sabato 10 gennaio 2015

Averroe' : attraverso Aristotele un tentativo per conciliare il pensiero cristiano con quello mussulmano

Averroè (adattamento occidentale dell'arabo Ibn Rushd). - Nome con il quale è noto in Occidente il filosofo, giurista, medico e astronomo arabo di Spagna Abū l- Walīd Muammad ibn Rushd(Cordova 1126 - Marrākesh 1198). Tra le sue numerosissime opere sono celebri in particolare i Commentari ad Aristotele e alcuni scritti originali, tra i quali il più noto è il Tahāfut at-tahāfut (in versione latina Destructio destructionis). Tre la sue tesi, che influenzarono la cultura occidentale: l'indipendenza delle verità di ragione da quelle di fede (che sono un insieme di miti e di verità pratiche), l'eternità della materia e del mondo, la negazione dell'immortalità dell'anima individuale.........................
Ma la teoria averroistica che maggiormente attrasse l'interesse della cristianità fu quella dell'intelletto e del suo rapporto con l'anima umana. Contro la concezione dominante nella filosofia araba dell'intelletto potenziale (detto anche materiale perché, come la materia, ha per sua caratteristica di esserein potenza) come intelletto umano, ossia come parte razionale dell'anima umana, A. separa dall'anima non solo l'intelletto agente universale, ma anche l'intelletto materiale, giacché anche questo è semplice, ingenerato, incorruttibile e immortale e costituisce un intelletto unico per tutti gli uomini. L'intelletto potenziale è impersonale, e impersonale è quindi l'immortalità. Questa teoria, che fa estranea all'anima umana l'intelligenza (che si unisce ai singoli solo per ricevere dalle fantasie plurime le immagini sensibili, essenziali ad attuare la sua potenzialità) e nega l'immortalità individuale, fu combattuta sul terreno filosofico da s. Tommaso. Respingendo il tentativo di conciliare Aristotele con la religione musulmana, A. riduceva la fede a un complesso di "miti" e di norme pratiche, necessarie per il popolo ma non per i filosofi che ne vedono il fondamento mitologico (dottrina inesattamente detta della "doppia verità").

 .................Abu al-Walid Muhammad ibn Ahmad ibn Muhammad ibn Rusd (Averroè. Cordova 1126 Marrakesh 1198) fu il più eminente rappresentante della “scuola andalusa” (Cruz Hernandez 1957). Erede della filosofia islamica dopo la critica di al-Gazali che non ritiene possibile la conciliazione tra filosofia e religione, e ristabilisce le prerogative e la preminenza della rivelazione nel processo di acquisizione della verità. Allora, mentre in terra spagnola, sotto la protezione degli omayyadi, alcuni pensatori arabi proseguono l’elaborazione di sistemi filosofici e l’assimilazione del pensiero greco, in terra araba si sviluppano soprattutto approcci mistici (Baffioni 1991). A seguito della condanna, Averroè fu costretto all'esilio. Morì a Marrakesh. Tra le principali opere di Averroè ricordiamo la Distruzione della Distruzione, contro la polemica antifilosofica di al-Gazali, il Trattato decisivo, il Libro della rivelazione dei procedimenti fallaci, l’Unione, il Punto di inizio per il giurista sommo e limite estremo per il giurista medio (importante opera di giurisprudenza che segue l’ortodossia malikita, fautrice di una interpretazione letterale del Corano), e le Generalità, conosciute in latino come Colliget, testo di medicina in cui Averroè misura in termini di progressione aritmetica i gradi deimedicamenti composti, opponendosi ad al-Kindi che li calcola in progressione geometrica sulla base del rapporto tra opposte qualità (Gauthier 1939). Il mondo latino ha conosciuto Averroè soprattutto come lettore e commentatore di Aristotele, e gli ha riconosciuto il merito di averlo messo in luce nella sua autenticità, rispetto ai tentativi dei filosofi precedenti di conciliarlo con le dottrine islamiche e con i sistemi neoplatonici. Effettivamente egli ha commentato gran parte dell’opera aristotelica, utilizzando molte citazioni esplicite che facilitano il distinguere le parole del filosofo greco da quelle del commentatore. Ciò non toglie, tuttavia, che i commenti neoplatonizzanti di al-Farabi e Avicenna esercitano una certa influenza su Averroè che tende, lui pure, a una interpretazione teologica del Primo Principio, Intelletto Divino, Dio, Uno.............................. Averroè critica i sistemi emanatistici e riprende alcune categorie aristoteliche per spiegare la formazione del mondo. Il filosofo rileva le contraddizioni cui vanno incontro al-Farabi e Avicenna spiegando la nascita della molteplicità dall’unità. Essi, cioè, vengono meno a due principi su cui pure fondano il loro pensiero: 1. L’idea che dall’Uno viene soltanto l’uno; 2. L’identità tra intelletto e intelligibile. Causa della molteplicità è, secondo Averroè, la differenza, per ogni essere esistente, delle quattro cause che lo determinano (formale, materiale, efficiente, finale). L’unione di materia e forma, che è l’origine della esistenza di tutto, è operata direttamente da Dio, Primo Principio. Sia la materia sia le forme intelligibili, che sono nell’Essere Supremo, esistono dall’eternità. Il mondo, al contrario, è stato creato con il tempo dall’azione divina, che ha agito su materia e forma fuori dalladimensione temporale......................

Il destino (1997) PosterIl film "Il Destino" narra la vita di Averroe' : Territorio della Linguadoca, 12º secolo. Un filosofo viene bruciato sul rogo, accusato di eresia. A Cordova, nella Spagna musulmana, nello stesso periodo, il califfo Al Mansour, per soddisfare le richieste dei gruppi di fondamentalisti, ordina che tutti i lavori del filosofo Averroè vengano dati alle fiamme. I discepoli di Averroè, insieme ai suoi familiari, decidono allora di copiare i manoscritti per portarli in salvo fuori dal paese. Il califfo Al Mansour ha due figli: uno si fa convincere e va con i fondamentalisti, l'altro, più tenace, resiste, ritrova infine il fratello e lo schiaffeggia adirato. A corte, Averroè e il califfo hanno forti scontri, e Averroè è tentato di bruciare in proprio i libri scritti. Nasser, il principe ereditario, si sposa con Salma e parte. Il califfo ordina il divieto di insegnamento ad Averroè e si prepara allo scontro con lo sceicco Riad, suo rivale. Con lo sceicco c'è il figlio più piccolo che potrebbe uccidere il padre ma al momento decisivo ritorna in sé e rinsavisce. Una certa tranquillità sembra tornare a corte, e il califfo decide di riabilitare Averroè. I soldati corrono ad avvertirlo prima di partire per la battaglia. Averroè ringrazia e getta l'ultimo suo libro sul rogo. "Il pensiero ha le ali, nessuno può arrestarne il volo".

da  Wikipedia :........""Il Pensiero ha le ali, nessuno può arrestare il suo volo" con questa frase finale, il regista Chahine, sintetizza la chiave interpretativa dell'intera opera: la narrazione delle vicende di Averroè mette in luce quella dialettica, storicamente determinata nel califfato del XII secolo, ma per certi versi, drammaticamente attuale, tra progresso scientifico, saggezza e quindi tolleranza da una parte; e il fanatismo fondamentalista religioso dall'altra, che , figlio dell'ignoranza, spesso diviene funzionale al potere politico costituito, come si evince più volte in sottofondo, in modo vivido, in diverse scene, e simbolizzato dall'atto barbarico di bruciare libri, e di mettere al rogo quanti venivano accusati di empietà. Il Destino, quindi, è un'opera psicologica, nel senso che è in cerca di presentare una raffigurazione psicologica dei personaggi "svuotati" , e quindi facilmente oggetto di indottrinamento e manipolazione da parte dei guerrieri asserviti al potere politico del califfato. L'epoca storica del califfato di Al- Andalus, nella spagna meridionale, fu caratterizzata da una profonda integrazione tra religioni e quindi da un'inedita tolleranza e pluralismo . La scelta di mettere in scena, in primo piano, un pensatore come Averroè, serve per mostrare , ad un secondo livello, come la saggezza filosofica, il progresso scientifico, sono la sola strada percorribile, per superare le lacerazioni fondamentaliste , totalitarie, e guerrafondaie di ciascuna religione."

giovedì 8 gennaio 2015

una bella analisi : La sfida che ci lancia lo Stato Islamico da LIMES di Mario Giro. Da leggere +++++

uLimesno stralcio del bell'articolo................Il nodo da affrontare dunque è la “narrazione” che l’Is ha elaborato negli anni e realizzato in questi mesi. La ritroviamo nei post di tanti giovani jihadisti che hanno scelto di andare a combattere partendo da moltissimi paesi: un misto di recriminazioni storico-immaginarie, vere frustrazioni, false identificazioni, distorsione di miti occidentali (come le grand soir della rivoluzione, che risolverà ogni cosa). Nel discorso che l’Is invia per internet viene ad esempio ritorto contro di noi tutto l’armamentario post-ideologico “no-global” e nichilista della “falsa democrazia delle banche”. 

Se la democrazia è questa, perché difenderla? Chiede al Baghdadiagli arabi che pure si erano infervorati per le Primavere e agli emigrati musulmani in Europa che si sentono cittadini di seconda classe? L’Is ci conosce bene e sa fare marketing. Ecco perché si tratta di un avversario temibile, molto più pericoloso dei talebani (antidiluviani che non amano la tecnologia) o di altre forme di estremismo passatista. Un gesto come quello degli australiani che si sono offerti di scortare gli immigrati musulmani nei giorni successivi all’attacco alla cioccolateria è molto più pericoloso per l’Is di qualsiasi discorso incendiario dei fomentatori della destra europea o americana. Assomiglia alla reazione dei norvegesi dopo Utoya: difendere la nostra qualità democratica senza cadere nella caccia alle streghe, che è proprio l’errore che vorrebbe farci commettere al Baghdadi. 

Nel mondo del revivalismo estremista islamico vengono utilizzati tutti i registri ideologici, un mix di antico e postmoderno (con largo uso della tecnologia e dei social media), un nuovo prodotto etnico-religioso creato ad arte, simile alla raccolta degli scritti irrazionali dell’assassino di Utoya, Breivik o di altri. Davanti a tutto questo, la dottrina dello “scontro tra civiltà” è un’arma non solo spuntata ma goffamente preistorica. Come scrive Loretta Napoleoni nel suo recente saggio sull’Is, abbiamo a che fare con “l’utopia politica sunnita del XXI° secolo, un potente edificio filosofico che per secoli gli studiosi hanno cercato invano di far nascere”. Il cinismo inetto e isterico che prevale oggi in certe elite occidentali servirà solo ad aumentare la patologia. 

Per essere forti ci vuole un’idea, un’ideale, un’utopia da contrapporre all’Is, con forza e fiducia nei propri mezzi. Ma le “passioni tristi” di un mondo egocentrico e psicologicamente infragilito come il nostro, non promettono bene. Dovremmo saper comunicare il valore universale della democrazia, accettando anche l’autocritica sul nostro egoismo che tutto vuole per sé e nulla concede. Sciaguratamente, sembriamo noi stessi stufi del metodo democratico. Dobbiamo poter trasmettere un’idea positiva di globalizzazione come incontro tra diversità non irriducibili e reciproco arricchimento. Ma ciò è possibile solo con una politica economica che non allarghi le diseguaglianze: sarebbe ora di smetterla con l’ipocrisia di imporre ad altri regole che noi stessi non seguiamo e non vogliamo: il peso del mondo multipolare si porta tutti insieme. Dovremmo poter comunicare il bello e il buono di un convivere basato sulla pace e sui diritti umani, se non fosse che spesso utilizziamo questi ultimi come arma contro altri, con un’arroganza che respinge. 

Di fronte alla sfida capiamo meglio cosa vuol dire “accoglienza” degli immigrati e integrazione, che hanno il merito almeno di non aumentare l’odio, l’incomprensione, la distanza. Chi vi si dedica lavora per il futuro e protegge la nostra civiltà molto meglio di chi grida, condanna e aumenta pregiudizi. Mense, scuole e luoghi di rifugio strappano tanti giovani musulmani alla disperazione dell’avventura jihadista, in modo non diverso da come scuole, servizi sociali e presenza delle associazioni strappano i giovani italiani alle mafie. Questa è una lezione tutta italiana da comunicare al mondo. Soprattutto la scuola: non è forse questa una battaglia ideale da fare totalmente nostra e da annunciare al mondo come narrazione alternativa? 

Il terribile massacro di Peshawar - maestri uccisi davanti agli allievi e l’orribile caccia all’alunno - ci dà la dimensione di quanto l’umile ma nobile lavoro dell’insegnante sia pericoloso per il terrorismo di qualunque tipo. Il sangue di quegli insegnanti e di quei bambini pakistani si mescola così idealmente a quello di don Pino Puglisi e di tutti quelli che si sono sacrificati per l’educazione dei bambini e dei giovani. Dobbiamo onorare tutti gli educatori, maestri ed insegnati ovunque nel mondo, dalla valle dello Swat a Scampia, che credono nel potere della parola e non cedono alla violenza. Se c’è un luogo sacro in democrazia, tale è la scuola. Non basterebbe questa come narrazione alternativa se solo volessimo farcene carico? 

"il male assoluto colpisce l'Europa": vogliono conquistarla come nel 1750. E' un assedio fatto da esseri privi di ogni raziocinio, che esaltano la tortura e la morte, si rifanno all'Islam "puro" , ben armati , lasciati finora troppo liberi difare quello che vogliono. Una nuova guerra di resistenza attende l'Europa, aiutiamo i curdi ed i peshmerg oppure subiremo attentati simili a quelli sotto fotografati'!!

news di stasera  8/1/2015

Nigeria, massacro senza precedenti di Boko Haram: si temono 2mila morti


charlie hebdo

mercoledì 7 gennaio 2015

IO NON LAVORO !

Sembra che la maggior parte dei protagonisti parta da una rendita: soldi guadagnati in passato o beni di famiglia. E' cosi? Non è proprio facile partire da zero?
E’ evidente che se si vuol vivere senza lavorare il primo – ma non l’unico - ostacolo da superare è la sopravvivenza. Dove trovo i soldi per mantenermi? I personaggi di “Io non lavoro” hanno cercato di risolvere questo problema nei modi più vari perché partivano da punti di partenza diversi. A chi ha potuto contare su una rendita familiare più o meno ampia si aggiunge chi ha lavorato per un periodo prima di smettere, ma anche chi è riuscito a trovare un escamotage esterno per riuscire nell’intento. Tutti avevano il desiderio di non legare la propria esistenza e la propria identità al lavoro, nessuno di loro voleva subirne i condizionamenti temporali o psicologici. Persone estremamente libere, quindi, dal giudizio degli altri, ma anche dal bisogno eccessivo di denaro.
E quindi?
Io non lavoroCome dice una delle nostre protagoniste, piuttosto faccio la fame ma non vado a lavorare. Se si vuol vivere senza guadagnare, in primo luogo si deve sapere che si dovrà fare a meno di tanti gadget che sembrano ormai quasi imposti dalla società dei consumi. Chi non lavora, tirandosi fuori dal meccanismo produttivo, si tira fuori anche delle conseguenze di quel sistema. Rinunciare al superfluo, però, non costituisce una sofferenza, anzi. Il consumismo viene visto come un ulteriore peso da cui disfarsi.
Pensa che il fenomeno stia prendendo piede in Italia piu che all'estero?
Nel nostro Paese i nuclei familiari finiscono spesso col diventare i più efficienti ammortizzatori sociali. La rete di protezione economica delle famiglie, anche delle più modeste, e’, non di rado, sufficiente a garantire il mantenimento dei figli per lunghissimi periodi di tempo. In un Paese scarsamente meritocratico come il nostro, dove l’ascensore sociale resta bloccato ed e’ rara la mobilità tra le generazioni, facilmente può prevalere un atteggiamento di resa.
E cioè?
Finire col pensare che l’impegno lavorativo, scarsamente premiante, possa essere inappagante sia psicologicamente che economicamente. Lo dicono le statistiche che oggi parlano della cosiddetta “generazione ne ne”, i giovani che non studiano e non lavorano. Gli “inattivi”, secondo gli ultimi dati, sarebbero quasi il 20% dei giovani sotto i trent’anni. E’ un dato che dovrebbe far riflettere per correre ai ripari, se vogliamo che la nostra sia davvero una Repubblica fondata sul lavoro, come recita la nostra Costituzione. E non sulle rendite o sui patrimoni.
I protagonisti del suo libro hanno uno status sociale elevato, un livello culturale alto. E' solo una coincidenza?
Quasi tutti hanno un bagaglio culturale piuttosto corposo. La spiegazione e’ semplice: tutti i protagonisti di “Io non lavoro”, avendo uno smisurato tempo a disposizione, hanno maturato una spiccata attitudine alla riflessione. Molti passano gran parte del loro tempo a leggere, dai libri ai saggi ai quotidiani. Inoltre hanno spesso trovato dei riferimenti filosofici di supporto alla propria scelta, che è magari arrivata dopo un periodo di elaborazione psicologica nutrita di letture e di meditazione.

E in futuro, ritiene che aumenteranno gli «improduttivi»?
Credo che il mondo occidentale nell’era delle crisi economiche e politiche internazionali sarà sempre più portato a riflettere sul reale valore del lavoro. Spogliato dal suo tratto “comunitario”, di mezzo fondamentale per realizzare il progresso comune della società, il lavoro sembra essere ormai diventato solo la molla per l’esaltazione individuale, per l’arricchimento, per l’affermazione del sé. Con il risultato che, quando non riusciamo a realizzare i nostri obiettivi, finiamo vittime di grandi frustrazioni, ma anche nel migliore dei casi, quando cioè raggiungiamo il successo, ci rendiamo spesso conto che non ci ha comunque reso appagati.
Cosa vuole dire?
Ci sono domande di cui si avverte sempre più l’urgenza: siamo davvero così sicuri che la sfrenata spinta verso la produzione e la ricchezza a tutti i costi ci renda più felici? O al contrario, ci rende schiavi di meccanismi che poi non siamo neanche più in grado di controllare? Su queste domande cardine della contemporaneità i protagonisti di “Io non lavoro” hanno da raccontarci qualcosa. Le loro storie, avventurose e sincere, possono suscitare amore o invidia, ammirazione o persino rabbia, ma mai lasciano indifferente il lettore. Molti ci scrivono che i nostri personaggi li hanno fatti ragionare sulla propria vita, magari dedicata a un superlavoro o alla conquista di potere e prestigio. La via alternativa perseguita dai nostri personaggi regala sempre uno spunto di riflessione.
La «qualità» più importante per diventare un «improduttivo felice»?
Sicuramente l’indipendenza. Dal giudizio altrui, dal denaro, dal potere. Talvolta persino dall’amore. L’identità di chi non lavora non si lega al giudizio di un capo, a una carriera, al riconoscimento economico o sociale e quindi per affermarla occorre uno sforzo di consapevolezza in più. In una società dove chi non lavora non esiste, i nostri personaggi riescono ad esistere da soli, senza passare per specchi esterni, cosa sicuramente non facile. È per questo che, come scriveva Guy Debord, “Per non lavorare mai ci vuole un grande talento.”
Cinzia Ficco

martedì 6 gennaio 2015

Pino Daniele

Mattino logo

La figlia di Pino Daniele su Instagram: «Ciao mia grande roccia»


«Ciao mia grande roccia». Così Sara Daniele, figlia diciottenne di Pino, saluta il papà su Instagram. Un messaggio affettuoso al celebre padre morto al scorsa notte che Sara ha voluto lasciare sul social. 

«Grazie per avermi accompagnato questi 18 anni della mia vita - scrive - mi mancherai ogni giorno. Mi mancheranno i tuoi sorrisi, i tuoi consigli, ma soprattutto i tuoi abbracci. Quelli calorosi, avvolgenti, protettivi alla 'ci sono io per tè. Anche se adesso starai facendo lo scugnizzo da qualche altra parte, sappi che qui avremo sempre bisogno di te. Adesso suonerai la chitarra lassù e farai sognare gli angeli con la tua musica, esattamente come hai fatto con noi qua. Fai buon viaggio...Ti amo». Accanto al post una foto di lei col padre.




precarieta' ed autoironia

ORSO CASTANO «È una storia sul karma, sull’essere positivi a dispetto di un contesto avverso». E' giusto riaffermare 

i propri valori, ricucendo in qualche maniera situazioni difficili , precarie, di sofferenza. ma questo sforzo rischia di diventare un camminare sul vuoto, una sfida alla inettitudine dei politici , alla prepotenze della finanza internazionale, ad un welfare che nel nostro paese non garantisce i precari a vita, 
un gioco alla sopravvivenza , allam capacita' di resistere, per non gettare la spugna, per costruire un futuro nebuloso nonostante tutto
E le bettaglie politiche?. L'abbandono della lotta politica e' la grande assenza del film ed e' molto indicativa : la politica e' silente, solo vuote  parole , annunci, fatti pochi e deludenti. Allora non ci resta che raccontrare il quotidiano, l'assenza di prospettive, il vuoto di prospettive e, amaramente, riderci sopra. 


Spaghetti Story


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Un film di Ciro De Caro. Con Valerio Di Benedetto
Cristian Di SanteSara TostiRossella d’AndreaDeng Xueying.
........................(link alla recensione).De Caro descrive con precisione anatomica il mix di
 umiliazione e apatia che la crisi economica genera nella sua generazione, 
e che ha per corollario l'immobilismo sognatore (Valerio) o il pragmatismo bieco (Christian),
 nessuno dei due intrinseco alla personalità del singolo, ma conseguenza di una 
situazione surreale e straniante per tutto un Paese. Perché Valerio e Christian, 
come Serena e Giovanna, sono persone perbene che reagiscono come possono all'iniquità 
delle loro circostanze...........Perfette anche Sara Tosti e Rossella D'Andrea, che del film 
è cosceneggiatrice: e si sente, perché Spaghetti Story ha il pregio di raccontare le donne 
di oggi in modo altrettanto credibile degli uomini, cosa ancor più rara nel cinema italiano 
contemporaneo. Il che permette di gettare luce su quella che è la dimensione veramente 
originale di questa commedia: il racconto di come la crisi economica metta alla prova la 
virilità di maschi catapultati fuori dal loro ruolo di capofamiglia, mentre le loro donne -
 nonne, sorelle, fidanzate - si rimboccano le maniche con concretezza tutta femminile 
e fanno ciò che serve per portare avanti un progetto di vita, e magari anche di famiglia.
Nessuno in Spaghetti Story ha totalmente ragione perché tutti procedono a tentoni, 
il che riflette esattamente la situazione della maggior parte degli italiani di fronte 
alla crisi. Ma l'età dei protagonisti rende più drammatico il loro vagare senza 
prospettive, perché, come ricorda Valerio, "mio padre a 29 anni aveva già 
due figli e un lavoro sicuro". Due sole pecche per questo ottimo esordio: il titolo 
del film, che non ha nulla a che vedere con la trama e ne sminuisce il valore 
in termini di critica sociale, e il finale, che non riveliamo ma che, pur 
mantenendo giustamente il registro della vaghezza, perde l'occasione di 
assestare un calcio in corner di quelli per cui la grande commedia all'italiana è famosa 
nel mondo (vedi la scena conclusiva di Divorzio all'italiana).
Ma sono osservazioni minori davanti a questo piccolo film coraggioso e 
v
Paola Casella

domenica 4 gennaio 2015

E.Morin : umanesimo planetario .......e felicita'



Orso castano : lo sviluppo delle specializzazioni scientifiche hanno provocato due conseguenze : un aumento del linguaggio specifico (si vedano gli acronimi nell'ambito della specialistica medica) e dall'altro uno sviluppo sempre piu' parossistico dei saperi scientifici specifici fino ad arrivare ad un'incomunicabilita' tra le varie specialita' chiuse in se stesse. Si e' perso il bisogno di costruire un pensiero complesso e unitario, unico che puo' restituire oltre alla visione unitaria delle scienze lo sviluppo di un nuovo umanesimo, che partendo da quei saperi , in una visione complessa , riesca a costruire una visione nuova dell'uomo nella cultura globale......
Senza dubbio condivisibile questa visione neo-umanista, diremo “olistica” , della scienza e dell'uomo che non puo' essere spezzettato , diviso , “mutilato”, per ssere meglio conosciuto. Al contrario questo spezzettamento portera' alla negazione dell'umanesimo , reificando e parcellizzando l'essenza stessa dell'essere umano. Prima di ogni sapere sceintifico, prima di ogni osservazione psicologica , c'e' luo'mo nella sua umanita', che si interroga sul suo destino, sulla sua “missione” , che vuole conoscere se stesso nella sua unita'. Questo discorso si riallaccia al discorso sulla felicita' che si colloca al fondo di questo interrogarsi e nel bisogno umano di trovare un senso unitario alla propria esistenza.   

FOOD SAFETY – FOOD AUTHENTICITY : frodi alimentari e globalizzazione

Giovedì 15 gennaio 2015 ore 17,45

FOOD SAFETY – FOOD AUTHENTICITY
La scienza e l’anima del cibo, sicurezza alimentare
nell’era globale, dal Km 0 al commercio solidale
In collaborazione con il Centro Studi Slow Food

Maria CaramelliDirettore Generale f.f.Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Piemonte, Liguria e Valle d’Aostahttp://iyl2015.inaf.it/?event=giovedi-scienza-4-food-safety-food-authenticity-maria-caramelli-teatro-colosseo-via-madama-cristina-71-torino-giovedi-15-gennaio-2015-1745


 
In Italia ogni anno si sequestrano tonnellate di alimenti adulterati per un valore di oltre mezzo miliardo di euro. Sicurezza alimentare e prevenzione delle frodi sono requisiti primari per la tutela dei consumatori. Con la globalizzazione gli alimenti viaggiano senza limiti temporali e spaziali, ed è difficile assicurarne autenticità e qualità. Il consumatore fa scelte sempre più low cost spingendo i produttori verso illeciti come falsa etichettatura, adulterazioni, sostituzioni: oltre che una rinuncia alla qualità, un vero pericolo per la salute. I cittadini hanno diritto a un cibo di qualità, esente da adulterazioni volontarie dannose, giusto e rispettoso delle scelte etiche o religiose e che non provochi danno economico. Incidenti come lo scandalo della carne di cavallo nel 2013 svelano come le frodi alimentari sono un grave problema. Le Autorità dell’Unione hanno dato forte impulso alla lotta alle frodi con la costituzione di una task force europea sulle frodi, l’avvio di piani di controllo e la proposta di adeguamenti normativi.
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sabato 3 gennaio 2015

contro l’inquinamento luminoso

........................La situazione italiana è descritta dalla cartina qui sotto. Le regioni in verde hanno le leggi migliori: sono Lombardia, Emilia, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Marche, Abruzzo, Puglia; buone leggi hanno Lazio e Campania; norme da rivedere Veneto e Toscana. Il Piemonte sta peggio di tutti avendo incorporato le norme UNI 10819 e si guadagna l’eloquente didascalia “no laws or Piemonte law”, nessuna legge o Legge del Piemonte”.
Confronto
Il confronto tra l’immagine via satellite e la situazione normativa, evidenzia come per la Regione Piemonte vi siano ancora margini di intervento e di salvaguardia.
Obiettivo minimo è far nascere in Piemonte il “Parco del cielo”, cioè per proteggere dall’inquinamento luminoso le località al di sopra degli 800 metri di quota e, d’accordo con i sindaci, individuare aree dove il cielo è ancora abbastanza buio da permettere ricerche astronomiche, e quindi serate dedicate all’osservazione pubblica e alla divulgazione, il tutto con vantaggi per l’economia e il turismo naturalistico.
Se abbiniamo a questa tutela minimale anche interventi normativi, saremo ancora in tempo a ridurre l’inquinamento luminoso che è sinonimo di spreco.
Il periodo che stiamo attraversando è decisivo per la difesa del cielo notturno, almeno di ciò che ne resta. Chiusa nel 2012 con norme europee l’era delle sorgenti di luce a incandescenza, le meno efficienti, si avvicina la fine anche delle lampade a fluorescenza. Il futuro è dei Led, diodi a emissione luminosa, che stanno rinnovando l’illuminazione domestica e quella pubblica con forti risparmi di energia e nelle spese di manutenzione.
Oggi in Italia il consumo annuo per l’illuminazione pubblica è di 107 kWh per abitante. Con il passaggio ai Led potrebbe ridursi di un terzo. Ma ci sono anche dei rischi. I soldi risparmiati potrebbero trasformarsi in una illuminazione ancora più aggressiva e dispersa per via dei contratti a lungo termine con i fornitori di elettricità e manutenzione.
Per questa ragione la proposta del parco astronomico mira a sensibilizzare i pubblici amministratori e restituire il cielo a tutta la cittadinanza.

LA PARTECIPAZIONE ALLE DECISIONI DEI WORKERS

un modello EU (Europa) da estendere : 

orso castano: la partecipazione dei lavoratori e' un metodo che dalla fabbrica deve estendersi alla ricerca , che non deve essere solo appannaggio delle Universita' e di cerchi chiusi delle varie caste piu' o meno politicizzate. Questa non e' scienza e rischia di diventare prevalentemente una spartizione di soldi. Tutte le associazioni scientifiche accreditate possono e devono partecipare alle ricerche finanziate con i soldi europei , cioe' dei cittadini!! Un esempio la ricerca sulla Sarcopenia! 49 milioni di euro, soldi dei cittadinni europei!! Che fine faranno? Trasparenza!!


La partecipazione dei lavoratori costituisce una parte importante della gestione della salute e della sicurezza. I dirigenti non hanno soluzioni per tutti i problemi legati alla salute e alla sicurezza, mentre i lavoratori e i loro rappresentanti possiedono esperienze e conoscenze approfondite riguardanti il modo in cui viene svolto il lavoro e le sue conseguenze su di essi. Pertanto è necessario che dirigenti e lavoratori collaborino strettamente per trovare soluzioni congiunte a problemi comuni.
Per i datori di lavoro questo significa ricevere aiutonell'individuare problemi effettivi e nel cercare le soluzioni giuste, nonché disporre di una forza lavoro motivata. Per i lavoratori, invece, significa prevenire eventuali infortuni di lavoro.
Secondo quanto previsto dalla legge, i lavoratori devono essere informati, istruiti, formati e consultati su questioni riguardanti la salute e la sicurezza. La piena partecipazionenon si limita alla consultazione, ma prevede che i lavoratori e i loro rappresentanti siano coinvolti anche nei processi decisionali. La partecipazione dei lavoratori alla salute e alla sicurezza è un semplice processo bidirezionale in cui datori di lavoro e lavoratori/rappresentanti dei lavoratori:
si confrontanoprestano ascolto reciproco alle loro preoccupazioni
confidano gli uni negli altri e mostrano un rispetto reciprocoaffrontano le questioni in modo tempestivo
considerano l'opinione di tuttiadottano decisioni congiuntamente
ricercano e condividono pareri e informazioni

Vantaggi derivanti dalla partecipazione dei lavoratori

La consultazione dei lavoratori è sancita dalla normativa in materia di salute e sicurezza, data la sua importanza nella prevenzione dei rischi e nell'individuazione di soluzioni efficaci. Spesso i luoghi di lavoro in cui i dipendenti contribuiscono attivamentealla salute e alla sicurezza presentano un livello di rischio professionale e tassi di incidenti inferiori.
Le ragioni principali per cui i lavoratori dovrebbero influire attivamente sulle decisioni dirigenziali comprendono il fatto che:
  • worker consultationla partecipazione dei lavoratori contribuisceall'elaborazione di misure realistiche ed efficaci volte a proteggere i lavoratori;
  • coinvolgendo i lavoratori nella fase di pianificazione di una determinata questione, questi potranno individuare con maggiore probabilità i problemi e le loro cause, contribuire all'identificazione di soluzioni pratiche e conformarsi al risultato finale;
  • se ai lavoratori viene offerta l'opportunità di partecipare all'elaborazione di sistemi di lavoro sicuro, questi potrannofornire consulenza e suggerimenti, nonché richiedere miglioramenti, contribuendo in tal modo allo sviluppo di misure di prevenzione degli incidenti e delle malattie professionali in modo tempestivo e vantaggioso in termini di costi;
  • se coinvolti fin dall'inizio, i lavoratori percepiranno laresponsabilità legata alla ricerca della soluzione;
  • si verificherà un miglioramento della comunicazione e della motivazione in generale.
Per maggiori informazioni: Worker representation and consultation on health and safety (Rappresentanza e consultazione dei lavoratori in materia di salute e sicurezza). Un'analisi dei risultati emersi dall'indagine europea tra le imprese sui rischi nuovi ed emergenti

venerdì 2 gennaio 2015

La peer review funziona?

orso castano : non sara' facile e richiede molto tempo , ma va fatto . Anche le riviste meno prestigiose possono pubblicare articoli interessanti.! Lo dimostra chiaramente quanto sotto riportato!


"La peer review funziona? Sì, ma con qualche riserva (link artic.)

HomeLa peer review lascia un'impronta nella scienza. Le riviste scientifiche, con i loro sì e con i loro no determinano le sorti delle ricerche che vengono loro sottoposte ogni giorno, filtrano quello che dominerà il panorama scientifico e di cui parleranno i giornali nei mesi e forse negli anni successivi, e condannano all'oblio i frutti di altre ricerche. Perché non tutto può essere pubblicato, o meglio, non tutto può venire pubblicato nelle pagine delle maggiori riviste di scienza del mondo.
Funziona o non funziona questo metodo? La discussione nel mondo scientifico non manca di infiammare gli animi, ma secondo un nuovo studio, pubblicato recentemente su PNAS pare proprio di sì. Secondo gli autori, Kyle Siler, Kirby Lee e Lisa Bero, i cosiddetti gatekeeper, quelli cioè che mettono in atto i meccanismi di peer review, sarebbero in grado di valutare nella maggior parte dei casi l'effettiva qualità dei lavori che vengono loro sottoposti.
Fare bene però – sostengono gli autori – non significa certo essere perfetti. Vi sono infatti dei casi in cui articoli risultati esclusi si sono rivelati alla prova dei fatti delle scoperte scientifiche di prim'ordine o con un numero elevatissimo di citazioni, ma nonostante queste eccezioni, di norma pare che la macchina funzioni, per lo meno per la maggior parte degli studi considerati.

Per permettersi questa affermazione i ricercatori hanno interrogato un dataset composto da 1.008 studi, 946 dei quali rifiutati e 62 accettati dalle tre riviste mediche più in vista: Annals of Internal Medicine, British Medical Journal e The Lancet. Inoltre, 757 dei 946 articoli rifiutati erano stati poi pubblicati su altre riviste con un impact factor minore. In particolare gli scienziati hanno esaminato quante citazioni hanno raccolto gli articoli pubblicati in una di queste tre riviste in 10 anni, dal 2003-2004, anno di pubblicazione degli articoli analizzati, fino al 2014 e quante invece quelli rifiutati e pubblicati in altre riviste. Lo scopo dello studio era esaminare il grado di accuratezza attraverso cui gli editor e i peer reviewers prendevano le loro decisioni.
Il primo aspetto emerso è che i 14 articoli più citati del dataset erano in realtà stati rifiutati dalle tre riviste ad alto impact factor, e 12 di questi addirittura a livello di desk, erano cioè stati reputati già a un primo esame di una qualità tale da non permettere loro di passare alla peer review vera e propria. Secondo gli autori però questo fatto curioso si spiega in maniera semplice: il meccanismo dimostra delle falle quando si trova ad analizzare articoli considerati “non convenzionali”. Gli uncommon work, quelli che si rivelano spesso i maggiori portatori di innovazione e rivoluzione dei paradigmi scientifici sono – precisano gli autori – particolarmente vulnerabili ad essere rigettati dalle riviste, già in una primissima fase.

Questa spiegazione però sembra a tratti contrastare con un altro aspetto emerso nella ricerca e cioè che quello che importa ai gatekeepers è essenzialmente valorizzare la novità, purché questa sia scientificamente corroborata. E proprio la mancanza di novità è, sempre secondo quello che raccontano gli autori dello studio, la ragione per cui i 14 articoli pluricitati di cui si parlava poc'anzi, sono stati in realtà rifiutati dalle tre grandi riviste e dai loro peer reviewer. “Perché anche la percezione della novità può solo essere relativa” si legge, come hanno testimoniato il Premio Nobel per la medicina Rosalyn Yalow, a cui Science rifiutò una pubblicazione, il Premio Nobel per l'economia George Akerlof e addirittura, un riferimento che si ritrova proprio nel paper, la famosa mamma di Harry Potter, J.K.Rowling.

La macchina della peer review pare funzioni bene anche perché si sa correggere. Secondo i risultati ottenuti esaminando la relazione fra quando un articolo è stato pubblicato e il numero di citazioni ricevute, i ricercatori hanno notato che se un editor o un reviewer compie un errore di valutazione, nel sopravvalutare o nel sottovalutare un contributo, il sistema in realtà provvede autonomamente a “dare a Cesare quello che è di Cesare”. “Se uno dei tre grandi giornali rifiuta per sbaglio un articolo di valore, il lavoro in questione finisce infatti comunque per apparire in poco tempo su un'altra importante rivista.

In ogni caso gli errori sono inevitabili e non esiste – precisano gli autori – un revisore che può garantire senza ombra di dubbio una valutazione perfetta ed efficiente. Inoltre, distinguere pessimi articoli è molto più semplice rispetto a individuare quelli davvero eccellenti."