HR 2.25, p=0.04) prior to depression onset predicted a first episode of major depression.
• Use of psychoactive substances
• Elevated BMI
• Poor social status.
In a multifactorial reading of the etiology of perimenopausal depression, estrogen’ fluctuation and loss may act as a predisposing factor, when they increase limbic vulnerability to environmental stressors; as a precipitating factor, when they trigger the expression of a genetic vulnerability to major depression; as a maintenance factor, when lack of appropriate hormonal therapy worsens neuronal vulnerability to both genetic and environmental factors.
Hormonal treatment of menopausal mood disorders
Based on current knowledge, estrogen treatment for affective disorders may be efficacious in two situations: (i) to stabilize and restore disrupted homeostasis - as occurs in premenstrual, postpartum or perimenopausal conditions 2; and (ii) to act as a psychomodulator during periods of decreased estrogen levels and increased vulnerability to dysphoric mood, as occurs in postmenopausal women. There is growing evidence suggesting that estrogen may be efficacious as a sole antidepressant for depressed perimenopausal women. 39, 40 HT alone seems to be effective in mild
Depression and the menopause: why antidepressants are not enough?
to moderate depression, while antidepressant drugs are needed in major depression. Women willing to use HRT during the menopause may receive higher benefits in mood.
Estrogen treatment, even in non-depressed individuals, enhances platelet 3H-imipramine binding and improves Beck Depression Inventory (BDI), a test which detects mild to severe depressive symptoms 41. Psychological functioning improves in asymptomatic peri- and postmenopausal women undergoing estrogen therapy 42. Short term continuous HRT regimens improve mood scores 43. Onalan et al evaluated the long-term effects of the combined HRT on depressive symptoms in postmenopausal women. In this prospective-randomized, placebo-controlled, double-blind study, 286 women in menopause were divided into four groups according to therapeutic regimens they received; 1) Conjugated equine estrogen (CEE) of 0.625 mg plus medroxyprogesterone acetate (MPA) of 2.5 mg (n = 79), 2) CEE (0.625 mg) plus MPA of 5 mg (n = 77), 3) tibolone of 2.5 mg (a selective tissue estrogenic activity regulator) (n = 76), and 4) Calcium (Ca) of 1,000 mg (n = 54). BDI was assessed before and after 12-months of treatment with oral continuous HRT and Ca supplementation. BDI scores decreased significantly in all HRT groups after 12 months of treatment, compared to Ca group (p < 0.05). Continuous combined hormone replacement regimens, CEE + MPA and tibolone, have superior long-term effects on mood scores in the menopause and should be considered during the decision process for use of HRT due to menopausal symptoms.
Antidepressant in the treatment of postmenopausal depression
Specifically, postmenopausal depression is more severe, has a more insidious course, is more resistant to conventional antidepressants in comparison with the premenopausal women and has better outcomes when antidepressant are combined with hormonal therapy 45
It has been suggested that a chronic hypoestrogenic state may reduce the response to antidepressant drugs. Thirty-nine female patients (n17 in pre-menopause; n22 in post-menopause) with major depressive disorder based on DSM-IV criteria, who were not on HRT, participated in the study in order to prospectively evaluate the effect of menopausal status and its hormonal correlates on the effectiveness of antidepressant treatment for 6 weeks. After controlling for age, age at onset, baseline symptom severity, antidepressant dosage and hormonal levels of follicle-stimulating hormone (FSH), luteinizing hormone (LH) and estradiol (E2), post-menopausal women showed a poor response to antidepressants over 6 weeks of treatment, compared to the response of pre-menopausal women. Old age and high levels of FSH were also associated with the efficacy of antidepressants in post-menopausal women. Menopausal status and old age are predictors of a poor response to antidepressant treatment. Furthermore, the FSH may interfere with the mechanism of action of the antidepressant agents.
Another study investigated the role of menopausal status including the level of sex hormones on cognitive function during antidepressant treatment. Thirty-nine female patients (n=17 in pre-menopause; n=22 in post-menopause) with MDD based on DSM-IV criteria and who were not on hormonal replacement therapies participated in a prospective, 6-week, open-label naturalistic study. The Hamilton rating scale for Depression (HAMD), Montgomery-Asberg Depression Rating Scale (MADRS) and the Cognitive Failure Questionnaire (CFQ) were administered at baseline, week 1, week 3, and week 6. Levels of follicle stimulating hormone (FSH), luteinizing hormone (LH) and estradiol (E2) were collected at baseline visit. Cognitive functioning improved during antidepressant treatment in the overall sample (P=0.00001). In post-menopausal women, E2 levels were strongly correlated with CFQ scores at each measurement. After controlling for depression severity, E2 levels maintained a significant association with the baseline CFQ scores (regression analysis: beta= -0.55 P=0.010; correlation: R= -0.54). In addition, the reduction of CFQ scores during antidepressant treatment was significantly associated with E2 levels (P=0.021), independently from the improvement of depressive symptoms, which however had a strong effect (P=0.0003). Nevertheless, there was no association of CFQ score with sex hormones in pre-menopausal women. In post-menopausal women, the CFQ scores were correlated with E2 levels and the reduction of CFQ score during antidepressant treatment was also dependent on E2 levels, even controlling for depressive symptoms severity. The present study further supports a crucial role of E2 on the affective and cognitive function in post-menopause women. Moreover, these results suggest that E2 may influence the improvement of cognitive function in post-menopause women with MDD, during treatment with antidepressants. 46
Synergy between antidepressants and HRT
An increasing body of evidence suggests that a hypoestrogenic postmenopausal status increases the vulnerability to depression and decreases the effect of antidepressant drugs 45, 47, 48. Animal studies support the synergistic role of estrogen and SSRI in optimizing the antidepressant response, evaluated through specific behavioral tests.
In line with this pathophysiologic reading, Thase et al investigated whether differences in antidepressant efficacy are moderated by an interaction of age and gender. A pooled dataset from eight randomized, controlled trials of patients with major depressive disorder (MDD) was reanalyzed to compare remission rates following therapy with venlafaxine (n = 851), one of several selective serotonin reuptake inhibitors (SSRIs) (n = 748), or placebo (n = 446). Remission was defined as a final Hamilton Rating Scale for Depression (HAM-D) score = 7. Pairwise comparisons were conducted using stepwise multiple logistic regression models with main effect and interaction terms for treatment, sex, and age (younger: <50; older: >50). Among older women, the impact of HRT on remission rates also was examined. Remission rates on venlafaxine therapy were not affected by age, sex, or HRT use. Among women there was a significant interaction reflecting poorer SSRI response in the older age group (Wald chi-square = 4.21, df = 1, p = 0.04); HRT appeared to eliminate this difference. Whereas the advantage in remission rates favoring venlafaxine was modest for younger women (6%–9%), the difference among older women not taking HRT was 23%. These findings provide further evidence that age, gender, and HRT moderate response to antidepressant medications.
Estrogen therapy (ET) may also play a role on antidepressant response in postmenopausal women with major depressive disorder by:
1) Accelerating the antidepressant response: Rasgon et al conducted a study in which twenty-two subjects received sertraline at 50 mg/day for one week, with an increase to 100 mg/day at week 2 for a 10-week trial. Transdermal estrogen or placebo patches 0.1 mg were randomly administered concurrent with the initiation of sertraline treatment. The 21 item Hamilton Depression Rating Scale (HDRS-21) was administered to all patients at baseline and weekly thereafter. Both groups showed a similar significant reduction in HDRS-21 scores by the end of the study. There was no significant difference between the two treatment groups at the end of the 10-week trial, but the women receiving sertraline with ET showed significantly greater early improvement (weeks 2–4) compared to the women receiving sertraline with placebo 51.
2) Potentiating antidepressant medication effect improving mood: Morgan et al investigated the effects of estrogen augmentation on mood and memory in women with perimenopausal depression who had experienced a partial response to antidepressant medications. Women receiving estrogen had a significantly larger decrease in Hamilton Rating Scale for Depression (HAM-D) scores than women receiving placebo (t = 2.86, df = 15, p = .012). Group differences in tests of verbal memory were not significant, although improved scores in verbal memory were significantly correlated with a decrease in follicle-stimulating hormone (p = .021). Short-term, low-dose estrogen augmentation of antidepressant medication was significantly associated with improved mood, but not memory, in perimenopausal women with MDD in partial remission 52. Westlund Tam et al presented a study in which five perimenopausal women diagnosed with major depression were randomly assigned to one of three treatment conditions: (1) fluoxetine 10 – 20 mg alone, (2) estradiol patch 0.1 – 0.2 mg alone or (3) the combination of fluoxetine 10 – 20 mg and estradiol patch 0.1 – 0.2 mg. The combination of fluoxetine and estradiol was most effective, followed by fluoxetine alone and then estradiol alone 53.
3) ET demonstrates a specific efficacy in those depressive disorders with iatrogenic menopause consequent to chemotherapy 54.
Improvement of menopausal symptoms with antidepressant drugs
Antidepressant can reduce some menopausal symptoms when they act on common neuro-biological common denominators. Soares and Coll found a similar efficacy between HT and escitalopram in curing depressive symptoms and menopausal symptoms such as vasomotor symptoms and insomnia 55.
After hormone therapy discontinuation, paroxetine offers a better control of menopausal hot flushes than placebo 56, 57. and may be useful for those women who have a contraindication to HRT 58-62, such as breast cancer patients, or who prefer to stop HT and address their neurovegetative and affective symptoms in a non hormonal way. However, it should be remembered that SSRI address only a few neurovegetative symptoms, beside depression, but cannot modulate the many others symptoms caused by the estrogen loss (such as joint pain, vaginal dryness, worsened urge incontinence, etc)
Conclusions
The current evidence contributes to a re-reading of the relationship between menopause and mood disorders. Estrogen fluctuations and loss contribute to mild-moderate depression. Estrogens loss modulate some specific characteristics of postmenopausal major depression, such as the insidious onset, the severity of course, the reduced response to conventional antidepressants in comparison to the premenopausal year. While HT alone can improve mild to moderate mood disorders, the combination of antidepressant with hormone therapy seems to offer the best therapeutic potential

domenica 1 luglio 2012

EUROPA

stress psicosociale , DSM4 , asse 4, buon welfare = antistress


MANIFESTO PER UN NUOVO WELFARE
PREMESSA : NUOVE SFIDE SOCIALI PER L’EUROPA E PER L’ITALIA
I sistemi di welfare costruiti nel ventennio successivo alla seconda guerra mondiale hanno
cambiato profondamente l’assetto sociale dei paesi a economia avanzata, affermando diritti di
cittadinanza sociale che hanno elevato la qualità della vita dei cittadini e che costituiscono ormai
un tratto caratterizzante i “punti alti” dello sviluppo capitalistico.
Il passaggio storico con cui i paesi industrializzati si misurano oggi è quello di una riforma del
sistema di welfare che ne potenzi la capacità di assicurare a tutti le più ampie condizioni al fine del
perseguimento dei propri piani di vita, nella consapevolezza che vi è un nesso inscindibile tra diritti
individuali, diritti del lavoro, diritti sociali. L’approccio dello  “sviluppo umano” è alla base  di
questa complessiva scommessa.  Esso dà valore tanto alla libertà quanto all’eguaglianza quanto
alla fraternità. Perché  sviluppa un’idea di  libertà sia  come attributo individuale  che come 
“impegno sociale”, un’idea di  eguaglianza come eguaglianza delle  “capacità” fondamentali, 
un’idea di solidarietà non come carità ma come responsabilità di tutti gli uomini e le donne gli uni 
per gli altri e verso la società: un nuovo umanesimo che  concepisce le libertà – oltre che come 
libertà di scegliere panieri di beni  – come “capacità concrete”, che hanno bisogno quindi di un 
welfare  che promuova l’uguaglianza delle opportunità tra i cittadini e la loro capacità di 
autodeterminazione.
Al centro del nuovo welfare vi è la persona come soggetto di diritti e di doveri, ossia come 
cittadino inserito in una rete di relazioni sociali e di responsabilità individuali e collettive. Il ruolo delle politiche pubbliche è essenziale nel disegnare le regole e governare l’allocazione delle risorse in modo da sostenere lo sviluppo dell’insieme di servizi e prestazioni di  welfare  che assicurano uguaglianza delle opportunità e promuovono le  capacità, e dunque le libertà,  dei cittadini. 
L’interazione positiva tra politiche pubbliche e iniziative che sorgono dalla società civile – relazioni di comunità, terzo settore - è parimenti essenziale per valorizzare le energie presenti nel tessuto sociale e moltiplicare le forme in cui i cittadini realizzano i propri piani di vita nel quadro di responsabilità collettivamente condivise. Ed è infine essenziale la capacità delle politiche 
pubbliche di sostenere e regolare lo sviluppo di mercati dei servizi di qualità sociale che sfruttino 

nell’interesse dei cittadini l’apporto di capacità imprenditoriali diffuse, a cominciare dal terzo 
settore. 
La tesi che, nell’attuale contesto internazionale segnato dalla globalizzazione e dall’affacciarsi 
di  nuovi paesi sulla scena del commercio mondiale, il welfare – per il connesso carico fiscale e 
normativo – sia di impaccio ai paesi avanzati nel confronto competitivo  e che quindi esso debba 
essere drasticamente ridimensionato, rappresenta un punto di vista regressivo e a
ntistorico. 

Invece di valorizzare le potenzialità proprie di economie altamente sviluppate che, a differenza dei 
paesi emergenti, non affrontano il problema dell’uscita dal sottosviluppo ma quello dei fini stessi 
dello sviluppo,  una simile “saggezza convenzionale” fornisce la prospettiva ben poco saggia di 
cercare di mantenersi “in corsa” tramite un pesante arretramento sociale.

In realtà, gli istituti della cittadinanza sociale elevano la produttività sistemica di un paese. 
Diverse sono le vie. Da quella di offrire sicurezze, sganciando la titolarità dei diritti da 
appartenenze lavorative che, nel mondo contemporaneo, rischiano di rivelarsi sempre più 
instabili, a quella di offrire opportunità assicurative che il mercato, da solo, non è in grado di 
fornire o fornisce a costi più elevati (come nel caso della sanità). Da quella di dare a chi oggi, 
oberato dalle responsabilità di cura, è escluso dal mercato del lavoro la possibilità stessa di offrire 
lavoro, a quella di promuovere la formazione e l’accrescimento del capitale umano,fattore chiave 
per la crescita delle economie avanzate, al fine di collocare il paese nei segmenti qualificati della 
divisione internazionale del lavoro.

Il che non significa che la capacità di crescita economica non vada sviluppata e guidata anche 
per altre vie. Non si può, ad esempio, accettare lo scaricamento sul  welfare  dei costi di un 
allargamento sregolato delle disuguglianze primarie. Né si può pensare di crescere senza misure di 
politica industriale, di sviluppo delle infrastrutture e di semplificazione amministrativa. Ciò 
nondimeno, il welfare, oltre a non interfire con la crescita, può favorirla.
Detto in termini ancora diversi, la “saggezza convenzionale”  non tiene conto degli effetti 
positivi dei sistemi di  welfare sull’efficienza economica e in particolare sul fattore chiave della 
crescita delle economie avanzate, il capitale umano: le imperfezioni dei mercati finanziari e 
assicurativi implicano che il sistema di sicurezza sociale  – previdenza e ammortizzatori sociali  -
gioca un ruolo essenziale nel sostenere l’investimento in capitale umano da parte dei cittadini; il 
sistema scolastico e quello sanitario giocano un ruolo analogo nel formare e mantenere capitale 
umano; i servizi di assistenza all’infanzia e agli anziani garantiscono sicurezza alla famiglia e 
liberano risorse lavorative.  Non a caso, guardando all’incidenza della spesa sociale sul Pil, si 
osserva che è sostanzialmente simile tra i diversi paesi europei e poco diversa da quella negli Stati 
Uniti quando nel calcolo si consideri il valore al netto delle imposte dei trasferimenti sociali  –
pensioni, sussidi di disoccupazione, sostegni ai redditi familiari – e si tenga conto dei trasferimenti 
impliciti effettuati attraverso sgravi fiscali.

La visione che ispira il nostro Manifesto è dunque radicalmente diversa da quella sottesa al 
Libro Bianco sul futuro del modello sociale presentato un anno e mezzo fa dal Ministro del lavoro e 
delle politiche sociali. Al centro del Libro Bianco sta la contrapposizione tra il paternalismo 
oppressivo dello Stato, visto come monopolista di prestazioni sociali incapace di fornire incentivi 
all’efficienza e all’innovazione, e le energie positive del mondo delle associazioni e del terzo 
settore, dove possono esprimersi i valori della persona, della famiglia come “relazione sorgiva del 
sociale”, della comunità quale “ambito di relazioni solidali”. Questa dicotomia manichea finisce in 
realtà per fornire copertura ideologica a una ritirata dello Stato dal suo ruolo di garante di diritti e di regole uguali per tutti, lasciando il campo libero a un  welfare differenziato in funzione delle 
appartenenze a categorie più o meno forti e ad ambiti culturali o religiosi più o meno attrezzati. 
Non a caso, è proprio il Libro Bianco a ricadere nel più stantio dei paternalismi laddove, in nome 
della propria visione di “vita buona”, deplora “coloro che sembrano aver smarrito il senso stesso 
della vita”, o che non si riconoscono nella famiglia come “società naturale fondata sul 
matrimonio”, o che considerano “la scelta del paziente” come “un diritto esigibile”. E non a caso il Libro Bianco non trova mai modo di nominare la parola “cittadino”, ossia la persona in quanto 
soggetto di diritti e di doveri.
E’ invece proprio la persona come “cittadino” che sta al centro del nostro Manifesto per un nuovo welfare, i cui obiettivi sono perciò la realizzazione dell’uguaglianza delle opportunità, 
l’ampliamento delle possibilità e il rafforzamento delle capacità di scelta e di autodeterminazione degli individui, in una parola della loro libertà, lo sviluppo di relazioni sociali umanamente ricche. La nostra impostazione è perciò opposta a quella del Libro Bianco: non la ritirata dello Stato, sperando nella supplenza contrattuale delle categorie forti e nella compassionevole carità del dono per gli “ultimi”, ma uno Stato che sia programmatore e regolatore forte di un complesso di 
prestazioni cui tutti hanno diritto ad accedere e che promuova una imprenditorialità diffusa nei soggetti di offerta pubblici e privati in funzione dei bisogni dei cittadini.................clicca x doc tutto



dal sito PD : D'alema e l'Europa

orso castano : c'e' qualcosa di oscuro nel fare e nel dire di Renzi, ex Margherita, lontano quindi da una tradizione operaia, poco rispettoso di chi ha consolidati percorsi storici, ed esperienza politica (da vendere) in in un momento estremamente delicato per l'Italia. Anche certa sua ipersicurezza ed arroganza  non giovano alla sinistra , anzi ne aqllontanano chi crede che di sia bisogno di esperienza i  questa fase che ci avvicina a dinamiche profonde di trasformazione europea. Ma Renzi e' sicuro di poter  portare significativi contributi alla costruzione di una nuova Europa ? Crede di poter governare il timone in questa fase? Ne e' proprio sicuro?


..........E qui, prima del Pd, D’Alema cita il centrosinistra, che «deve farsi portatore di un grande progetto per l’Europa, dopo il fallimento della destra, che da una parte ha imprigionato l’Europa in una tecnocrazia monetarista di cui si vedono gli effetti disastrosi e dall’altra ha incoraggiato il nazionalismo populista, di cui l’Italia è stato uno dei laboratori più inquietanti». Dice che è necessario «un salto di qualità nell’integrazione politica dell’Europa» e che questo deve diventare «la bandiera di una nuova stagione progressista». E dentro a questo quadro generale si arriva al Pd: «Siamo parte di un nuovo progetto per l’Europa, e siamo l’unica forza che possa ragionevolmente collegare il centrosinistra italiano a un nuovo centrosinistra europeo». Lei guarda all’Europa ma non sarebbe più opportuno guardare alla richiesta di cambiamento che oggi investe i partiti? 
«Vede, noi siamo uno strano Paese, in cui viene messa ai margini la questione centrale e si dà vita a un dibattito estremamente povero e molto provinciale. In tutta Europa si discute dei temi della crescita, di giustizia sociale, si riapre un confronto tra destra e sinistra su queste questioni. In Italia invece il conflitto appare essere tra la casta e la società civile, due concetti carichi di ambiguità. In tutti i Paesi europei ci sono fenomeni di antipolitica, che hanno ragioni anche profonde, ma da nessuna parte questo assume il carattere lacerante che ha nel nostro Paese, con il rischio di indebolire o rendere impossibile qualsiasi prospettiva di governo. A volte ho la sensazione che c’è chi punta allo sfascio, senza alcun disegno politico. Basta pensare all’attacco immotivato di questi giorni contro la presidenza della Repubblica, che, mai come in questo momento, è apparsa un presidio insostituibile nel rapporto tra istituzioni e cittadini». Ma lei come si spiega il carattere “lacerante” dell’antipolitica in Italia?«C’è evidentemente chi non apprezza l’idea che dalla crisi del berlusconismo si esca con uno spostamento a sinistra dell’asse politico. Magari si pensa che colpendo la legittimazione dei partiti, approfittando anche di errori e debolezze, si possa aprire la strada a qualche nuovo movimento o a qualche nuovo leader dotato di virtù taumaturgiche. Come se l’Italia non avesse già pagato un prezzo molto alto ad avventure di questo tipo». in Italia si guarda con attenzione al Consiglio europeo di giovedì, anche perché c’è il timore, senza risultati, di ripercussioni sul governo: secondo lei su cosa ci si dovrebbe concentrare? «Su obiettivi concreti. Occorre una nuova visione strutturale ma adesso servono misure immediate, anche perché la grande svolta difficilmente ci sarà fino a che resterà la Merkel al governo. Il primo obiettivo, allora, è delineare una via d’uscita ragionevole dalla crisi greca, perché un’uscita di Atene dall’Euro avrebbe conseguenze disastrose per tutti. E poi bisogna concretizzare alcune delle molte ipotesi di cui si discute e che riguardano gli altri due temi cruciali: un’effettiva solidarietà europea di fronte alla crisi dei debiti sovrani e la realizzazione dei programmi europei d’investimento». Di che tipo di mandato ha bisogno il governo italiano per arrivare all’appuntamento con un’adeguata autorevolezza? 
«Un mandato forte sugli obiettivi ma flessibile, perché non credo che possa essere vincolato a determinate soluzioni tecniche. Queste sono oggetto di negoziato e la fiducia in Monti è piena, ha sicuramente tutte le necessarie qualità e conoscenze della realtà europea». 
In Parlamento si voteranno mozioni diverse su questo: dice Enrico Letta che serve un documento unitario Pd-Pdl per mettere al sicuro il governo. 
«Sarebbe meglio una mozione comune, certo, purché la si possa scrivere in termini chiari. Il problema, però, è che il Pdl è attraversato da forti tensioni. Il governo è indebolito dai problemi del centrodestra e dal riemergere di una forte tentazione di Berlusconi di rilanciare la sua ispirazione populista originaria in una sorta di competizione-dialogo con Beppe Grillo, che appare sempre di più il suo interlocutore privilegiato. In questo Berlusconi rivela anche fiuto, oltre a una dose di irresponsabilità. Questo destabilizza il Pdl, rivelando tutta la fragilità di Alfano e la confusa coesistenza di due prospettive politiche, perché da una parte c’è l'idea di una svolta moderata, e dall’altra una spinta al populismo, a un diciannovismo berlusconiano. È da questo conflitto irrisolto che derivano le tentazioni di far precipitare la situazione. Per noi le elezioni devono tenersi a scadenza ordinaria, l’idea di anticiparle è irresponsabile». Può destare sospetti il fatto che il Pd, pur ribadendo pieno sostegno al governo, già guardi al dopo Monti, non crede? 
«Al contrario. Oltre l’emergenza, bisogna lavorare per una prospettiva politica che dia speranza al Paese nel medio periodo. L’Italia ha bisogno di riforme che vadano nel senso della giustizia sociale e di una riduzione delle diseguaglianze, ha bisogno di una politica industriale, di una correzione della politica economica e sociale: ha bisogno, cioè, del centrosinistra». 
La scelta di indire primarie per scegliere il candidato premier aiuta ad andare in questa direzione, secondo lei? 
«Se messe al posto giusto. Bersani alla Direzione ha detto che noi avremmo avviato una fase di confronto programmatico, un progetto per il futuro dell’Italia, utile anche a definire il campo delle forze che lo sostengono. Dopodiché le primarie serviranno per la scelta del candidato. Ma se le primarie vengono prima di un progetto condiviso, a cosa servono? E tra chi sono? Noi abbiamo indicato un percorso ragionevole, e dobbiamo evitare che, di fatto, si parta dalla fine. Il rischio, nel rovesciare i termini della questione, è di indebolire una prospettiva di cambiamento, di farla tutta implodere dentro di noi. Bisognerebbe ripartire dalle conclusioni della Direzione, dal progetto per il Paese, altrimenti avremo una lunga, confusa e logorante campagna elettorale interna». 
Casini per la prima volta parla di un asse per governare tra progressisti e moderati: è prevedibile un’alleanza elettorale o un patto di legislatura? «E’ una dichiarazione importante, ma in ogni caso bisogna partire dal progetto per il Paese e misurare su di esso le convergenze. È chiaro che adesso si delinea la possibilità di costruire una maggioranza intorno al Pd, cioè quell’asse tra progressisti e moderati necessario per dare stabilità all’unica prospettiva realistica per il Paese. Perché, al di là dei meriti di Monti, anche i cosiddetti mercati si interrogano sul futuro dell’Italia e quando vedono nei sondaggi che il secondo partito è Grillo, si chiedono con preoccupazione quali impegni l’Italia è davvero in grado di assumere. Quindi dobbiamo rendere evidente il progetto e al tempo stesso l’asse politico che può sostenerlo. Questa esigenza viene prima delle primarie».
Non per contribuire a “rovesciare i termini della questione”, ma se dice che l’asse tra progressisti e moderati è l’“unica prospettiva” dice anche che non c’è partita alle primarie. 
«Guardi, Bersani rappresenta il Pd e rappresenta credibilmente la possibilità di un rapporto tra la sinistra, che non siamo solo noi, e le forze moderate del centro».
Renzi però si è detto convinto di avere “la maggioranza”. 
«Io non lo credo. Soprattutto non credo che abbia la maggioranza tra gli iscritti e gli elettori del nostro partito». 
Renzi l’ha citata tra quelli che non andrebbero ricandidati in Parlamento alla prossima legislatura perché ha già alle spalle più di tre mandati. Ma lei si candiderà?
«Non è una questione importante, nel senso che si può fare politica e si può servire il Paese in molti modi diversi, anche senza candidarsi al Parlamento. La regola citata stabilisce che c’è un principio generale, rispetto al quale possono esserci delle deroghe motivate. Questa è la regola. Non se ne può leggere soltanto una metà. Detto questo, al momento opportuno il Pd farà le sue valutazioni e io farò le mie. Come sempre, alla fine poi io decido per conto mio quello che mi riguarda. Non sono una persona che ha dimostrato attaccamento alle poltrone, avendo lasciato quella di presidente del Consiglio e avendo messo in gioco quella in Parlamento, come è noto, correndo senza reti in un collegio dove eravamo dati sette punti sotto».