mercoledì 25 settembre 2013

read key ; fisica quantistica: il concetto di realta'

                        quadri di  artiste                                          

dorothea lange, fotografa + slick + joplin



Telecom, maggioranza e opposizioni divise Copasir: rischi per la sicurezza nazionale. Letta dormiva, i servizi segreti pure!!

anni 30, USA; Dorothea Lange FotografaGenova - 
La cessione del controllo di Telecom agli spagnoli di Telefonica «pone seri problemi di sicurezza nazionale, visto che la rete Telecom è la struttura più delicata del Paese, attraverso cui passano tutte le comunicazioni dei cittadini italiani ed anche quelle più riservate». A lanciare l’allarme all’ANSA è ilpresidente del Copasir Giacomo Stucchi.Su questo tema - annuncia Stucchi - «faremo una riflessione come Comitato e chiederemo che vengano a riferire in audizione il direttore del Dipartimento Informazioni per la Sicurezza, Giampiero Massolo».Brutte notizie, poi, dalla Borsa: peggiora ancora l’andamento di Telecom. Il titolo, in perdita dall’avvio di giornata, tocca una flessione del 4,6% a 0,57 euro. Continuano ad essere forti gli scambi: sono passate 210 milioni di azioni contro una media quotidiana dell’ultimo mese di 161 milioni di `pezzi´. Pesa l’ipotesi di un aumento di capitale.«Se il Copasir ci chiederà un’audizione» sulla vicenda Telecom, «il governo andrà ovviamente a riferire». Così il ministro per i rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, a margine della capigruppo della Camera, risponde a chi gli domanda delle perplessità espresse dal Copasir.Catricalà: «Il Governo avvertito a cose fatte»...........................................

Come si svende e si distrugge un capitale umano e tecnologico costruito in anni di duro lavoro!! Questo e' capace di permettere il governo delle larghe fregature trasversali

 anni 30 , USA, dorothea lange fotografa

Generali, Intesa Sanpaolo e Mediobanca usciranno da Telecom Italia, lasciando in mano a Telefonica il 100% di Telco, la controllante della società di tlc che detiene il 22,4% del capitale. Il processo avverrà per fasi e potrebbe concludersi al massimo entro febbraio 2015. 
La prima fase dell'accordo prevede che già oggi Telefonica provveda ad aumento di capitale sociale di Telco da 324 milioni peer coprire l'indebitamento bancario in essere in scadenza a novembre 2013, mentre il residuo debito bancario di Telco sarà interamente rifinanziato fino a 700 milioni, da Mediobanca e Intesa Sanpaolo in parti uguali, attraverso un nuovo finanziamento a condizioni di mercato. 

A quel punto in Telco le quote saranno queste: Gruppo Generali 19,32%; Intesa Sanpaolo 7,34%; Mediobanca7,34%; Telefonica il 66% ma diritto di voto pari solo al 46,2%. Telefonica poi sottoscriverà un ulteriore aumento di capitale sociale di Telco, da complessivi di 117 milioni, e salirà al 70%, senza alcuna modifica nei diritti di governance. 

A partire dal 1° gennaio 2014, Telefonica potrà convertire le proprie azioni e tramutarle in azioni con diritto di voto fino a una quota massima del 64,9%, diventando così anche nei fatti la controllante di Telco. Il nuovo Consiglio di amministrazione di Telco a quel punto continuerà ad essere composto da 10 membri: i soci italiani nomineranno 5 amministratori e Telefonica i restanti 5. 

anni 30, USA , Dorothea Lange, grande fotografa


Camusso: "Quella di Telecom è una svendita"

orso castano : nel nome delle larghe intese si stanno somministrando al paese ed alle sue classi meno abbienti "larghe fregature". Questo governo e' ricattao ad ogni passo , tra un po arrivera' l'aumento dell'IVA  al posto della patrimoniale. La destra fa il suo lavoro, la sinistra pure, cioe' litiga , che poi e' il "lavoro"che ha fatto da sempre , litigare


Cgil preoccupata per occupazione a rischio

"E'inconcepibile che un'azienda così importante venga venduta in una notte senza che ci siano garanzie su occupazione, investimenti, sviluppo e prospettive", dice il segrteraio della Cgil al Gr3 di Radio Rai

VotaSusanna Camusso
Roma, 25 Settembre 2013
"Siamo preoccupati". Ai microfoni del Gr3 di Radio Rai, Susanna Camusso si dice preoccupata soprattutto per le ricadute occupazionali per il caso Telecom "perché si tratta di una svendita, un'azienda importante svenduta ad un operatore telefonico straniero che è pieno di debiti, che è conflittuale rispetto agli asset sudamericani di Telecom - che invece erano un punto di profitto positivo - e soprattutto perché saremo l'unico Paese europeo che non ha più la proprietà della rete e non ha più una grande azienda di telecomunicazioni, che sono condizioni invece necessarie per l'innovazione, i sistemi informativi, l'agenda digitale, cose che ci verranno sottratte con il rischio di un impoverimento immediato di una nostra importante azienda e
con una prospettiva di ulteriore impoverimento per la tenuta competitiva per il nostro Paese"............................................................................................................................................

lunedì 23 settembre 2013

read key , epigenetics, d. Baulcombe

Medicina Epigenetica
Sir David Charles Baulcombe, professore della Royal Society e capo del Dipartimento di Scienze Botaniche presso l’Università di Cambridge. Le sue ricerche hanno aiutato a capire la complessità e le origini delle differenti classi di piccole molecole di RNA. Molto di ciò che ha scoperto si può applicare agli animali, indicando che questi sono processi antichi sviluppatisi all’inizio dell’albero evolutivo. Nel 2012 è stato insignito del prestigiosissimo Premio Balzan, “per il suo contributo fondamentale alla comprensione dell’epigenetica e del suo ruolo nello sviluppo delle cellule e dei tessuti in condizioni normali e di stress”. Baulcombe è stato uno dei protagonisti più attesi dell’Evolution Day 2013. Venerdì 8 febbraio, alle 21.00, nell’aula magna del Museo di Storia Naturale di Milano, dove ha tenuto una lecture dal titolo “Epigenetica – un’altra dimensione nell’evoluzione?”.
Lei usa spesso l’espressione “It’s not all my DNA”: ci può spiegare che cosa intende? Le informazioni presenti nel genoma non si trovano solo nelle sequenze nucleotidiche ACGT della molecola di DNA, ma anche in “decorazioni” molecolari al DNA che influenzano l’espressione dei geni. Queste decorazioni vengono copiate quando il genoma viene duplicato durante la divisione cellulare. Oggi sappiamo inoltre che l’RNA non è solo il messaggero cellulare che trasmette le informazioni di codifica elaborate dal nucleo al resto della cellula – è anche un regolatore di informazioni nel genoma. E’ determinante, infatti, nello spegnimento di alcuni geni o nell’assicurarsi che altri vengano accesi al momento giusto.
Lei è considerato uno dei padri dell’epigenetica. Ce la spieghi in due parole.L’epigenetica si riferisce agli effetti ereditabili del genoma che sono separati dagli effetti delle sequenze nucleotidiche nel DNA. E’ un insieme di reazioni che, non alterando la struttura del DNA, possono influenzare, comunque, sia l’espressione genica ma anche e soprattutto ciò che viene trasmesso alle generazioni future.
In che modo l’epigenetica modifica gli organismi? L’epigenetica fornisce una memoria molecolare della nostra esperienza passata. Ecco perché gli effetti dell’ambiente in cui viviamo possono arrivare ai figli.
Questo significa che il DNA non è così importante come si è sempre pensato? Il DNA è centrale e l’epigenetica è un evento “collaterale”, ma importantissimo per il DNA.
Dopo numerose scoperte, oggi è cambiata la definizione di gene?E’ la stessa di sempre – una unità di informazione nel genoma ereditata da una generazione a quella successiva. Tradizionalmente si pensava che i geni portassero solo alla codifica delle proteine ​​- ma ora sappiamo che nelle sequenze geniche ci sono anche informazioni per specifici RNA regolatori.
Come possono gli studi epigenetici migliorare la ricerca in campo biomedico?Queste ricerche potranno aggiungere quei tasselli mancanti ma fondamentali per comprendere meglio i meccanismi di alcune malattie come il cancro.
Quali possono essere gli stimoli ambientali che influenzano le nostre caratteristiche ereditarie? Tra i più potenti induttori di mutazioni trasmissibili vi è lo stress – probabilmente tutte le forme di stress sia quello fisico che psicologico. Ma anche la fame e il fumo nell’adolescenza possono avere un peso determinante. Un recente studio ha, infatti, messo in evidenza come gli effetti di una carestia su una popolazione sono stati trasmessi alle generazioni successive, portando nella progenie un cambiamento significativo nella statura.
Definisce l’epigenetica come un “eredità soft”. Può spiegarci questa affermazione? L’ereditarietà “forte” è determinata dalla sequenza delle basi del DNA. La trasmissione dei caratteri connessa all’epigenetica è un processo invece “soft”, perché può essere instabile a causa dell’ambiente. E’ un meccanismo lento ma costante, che viene determinato giorno dopo giorno.
Il processo di spegnimento dell’RNA e quello epigenetico hanno avuto un ruolo nell’evoluzione? Un ruolo determinante, mi permetto di aggiungere, perché sono meccanismi mediante i quali viene generato nuova variazione ereditabile.
Tratto da www.dionidream.com

domenica 22 settembre 2013

read key : l'uomo puo' causare terremoti

da orso bianco ,Pubblicato in data 19/set/2013
C'è un rapporto diretto tra le attività di estrazione di gas naturale attraverso la fracking, e certi terremoti, come dimostrano tre articoli pubblicati sulla rivista Science. Ma non basta, anche se il fracking sembrava determinare sismi fino al 3°,quindi di bassa intensità, la tecnica di iniezione delle acque reflue nel sottosuolo assieme al fracking o a alle perforazioni geotermiche, si è visto che possono produrre terremoti anche superiori al 5°. 


by   woman walls

read key: neuroscienze: neuroni specchio

occhio castano: articolo interessante, ulteriore riflessione sulla scoperta di Rizzolati : i neuroni specchio non danno un carattere "semanteico", cioe' un significato storico/esistenziale" alla compartecipazione ed alla immedesimazione. Il significato spetta al soggetto, in base al suo carfattere, alla sua storia, alle sue situazioni affetive.

Scienza e Psicoanalisi logo..........................................................Neuroscienze e movimento
Rizzolatti con i suoi studi sulla corteccia motoria e sui neuroni a specchio ha ribaltato i paradigmi su cui si basavano i precedenti studi sulla corteccia celebrale motoria e la funzionalità del movimento.Per decenni l’idea dominante era che le aree della corteccia motoria fossero destinate a compiti meramente esecutivi.I moderni studi tra cui quelli di Rizzolatti hanno invalidato questa ipotesi. Si è scoperto che in alcune di queste aree celebrali vi sono neuroni che si attivano in relazione non a semplici movimenti, bensì ad atti motori finalizzati (come l’afferrare, il tenere, il manipolare, ecc.) e che rispondono selettivamente alle forme e le dimensioni degli oggetti sia quando si sta interagendo con essi sia quando ci si limita ad osservarli.
Questi neuroni appaiono essere in grado di discriminare l’informazione sensoriale, selezionandola in base alla possibilità che l’atto offre, indipendentemente dal fatto che tale possibilità venga concretamente realizzata o meno.Nella premessa al loro libro: ” So quel che fai, il cervello che agisce e i neuroni a specchio” Rizzolatti e Sinigaglia affermano: “Il sistema motorio non ha a che fare con singoli movimenti ma con azioni (…)  È in questi atti, in quanto atti e non meramente movimenti, che prende corpo la nostra esperienza dell’ambiente che ci circonda e che le cose assumono per noi immediatamente significato.Lo stesso rigido confine tra processi percettivi, cognitivi e motori finisce per rivelarsi in gran parte artificioso: non solo la percezione appare immersa nella dinamica dell’azione, risultando più articolata e composita di come in passato è stata pensata, ma il cervello che agisce è innanzitutto un cervello che comprende.
Si tratta, come vedremo, di una comprensione pragmatica, preconcettuale e prelinguistica, e tuttavia non meno importante, perché su di essa poggiano molte delle nostre tanto celebrate capacità cognitive.” Per gli autori il vedere che guida la mano è soprattutto un vedere con la mano, l’oggetto percepito è immediatamente codificato come un insieme determinato da ipotesi di azione.
I neuroni non reagiscono allo stimolo in quanto tale (forma,  aspetto sensoriale) ma al significato che esso riveste per il soggetto in azione, ciò equivale, per gli autori, ad un atto di comprensione.
Tale comprensione è essenzialmente pragmatica, non determina alcuna rappresentazione semantica dell’oggetto: non è, ad esempio, un bicchiere bensì ” qualcosa di afferrabile con la mano”.
È lo stesso Rizzolatti ad accostare le sue ipotesi alla teoria di Piaget ed a riprendere il concetto di schema senso-motorio.Rispetto ai neuroni a specchio afferma che essi sono alla base del riconoscimento e della comprensione del significato degli eventi motori ossia degli atti degli altri.
” Questa comprensione non è una consapevolezza esplicita o riflessiva dell’osservatore sull’identità o la somiglianza tra l’azione vista e quella eseguita. Più semplicemente è la capacità immediata di riconoscere eventi motori differenziandoli da altri ed eventualmente di utilizzare questa informazione per rispondere nel modo più appropriato.”
Il coinvolgimento dei neuroni  a specchio consente di decifrare il significato degli eventi motori osservati, ossia di comprenderli in termini di azioni. Citando l’autore: ” Tale comprensione appare priva di alcuna mediazione riflessiva, concettuale e/o linguistica, essendo basata unicamente su un vocabolario di atti e su quella conoscenza motoria dai quali dipende la nostra stessa capacità di agire. (…) Tale comprensione non investe singoli atti, bensì intere catene di atti.”
Esiste quindi una memoria motoria, preverbale ed asemantica che può agire in parallelo alla conoscenza ed alla memoria verbale semantica.
Un’ultima suggestione significativa viene dall’analisi delle connessioni della corteccia motoria: essa è connessa con il lobo prefrontale sede della memoria di lavoro e della pianificazione delle azioni e con la corteccia del cingolo, sede dell’elaborazione delle informazioni motivazionali ed affettive........................


read key : ambient stress : Il fumo in dolce attesa provoca rischio asma per tre generazioni

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A rivelarlo è uno studio svolto a Los Angeles

Sono quasi 300 milioni le persone che nel mondo soffrono di asma, cifra destinata a salire, grazie ad una stima che alza l’asticella fino al numero di 400 milioni nel 2025. Una malattia quindi, in costante aumento e che provoca non poche difficoltà. Un fattore di rischio per questa patologia e’ sicuramente rappresentato dal fumo in gravidanza. Nel nuovo studio, gli scienziati del Los Angeles Biomedical Research Institute dell’Harbor-UCLA Medical Center hanno esposto topi incinta alla nicotina. Hanno poi testato sulle successive generazioni: i risultati suggeriscono che il rischio era aumentato e quindi si estendeva a tre generazioni. La ricerca e’ stata pubblicata sull’American Journal of Physiology-Lung Cellular and Molecular Physiology.
gravidanza
Dunque, meno si fuma e meglio è non solo per il nascituro, ma anche per le altre generazioni; dopo questo studio, l’auspicio è che il senso di responsabilità delle donne fumatrici in dolce attesa, 

read key: ambient stress :da Google + Fukuscima l'incubo mortale da cui non se ne esce.. In Italia c'e' ancora chi esalta il nucleare: cioe' la nostra tomba

giuseppe mitolo

Energie rinnovabili/Ambiente  -  Ieri alle ore 14:18
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3 commenti
Boris Cavadini
Ieri alle ore 19:01
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+Pierluigi Marastoni
Quel che è peggio è che, anche volendo, ad oggi non esiste una sola alternativa valida per fermarle....

sabato 21 settembre 2013

read key : epigenetics : formazione micro rna

Ocse: nel 2014 in Italia più disoccupati
Il 53% dei giovani lavoratori è precario

Per l'Inps un rosso da nove miliardi. Nel 2012 la gestione finanziaria di competenza del nuovo Inps (dopo la fusione con Inpdap ed Enpals) ha evidenziato un saldo negativo di quasi 9 miliardi di euro, dovuto esclusivamente alla gestione dei dipendenti 

Inps: nel 2012 rosso da nove miliardi. Tre pensionati su quattro ...

ROMA - Oltre la metà dei lavoratori italiani under 25, il 52,9%, ha un lavoro precario: lo ha calcolato l'Ocse nel suo Employment outlook, basato su dati di fine 2012. 

Bankitalia: entrate tributarie in aumento ma il debito pubblico segna ...

Il Messaggero - ‎22 minuti fa‎
ROMA - Il debito pubblico a maggio 2013 è aumentato di 33,4 miliardi rispetto al mese precedente, raggiungendo «un nuovo massimo storico», a 2.074,7 miliardi. Lo comunica la Banca d'Italia. L'aumento del debito pubblico «riflette principalmente ...

read key : psicologia uomo : Identità urbane: pratiche, progetto, senso dei luoghi

Il tema dell’identità è diventato un tema ricorrente in campo urbanistico e nella pianificazione territoriale, tanto da porlo spesso come obiettivo delle politiche urbane e territoriali. E’ un tema ricorrente nella ricerca scientifica, nei dibattiti pubblici, nelle politiche urbane.
Questo costituisce allo stesso tempo un segnale e un rischio.
cellamare2
E’ un segnale perché evidenzia il dispiegamento di una serie di processi trasformativi estremamente forti che stanno cambiando radicalmente il volto delle nostre città, fatto che si risente molto nelle città italiane, particolarmente radicate nella propria identità storica e culturale, ma di cui non sono assolutamente immuni molte realtà europee o extraeuropee (Porter, Shaw, eds, 2008). Si tratta sia di trasformazioni estremamente veloci, per lo più legate a grandi interventi pubblici o a grandi operazioni immobiliari e finanziarie, sia di trasformazioni apparentemente più lente, ma che ugualmente determinano un radicale cambiamento non solo urbanistico o territoriale, ma anche sociale e culturale.
Tra le prime, ad esempio, basta ricordare i grandi interventi sulle cosiddette “centralità” a Roma, gli interventi in zona Garibaldi a Milano o gli interventi sulle Spine e per le Olimpiadi invernali a Torino, dove spesso gli interventi e le politiche pubbliche assecondano le grandi operazioni immobiliari. Interventi che, non solo cambiano radicalmente e direttamente il volto della città, ma – come tutti i meccanismi di valorizzazione economica – determinano trasformazioni indirette ancor più radicali, influendo sull’andamento del mercato immobiliare e causando i grandi processi di espulsione della popolazione e di trasformazione sociale (con il connesso, spesso doloroso, fenomeno degli sfratti). Ma gli esempi potrebbero essere tanti.
Tra le trasformazioni apparentemente più lente ricordiamo i grandi processi di gentrification, anche in questo caso fortemente determinati dai meccanismi di valorizzazione economica della città e dal conseguente andamento del mercato immobiliare, ma anche dai cambiamenti nei modelli di vita e di abitare (la ricerca, ad esempio, da parte della media borghesia, di contesti urbani fortemente qualificati e caratterizzati proprio da identità urbane radicate e da un certo contesto di relazioni sociali). Ne sono stati interessati non solo i centri storici, ma anche vaste aree consolidate e fortemente caratterizzate dal punto di vista dell’identità urbana e sociale, come alcuni quartieri operai o i quartieri della prima cintura. Ne sono esempi, a Roma i quartieri San Lorenzo, per un verso, e Pigneto, per l’altro. Ma, sempre con riferimento a Roma, stanno cambiando identità anche i quartieri abusivi (anzi ex-abusivi) di pasoliniana memoria o quelli dove si sono concentrate le lotte per la casa negli anni ’70, ormai diventati quartieri consolidati e riqualificati, impropriamente considerati periferici, luoghi di identità molto forti, “rivendicate” e “difese”.
I problemi legati all’identità esplodono proprio in quei contesti urbani dove “si perde l’identità”, dove le tensioni trasformative sono più forti e si traducono in conflitti accesi. Tant’è che la presenza di importanti e significativi movimenti urbani e la formazione di comitati e associazioni locali sembrano spesso, più che (o non soltanto) l’espressione di un tessuto sociale attivo,  consistente e radicato in culture e dinamiche preesistenti, il segnale di quanto questo tessuto si senta minacciato e reagisca in qualche modo alle trasformazioni che sente sempre più incalzanti e inarrestabili. Ne sono esempi il quartiere San Salvario a Torino, il quartiere Isola a Milano, il rione Monti a Roma, San Berillo e il Quartiere Fiera a Catania, il Quartiere Brancaccio a Palermo, ecc. (Cellamare, Cognetti, 2007).
Allo stesso tempo la questione dell’identità diventa un rischio quando viene posta in termini di conservare/salvaguardare un’identità, di politiche localistiche (che poi danno origine, estremizzando, ad atteggiamenti razzisti e che non accettano le diversità), di disegnare lo sviluppo di un territorio a partire da un’identità predefinita. Mi è capitato in diversi seminari di incontrare studenti che mi chiedevano come sviluppare una pianificazione territoriale sulla base di un’identità, a partire da un’identità storicamente consolidata, al limite di “pianificare un’identità”. E’ chiaro che qui siamo ai limiti di una “pianificazione sociale” che, estremizzando, potrebbe diventare coercitiva. L’identità non si pianifica, anche se è vero che una pianificazione, come una qualsiasi politica pubblica, nel bene o nel male, induce un certo tipo di identità. Ancor più pericolosa è la situazione in cui l’identità è utilizzata in termini strumentali all’interno di processi politici ambigui.
Se, da una parte, è vero che questa è sempre più una “società senza memoria” o che progetta senza memoria (Decandia, 2004), dall’altra è anche vero che i problemi si pongono nel momento in cui si trasforma l’identità in un oggetto che vive di vita propria, in cui si reifica l’identità, estraendola ed astraendola dal processo che la determina. L’identità è infatti l’esito, indefinibile a priori, di un processo evolutivo nel tempo, è essa stessa un processo evolutivo nel tempo,  sia nei termini della sua formazione sia nei termini della sua evoluzione nel tempo. L’identità è il prodotto di una narrazione urbana continua.
Essa quindi, intrinsecamente, non rimane sempre uguale; per sua natura cambia. I problemi si pongono quando queste trasformazioni hanno effetti sociali e culturali stravolgenti per le popolazioni che li vivono, quando queste trasformazioni sono estranianti, eterodirette e guidate esclusivamente da obiettivi economici, quando queste trasformazioni sfuggono a qualsiasi interpretazione critica.

Identità e contesti urbani

La conformazione degli spazi influisce fortemente sull’identità, ma analogamente i processi sociali e culturali conformano gli spazi. Si tratta di un rapporto biunivoco, ben rappresentato da Simmel (1908) che va anche oltre la locuzione “fatti sociali formati nello spazio” (Bagnasco, 1994) che ha poi avuto fortuna in Italia negli anni ’90 ma che ancora interpreta lo spazio come uno “sfondo” o che comunque mantiene separate le due dimensioni, quella spaziale e quella sociale. Simmel interpretava infatti la spazialità come un attributo dei processi sociali, come una proprietà intrinseca dei fenomeni sociali, che non si danno se non spazialmente. In alcune splendide pagine de Lo spazio e gli ordinamenti spaziali della società (1908), Simmel considera lo spazio come una condizione di esistenza delle organizzazioni sociali; non come un fatto oggettuale ma come una proprietà delle società. La definizione dello spazio come a priori logico percettivo, permette di considerare questa dimensione non come qualcosa di cui si fa esperienza, ma come un modo di fare esperienza. Lo spazio non è mai un aspetto oggettivo, ma, come dice Simmel, un’attività dell’anima, contemporaneamente condizione (ciò che limita, vincola) e simbolo (cioè la creatività, la costruzione sociale) dei rapporti tra gli uomini (Mandich, 1996, p. 38), esito quindi di un’ambiguità e di un intreccio: “il rapporto con lo spazio è soltanto da un lato la condizione, dall’altro il simbolo dei rapporti con gli uomini” (Simmel, 1908, p. 580). Lo spazio non è, “di per sé”, una forma, ma produce forme nello strutturare i rapporti di interazione. Le forme spaziali sono quindi quelle configurazioni di relazioni sociali che trovano nello spazio la loro concretizzazione. Le società si configurano spazialmente; in un intreccio inestricabile tra fisicità degli spazi, rappresentazioni sociali, pratiche di vita, immaginari, ecc. (Cellamare, 2008).
Analogamente non è possibile definire in forma deterministica un’identità, così come non è possibile associare in forma deterministica un’identità definita (e bloccata nel tempo) ad un contesto urbano definito.
La città è una città plurale. E’ realtà plurale, per eccellenza. L’identità sociale e urbana che si costituisce localmente è in realtà plurima, esito dell’interazione di soggetti e processi diversi, che sono a loro volta portatori e produttori di identità diverse. L’identità di un contesto urbano, di un “quartiere”, è la stratificazione di identità diverse, comprese sia quelle “prodotte localmente” sia quelle definite o imposte dall’esterno in relazione alle immagini che si hanno di quel contesto.
La stessa idea di “quartiere” viene qui messa in tensione, come alcuni sociologi urbani (Tosi, 2001) tendono a sottolineare. Un “quartiere” non è dato a priori, ma è un grumo di storie, di nodi di reti, di conformazioni spaziali, di pratiche, ecc. con un’identità plurima ed evanescente. Per questo, sebbene esista nel senso comune, non è facilmente identificabile come tale, come entità reificata. Sebbene alcune conformazioni spaziali (il tessuto urbano, le tipologie edilizie prevalenti, le fasi storiche che hanno portato alla sua costruzione, ecc.) possono essere identificate e definite anche chiaramente, e spesso costituiscono il riferimento per la vita degli abitanti o dei suoi frequentatori, un “quartiere” rimane difficile da definire.
Se prendiamo in considerazione il rione Monti, nel centro storico di Roma [fig. 1], e chiediamo a soggetti diversi di individuarlo e perimetrarlo, non otterremo risultati omogenei o coincidenti. E tale diversità non si pone solo tra gli abitanti del rione ed il resto della città, ma anche tra gli abitanti stessi.
L’identità evolutiva dei quartieri è ben studiata e documentata, ad esempio, dai lavori di PeriMetroLab, un laboratorio di studio e ricerca sulle periferie metropolitane dell’Università Bicocca di Milano (Zajczyk et al., 2005; Borlini, Memo, 2008), che sviluppano un’interessante riflessione sulle “traiettorie” dei quartieri; di come, cioè, i quartieri nati con alcune caratteristiche urbane e sociali siano evoluti nel tempo sotto la pressione di fenomeni diversi e tutt’oggi abbiano davanti a sé percorsi differenti in relazione ai processi di valorizzazione, di trasformazione urbana, di pressione sociale, di andamento del mercato immobiliare, di rappresentazioni sociali prodotte, ecc..
Analogamente, gli sforzi di identificare alcuni “quartieri” prevalentemente attraverso parametri di tipo morfologico o funzionale, o al più di frequentazione d’uso, risultano generalmente insoddisfacenti perché semplificano, perdendola, la complessità dei fenomeni, della vita e delle relazioni che portano alla costituzione dei “quartieri” come tali .

Pratiche urbane e senso dei luoghi
Alla stregua della memoria e delle identità storiche, che giocano un ruolo particolarmente importante soprattutto nei contesti urbani storici o consolidati, le pratiche urbane sviluppate nella vita quotidiana non sono meno rilevanti nella formazione delle identità urbane dei diversi contesti della città. Le pratiche urbane, ed in particolare le diverse forme di appropriazione materiale e simbolica degli spazi, sono fattori costitutivi e costruttivi dell’identità. Nella considerazione delle identità urbane dobbiamo cioè tenere in prima considerazione tutti quei processi che caratterizzano la “produzione della città”, pratiche che costituiscono la “scrittura della città” (de Certeau, 1990), e che vanno a definire il “senso dei luoghi” (Cellamare, 2008).
Piazza Madonna de’ Monti, la piazzetta del rione Monti, unico vero spazio pubblico del quartiere, ha assunto un valore particolarmente significativo per quel contesto urbano non solo per il suo valore storico-culturale-architettonico e di ambiente, ma anche per le vicende che l’hanno attraversata, le battaglie che gli abitanti hanno fatto per pedonalizzarla, e le pratiche che la caratterizzano fortemente, diverse a seconda dei soggetti coinvolti e in alcuni casi anche conflittuali [fig. 2]: luogo di incontro e di scambio per gli abitanti, luogo di tutte le principali feste e di tutti i principali eventi pubblici, comprese le assemblee e le discussioni pubbliche, luogo piacevole per i turisti, luogo di ritrovo per molti romani e per chi lavora a Monti e nelle altre aree limitrofe, luogo-immagine del cinema, luogo-immagine della popolanità del rione e del centro storico per gli abitanti di più vecchia data, luogo di riferimento per chi è dovuto andare via, luogo di riferimento per la comunità ucraina (perché qui si trova la parrocchia cristiana ucraina di Roma) che qui si ritrova per le grandi celebrazioni (i battesimi, la Pasqua ortodossa, ecc.) ma anche per incontrarsi e ritrovarsi, luogo di “valorizzazione” per i commercianti, ecc.

Alcune questioni relative al rapporto città-identità-progetto

Identità e pianificazione
Se è vero, come si diceva, che l’identità non si pianifica, è anche vero che la pianificazione così come le politiche urbane incidono fortemente sulla formazione delle identità urbane. Riprendendo alcune considerazioni precedenti, si può notare come il nuovo piano regolatore di Roma, così come alcune leggi regionali e alcune delibere comunali sul commercio, forniscono una serie di indicazioni e inducono una serie di trasformazioni che possono cambiare e cambiano radicalmente l’identità del centro storico. Alcuni cambi di destinazione d’uso in alcuni piani e in alcuni tessuti, la politica dei “salotti di Roma” e le occupazioni di suolo pubblico (Cellamare, 2007; Allegretti, Cellamare, 2008) , la valorizzazione economica degli spazi pubblici, lo sprawl dei bed&breakfast e delle altre forme di accoglienza turistica a basso costo senza criteri e valutazioni di carattere urbanistico, e altre situazioni analoghe hanno determinato una minuta, ma diffusa e consistente trasformazione del centro storico di Roma, di fatto assecondando alcune dinamiche già esistenti e che hanno origini più lontane nel tempo, ma che assumono in questo modo caratteri e portate ben differenti. Per molti attenti osservatori, il centro storico può essere interpretato come un “distretto del turismo e del commercio”, forse il principale a Roma.
Siamo qui di fronte al tradizionale snodo tra politiche conservative e politiche trasformative, che sempre ha attraversato l’urbanistica.
Ad una scala territoriale, questi elementi hanno spesso interessato il dibattito sullo sviluppo locale. Così come negli anni ’70 e ’80 molte ricerche e molte politiche territoriali si sono soffermate e si sono basate sull’idea delle “vocazioni territoriali”, guidate dalle caratteristiche ambientali e dalle identità territoriali.
In questo senso, bisogna usare con attenzione e con prudenza un’idea e uno strumento come lo “statuto dei luoghi” (Magnaghi, 2000) che, se da una parte, rimanda a quegli elementi fortemente caratterizzanti un territorio in termini non solo ambientali e di stratificazioni storiche ma anche di relazioni costitutive nel rapporto tra uomo, società e ambiente, dall’altra rimanda agli interrogativi su chi e come decide quale è l’identità e su come questa dimensione entra nei processi decisionali e nelle scelte di pianificazione. Il tema dell’identità rimanda evidentemente alle forme della democrazia e all’idea di cittadinanza, anche nei suoi risvolti più concreti, dove il coniugare polis e civitas diventa scelte collettive, culture politiche ed economie urbane e territoriali.

Identità e immaginari urbani
Non bisogna sottovalutare le dimensioni immateriali che influiscono sulla formazione delle identità (ed anche sul progetto urbano). In particolare, si deve sottolineare la rilevanza degli immaginari urbani e delle rappresentazioni sociali, sia quelle prodotte localmente nell’ambito delle collettività interessate, sia quelle prodotte in contesti più allargati riguardo ad ambiti specifici. Ovvero, detto in parole più semplici, quello che la città pensa di un certo quartiere, l’idea che spesso il senso comune dà di un certo luogo. Anche qui bisogna considerare come i processi siano piuttosto complessi nel passaggio dalle condizioni esperite alla costruzione di rappresentazioni sociali prodotte localmente, alla formazione di un senso comune, al rapporto con un’immagine definita in un altrove e spesso imposta attraverso i mezzi di comunicazione, anche nella loro evoluzione temporale. Pensiamo a come abbiano pesato le vicende della banda della Magliana nella costruzione degli immaginari legati a quel contesto, o quelle del “gobbo del Quarticciolo” (vere o false che siano, costruite e sostenute dalla stessa collettività locale) rispetto all’immagine che ancora permane di quel quartiere. O ancora l’idea di “popolanità” di cui si fregiano ancora alcuni rioni storici di Roma, come Monti o Trastevere, sebbene attualmente (e non solo attualmente) questa immagine sia molto discutibile o venga filtrata attraverso ben altre dinamiche. Tali immaginari urbani comportano quindi notevoli ambiguità.
Per altri versi, bisogna sottolineare le stigmatizzazioni che hanno subito numerosi quartieri, e soprattutto quelli di edilizia economica e popolare costruiti negli anni ’70 e poi ancora negli anni ’80. Pensiamo a quelli che vengono regolarmente citati come lo ZEN di Palermo (Fava, 2008) o, a Roma, Corviale, Laurentino 38 e Tor Bella Monaca. O analoghi quartieri considerati degradati o malfamati; e che difficilmente possono levarsi di dosso una certa immagine, sia essa giustificata o meno. Non è un caso che, al Corviale di Roma, un importante progetto di riqualificazione, Immaginare Corviale (Gennari Santori, Pietromarchi, a cura di, 2006), abbia posto al centro dell’attenzione, oltre allo studio delle pratiche reali e delle condizioni d’uso del complesso di edilizia residenziale pubblica, proprio gli aspetti legati alla costruzione dell’immagine del quartiere e alla possibilità di pensarlo diversamente o di farlo pensare diversamente a chi non lo vive, anche ai fini di una progettazione degli interventi fisici di riqualificazione. Nell’ambito del progetto è stata attivata una televisione locale, Corviale Network, che – tra le altre cose – aveva lo scopo di far raccontare agli abitanti le situazioni, le condizioni di vita e la rappresentazioni che loro avevano del proprio complesso residenziale, anche al fine di mettere in discussione l’immaginario che la città ha di quel posto. Un indicatore dell’ambiguità di questo immaginario è dato dal fatto che gli abitanti dei quartieri ex-abusivi limitrofi criticano le politiche pubbliche, in quanto ritengono che favoriscano troppo Corviale (proprio perché se ne parla così tanto e ha un certo immaginario associato) in rapporto a quelle che sono invece le loro esigenze e necessità, considerate più gravose che non quelle del quartiere pubblico.
Esistono immaginari associati a quartieri “ghetto” così come immaginari associati alle gated communities o ai quartieri considerati benestanti. E questo influisce significativamente sulla formazione del mercato immobiliare e del valore delle aree e degli immobili. Pensiamo al fatto che negli Stati Uniti gli abitanti di un certo stabile svolgono una selezione sui potenziali nuovi inquilini, valutando se adeguati alle caratteristiche della loro abitazione. Così come, spesso, le persone selezionano il proprio luogo di residenza proprio sulla base della sua “identità urbana”, comprendendo sia gli aspetti materiali e logistici, sia le condizioni sociali e di vita, ma anche evidentemente l’immaginario ed il modello di vita ad esso associati.
Il rione Monti, ad esempio, è particolarmente ambito da una fascia medio-borghese, comprensiva di professionisti ed intellettuali, che cercano in quel quartiere proprio il suo carattere “popolano”, dove la dimensione umana è ancora significativa ed il tessuto sociale sembra tenere; un modello di vita molto ricercato in un mondo dove lo stress e le condizioni di vita ordinaria sembrano cancellare questa dimensione. Salvo determinare, proprio per questo, il cambiamento di quella identità (per la quale peraltro si battono vigorosamente) inducendo un aumento dei valori immobiliari (tra la metà degli anni ’90 e gli inizi del 2000 il costo della casa è passato da 3.000-5.000 €/mq a 10-12.000 €/mq) con gli effetti che ne derivano e che innescano potenziali situazioni di gentrification: sfratti, allontanamento del tessuto sociale tradizionale, chiusura delle botteghe artigiane, aumento degli esercizi pubblici che si possono permettere affitti elevati, aumento dei “tavolini” e della “movida” notturna, ecc., ecc..
Alcuni studiosi (Semi, 2004) ci fanno notare, in proposito, riferendosi alle attività commerciali che caratterizzano alcuni quartieri, come la loro localizzazione sia in un rapporto strettamente biunivoco con l’identità di un quartiere. Anzi, sottolineano come con i prodotti venduti “si venda” anche l’immagine che di quel quartiere si ha.
La città, e quindi la sua identità, è l’esito imprevisto, imprevedibile, eventuale dell’interazione (anche conflittuale) tra pratiche, politiche, immaginari, “idee di città”, vissuti configurati nello spazio (Cellamare, 2008).

Brand urbani e immaginari venduti
Le dimensioni immateriali sono particolarmente rilevanti oggi perché le iniziative immobiliari tendono a vendere non solo un’abitazione, ma anche un vero e proprio modello di abitare e un’identità urbana, o almeno gli immaginari relativi, che spesso non corrispondono poi alla realtà, come possiamo notare in molte espansioni urbane recenti a Roma (ad esempio, Bufalotta-“Porte di Roma”), proposte come altamente qualificate, in termini sia di qualità edilizia ed urbana, sia  di attrezzature e attività commerciali presenti, sia di modelli di vita. Le attività di promozione e marketing urbano costituiscono oggi un motore potente nello sviluppo della città e propongono veri e propri brand urbani. Non che questo non esistesse nel passato, ma la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa ne ha reso particolarmente rilevante la portata. Analogamente, anche le politiche urbane, favorendo alcuni modelli insediativi ed alcune operazioni immobiliari piuttosto che altri influiscono fortemente sugli immaginari urbani. La politica delle “centralità urbane” del Comune di Roma ne è un esempio. Incentrate intorno ad un polo di servizi ed attrezzature di livello urbano e metropolitano e ai complessi residenziali contermini, le centralità, collocate dal nuovo piano regolatore per lo più a cavallo del Grande Raccordo Anulare, dovevano costituire il sistema per realizzare il policentrismo e riqualificare le periferie. In realtà, si è trattato di grosse operazioni finanziarie e immobiliari gravitanti attorno ad un centro commerciale (ed eventuali attrezzature per il tempo libero connesse) che ben poco hanno riqualificato le periferie esistenti, da cui sono separate dai nuovi pesanti sistemi infrastrutturali, dal complesso esteso dei parcheggi e dal carattere di grandi attrezzature e strutture edilizie fuori scala. Inoltre, hanno determinato la morte di gran parte delle attività commerciali al minuto con effetti estremamente negativi sui tessuti sociali di vaste aree urbane. Non solo quindi non è stato raggiunto l’obiettivo, ma anzi se ne sono avuti effetti negativi ed è aumentata la dipendenza. Inoltre, è stato promosso un modello di città apparentemente di più alto livello rispetto ad uno considerato di più basso livello. Città di serie A e città di serie B.
Nella zona di Saxa Rubra, è stato, come noto, realizzato il Centro RAI in occasione dei Mondiali di calcio di Italia ’90 [fig. 3]. L’area era una ex-zona protoindustriale in via di dismissione, intorno alla quale era cresciuta una piccola borgata abusiva composta per lo più da persone immigrate dall’Abruzzo e marginalmente dalle Marche. Una borgata/quartiere dignitosa [fig. 4], costruita di fatto dai suoi stessi abitanti, che viveva delle attività produttive presenti e che percepiva di avere un ruolo all’interno della città. La realizzazione del Centro RAI ha spazzato via le attività produttive preesistenti senza instaurare alcun rapporto costruttivo con la realtà della borgata/quartiere limitrofa di Ponte di Castel Giubileo. Il centro RAI è emblematico di un diverso modello di abitare, fondato su grandi attrezzature che si relazionano a livello sovralocale, in molti casi a scala metropolitana, connesso da grandi sistemi infrastrutturali e dai grandi sistemi di comunicazione (in questa fase di espansione è molto più importante essere “connessi” che non essere “vicini”), cui corrisponde una residenza fatta di villini e complessi residenziali nel verde (privi di spazi pubblici e di una vita collettiva), connessi a grandi attrezzature per il tempo libero e a grandi centri commerciali, e quindi profondamente legati alla mobilità privata su gomma. Nella borgata/quartiere prevale invece la logica della prossimità, con i servizi commerciali al dettaglio, dove le persone si muovono per lo più a piedi su raggi limitati, creando spazi pubblici e luoghi di incontro collettivo. Ovviamente mancano molti servizi ed attrezzature ed anche le grandi infrastrutture, di cui sono avvantaggiati, di fatto li tagliano fuori, isolandoli, dal resto della città. All’interno di questa situazione, e di questa dinamica prevalente, il quartiere/borgata risulta marginalizzato più che nel passato e sente venir meno il proprio ruolo urbano che pure aveva, con l’effetto di risultare e percepirsi più periferia che nel passato. Sebbene il modello di abitare comporti relazioni sociali più intense, un rapporto collaborativo e solidaristico (per non usare la parola abusata di “comunitario”) e maggiori spazi collettivi, gli abitanti si percepiscono “perdenti” rispetto al modello prevalente rappresentato dal Centro RAI. Tale è la situazione, ed il suo peso sull’identità locale, che gli abitanti che chiamavano originariamente quel luogo “Due case” (che erano i due casali residui della campagna romana fondati su precedenti costruzioni romane) e che poi avevano assunto la denominazione di “Ponte di Castel Giubileo” in relazione alla toponomastica del luogo, ora si autodefiniscono “Saxa Rubra” che è invece la denominazione del Centro RAI, estesa alla zona limitrofa.


Identità imposte
Spesso, nelle città, vengono imposti modelli insediativi e abitativi ed idee di città che poi vanno a costituire le identità urbane locali. Lo abbiamo notato per quanto riguarda la città costruita dal mercato, lo possiamo facilmente riconoscere nella città pubblica, costruita dallo Stato. Ancor più evidenti, in questi casi, i modelli e le utopie del moderno che venivano tradotte in edifici e tessuti urbani nell’importante fase degli anni ’70 e ’80 dell’edilizia economica e popolare, e di cui sono un emblema realizzazioni come quella di Corviale a Roma.
In un interessante studio sull’abitare a Milano (AIM, 2006), si fa notare come l’abitare non sia più una scelta, ma sia di fatto molto condizionato dalle situazioni urbane e dalle dinamiche del mercato immobiliare.
Emblematica la situazione al quartiere Librino di Catania, nella periferia sud-ovest della città, tra la città consolidata e l’aeroporto. Quartiere di edilizia economica e popolare pianificato negli anni ’70 e ancora in costruzione e progressivo lento completamento, Librino in realtà è composto di diverse parti, comprendenti non solo l’edilizia pubblica, ma anche quella delle cooperative, oltre ad alcuni nuclei storici, ex casali agricoli (tutto il territorio era precedentemente un vasto agrumeto), ecc.. E’ interessante però proprio la parte pubblica che si sta ancora realizzando sulla base di un piano di Kenzo Tange, che prevedeva (e prevede) la realizzazione di una serie di comparti completamente autonomi, dotati di complessi residenziali intensivi e massivi (torri o grandi edifici in linea di molti piani e ad alta densità abitativa), di un proprio centro commerciale e, nell’ipotesi iniziale, dei servizi necessari. I comparti sono collegati da un sistema viario molto ampio, composto da strade a quattro corsie tracciate esternamente alle aree residenziali e che di fatto costituiscono una sorta di confine/separazione tra i diversi comparti. Infine, tra i comparti si dovevano realizzare alcune spine/cunei verdi, veri e propri parchi pubblici appoggiati ai corsi d’acqua presenti. Si noti che il piano non permette la realizzazione di attività commerciali ai piani terra degli edifici, per lo più realizzati a pilotis o destinati a locali di servizio. Nel complesso ne viene disegnato un modello di abitare che ben poco ha a che vedere con la cultura catanese. Se si considera, poi, che i servizi non sono stati realizzati o completati, salvo alcune scuole (che di fatto costituiscono uno dei pochi luoghi qualificati e collettivi di tutto il quartiere), e che le aree verdi sono ben lontane dall’essere trasformate in aree attrezzate, il quadro che ne risulta è particolarmente desolante. La presenza cospicua della malavita organizzata e dello spaccio della droga sembra una conseguenza quasi scontata ed inevitabile di un tale modello insediativo e abitativo. Ed altrettanto inevitabile la stigmatizzazione, l’identità e l’immaginario urbano che ne derivano e vengono subiti.
È interessante però notare che gli abitanti hanno progressivamente instaurato alcune piccole trasformazioni, oltre ovviamente a numerosi interventi abusivi sull’edilizia residenziale [fig. 5]. In primo luogo, sono stati realizzati alcuni piccoli negozietti, per lo più piccoli spacci alimentari, nelle zone pilotis, o chiudendo abusivamente gli spazi esistenti o trasformando in questo senso alcuni locali di servizio. Intorno a questi piccoli punti di riferimento, luogo di frequentazione a piedi degli abitanti dei caseggiati limitrofi , spesso collocati anche in prossimità dei passaggi pubblici per gli accessi alle parti residenziali, si sono costituiti dei piccoli spazi “attrezzati”. Ovvero spazi dove gli abitanti hanno collocato qualche sedia di plastica (se non addirittura qualche panchina fatiscente) o qualche pianta verde [fig. 6]. Sono questi alcuni “spazi pubblici”, di fatto autocostruiti, ma anche gli unici significativamente presenti. Così come, sempre in autonomia, gli abitanti hanno realizzato in proprio alcuni spazi verdi attrezzati con i giochi per i bambini, in ritagli dei parcheggi o delle aiuole all’interno degli spazi di pertinenza dei complessi abitativi. Sempre in questi spazi di pertinenza sono stati realizzati, in alcuni casi, oltre alle tradizionali ed immancabili cappelline votive, anche orti o gabbie per animali domestici o da pollaio. Vengono qui allevati anche cavallini. Infine, i cunei verdi sono attraversati da sentieri e percorsi battuti che mettono in comunicazione trasversalmente i comparti [fig. 7], evitando l’obbligo all’utilizzazione dell’auto anche solo per andare a trovare parenti e conoscenti che abitano in un comparto limitrofo, o che permettono ai bambini di andare a scuola direttamente a piedi. Si disegna così una geografia di pratiche e comportamenti completamente diversa da quella della città imposta. Una città parallela, diversa dalla città pianificata.
Questo spinge ovviamente a molti interrogativi su come alcuni modelli abitativi e alcune identità emergenti e potenzialmente molto significative e radicate siano soffocati e abbiano difficoltà a consolidarsi ed affermarsi. Le pratiche urbane contengono molta progettualità e potrebbero essere un utile e fondamentale riferimento per qualsiasi progettazione finalizzata alla riqualificazione urbana.

Conclusioni

L’opportunità di una riflessione interdisciplinare ci spinge ad interpretare l’identità in termini di un processo evolutivo, come suo esito “eventuale”, in cui interagiscono componenti ambientali, urbane, sociali e culturali. Abbiamo visto come su questo incidono non solo le componenti legate alla memoria e all’identità storica, ma anche quelle legate alle pratiche urbane, alle forme di appropriazione materiale e simbolica, ai processi di significazione, alle rappresentazioni sociali e agli immaginari collettivi.
Il problema quindi non è (o non è soltanto) la mancanza di identità in sé e per sé, o l’identità minacciata, o la resistenza ai processi di omologazione globale, tutti fenomeni che pure possiamo facilmente riscontrare nei processi di costruzione della città contemporanea, quanto piuttosto la problematicità delle forme di espropriazione della città e della capacità progettuale diffusa nel tessuto sociale.
Se, da una parte, quindi è rischioso pianificare e progettare l’identità, o con l’identità, dall’altra, l’obiettivo che si pone al planning è piuttosto quello di favorire le forme e i processi di appropriazione materiale e simbolica della città, sia in termini partecipativi e di cittadinanza attiva, sia in termini di modalità e pratiche concrete di costruzione della città e di definizione dei luoghi.



read key : psicoendocrinoimmunologia

Fondazione Ca' Granda Maggiore Hospital Policlinico, University of Milan, Milan, Italy. giusy.messina@libero.it

Thanks to the discoveries of psychoneuroendocrinoimmunology, we now know that every psychological state is mediated by a specific neurochemical condition and every neurochemical change in turn influences psychological status. We can now identify three different levels of neurochemical mediation of the psychological states: neurotransmission, neuromodulation, and the psychoneuromodulation. Neurotransmission is composed of five main neural pathways, noradrenaline,acetylcholinedopamineserotonin, and histamine; neuromodulation; and the psychoneuromodulation. We have performed several clinical studies in an attempt to correlate the psychological status ofcancer patients with the immune alterations characteristic of the clinical history of neoplastic disease. We have studied the immunologic status by evaluating cytokine blood levels and the lymphocyte subpopulation; the psychological status was assessed by the Rorschach's test; and spiritual status was evaluated by a previously published test to explore spiritual faith. These preliminary psychological studies seem to suggest that a pre-treatment analysis of psychological and spiritual status may predict the efficacy of both chemotherapy and immunotherapy in advanced cancer patients.