sabato 5 dicembre 2015

ecofarmacovigilanza: un articolo da leggere con attenzione

AIFA Agenzia Italiana del Farmaco logo
..................Oggi i progressi della scienza analitica consentono di rilevare i residui di farmaci presenti nell’ambiente una volta non riconoscibili e di valutare l’eventuale eco-tossicità di molti prodotti e composti farmaceutici che penetrano nell'ambiente, anche se in quantità relativamente piccole.Le potenziali vie di ingresso nell’ambiente[2] sono l’escrezione del composto originario o dei suoi metaboliti attraverso il sistema fognario, il rilascio diretto nelle acque reflue delle officine produttive, degli ospedali o lo smaltimento tramite WC/lavandini, i depositi terrestri, ad esempio nell’impiego di fanghi, la lisciviazione di rifiuti solidi dalle discariche, o l’irrigazione con acque reflue trattate o non trattate.
L'escrezione di farmaci dopo l'uso terapeutico umano e veterinario è la porta principale d'ingresso dei farmaci nell'ambiente ed è una conseguenza inevitabile del consumo di medicinali e pertanto molto più difficile da controllare. I farmaci sono generalmente solubili in acqua e quindi finiscono negli scarichi fognari. Molte sostanze chimiche farmaceutiche non sono degradabili per resistere all'ambiente acido dello stomaco o per avere una lunga durata, e possono penetrare, persistere e  diffondersi nell'ambiente, specialmente nelle acque, e ritornare, attraverso la catena alimentare, negli esseri umani................Conseguenze di inquinamento ambientale da farmaci  :   L'esposizione degli esseri umani e degli animali ai farmaci attraverso l'ambiente può essere diretta o indiretta[3].  Nel lungo termine gli inquinanti farmaceutici potrebbero essere responsabili di tossicità cronica e di altri effetti tra cui la resistenza microbica, alterazioni del sistema endocrino, inibizione della crescita, distruzione degli ecosistemi microbici, citotossicità, mutagenicità, e teratogenicità. Anche se non esiste uno studio sistematico che provi un pericolo determinato o la tossicità da farmaci presenti nell’ambiente per l'uomo, gli effetti potenziali sulle fauna selvatica sono stati ampiamente dimostrati. Un esempio è la drastica riduzione del numero di avvoltoi nel subcontinente indiano dovuto alla loro esposizione indiretta a diclofenac. Uno studio in Pakistan ha rivelato che gli avvoltoi subiscono gravi danni renali dal consumo delle carcasse di bestiame trattate con questo farmaco. In un periodo di tempo relativamente breve, il numero di avvoltoi è diminuito così drasticamente da renderli una specie in via di estinzione. Un altro esempio è la sterilità delle rane attribuita a tracce di pillole contraccettive orali nelle acque. L'ivermectina, usata come antielmintico nella pratica veterinaria, eliminata attraverso le feci, reca danno a organismi come lo scarabeo stercorario. La presenza di ormoni sessuali femminili (etinilestradiolo) nell’ambiente acquatico sembra provochi mutazioni sessuali nei pesci. È ipotizzabile che gli esseri umani, che sono in cima alla catena alimentare, possano essere interessati dagli inquinanti farmaceutici ambientali. Tuttavia, per dimostrarlo sono necessarie ulteriori ricerche.
“Il pericolo principale è la resistenza microbica – scrivono Bikash Medhi and Rakesh K. Sewal, due farmacologi indiani dell’Institute of Medical Education and Research di Chandigarh, in un editoriale pubblicato sull’Indian Journal of Farmacology – L'esposizione continua a basse dosi di antibiotici attraverso l'acqua potabile potrebbe condurre infatti a forme di resistenza. Il minore interesse delle case farmaceutiche per lo sviluppo di nuovi antimicrobici a favore  di farmaci "lifestyle" potrebbe aggravare il problema. Anche se l'effetto di dosi molto basse di farmaci nell'ambiente non è chiaro, popolazioni particolari come le donne incinte, i bambini, la popolazione geriatrica, le persone con insufficienze renali o epatiche potrebbero essere esposte a un maggiore rischio, perché in queste categorie la farmacocinetica è alterata e anche dosi minime possono rivelarsi tossiche. Allo stesso modo, alcuni farmaci in micro dosi potrebbero evidenziare azioni sinergiche”.
Gli approcci di EPV comprendono la progettazione di farmaci verdi, la chimica verde (o sostenibile), lo sviluppo di prodotti biodegradabili, la minimizzazione delle emissioni industriali, l'educazione all'uso razionale dei farmaci, il miglioramento delle pratiche di prescrizione, gestione e smaltimento dei farmaci inutilizzati. Questi nuovi approcci sono stati introdotti nel monitoraggio ambientale di antidepressivi, antibatterici come flourochinolonici, ormoni, paracetamolo e diclofenac.
A causa della complessità dell’esposizione dell'ambiente ai farmaci e del loro specifico effetto biochimico, per migliorare la comprensione scientifica del fenomeno sono necessarie ulteriori ricerche, che comprendono il monitoraggio biologico di specie diverse, la misurazione, la previsione e l'identificazione dei potenziali effetti delle sostanze inquinanti. La Commissione europea (CE) valuta i dati relativi alla presenza di farmaci nell'ambiente e il potenziale impatto sull'ecosistema e sulla salute pubblica, in modo da garantire un costante aggiornamento della normativa vigente per i farmaci umani e veterinari. L'industria, il mondo accademico e i governi sono stati incoraggiati a condurre studi in partnership per verificare che l'orientamento EPV stia offrendo livelli adeguati di tutela ambientale e alcune aziende farmaceutiche dell'Unione europea hanno utilizzato i piani di gestione del rischio ambientale (ERMPs) come risorsa per la valutazione e la gestione dei rischi ambientali di un farmaco durante tutto il suo ciclo di vita. I piani includono informazioni di chimica-fisica, sul metabolismo umano, la farmacocinetica, la tossicologia preclinica e l'impatto ambientale del principio attivo e degli eccipienti del farmaco. L’ERMP deve essere aggiornato qualora vengano identificati eventuali rischi ambientali nuovi o emergenti. Le ricerche accademiche stanno rapidamente progredendo e di recente la Società di Tossicologia e Chimica Ambientale (SETAC) ha pubblicato i risultati di un laboratorio collaborativo che ha individuato le prime grandi questioni relative all'impatto dei prodotti farmaceutici sull'ambiente e ha definito le aree in cui indirizzare la ricerca futura.
Sulla base di questi progressi teorici essenziali, sono state introdotte in Occidente alcune disposizioni obbligatorie ispirate ai principi di EPV. L'Unione Europea ha prodotto una serie di interventi legislativi e di progetti di orientamento normativo in materia di EPV, tra cui il KNAPPE ("Knowledge and need assessment on pharmaceutical product in environmental waters”), che hanno valutato i rischi ambientali associati agli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina, ai betabloccanti, agli antibiotici e ai farmaci citotossici. Tra tutti i progetti sull’EPV, l’ERA[4] (Environmental risk assessment), che è per definizione una valutazione predittiva dei rischi normalmente basata su studi sperimentali di laboratorio, è un sistema riconosciuto come fondamentale per attuare strategie volte a minimizzare l'eventuale impatto ambientale dei prodotti farmaceutici. Sia in Europa che in Nord America, tale tipo di valutazione è obbligatoria prima del lancio di nuovi medicinali, e i regolamenti ERA europei sono attualmente i più esigenti. i risultati della valutazione condotta dall'azienda che sviluppa il farmaco vengono sottoposti all'Agenzia Europea dei Medicinali insieme ai dati di qualità, sicurezza ed efficacia richiesti a supporto della domanda di autorizzazione all'immissione in commercio con procedura centralizzata.
La valutazione di rischio ambientale viene condotta con un approccio a stadi, che prende il via con un iniziale screening (fase I), volto a identificare l'esposizione ambientale dei farmaci sulla base del loro potenziale di bioaccumulo e persistenza nell'ambiente. Se, a seguito della valutazione preliminare, risulta un'esposizione significativa, o se vengono identificati rischi particolari per via di specifiche caratteristiche del composto, si rende necessaria la conduzione di ulteriori studi (fase II). I test di fase II identificano i potenziali effetti dei farmaci sull'ambiente e su organismi rappresentativi (ad esempio i pesci o le dafnie per l'ambiente acquatico). A tale scopo, varie metodologie di prova ampiamente riconosciute (previste principalmente dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, OCSE) costituiscono la base del processo di valutazione dei rischi, che può essere ulteriormente esteso, se necessario, caso per caso.
Il quoziente di rischio (RQ) utilizzato per le valutazioni EPV in Occidente (anche per l'ERA) è il rapporto tra la concentrazione ambientale prevista (PEC) e la concentrazione prevista priva di effetti  (PNEC). Il PEC fornisce una stima della concentrazione massima di prodotto prevista in base alle proprietà fisico-chimiche e al volume annuale di utilizzo (l'uso e la successiva escrezione nel sistema delle acque reflue). Il PNEC deriva da test ecotossicologici condotti normalmente su alghe, dafnie e pesci (che rappresentano tre livelli trofici); combinati con un fattore di valutazione che rappresenta l'incertezza derivante dalle differenze di tossicità tra specie e all'interno della stessa specie.
Se RQ < 1 il farmaco testato ha un rischio ambientale trascurabile e quindi può essere impiegato.  Se RQ = 1 (ovvero, PEC = PNEC), potrebbero verificarsi effetti ambientali collaterali. In questo caso si può intervenire affinando la valutazione, limitando l'utilizzo (per ridurre il PEC) o non utilizzando la sostanza. Al contrario, se RQ > 1 sarà necessario ridurre l’impiego fino a quando il PEC sarà inferiore al PNEC o non utilizzare il prodotto.
L'uso di farmaci è divenuto inevitabile nella nostra vita, ma non è indispensabile scendere a compromessi con l'equilibrio dell'ecosistema. Proteggere il pianeta dagli effetti negativi di queste sostanze è possibile. Dall'evoluzione della medicina personalizzata e dai progressi della biofarmaceutica, ad esempio, si attendono farmaci a ridotto impatto ambientale.
Un aspetto fondamentale è l'educazione all'uso razionale e consapevole del farmaco, che l'AIFA promuove direttamente e attraverso partnership.
La valutazione del rischio ambientale (ERA), come detto, è divenuta obbligatoria per ottenere l'autorizzazione alla commercializzazione dei farmaci nell’Unione Europea. I risultati di tali valutazioni sono influenzati però da diversi fattori come le dosi, il metabolismo, la biodegradabilità, la concentrazione ambientale e l'ecotossicità del farmaco. È anche difficile, sulla base di studi di tossicità acuta, prevedere il potenziale pericolo cronico di un medicinale in concentrazioni sub-acute.
Per tale ragione esistono margini per l'elaborazioni di modelli più complessi ed efficaci in grado di ridurre l'incertezza relativa all'impatto ambientale dei farmaci e alla loro ecotossicità. L'Italia sta fornendo un contributo fondamentale all'elaborazione di questi algoritmi. L'Agenzia sta infatti studiando un progetto innovativo attraverso cui si cerca di simulare quale sarà l’impatto ambientale, ovvero la tossicità acquatica dei composti. L’efficacia di tali modelli, insieme a una crescente trasparenza e al miglioramento nella gestione dei farmaci inutilizzati e scaduti, rappresentano sfide fondamentali per il futuro del pianeta.

[1] Si stima che ogni anno vengano consumate 100.000 tonnellate di antibiotici. Più di 30 miliardi di dosi di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) ogni anno solo negli Stati Uniti.Ecopharmacovigilance: An issue urgently to be addressed
Cari lettori,
come avrete notato non sono un amante degli editoriali. Tuttavia il Natale è un buon motivo e mi fa piacere inviarvi i più calorosi auguri. Un altro motivo per me di grande interesse è quello di farvi conoscere la Ecofarmacologia. L 'ecofarmacologia è una "disciplina" di recente interesse che unisce due mondi molto diversi: il mondo dei farmaci e il mondo ecologico. Vi potreste domandare perchè tutto ciò. Personalmente ho un forte interesse verso l'ambiente, d'alta parte mi occupo di farmaci, in particolare dal punto di vista del loro profilo di sicurezza, da molto tempo. L'ecofarmacologia riguarda la "vita del farmaco" nell'ambiente (ecosistema) con tutte le eventuali conseguenze sulle specie animali, uomo in prima linea. Si valuta che all'anno approssimativamente 100mila tonnellate di prodotti farmaceutici siano venduti in tutto il mondo. Sono cifre da capogiro. I farmaci vengono eliminati dall'organismo, anche metabolizzati, e finiscono perciò nell'ambiente attraverso gli scarichi inquinando fiumi e suolo dove possono restare anche per anni e anni. Le eventuali conseguenze che ne possono derivare per la salute dell'uomo sono evidenti. Dovremo perciò avere sempre più interesse per i rischi ambientali che dipendono dall'impiego di farmaci su larga scala. Perdipiù l'uso dei farmaci è in continua crescita, essendo il farmaco considerato quasi alla stregua di un "bene di consumo". Essi possono raggiungere i corsi d'acqua, i laghi e i mari. Vi sono dati interessanti sui rischi che estradiolo e etinilestradiolo possono causare sull' ambiente acquatico. La ricerca in questo settore oggi è orientata in particolare sui pesci mentre sull'uomo non si conosce pressochè nulla.
Quel che dico non deve allarmarvi ma piuttosto farvi pensare. L'uomo potrebbe assumere quantitativi minimi di farmaci, senza saperlo e non necessari, con un'eventuale compromissione della risposta ad essi e con rischi non previsti. Nel caso degli antibiotici la resistenza batterica può essere un fatto da non sottovalutare. Ricordo che il governo svedese ha richiesto all' Agenzia Nazionale sui Farmaci di stendere un documento ufficiale sull'impatto ambientale dei farmaci più utilizzati in quel paese. Inoltre nella Direttiva 2004/27/CE del Consiglio si legge che la domanda di autorizzazione all'immissione in commercio di un medicinale per uso umano comporterà una valutazione dei suoi rischi per l'ambiente.
C'è molto su cui riflettere e molto da fare. E' un mondo nel quale nuotiamo e del quale conosciamo ben poco!
Giampaolo Velo

domenica 22 novembre 2015

musica :stuart mitchell , the human genome progect


https://www.youtube.com/results?search_query=STUART+MITCHELL

poi per ascoltare la produzione musicale di Mitchell vai a
https://www.youtube.com/watch?v=HNzamvblIOs


dal DNA , come fosse uno spartito. Un'ispirazione dal nostro 2genoma"
BUON ASCOLTO

la ricerca scientifica nell'islam

orso castano: la Tunisia sta vivendo un periodo di contrasti interni sul piano politico e , di riflesso, sie' aperto un vivace dibattito sulla scienza, sulla liberta' di ricerca e sui condizionamenti che la religione pone allo sviluppo scientifico e tecnologico. L'occidente dovrebbe aiutare i ricercatoroi tunisini che si battono per la separazione tra scienza e religione . Questo aiuterebbe molto anche l'evoluzione politica del paese verso una democrazia necessariamente pluralista. Pertanto l'articolo e' molto interessante. Un riconoscimento all'Associazione Luca Coscione per il suo impegno.


Faouzia Farida Charfi
9 Gen 2015
Congresso Mondiale Libertà di Ricerca [2]


Vorrei iniziare ringraziando gli organizzatori di questo evento per avermi dato l’opportunità di parlare dell’attuale situazione della ricerca nel mio Paese. Dal gennaio del 2011, la Tunisia sta attraversando un periodo difficile, ma a un tempo entusiasmante. Condividerò quindi con voi alcune considerazioni sulle minacce dell’integralismo alla ricerca scientifica, ma anche sulla resistenza a queste minacce.

A luglio 2012, durante la rivoluzione tunisina (battezzata “Rivoluzione della dignità e della libertà”) è giunto in visita nel nostro Paese il Premio Nobel per la Chimica 1999, Ahmen Zewail, scienziato di origine egiziana, cui questo prestigioso riconoscimento è stato conferito vent’anni dopo il pachistano Abdus Salam. Sono solo due gli scienziati del mondo arabo insigniti del Premio Nobel e questo è un punto da considerare quando si valuta il progresso della ricerca nel nostro Paese. Purtroppo non si può ancora dire che siamo saliti sul treno della scienza. Nella sua lectio, Ahmed Zewail ha spiegato che la scienza nel mondo musulmano ha una storia secolare e ha dato un proprio apporto significativo al sapere universale. Concludendo, Zewail ha espresso l’auspicio che dopo la Rivoluzione della dignità e della libertà, i Paesi che a partire dal 2011 sono stati teatro di sommovimenti con cui si è posto fine a regimi dittatoriali attraverseranno anche una “rivoluzione scientifica”.

Nel contesto odierno, dominato da un Islam politico che sta sviluppando una nuova retorica in fatto di scienza, una retorica segnata dall’islamizzazione del sapere e dal rifiuto della razionalità, è possibile attuare una simile rivoluzione scientifica? Prima di illustrare vari aspetti di questa nuova retorica dell’Islam, vorrei fornirvi alcune informazioni che hanno rappresentato un motivo di preoccupazione per le università tunisine dopo la rivoluzione del gennaio 2011, in particolare per la Facoltà di Teologia dell’Università di al-Zaytuna. Si tratta di un’istituzione che è stata modernizzata vent’anni fa con l’introduzione di corsi di lingue antiche, lingue straniere moderne ed ebraico (abbiamo infatti un patrimonio comune nella regione mediterranea).

Ci sono donne che tengono, in particolare, corsi di teologia, psicologia e antropologia. Vorrei parlarvi della situazione di tre colleghe di questa facoltà di teologia. Hayet Akoubi, professoressa di teologia, è stata sostanzialmente estromessa dall’università perché insegnava senza indossare il velo e perché offriva una lettura più aperta dell’Islam. Al momento non insegna la materia in cui è specializzata, ma dà lezioni di lingua araba all’Institut de Presse. Il secondo collega è Abdelkader Naffati. Poiché insegnava il sufismo, i suoi corsi non erano accettati dagli studenti salafiti. Alla fine il collega ha lasciato la facoltà e ha iniziato a collaborare a progetti scientifici nei Paesi del Golfo. La terza collega, Iqbal Gharbi, è uno dei professori di grado più elevato nella Facoltà di Teologia a seguito della riforma dell’istruzione; è la prima donna a insegnare psicologia all’interno di quella facoltà. Reputa importante modernizzare e razionalizzare l’insegnamento della religione e coltivare cittadini moderni, anziché islamisti. Attualmente Iqbal Gharbi si è presa un periodo sabbatico perché i suoi studenti non accettavano che insegnasse psicologia in quella facoltà, convinti com’erano che “insegnare psicologia in quest’istituzione [equivalesse] a mettere demoni nei cuori del fedeli. Per gli studenti di teologia, ‘psicologia’ significa Freud, e quindi ateismo, e quindi libertà sessuale”. Ad aprile 2012, tuttavia, un predicatore e leader del partito islamista Hizb al-Tahrir è stato invitato a tenere una lezione nell’aula magna della facoltà che porta il nome di Ibn Khaldun (uno dei precursori della sociologia moderna). Questo predicatore gode del favore del Califfato, “il solo sistema politico accettabile all’interno del mondo islamico”.

Ho citato alcuni fatti che riguardano il mondo universitario in Tunisia, un Paese che sin dalla sua indipendenza è caratterizzato da un livello di modernità straordinario per il mondo arabo e da un codice del personale pubblico che promuove l’emancipazione femminile. Sin da quando è diventato un Paese indipendente, la Tunisia ha optato per un’istruzione moderna che pone l’accento sulla scienza e la ricerca scientifica.

A maggio 2012, a poco più di un anno dalla rivoluzione, il gran imam della moschea di al-Zaytuna, che non è un accademico, ha annunciato la riapertura dell’ateneo (ispirato al modello delle università tradizionali, come al-Azhar del Cairo) con l’obiettivo di riportare in vita lo spirito della vecchia Università di Teologia di Zaytouna, in cui si insegnavano il Corano e la civiltà islamica, ma non l’intera storia e civiltà musulmana con tutto il suo progresso scientifico. L’imam ha detto: “Vogliamo dire alla gente che alla Zaytuna non ci sono Meddeb col turbante (vale a dire, i vecchi insegnanti arabi che spiegavano agli studenti come recitare il Corano) che sanno solo recitare i salmi a memoria. Siamo uomini di scienza e di cultura. Se Bourguiba e dopo di lui Ben Ali non avessero fatto ciò che hanno fatto, oggi la Zaytuna sarebbe una grande istituzione del sapere”. Certo, vorremmo credere a queste parole, ma in realtà l’imam intende aderire a una concezione che affonda le radici nella tradizione asharita (sunnismo ortodosso) e pone l’enfasi sull’etica che l’insegnamento è tenuto a trasmettere. Cito: “Vogliamo laureati e dottori che conoscano la medicina della morale e l’etica, cosa che abbiamo smarrito. L’odierna medicina materiale ha perso di vista il fatto che il cuore che essa cura è opera di Dio”.

In Tunisia, dove la medicina è moderna - conduciamo moltissima ricerca in quest’area, con numerosi scienziati che si occupano di biologia molecolare - è sconvolgente sentire queste parole. Il Consiglio Medico Nazionale, come c’era da aspettarsi, ha reagito, chiedendo che il governo prendesse misure. Tuttavia, come forse sapete, il governo è guidato dal partito islamista Ennahda, che è piuttosto vicino all’imam della moschea di Zaytuna. Esiste un pericolo reale per l’istruzione superiore e la ricerca scientifica.

Rammento che l’imam si ispira alla figura di Ibn Taymya, leader wahabita, che ammette una sola visione dell’Islam: il sunnismo ortodosso, che sottoscrive un modello formativo da cui è escluso il ruolo della ragione. Com’è ovvio, questa prospettiva è incompatibile con l’insegnamento della scienza, con la ricerca scientifica e con il dubbio critico che trascende limiti e tabù. La scienza è troppo importante per essere lasciata nelle mani di estremisti religiosi che aspirano al ruolo di produttori di conoscenza.

La spiegazione di quanto sta accadendo all’Università di al-Zaytuna risiede in un’altra questione: il disegno politico degli islamisti attualmente al potere in Tunisia, disegno che esiste in molti Paesi arabi. Gli islamisti intendono imporre l’autorità religiosa nel sapere e nella cultura. Il progetto islamista ha sempre avuto un obiettivo primario: assumere il controllo dell’istruzione e condizionare le menti degli allievi. Non si tratta, però, di una prerogativa degli integralisti musulmani. Credo sia un’aspirazione coltivata da tutti gli integralisti, quella di investire nella scuola ostacolando la libertà di istruzione e la ricerca scientifica.

Questa nuova retorica in materia di scienza, che vediamo fiorire, è favorita da internet e dai vantaggi che esso presenta. A caratterizzare questa linea di pensiero vi sono due aspetti: in primo luogo l’islamizzazione del sapere mediante una letteratura ortodossa secondo cui la scienza moderna è contenuta nel Corano; in secondo luogo il rifiuto della scienza attraverso la negazione dell’evoluzione biologica.

Senz’altro conoscete il sito web Harun Yahya. Credo che in occasione del vostro ultimo congresso sulla ricerca scientifica abbiate presentato gli scritti di Harun Yahya, il suo celebre Atlante della Creazione. Harun Yahya è lo pseudonimo di Adnan Oktar, predicatore turco vicino al movimento Nurcu, che afferma di seguire il pensiero religioso di Saïd Nursî. Qual è il messaggio sotteso alle idee di Oktar? È il rifiuto del pensiero materialista, ovvero il rifiuto di Darwin, non su basi scientifiche ma su basi ideologiche. La risoluzione 1580 del Consiglio d’Europa sui pericoli dell’insegnamento del creazionismo, adottata nel 2007, fuga ogni dubbio circa la percezione che Harun Yahya ha della “scienza” e afferma che l’Atlante della Creazione “appare più come un trattato di teologia primitivo che come una confutazione scientifica della teoria dell’evoluzione”. Darwin è anche il nemico degli islamisti tunisini, e con il termine “islamisti” mi riferisco a coloro che propugnano l’Islam politico: lo avevano dichiarato essi stessi già nel 1970.

Nell’osservare quanto accade oggi in Tunisia, c’è chi pensa sia stata la rivoluzione a portare l’islamismo, ma l’islamismo è presente sin dagli anni Settanta del secolo scorso. Ovviamente la sua presenza è variata negli anni. Molti regimi politici, come quello tunisino, hanno inteso contrastare le forze della sinistra e delle proteste studentesche degli anni Sessanta favorendo il movimento islamista che divenne prominente con la rivoluzione iraniana. La rivista Al Maarifa, curata dagli attuali leader del movimento Ennahda, ottenne l’autorizzazione nel 1972. All’epoca gli islamisti presentavano le proprie idee in modo chiaro e diretto, al contrario di oggi. Vi leggo ora un estratto della rivista, risalente al 1973, in cui si parla di Darwin e di Freud: “Secondo il darwinismo noi siamo un sottogruppo della famiglia delle scimmie. Il freudianismo sostiene che ciascuno vive la propria esistenza solo per soddisfare i propri desideri sessuali, e arriva a suggerire che la nostra retorica celi il desiderio di avere relazioni sessuali con le nostre madri. A dettare queste aberrazioni sfacciate è uno spirito maligno”. Credo che il messaggio sia molto chiaro.

Questo modo di guardare alla scienza è caratterizzato dal concordismo, dal rifiuto delle teorie darwiniane, ma anche da una certa incoerenza. A tutt’oggi occorre attendere la vigilia dell’inizio del mese lunare per stabilire quando si terranno le festività religiose, che dunque non vengono fissate in anticipo. Aspettiamo di veder comparire la luna crescente, accettando le leggi della meccanica celeste per stabilire il momento delle cinque preghiere giornaliere. Vedete, quindi, che il mondo musulmano odierno presenta un blocco mentale nei confronti della scienza. Eppure in questa regione la scienza si è sviluppata per secoli, lasciandosi alle spalle un ricco patrimonio di sapere universale.

Torniamo ora a Ibn Khaldun, che nel XIV secolo, quando scrisse i suoi prolegomeni, aveva già fatto questa osservazione: “Quando il vento della civiltà ha cessato di soffiare sul Maghreb e al-Andalus e il declino della civiltà ha portato al declino delle scienze, le scienze razionali sono scomparse con l’eccezione di qualche superstite che si può ancora trovare presso un numero ridotto di persone isolate sotto la supervisione delle autorità della Sunna”. Le autorità della Sunna, quindi, controllavano gli spiriti liberi.

Il XIX secolo, però, ha rappresentato per il mondo musulmano il secolo del Rinascimento, il Nahda, che ha comportato un riavvicinamento alle scienze razionali e alle lingue straniere e l’affermarsi di istituzioni moderne, sia in Turchia che in Tunisia, Egitto e Iran. Bisogna osservare, in ogni caso, che nonostante la presenza di queste istituzioni, la gente continuò a essere istruita perlopiù nelle istituzioni tradizionali, che propugnavano un pensiero tradizionalista e una cultura tesa a garantire “una sopravvivenza artificiale di canali desueti privi di alcun collegamento con la scienza che trionfava in Europa”.

Nell’odierno mondo musulmano, il pensiero libero (libero, cioè, dai limiti imposti dal dogma) non è sottoposto alla supervisione delle autorità della Sunna, come denunciava Ibn Khaldun, ma alla violenza dei nuovi custodi della fede. La nuova retorica sulla scienza è figlia di una nuova classe di predicatori che sta emergendo grazie ai più avanzati mezzi tecnologici; il margine di influenza di questi predicatori si estende ben oltre i confini delle moschee. Poco fa ho citato Harun Yahya e il suo sito internet, ma ci sono anche altri. Potremmo citare alcune celebri figure satelliti, come il volto dell’Al Jazeera qatariota Yusuf al-Qaradawi, secondo il quale “la scienza è religione e la religione è scienza”. La scienza, quindi, è accettata solo se si integra con la religione. Non ha un proprio dominio autonomo, come spiegano chiaramente le teorie concordiste e gli scritti anti-evoluzionisti ispirati ai creazionisti americani.

Purtroppo questo dilagare generalizzato di predicatori riflette le considerevoli risorse economiche a loro disposizione. Tali risorse sono stanziate dai sostenitori dell’islam politico, che osteggiano la modernità e sperano di imporre un programma dominato dal pensiero dogmatico, che condizioni la vita sociale e culturale e neghi l’universalità dei diritti umani nel nome di una specificità musulmana. Questo dogmatismo religioso esige che il pensiero si esplichi soltanto sullo sfondo della rivelazione, sfondo che esclude il ruolo della ragione e della via autonoma verso la conoscenza. Per Ibn Taymiyya, “la ragione non può che essere subordinata alla rivelazione e ridotta a un solo scopo: credere nella verità di tutto ciò che deriva dal Profeta. La certezza del testo non può essere messa in discussione dall’esercizio incerto della ragione umana, che è sempre fallibile e soggetta al dubbio. La ragione non può portare ad alcuna conoscenza certa, ma c’è di più: produce frizioni e genera disordine”.

In contrasto con questo atteggiamento dogmatico, potremmo citare il pensiero razionalista di Al Jahiz, che nel IX secolo scrisse: “Il dubbio ha vari gradi, eppure non si riconosce che anche la certezza ha gradi e livelli gerarchici, che possono essere più o meno forti”.

Qual è la prospettiva dei teologi su Darwin? Purtroppo non tutti i teologi hanno scelto la via dell’apertura nei confronti del mondo. Vorrei citare Battikh, ex mufti della Repubblica di Tunisia. Nel 2009 fu intervistato da un giornalista nell’ambito di un servizio sull’Islam e il darwinismo, realizzato in occasione del bicentenario della nascita di Darwin. Battikh afferma che “il darwinismo è una teoria falsa perché non poggia su basi concrete, ma su concetti teorici smentiti dai fatti. Se questa teoria fosse fondata, l’evoluzione sarebbe proseguita e l’uomo si sarebbe trasformato in un’altra specie… È bene fare presente che la scienza moderna ha contraddetto il darwinismo con la teoria del codice genetico”.

Questo, ad ogni modo, non è il solo punto di vista illustrato nel servizio: c’è anche quello di un collega specializzato in biologia che insegnava l’evoluzionismo alla Facoltà di Scienze di Tunisi e che spiega, giustamente, come la teoria dell’evoluzione fosse diffusa ancor prima di Darwin presso alcuni pensatori musulmani, come quelli dell’Essafa Ikhwan, la “fratellanza della purezza”.

Tra i teologi ho citato il mufti della Repubblica di Tunisia che rifiuta il darwinismo, ma ci sono anche teologi di parere diverso. In Europa, potrei fare il nome di Tareq Oubrou, rettore e imam della moschea di Bordeaux, il quale spiega chiaramente che il Corano è del tutto compatibile con la teoria dell’evoluzione. A differenza della Bibbia, infatti, il Corano non contiene una presentazione storica della genesi, ma si limita a evocare il momento in cui un antenato diretto e comune a tutta l’umanità emerse da un materiale inerte: l’argilla. C’è poi la questione dell’origine acquatica di tutti gli esseri viventi, inclusi gli uomini, che secondo Oubrou potrebbe rappresentare “un argomento a favore della teoria dell’evoluzione, di questo antenato che emerge da elementi organici”. Vedete, quindi, che non esiste un punto di vista unico del mondo musulmano o in quello dei teologi – naturalmente non parlo di scienziati – e, pertanto, possiamo sperare che questo pensiero aperto e autenticamente scientifico possa affermarsi in futuro.

A tal proposito, a gennaio 2012 è capitato qualcosa di molto interessante in Egitto, con la dichiarazione di al-Azhar sulle libertà fondamentali, sottoscritta da vari intellettuali su impulso di Ahmen Muhammad el-Tayeb, il quale si batte per l’indipendenza dell’Università di al-Azhar ed è fautore di un Islam moderato. Un paragrafo molto interessante della dichiarazione recita: “La condizione più importante affinché la ricerca scientifica possa svolgersi è che gli istituti di ricerca e i ricercatori godano di una piena libertà accademica nei propri esperimenti e nella formulazione di ipotesi e assunti, in osservanza di specifici standard scientifici. È prerogativa di queste istanze utilizzare la propria immaginazione creativa e la propria esperienza per ottenere risultati utili al progresso del sapere umano. In questi studi, i ricercatori sono guidati dalla sola etica della scienza, nonché dai metodi e dai princìpi scientifici. Ai loro tempi, gli ulema come al-Râzî, Ibn al-Haytham, Ibn al-Nafîs e altri erano i luminari delle scienze, pionieri a est e a ovest per moltissimi secoli. È tempo che l’Umma arabo-islamica torni a essere competitiva e faccia il proprio ingresso nell’età della conoscenza”. Vedete, quindi, che molti teologi di al-Azhar sono aperti, al contrario del gran imam di al-Zaytuna.

La Tunisia, comunque, presenta un alto grado di modernità, che le deriva dal secolo della rinascita e da quello dell’indipendenza. Cosa bisogna fare, adesso? Dobbiamo proteggere l’istruzione dagli integralisti e sfidare chi contrappone la certezza della rivelazione all’incertezza della ragione. Dobbiamo farlo perché oggi siamo costretti a difendere i nostri figli dagli islamisti che aspirano a condizionarli.

Possiamo vedere chiaramente in che modo gli integralisti attaccano le istituzioni scolastiche. Sono celebri i numerosi contenziosi relativi al famoso "caso Scopes" (il cosiddetto “processo delle scimmie”) negli Stati Uniti.

Prima ho citato la risoluzione del Consiglio d’Europa del 2007, in cui si legge, in particolare, che il rifiuto della scienza nel suo complesso rappresenta una delle più gravi minacce ai diritti umani e civili. La scuola, dunque, va salvaguardata. La storia recente di alcuni Paesi musulmani, inclusi i più moderni come la Tunisia e la Turchia, dimostra che l’idea obsoleta di favorire gli islamisti o i movimenti più conservatori per contrastare la sinistra estrema ha prodotto distorsioni e, purtroppo, fenomeni di indottrinamento con un chiaro impatto negativo sui nostri giovani. Le rivoluzioni arabe del 2011 hanno portato a una maggiore libertà di parola. Non si è trattato di rivoluzioni condotte da islamisti, ma da giovani che hanno utilizzato ingegnosamente la rete per aggirare la censura. Quindi continuo a essere felice del fatto che il mio Paese e altri siano stati liberati dai rispettivi regimi dittatoriali. Ad ogni modo, la strada che abbiamo davanti è accidentata perché sono emersi movimenti religiosi estremisti che godono di un enorme sostegno economico, grazie al quale si sono potuti radicare entro questo contesto. Credo che ci sia una speranza, e che l’unica via d’uscita risieda nel riconoscimento dei diritti individuali, della libertà di pensiero, di coscienza e di fede. Per contrastare la poderosa spinta contro la libertà, dobbiamo essere padroni della scienza e utilizzarla per il meglio. Gli interventi di ieri e di oggi hanno illustrato in che termini dobbiamo essere padroni della scienza – considerandone anche l’impatto significativo sulla salute, sull’ambiente e su altre sfere – e della tecnologia. C’è molto da fare al fine di proteggere la scuola e l’università dalle azioni degli estremisti.

Per rimanere sul versante positivo, vi porterò ad esempio alcune importanti iniziative di insegnanti nel mio Paese. In Tunisia si è svolto un lavoro molto interessante rispetto all’insegnamento dell’evoluzione della vita. Saida Aroua, collega che lavora presso la Facoltà di Scienze dell’Università El Manar, ha condotto un’indagine tra i diplomandi cui viene insegnata la teoria dell’evoluzione (nei programmi delle superiori e delle università tunisine, infatti, è previsto l’insegnamento della teoria evoluzionista). L’indagine si concentrava su due criticità: la prima, più generale, consiste nella mescolanza degli argomenti di riferimento, vale a dire quello scientifico e quello teologico; la seconda, strettamente collegata alla prima, è un’idea confusa circa l’eterogeneità degli organismi viventi, che è spiegata come il risultato dell’opera divina e del processo evolutivo. Aroua ha svolto un’attività didattica insieme agli studenti. Ha utilizzato testi contemporanei e storici sull’eterogeneità degli esseri viventi e sulle idee evolutive dell’era arabo-islamica medievale, accanto a testi di Buffon, Lamarque, Darwin e articoli sul meccanismo dell’evoluzione. L’obiettivo era quello di aiutare gli studenti a comprendere i processi di costruzione del sapere metodologico in biologia. L’approccio proposto ha permesso agli studenti di iniziare a operare una distinzione tra la tesi scientifica e quella teologica e di mettere in discussione la propria idea circa l’eterogeneità degli organismi viventi. Vi cito uno dei commenti conclusivi di un diplomando: “Se si crede alle tesi religiose, tutto è stato creato nella forma in cui esiste attualmente. Non c’è nulla che possiamo aggiungere. È così che le cose sono state create, è così che le vediamo, e dobbiamo accettarlo. Se invece seguiamo un approccio scientifico, scopriamo perché gli esseri umani sono come sono. Come si sono evoluti? Che cosa dimostra che si sono evoluti? In altre parole, noi studenti ci comportiamo come scienziati che analizzano e cercano soluzioni”. Dovremmo rinnovare, promuovere e diffondere la consapevolezza di questa esperienza per dare speranza a tutti gli insegnanti, per dire loro che vale la pena di mostrare agli studenti la ricchezza della scienza e la forza del metodo scientifico.

Vorrei concludere citando un’altra esperienza positiva: un’iniziativa della comunità scientifica internazionale che ha visto il coinvolgimento di accademie scientifiche di 68 Paesi fra Europa, Stati Uniti, America latina, Asia e Africa. C’erano anche accademie di Paesi musulmani, tra cui la Repubblica islamica dell’Iran, il Pakistan, il Regno di Marocco, la Palestina e la Turchia. Nel 2006 queste 68 accademie hanno sottoscritto una dichiarazione sull’insegnamento dell’evoluzione. In questa dichiarazione si legge che, sebbene non sia stata ancora fatta luce su molti dettagli, non esistono prove scientifiche che contraddicano i risultati dell’evoluzione biologica. Inoltre si leggeva che il sapere scientifico trae origine dalle domande che ci si pone sulla natura dell’universo, i cui risultati e i cui effetti sono innegabili. Tutto questo è indice dell’esistenza di una comunità scientifica caratterizzata da valori umani condivisi, che si batte per l’autonomia della scienza e ne incoraggia la promozione attraverso le controversie. Speriamo che questa comunità si faccia sentire sempre di più e neutralizzi chi vuole distorcere la scienza e porre un freno alla libertà di ricerca scientifica.

(In risposta a una domanda dal pubblico:)

Prima di parlare della Costituzione, vorrei spendere qualche parola sulla questione femminile, visto anche che in questo incontro abbiamo parlato di interruzione volontaria della gravidanza. Sotto questo profilo, la Tunisia è stata un Paese molto avanzato: l’IVG è consentita dal 1973. Le maggiori possibilità di pianificazione familiare hanno permesso alla Tunisia di godere dello sviluppo economico che ha conosciuto. Attualmente, con il governo islamico, le donne sono scoraggiate dall’interrompere una gravidanza anche se hanno già altri figli. Il secondo punto importante è la mancanza della pillola contraccettiva. Capite quindi che, benché le leggi non siano state modificate, di fatto si registrano piccoli cambiamenti che potrebbero acquisire una rilevanza maggiore.

Quanto alla Costituzione, non è stata completata. È in corso una grande battaglia per far valere la nostra prospettiva e tenere vivo l’approccio modernista. Purtroppo l’articolo sulla libertà di ricerca scientifica che è stato proposto è davvero insufficiente: cita in modo vago la necessità di riconoscere la libertà accademica, senza ulteriori e opportuni chiarimenti. Le norme attualmente vigenti nel nostro Paese in materia di ricerca scientifica non garantiscono libertà. Non c’è un’istanza che rappresenti i ricercatori in modo democratico e, viste le leggi che regolano la ricerca scientifica, tutto è possibile. A chiunque potrebbe essere impedito di fare ricerche sugli studi islamici o su altre questioni sensibili.

sabato 21 novembre 2015

le ideologie totalitarie dello scorso secolo

...Risultati immagini per arbeit mach frei....Risultati immagini per arbeit mach frei..........I fascismi non negano la modernità, promuovono anzi lo Stato sociale, ma impongono alle masse uno Stato autoritario-totalitario che impone un rigido controllo corporativo da parte di élitesdominanti vecchie e nuove (capitalismo agrario e industriale). Le masse vengono coartate alla nazionalizzazione, sottomesse allo Stato totalitario che impone il dirigismo centralista in economia, elimina ogni dissenso ideologico-culturale-politico, afferma il partito unico e il mito/culto del capo (duce, fuehrer, capo del partito). Ora, lo stalinismo ha una genesi ed una configurazione diversa. Esso nasce da una rivoluzione che abbatte il regime zarista e la vecchia classe proletaria ma incontra una società diffusamente arretrata, operai e contadini senza formazione democratica e civile. Il totalitarismo di Stalin non mira a salvaguardare un ceto dominante (l’aristocrazia) ma si impone, dopo la rivoluzione, ad una debole società civile, priva di consolidato senso della democrazia e di partiti operai pluralisti. La società russa è prevalentemente rurale, le masse contadine sono da poco uscite dalla servitù della gleba, il proletariato di fabbrica ha conosciuto i soviet, ma non ha una evoluta coscienza civile come quello occidentale. Il comunismo di guerra e la nuova politica economica di Lenin, prima, e l’autocrazia dispotica di Stalin, poi, non trovano resistenze in una società civile troppo debole. Certamente questo spiega l' avvento dello stalinismo come totalitarismo economico e sociale ma non ne giustifica la natura. I Piani quinquennali staliniani fanno dell’URSS un Paese industrializzato: industrializzazione forzata, onnipotente burocrazia di Partito, Partito totalitario invasivo e pervasivo. A quale prezzo? Il nazismo hitleriano voleva fare della Germania un Reich millenario che avrebbe asservito l’Europa e il mondo: spazio vitale per il popolo tedesco, schiavitù per gli altri popoli, Partito totalitario. A quale prezzo? Che differenze vi sono tra lager e gulag? Che differenze vi sono tra Hitler e Stalin? In nome di quale classe agiva Stalin? Che cosa giustifica la barbarie? La classe proletaria o il popolo tedesco? Il bolscevismo contro l’accerchiamento capitalistico o la razza superiore contro il complotto giudaico-capitalista? La nomenklatura sovietica o il partito nazional-socialista? È giusto essere destinati a morire per consunzione progressiva nel lavoro forzato, per la modernizzazione stalinista o per l’onnipotenza hitlerianaInsomma, che cosa rende sostanzialmente differenti i due totalitarismi? La sostanza del totalitarismo è perversione - abbrutimento - degenerazione - abominio - mortificazione dell’umanità, riduzione dell’individuo a cosa, della massa a strumento tecnico. Le giustificazioni del totalitarismo non reggono. I dittatori nobilitano la propria immagine e coltivano il culto della propria personalità, cui immolano le masse, e giustificano con i loro "miti" (la razza, la classe) ogni aberrazione. È vero che la razza non esiste, al contrario della classe, ma l’abominio sta negli atti e non nelle loro giustificazioni. Le stesse considerazioni valgono per la seconda metà del Novecento. Socialismo reale dell’Europa dell’Est o dittature anticomuniste latino-americane? La violazione dei più elementari diritti umani non ha giustificazioni ideologiche né alcuna legittimazione. Che cos'è dunque il totalitarismo? Totalitari sono, storicamente, quei regimi autoritari e oppressivi, liberticidi e sanguinari, inumani e barbari, ma lucidamente razionali, calcolatori e pianificatori, che si sono affermati nella prima metà del Novecento in Europa, secondo l’accezione data al termine da Hannah Arendt (Origini del totalitarismo, 1951). Esito non anomalo o collaterale ma strutturale delle società a sviluppo capitalistico-industriale, il totalitarismo, secondo Arendt, è il frutto della società di massa, dell’atomizzazione dell’individuo. La società democratico-liberale è potenzialmente totalitaria. La massa, erede del popolo nazionale e della classe proletaria, è esposta al totalitarismo. La società di massa è priva di relazioni autentiche tra individui. Massificazione, omologazione, uniformità, livellamento, spersonalizzazione, espongono al dominio dell’ideologia o del capo carismatico. Il partito unico o il leader (meglio: l’uno e l’altro) sono la guida della massa (informe) cui danno senso conferendole obiettivi e fini che giustificano ogni mezzo: la massa non ha diritti, idee, volontà; essa trova unità in un unico nemico, l’ebreo o il capitalista, e può e deve essere manovrata con la propaganda, infiammata, schiacciata, diretta, piegata, da una parte, con la polizia segreta, la tortura, la riduzione dell’individuo a unità produttiva da sfruttare sino a consunzione ed eliminazione, per poi sostituirlo con altra unità produttiva; dall’altra con l’identificazione nel capo e il suo mito-adorazione.  Karl R. Popper (La società aperta e i suoi nemici, 1945) oppone alla società aperta, disposta a correggersi sulla base dell’esperienza, una società chiusa, rigida, utopistica, che vuole imporre un modello perfetto a tutti i costi, a cominciare dallo Stato ideale assoluto della Repubblica di Platone, passando per Rousseau (cittadinanza e comunità totalizzanti), Hegel (Stato etico), Marx (dittatura del proletariato)......................

venerdì 20 novembre 2015

PSYCHIATRY & MENTAL HEALTH :The Use of the Internet for Prevention of Binge Drinking Among the College Population: A Systematic Review of Evidence

http://www.medscape.com/viewarticle/850323?nlid=91665_425&src=wnl_edit_medp_psyc&uac=217271AZ&spon=12&impID=891943&faf=1


Risultati immagini per binge drinkingRisultati immagini per binge drinkingRisultati immagini per binge drinkingRisultati immagini per binge drinking

abstract
Obiettivi: Ci sono molte conseguenze del binge drinking considerato un comportamento di consumo leggero o moderato. Il Tasso di Prevalenza e l'Intensità del binge drinking e piu alta di tra la popolazione in eta 'da collegio. Dati la popolarita e l'alto uso di Internet tra  studenti universitari, sono stati studiati nuovi e diversi  approcci di intervento sul binge basati su Internet.
Scopo dello studio:  condurre una revisione di questi interventisulla  popolazione universitaria. 
Metodi: Sono descritti i criteri di ammissibilità , presi in considerazione articoli peer-reviewed  valutanti l'usondi Internet per la prevenzione del binge drinking studenti universitari pubblicati dal 2000ed il 2014 ......... dopo un esame ed una valutazione attenta, un totale di 14 articoli sono stati inclusi per la revisione finale. 
Variabili: disegno dello studio, dimensioni del campione, mezzi di comunicazione,  basi del quadro teorico,  descrizione e durata dell'intervento . Inoltre e' stata effettuata una valutazione metodologica su variabili : misurazioni di esito,  giustificazione della dimensione del campione,  numero di misurazioni , uso di valutazioni di processo.

RISULTATI:la totalita' degli studi ha riportato una significativa riduzione della frequenza del consumodi alcool ed i problemi connessi col passare a  bere pesantemente alcool.  Gli interventi basati su Internet sembrano essere più efficaci degli interventi tradizionali di comunicazioone allargata" , anche se gli interventi "faccia a faccia" restano , per incisivita', i piu' efficaci.  

Mindfulness Therapy vs Maintenance Meds for Depression Relapse


PSICHIATRIA & SALUTE MENTALE


Questo è il minuto Medscape Psychiatry. Sono il dottor Peter Yellowlees. (traduzione google)
Gli individui con una storia di depressione ricorrente hanno un alto rischio di recidiva. Sappiamo che la manutenzione antidepressivo farmaci (m-ADM) riduce le ricadute, ma potrebbe Mindfulness-Based terapia cognitiva (MBCT) essere il più efficace, e forse anche più economico?
Ora un team di ricercatori [1]  presso l'Università di Oxford, in Inghilterra, hanno eseguito un singolo cieco, parallelo, randomizzato e controllato per esaminare la questione in 424 pazienti trattati con cure primarie ogni modalità oltre 2 anni.
Gli autori hanno scoperto che nonostante l'intensa follow-up in entrambi i gruppi sperimentali per prevenire recidive oltre 2 anni, né era superiore, e che in entrambi i gruppi quasi il 50% dei pazienti ancora avuto ricadute. Inoltre il MBCT non ha dimostrato di essere più economica.
Questo studio ambizioso e complicato, purtroppo, indica quanto abbiamo ancora da imparare per trattare efficacemente questo gruppo di pazienti.
Sono il dottor Peter Yellowlees.

La Concezione Islamica della Conoscenza

orso castano: articolo interessante , anche se sintetico sulle basi delm pensiero scientifico islamico e su come  si e' andato sviluppando.  La diversita' dal pensiero scientifico occidentale appare marcata, pur rilevando l'autore che nell'islam esistono spazi per il dubbio e la conoscenza per congetture e sperimentazioni. Ma su tutto prevale la conoscenza "mistica" , religiosa, intesa come conoscenza ultima, solida base su cui nfondare tutte le altre conoscenze che devono restare legate a questo fine: la conoscenza ultima , religiosa. 
Il dubbio come metodo scientifico, la "falsificazione" come prassi continua e senza fine propria di un progresso scientifico autocritico e distinto dalla religione , la "Ragione" come cosa "altra" e nettamente distinta dalla fede e dalla religione, la "gnosi" affidata alla logica , all'osservazione ed alla sperimentazione, esistono ma trovano un limite ed un fine nella esperienza mistica che sovrasta tutte le scienze come ultima e vera conoscenza.
Ma come spiegare allora il progresso scientifico continuo  basato sulla "falsificazione" e sul "dubbio" considerato come motore della scienza stessa?
Dunque l'abbi dubbi  viene sostituito con abbi fede e , se hai dubbi, anche nella scienza , se sei orientato nelle tue ricerche all'aquisizione di una maggiore fede e solidita' nei valori religiosi, tutto si risolvera' con buona pace di Galileo e Giordano Bruno che per amore della liberta' fini' sul rogo dopo il taglio della lingua.......................Questo ovviamente senza disconoscere le notevoli basi che studiosi e scienziati islamici hanno portato in vari campi delle scienze empiriche.Risultati immagini per la scienza nel mondo islamicoRisultati immagini per la scienza nel mondo islamico
La Concezione Islamica della Conoscenza
Dr. Sayyid Wahid Akhtar
Al-Tawhid, vol. XII No. 3 (stralci dell'articolo)
(linka per l'articolo intero)Mentre il fatto che possa esistere un'epistemologia islamica esplicita e sistematicamente elaborata rimane ancora una questione irrisolta, è invece innegabile che nella filosofia musulmana vari argomenti epistemologici sono stati trattati con un orientamento differente dal pensiero occidentale, ed attualmente vengono fatti molti tentativi per capire i temi di base dell'epistemologia secondo questa concezione.................... "'‘Ilm" cioe' "Conoscenza" nel mondo occidentale significa informazione su un certo argomento, divino o terreno, mentre "'‘Ilm" è un termine che abbraccia tutti questi aspetti riferendosi alla teoria, alla pratica e all'istruzione. Rimarcando l'importanza di questa parola nella civiltà musulmana e nell'Islam, Rosenthal afferma che essa dà loro un aspetto distintivo............Non c'è nessun aspetto della vita intellettuale, religiosa e politica islamica, e della vita quotidiana di un musulmano medio, che venga trascurato dall'atteggiamento sempre rivolto verso la conoscenza vista come un valore supremo per il musulmano. ‘Ilm è l'Islam, anche se i teologi sono stati esitanti nell'accettare la correttezza tecnica di questa uguaglianza. Ció che risalta maggiormente da questa accesa discussione riguardo a questo concetto è la sua fondamentale importanza per l'Islam............Questa conoscenza non fu impartita neanche agli Angeli. In "Usul al-kafi" l'Imam Musa narra che tradizionalmente la conoscenza ("‘Ilm") puó essere di tre tipi: "ayatun muhkama" (inconfutabili segni di Dio), "faridatun 'adila" (obblighi giusti) e "sunnat al-qa'ima" (tradizioni tramandate dal Profeta).

Questo comporta il fatto che il termine ‘Ilm, a cui tutti i musulmani sono obbligati a fare riferimento, abbraccia vari settori della scienza: teologia, filosofia, diritto, etica, politica, e le leggi impartite dal Profeta alla "umma".
Al-Ghazali ha ingiustamente differenziato i vari tipi di conoscenza, ritenendone alcuni utili e altri inutili. L'Islam perٍ non considera nessun tipo di conoscenza trascurabile per l'umanità. Comunque, quella che nel Corano è stata definita conoscenza inutile o insignificante, consiste di pseudoscienze o di leggende contenute prevalentemente nella "jahiliyya".
La conoscenza è di tre tipi:
• informazione (intesa come contrario di ignoranza),
• leggi naturali,
• conoscenza acquisita attraverso congetture.
I primi due tipi di conoscenza sono considerati utili, e la loro acquisizione è obbligatoria. Per quanto riguarda il terzo tipo, che si riferisce a ció che si apprende indovinando o tramite congetture, o a ció che è dubbioso, si dovrebbe prendere in considerazione più avanti, dal momento che il dubbio e la congettura a volte sono mezzi essenziali per la conoscenza, ma non un fine di quest'ultima.Oltre a svariati versetti coranici che enfatizzano l'importanza della conoscenza, vi sono centinaia di detti del Profeta (S) che incoraggiano i musulmani ad acquisire ogni tipo di conoscenza da qualsiasi parte del mondo. La civiltà islamica, durante un periodo di stagnazione e declino, confinٍ il proprio sapere nella teologia come unica scienza obbligatoria, un atteggiamento generalmente e ingiustamente attribuito alla distruzione della filosofia e delle altre scienze nel mondo islamico effettuata da al-Ghazali.............Nel mondo islamico, la gnosi (ma'rifa) è differente dalla conoscenza nel senso di acquisire informazioni attraverso processi logici. Nelle civiltà non islamiche dominate dalla cultura greca, "hikma" (la filosofia) è considerata superiore alla conoscenza. Secondo l'Islam peró "'‘Ilm" non è pura conoscenza, bensí sinonimo di gnosi (ma'rifa). Si considera la conoscenza derivata da due fonti: l’ "‘Aql" (il ragionamento) e l’"'‘Ilm huduri" (intesa come conoscenza non mediata e diretta, che avviene attraverso esperienze mistiche)................L'esercizio dell'intelletto (‘Aql) è significativo per tutta la letteratura islamica, che ebbe un ruolo importante nello sviluppo di tutti i tipi di conoscenza, scientifica o di altra natura, nel mondo musulmano. Nel ventesimo secolo, il filosofo musulmano indiano Iqbal nella sua opera intitolata "Ricostruzione del pensiero religioso nell'Islam", ha sottolineato che "ijtihad" è un principio dinamico nella struttura dell'Islam. Egli afferma che, ancora prima di Francesco Bacone, i principi di induzione scientifica erano chiaramente espressi nel Corano, che sottolinea l'importanza dell'osservazione e della sperimentazione allo scopo di giungere a conclusioni certe........L'opera "Tahatut al-falasifa" di al-Ghazali è probabilmente il primo trattato filosofico in cui fu utilizzato il metodo dell'analisi linguistica per dare spiegazioni su vari temi filosofici. Personalmente credo che questo autore sia stato messo in cattiva luce e frainteso dai musulmani, sia conservatori sia liberali, che hanno voluto interpretare la sua filosofia. Il suo metodo basato sul dubbio diede origine ad un'efficace attività intellettuale nel mondo islamico, ma a causa di fattori storici e sociali, culminó nella stagnazione del pensiero filosofico e scientifico, che più tardi suscitó all'autore molte critiche da parte di altri filosofi.

Nella filosofia preislamica, sviluppatasi sotto l'influenza del pensiero greco, si fece una distinzione fra filosofia (al-Hikma) e conoscenza. Nell'Islam invece non esiste questa differenza. Coloro che credettero in questa diversità, influenzarono i musulmani verso un pensiero non islamicamente corretto. Pensatori quali al-Kindi, al-Farabi e Ibn Sina sono considerati "hakim" (filosofi), e quindi superiori agli "Ulama’" e ai "Fuqaha". Questo concetto errato si ritrova nell'attacco di al-Ghazali agli altri filosofi. L'Islam è una religione che invita i suoi seguaci ad esercitare il loro intelletto e ad avvalersi della propria conoscenza per ricercare la verità assoluta ("al-Haqq")...............Nella tradizione filosofica occidentale c'è differenza fra la conoscenza dell'Essere Divino e quella che appartiene al mondo fisico. Nell'Islam invece non c'è questa differenza. "Ma'rifa" è la vera conoscenza, e deriva dalla conoscenza della propria persona ("Man 'arafa nafsahu fa qad 'arafa rabbahu", "Chi conosce se stesso conosce anche il suo Signore"). Questo processo comprende anche la conoscenza della grandezza del mondo. Comunque, l'insegnamento e la conoscenza, che sono considerati in modo diverso l'uno dall'altro nelle culture non musulmane, hanno lo stesso significato nel pensiero islamico........nell'Islam c'è spazio per il dubbio e lo scetticismo prima di raggiungere la certezza nella fede ("Iman"). I sufi ritengono che la fede sia suddivisa in tre stadi: "'‘Ilm al-yaqin" (conoscenza certa), "'ayn al-yaqin" (conoscenza attraverso la vista) e "haqq al-yaqin" (conoscenza data dall'unità del soggetto con l'oggetto). L'ultimo stadio è raggiungibile solo da pochi eletti...........Fra i filosofi musulmani, in particolare alcuni "mu'taziliti", come Nazzam, al-Jahiz, Aba Hashim al-Jubbay ed altri, presero la strada dello scetticismo. Al-Ghazali fu il più importante fra i filosofi musulmani che, nella sua biografia spirituale "al-munqidh min ad-dalal", elaboró il percorso dello scetticismo che intraprese per ricercare la pura verità. Vi furono molti pensatori musulmani, ad esempio Abu Hashim al-Jubbay, al-Baqillanis al-Nazzam e altri, che scelsero lo scetticismo allo scopo di raggiungere una certa fede religiosa. Lo scetticismo è una filosofia che ha tre diversi significati:
• negazione di qualsiasi tipo di conoscenza,
• agnosticismo,
• un metodo per trovare la certezza.
La maggior parte dei filosofi musulmani raggiunsero l'obiettivo della certezza. Lo scetticismo, inteso come l'impossibilità della conoscenza, non è compatibile con gli insegnamenti islamici; esso é accettabile solo se guida dall'incertezza verso la certezza. Il metodo scettico è composto di due aspetti, il rifiuto di tutta la conoscenza assoluta e l'approvazione di un percorso per superare l'incertezza.............
I filosofi musulmani hanno intrapreso la seconda strada, perché dava molta importanza al rifiuto della fede in modo cieco. Shaykh al-Mufid, un celebre Faqih sciita, affermava che vi era un confine molto sottile fra fede e miscredenza qualora il credente imitasse alcuni teologi. Secondo la sua opinione, colui che imita va verso la miscredenza ("kufr").
Nell'Islam, '‘Ilm non è confinato solo all'acquisizione della conoscenza, ma comprende anche aspetti sociopolitici e morali. La conoscenza non è pura informazione; richiede ai credenti di agire sulla propria fede e di dedicarsi al raggiungimento degli obiettivi a cui è finalizzato l'Islam. In breve, vorrei affermare che la teoria della conoscenza nel pensiero islamico non riguarda esclusivamente l'epistemologia. Essa unisce conoscenza, ispezione interiore e azione a livello sociale come concetti fondamentali.........Lo sviluppo simultaneo di vari settori della conoscenza riguardanti i fenomeni naturali e sociali, cosí come il processo logico di discussione per spiegare la dottrina islamica e per dedurre le leggi ("ahkam") con riferimento agli ordini prescritti nel Corano e ai detti del profeta, avvengono grazie al concetto islamico di '‘Ilm............Come già detto, non solo il Corano e gli Ahadith incoraggiavano i musulmani, o piuttosto li obbligavano, a ricercare la verità utilizzando liberamente qualsiasi risorsa, ma contenevano anche alcuni principi guida che potevano dare una base sicura per lo sviluppo di scienze religiose e di altra natura. Alcuni detti del Profeta (S) danno primaria importanza anche all'apprendimento tramite riti. Diversi detti affermano che ha più valore il sonno di uno studente rispetto ad un viaggio di pellegrinaggio ("hajj") di un credente ignorante o la sua partecipazione alla guerra santa, e che le gocce di inchiostro cadute ad uno scolaro sono più sacre del sangue versato da un martire. Amir al-Mu'minin 'Ali (as) diceva che la ricompensa ai credenti per le buone azioni compiute verrà stabilita nell'altro mondo in base allo sviluppo del loro intelletto e della loro conoscenza.
L'Islam non ha mai ritenuto che solo la teologia fosse utile e che le altre scienze fossero non significative o trascurabili. Questo concetto è stato inventato da esponenti del clero semi letterati o da alcuni loro ausiliari che intendevano mantenere la gente comune musulmana nel buio dell'ignoranza e nella fede cieca in modo che non potessero opporsi a governatori ingiusti o resistere al clero legato alle corti aristocratiche.
Questo atteggiamento portó non solo alla condanna delle scienze empiriche, ma anche della metafisica e di "'‘Ilm al-kalam", che fu la causa del declino della civiltà islamica nella politica e nell'economia. Anche ai nostri giorni, una larga fetta della società musulmana, comprendente sia la gente comune che i teologi, soffre per questo problema. Questo fenomeno inefficace e contrario alla conoscenza favorí la nascita di movimenti che consideravano alcuni elementari libri di teologia sufficienti per un musulmano, e sconsigliavano l'apprendimento e la diffusione della conoscenza terrena in quanto portava all'indebolimento della fede...............Abu 'Ala' al-Ma'arri pensava che non ci fosse nessun Imam tranne la ragione. Quindi è ovvio che sia gli Sciiti che i Sunniti, tralasciando le differenze riguardo a vari temi, sono concordanti sul ruolo della ragione e sulla necessità di "ijtihad".
.........Purtroppo alcuni movimenti a base islamica sorti nel mondo Sunnita, ad esempio in Egitto, Arabia Saudita, Marocco, Algeria, Sudan ecc., si oppongono alla ragione e approvano l'emulazione modificando negativamente il ruolo di "ijtihad" e disprezzando anche i maggiori teologi salafiti. Non si rendono conto che questo atteggiamento è contraddittorio e sviante per la loro stessa causa. è un buon segno che, eccetto il rifiuto della ragione in tempi recenti in alcuni luoghi abitati da Sunniti, sono stati effettuati, e sono ancora in corso, molti tentativi per incoraggiare nuovamente la pratica di "ijtihad" e per mettere insieme la conoscenza sociale, scientifica e storica con gli insegnamenti della teologia, "fiqh", "Usul al-fiqh", Ahadith, "'‘Ilm al-rijal", "Kalam" e "Tafsir", la cui acquisizione è essenziale per "Ijtihad" nelle questioni concernenti la fede e la sua pratica............Dopo il declino della ricerca scientifica e filosofica nel mondo islamico orientale, la filosofia e le scienze rifiorirono fra i musulmani occidentali grazie agli sforzi dei pensatori di origine araba come Ibn Rushd, Ibn Tufayl, Ibn Bajah e Ibn Khaldun, il padre della sociologia e filosofia della storia. La filosofia della storia e della società di Ibn Khaldun è la più eccellente fra le prime opere di pensatori musulmani riguardanti l'etica e la politica, ad esempio gli scriti di Miskawayh, al-Dawwani, e Nasir al-Din al-Tusi. Il merito di aver posto attenzione seriamente alla filosofia socio-politica va ad al-Farabi, che scrisse trattati riguardo a questi argomenti fra i quali "madinat al-fadhila", "Ara' ahl al-madinat al-fadhila", "Al-milla al-fadhila", "Fusul al-madang", "Sira fadila", "K. Al-siyasa al-madaniyya", ecc................ gli astronomi, i matematici, gli scienziati e i fisici musulmani come Ibn Sina, Zakariyya al-Razi e altri che utilizzarono strumenti per contribuire allo sviluppo della conoscenza e della civiltà umana, sarebbe ingiusto non menzionare il contributo significativo di Ikhwan al-Safa, un gruppo di studenti e pensatori sciiti e ismailiti che scrissero trattati originali su svariati argomenti filosofici e scientifici, uno sforzo che denota il primo tentativo di creare un'enciclopedia nel mondo civilizzato.
In breve, si potrebbe giustamente affermare che la teoria islamica della conoscenza fu responsabile della nascita di una cultura della libera ricerca e del pensiero scientifico razionale che comprendeva sia la teoria sia la pratica.