martedì 10 dicembre 2013

W.V.Quine e D. Dennet : ontologia/conoscenza : a read key for science


D. Dennet : e'docente di Filosofia e direttore del Centro per gli Studi Cognitivi della Tufts University. Ha frequentato l'Università Harvard e quella di Oxford, dove è stato allievo di Gilbert Ryle e Willard Van Orman Quine, e ha insegnato all'Università della California, a Pittsburgh, a Oxford e alla École Normale Supérieure di Parigi. Nelle sue ultime ricerche si occupa di coscienza, filosofia della mente e intelligenza artificiale ed è noto per aver creato il concetto di sistema intenzionale, oltre che per i suoi contributi alle fondamenta concettuali della biologia evoluzionisticaattraverso i quali ha avallato le tesi dell'etologo Richard  .

W.V.Quine : .............Olismo della conferma e relatività ontologica[modifica | modifica sorgente]
La tesi centrale che sta alla base della indeterminatezza della traduzione e di altri sviluppi dell'opera di Quine è costituita dalla relatività ontologica e dalla teoria correlata dell'olismo della conferma. La premessa dell'olismo della conferma è che tutte le teorie di quello che esiste (e le affermazioni derivate nel loro ambito) non sono sufficientemente determinate dai dati empirici (dati, dati sensoriali, evidenza); ogni teoria con la sua interpretazione dell'evidenza è ugualmente giustificabile. Così la Weltanschauung degli dèi omerici secondo gli antichi greci è credibile quanto le onde elettromagnetiche del mondo dei fisici.
Per quanto riguarda la sua personale credenza, Quine chiarisce alla fine di Due dogmi dell'empirismo:
« In quanto empirista, continuo a considerare lo schema concettuale della scienza uno strumento, in definitiva, per predire l'esperienza futura alla luce di quella passata. Gli oggetti fisici sono introdotti dal punto di vista concettuale come utili intermediari - non tramite una definizione in termini di esperienza, ma semplicemente come postulati [posits] irriducibili, simili, dal punto di vista epistemologico, agli dèi di Omero. [...] Da parte mia, in quanto fisicalista laico, credo negli oggetti fisici e non negli dèi di Omero; e ritengo che sia un errore scientifico fare altrimenti. Ma dal punto di vista del fondamento epistemologico, gli oggetti fisici e gli dèi di Omero differiscono solo quanto al grado e non quanto al genere. Entrambi i tipi di entità entrano nella nostra concezione soltanto come presupposti culturali. »
(dalla raccolta "Da Un punto di vista logico", p. 62.)
Il relativismo ontologico di Quine lo conduce a concordare con Pierre Duhem quando ritiene che per ogni collezione di evidenza empirica ci sarebbero sempre molte teorie in grado di renderne conto, di inquadrarla. Quindi non è possibile verificare o falsificare una teoria semplicemente confrontandola con l'evidenza empirica; la teoria può sempre essere salvata con qualche modifica. Per Quine il pensiero scientifico ha formato una rete coerente nella quale ogni parte potrebbe essere alterata alla luce dell'evidenza empirica e nella quale nessuna evidenza empirica potrebbe costringere alla revisione di una parte.
L'opera di Quine ha contribuito a una larga accettazione dello strumentalismo nella filosofia della scienza.

da Understanding Society..................I realisti critici - Roy Bhaskar in particolare - attribuiscono una grande importanza alla questione dell'ontologia. Una teoria di ontologia dovrebbe descrivere il tipo di cose, relazioni, e le forze che esistono in un regno. Così i filosofi pre-socratici sono stati impegnati in teoria ontologica quando hanno chiesto la questione, ciò che importa è composto da - atomi o un plenum? La questione che sollevo qui è uno di metodologia filosofica: che tipo di fondamento epistemico è disponibile per formulare e difendere una teoria dell'ontologia? Come possiamo pretendere di conoscere diverse verità circa la natura della realtà? Sembra che ci siano tre possibilità............................

domenica 8 dicembre 2013

Read Key : farmacologia x la SLA

..artiste futuriste

.............Le cause
A illustrare la conoscenza attuale della patogenesi è Leonard van den Berg, professore di neurologia e direttore del Netherlands ALS Center, University Medical Center Utrecht, che ha esordito così: “Per capire quali sono le cause di questa malattia, dobbiamo collaborare più strettamente coi pazienti. La loro partecipazione, infatti, è importante ad accelerare il raggiungimento di cure più efficaci”. E non sono mancate le azioni per sensibilizzare l’opinione pubblica, come la maratona di nuoto lungo la rete dei canali di Amsterdam.
La Sla è una malattia degenerativa e progressiva del sistema nervoso che assume caratteristiche molto variabili. “La varietà dei fenotipi cambia parecchio e i tassi di perdita dei motoneuroni sono molto differenti. Tra le cause, si parla spesso dell’eccitotossicità del glutammato. Questa sostanza è un neurotrasmettitore attraverso il quale comunicano i motoneuroni. Secondo un’ipotesi, la presenza eccessiva di questo neurotrasmettitore causa un danno ai neuroni”, ha affermato Van den Berg. “Un altro fattore è lo stress sedativo delle molecole che sono reattive alla trasmissione delle informazioni; i motoneuroni, inoltre, sono molto lunghi, dato che vanno dalla colonna vertebrale ai piedi: se c’è un difetto nel metabolismo energetico, essi sono i primi ad essere colpiti. Un meccanismo sotto studio è poi quello genetico: le proteine sono legate al Dna specifico di ogni persona e alcune di esse giocano un ruolo fondamentale nel ‘processing’ dell’Rna; in questo processo, può avvenire che una proteina causi la comparsa di una patologia, tra cui danni ai motoneuroni”. In generale, ci sono due tipologie di Sla: quella familiare (legata ad un ‘errore’ del Dna) e quella di tipo ‘sporadico’, che colpisce la maggioranza dei pazienti, non è presente  nella famiglia, come sottolinea il professore. “Oltre alle variazioni del Dna, che rendono alcune persone più soggette alla comparsa della malattia, ci sono poi fattori ambientali e legati allo stile di vita, tra cui ad esempio l’esposizione a pesticidi. Insomma si tratta di una patologia che definiamo complessa, che può essere anche causata da una comparsa concomitante di più fattori che portano alla malattia”.
Un altro tema sono le tecniche di ingadine e gli studi effettuati. "Nei Paesi Bassi, in uno studio sulla popolazione abbiamo identificato tutti i pazienti. L’incidenza della comparsa della patologia mostra un picco oltre i 50 anni, mentre dopo i 70-75 anni scende: anche in Italia sono stati riscontrati questi dati. In base allo studio, il fumo è un fattore di rischio che influenza lo sviluppo della patologia; il consumo di alcol, indipendentemente dalla tipologia, risulta essere un fattore protettivo. Riguardo alle abitudini alimentari, calcolando esattamente l’apporto dei nutrienti, abbiamo scoperto che, prima della comparsa della patologia, i pazienti pesavano di meno ed erano più sani rispetto ad altri individui, però assumevano una quantità più elevata di calorie: questo ipermetabolismo può avere un ruolo nella Sla”, ha aggiunto van der Berg.

I trial clinici
A parlarne è Nazem Atassi, neurologo presso il Massachusetts General Hospital di Boston.“Dalla fase preclinica, che consiste nei test sugli animali, si arriva alla fase clinica sull’uomo, con i trial clinici. In molti casi, la prima fase viene condotta su volontari sani o anche su alcuni pazienti affetti da Sla. In essa è importante capire la concentrazione e la sicurezza del farmaco stesso. La seconda fase del trial è volta ad individuare il dosaggio migliore da poter somministrare al paziente: in questo caso di solito riusciamo anche a provare l’efficacia del farmaco. L’ultima fase è la terza, in cui ci chiediamo se il farmaco funziona effettivamente o meno”.
Riguardo ai trattamenti per la Sla, la gestione è multidisciplinare. “L’unico farmaco approvato per questa malattia è il riluzolo: attraverso trial multipli si è osservato che rallenta la progressione della malattia e dunque che ha effetti positivi. Tra i trattamenti sintomatici, ci sono quelli alimentari, quelli per la respirazione e alcuni trattamenti pseudobulbari. Per la difficoltà nel controllare le emozioni, un farmaco approvato in tutte le fasi dalla Fda (Food and Drug Amministration) è il Nuedexta. In generale, i trial completati sono molti e più di 60 negli ultimi 10 anni”, ha proseguito. Nel dibattito, Atassi ha illustrato numerosi esempi di farmaci già testati nei trial, quali dexpramipexole, ceftriaxane, tamoxifene e creatina. “Inoltre sono ottimista rispetto alla terapia genica, perché conosciamo qual è il problema: se individuiamo il gene che è la causa principale, possiamo riuscire a silenziarlo se impediamo che venga prodotta quella tipologia proteica. Così in teoria si potrebbe riuscire a interrompere la patologia o a prevenirne l’insorgenza. Credo che attualmente si sia indagato il 50-60% dei geni causa dello sviluppo della patologia nella sua variante familiare”.
E poi ecco alcuni tra i trial in corso: “Nel presente stiamo testando su tessuti umani il Fingolimold, che può essere testato anche per malattie simili. Ozanezumab è un anticorpo che deve aiutare per la ricrescita dei neuroni: lo studio in doppio cieco randomizzato verrà completato a brevissimo. Entusiasmante è poi lo studio Benefit, non specifico per la Sla, che potrebbe avere effetti positivi per ogni malattia che coinvolge l’attività dei muscoli: questo tipo di farmaco ha visto un miglioramento nella forza muscolare”, ha affermato il neurologo. “Per riassumere alcuni punti, bisogna dire che c’è una grande eterogeneità della malattia, c’è poi il problema relativo alla diagnosi ritardata e alla scelta della terapia giusta, insieme al problema del dosaggio e della somministrazione e alla mancanza di biomarcatori. In questa malattia l’interazione tra il paziente e il medico è centrale per una cura migliore”.

Le cellule staminali 
La spiegazione delle loro caratteristiche e la storia del loro utilizzo e delle applicazioni attuali viene effettuata, durante l’incontro, da Paolo Bianco, professore di Anatomia Patologica presso Sapienza Università di Roma e direttore del Laboratorio di cellule staminali presso la stessa università.
“Dovremmo essere particolarmente attenti quando sentiamo dire che le staminali possono curare tutte le malattie. Intanto, non esiste una cellula staminale unica, applicabile ad ogni tipo di patologia: noi infatti chiamiamo staminali sia le cellule pluripotenti che esistono soltanto negli embrioni - e che invece non esistono in tessuti postnatali, negli esseri umani e in generale nei mammiferi - , sia una varietà di cellule che esistono nella fase postnatale, che hanno fatto la storia dei successi clinici delle cellule staminali”, ha spiegato Bianco. “È importante che i pazienti capiscano che affermare di poter ricostruire il cervello con cellule derivate dalla placenta, dal midollo spinale o dalle ossa non corrisponde a verità. Abbiamo avuto un incredibile successo nella ricostituzione del sangue, della cute e della cornea utilizzando le cellule staminali specifiche per ogni sistema. Questi tessuti, infatti, sono molto semplici: il sangue è un fluido e non ha nemmeno una ‘forma’, la cute ha sì una forma, ma è una superficie molto sottile, non vascolarizzata e senza fibre nervose all’interno: dunque non ha la complessità di quegli organi, come il cuore, il cervello, il midollo spinale e i muscoli, che allo stato dell’arte non possiamo rigenerare con efficacia. Siamo molto lontani dal trovare delle cure efficaci, riusciremo a farlo soltanto quando riusciremo a capire come risolvere queste problematicità degli organi più complessi”.
Un terzo aspetto importante riguarda le modalità del processo: “Avendo una cellula staminale per rigenerare il tessuto è necessario cercare di capire come ricostituirlo: nel caso della cute, ad esempio, le staminali formano una sorta di ‘fazzoletto di pelle’ che viene trapiantato nel corpo del paziente; mentre col sangue si devono immettere le cellule nel sistema circolatorio”.

Viola Rita

05 dicembre 2013

Grazie Nikola Tesla, Croato e Genio

ilDisque optophonique.jpg futurismo , artisteBaranoff-Rossiné.jpgorso castano :ne avevamo gia' parlato, ma sembra ci sia stata un'accelelrazione sul campo: addirittura :"Parte dalla Liguria, da Savona, la sperimentazione di autobus elettrici che si ricaricano alla fermata in modalità wireless, senza fili.
Il progetto prevede che gli autobus elettrici si ricaricano per induzione elettrica su apposite piastre che possono essere installate alle fermate e al capolinea. La ricarica avviene senza bisogno di cavi o prese elettriche.Il progetto è della Bombardier Italia, divisione nostrana dell'azienda canadese, che sta aspettando l'apertura di un bando pubblico nella città ligure per testare anche in Italia la tecnologia".
Sono indubbi i vantaggi per l'ambiente , ma anche i risparmi sulla fabbricazione per le batterie che caleranno di numero e saranno sempre piu' leggere. 

Quell’immenso, gigantesco genio che fu Nikola Tesla costruì una torre, la Wardenclyffe Tower, nel bel mezzo di Long Island: una installazione, diceva, in grado di trasmettere l’elettricità senza bisogno di fili.

Il progetto (con annesso misterioso incendio) naufragò tra mille misteri nonostante Tesla avesse trasmesso già in altri esperimenti energia a distanza, e da allora il progetto fu accantonato.Più di un secolo dopo è ancora caccia grossa: grandi compagnie (Toyota, Intel, Samsung, Foxconn) e piccole startups (WiTricity, ProxybyPower) hanno moltiplicato gli sforzi per raggiungere lo storico traguardo, quello di trasmettere l’elettricità attraverso i campi magnetici.Qualcosa è già visibile ed in commercio: c’è tutta una serie di accessori a bassa efficienza che permettono di ricaricare un dispositivo senza collegarlo a cavi (penso a piccoli ‘tappeti’ sui quali poggiare un cellulare o un rasoio).Il prossimo passo è facile da prevedere: ricaricare un oggetto senza bisogno di ‘appoggi’: è la strada che percorre WiTricity, un’azienda (titolare esclusiva del brevetto) che utilizza la risonanza magnetica per spostare l’energia attraverso l’atmosfera. Funziona proprio così: due dispositivi ‘risuonano’ alla stessa frequenza in modo da far fluttuare in modo molto preciso un’onda magnetica tra loro. Un dispositivo può essere sistemato in una presa elettrica di casa ed essere in grado di ricaricare un’auto elettrica che si trova in garage. Una portata impressionante secondo Eric Giler, il CEO dell’azienda: 3.300 watts senza apprezzabili perdite.
witricity2

Veniamo ai dubbi, o alle dolenti note se preferite: è sicuro?

Secondo Giler, muovendosi come le onde del magnetismo terrestre, l’elettricità inviata senza fili non danneggia gli umani: sarebbe ben al di sotto dei limiti di magnetismo imposti dalla legge.Entro quanto tempo sarà diffusa la witricity?Le applicazioni sono tutte in fase di test, ma potrebbero raggiungere il mercato entro il prossimi tre anni.
La rottura con Edison indusse Tesla ad abbandonare la concezione tradizionale dell’elettricità. Si trasferì a Colorado Springs, vicino a Denver, cercando di realizzare una concezione nuova sull’elettricità: comunicare in ogni parte del mondo non usando i fili. Secondo la sua teoria, la terra stessa costituiva un conduttore naturale e poteva essere sfruttata per far viaggiare le onde elettriche inviate da un trasmettitore centrale. Tali onde sarebbero state raccolte da ricevitori posti ovunque nel pianeta.
Dato che nessuno gli volle credere, nel 1899 Tesla costruì un trasmettitore che poteva anche fungere da ricevitore. Con questa struttura, piazzata sopra il suo laboratorio, sperava di inviare un’onda elettrica vagante per poi riprenderla. Intuendo che una singola onda avrebbe perso potenza nel trasferimento, pensò di fornire impulsi elettrici successivi, creando così un pacchetto energetico continuo di potenza crescente. A Colorado Springs tutti gli abitanti potevano osservare l’enorme e strana antenna, alta 60 metri che terminava con un globo di ferro. Molti sono stati i testimoni che videro accendersi 200 lampadine senza collegamento di fili elettrici a 40 Km di distanza. Un esperimento particolare con quell’antenna resterà nella storia di questa civiltà: un fulmine uscì dal globo di ferro in cima all’antenna, crebbe di dimensioni fino a diventare un globo elettrico che mandava verso il cielo lampi scoppiettanti di lunghezza almeno di 50 metri. La zona fu pervasa da rombi di tuono e l’erba assunse il colore di un verde brillante come se ci fosse fosforescenza. Il fatto più traumatico sicuramente fu quello sopportato dagli abitanti, i quali, camminando nelle strade, vedevano sprizzare scintille elettriche che dai loro piedi finivano sul selciato. Dopo tanto spettacolo anche il finanziere J.P. Morgan, convinto del genio inventivo di Tesla, investì ben 150.000 dollari nel progetto della trasmissione d’energia. Perciò Nikola Tesla si trasferì a New York e cominciò la costruzione della prima torre per le comunicazioni a Long Island: la Wardenclyffe. Questo avveniva nel 1900.

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L’imponente torre Wardenclyffe, costruita da Tesla a Long Island.
.............Tre anni dopo, quando la Wardenclyffe fu completata, Tesla annunciò un’altra delle sue scoperte: sarebbe bastato dare una potente energia ai suoi trasmettitori per trasformare la litosfera terrestre in un gigantesco portalampade. Bastava in pratica infilare un bastone metallico nel terreno, collegarlo ad un trasformatore, per avere elettricità a volontà. Tesla era dell’opinione che per generare l’energia iniziale fosse sufficiente usare impianti idroelettrici. Il punto debole di tanta invenzione stava nel fatto che se il trasmettitore avesse inviato, anziché su tutto il globo in maniera uniforme, una forte quantità d’energia in un solo punto, allora si sarebbe verificata una distruzione totale. Secondo i calcoli, con questo sistema si poteva inviare tranquillamente un’energia pari ad una bomba nucleare da 10 megatoni. La storia ci ricorda che Tesla non ebbe mai la possibilità di sperimentare la sua rivoluzionaria invenzione. Nel 1903 il sostenitore Morgan ritirò il finanziamento. Sicuramente questo magnate americano avrà pensato che un raggio della morte da 10 megatoni poteva anche andar bene, ma fornire energia elettrica in forma illimitata e gratuita a tutto il mondo era assolutamente impensabile. A quel punto Tesla fu abbandonato da tutti. Sommerso dai debiti, dovette svendere il laboratorio di Colorado Springs per pochi dollari, tanto che nel 1906 non ebbe più soldi per pagare gli stipendi dei dipendenti della Wardenclyffe, che rimase vuota. Fu proprio in quel periodo che la vita di Tesla iniziò a rivestirsi di mistero............

giovedì 5 dicembre 2013

Toni Negri: "Per la costruzione di coalizioni moltitudinarie in Europa"

orso castano : Toni Negri ha 80 anni, ma la sua voghlia di lottare e di cambiamento non muoiono e non cambiano. A vederlo se3mbra un giovane di 40 anni brillante ed ancora con tanta voglia di modificare il mondo. Questo a prescindere dalla giustezza delle sue analisi che comunque restano acute ed ortodosse marxianamente parlando, senza dimenticare le lezioni di Marcuse e di tanti altri marxisti

Ci sono due argomenti, meglio, due topoi che vanno assunti affrontando questo tema. Il primo è oggettivo, bisogna cioè chiedersi che cosa significa porsi dentro lo sviluppo capitalistico nella fase critica dell’egemonia neoliberale. Potremmo anche, probabilmente, cominciare ad interrogarci sui “limiti del capitalismo”, togliendo tuttavia di mezzo preventivamente ogni previsione catastrofica comunque questa si presenti ed ogni nostalgia di una tradizione attestata da troppo tempo su questa illusione. Il contesto capitalistico è oggi caratterizzato dal dominio del capitale finanziario che sta consolidando la sua azione dopo una lunga transizione, che risale almeno alla seconda metà degli anni ’70. L’abbiamo ampiamente seguita, questa evoluzione, e spesso anticipata nel nostro lavoro collettivo: vediamone dunque semplicemente le conclusioni. Il capitale finanziario è egemone, non lo si può più definire come facevano Marx e Hilferding, poiché esso si è fatto capitale direttamente produttivo: cerca oggi la sua stabilizzazione esercitando attività estrattive sia nei confronti della natura e delle sue ricchezze, sia nei confronti del biopolitico-sociale (cioè del welfare). Quando parliamo di consolidamento del potere del capitale finanziario ne parliamo ipotizzando (ed è una ipotesi che si avvicina ormai ad una verifica conclusiva) che la trasformazione del capitalismo abbia comportato (tra l’altro – ma l’osservazione è tanto limitativa dell’analisi, quanto importante per concentrare quest’ultima su quanto ci interessa) – abbia dunque comportato una assai profonda trasformazione delle forme territoriali e delle strutture istituzionali nell’assetto globale degli Stati e delle nazioni nel “secolo breve”. Questa trasformazione comincia all’interno dei singoli mercati nazionali dove, in ciascuno di essi, la struttura produttiva capitalistica è riorganizzata dopo la prima Grande Guerra (rispondendo al trionfo della rivoluzione bolscevica), secondo moduli contrattuali keynesiani. Nel secondo dopoguerra e dopo le “ricostruzioni”, questo modulo di organizzazione sociale e di comando capitalista comincia ad essere fragilizzato e talora a saltare sotto la pressione operaia: è allora che comincia la rivoluzione neoliberale a partire dalla fine degli anni ’70 con una straordinaria accelerazione all’inizio del XXI secolo. Essa riorganizza innanzitutto lo Stato secondo modalità fiscali nella gestione della crisi e nella governance del debito pubblico. Il procedere della mondializzazione che interviene in quel periodo e l’affermazione globale dei “mercati finanziari” spostano il controllo delle possibilità debitorie dello Stato dal potere pubblico alle strutture che organizzano il privato, dall’equilibrio dell’amministrazione interna  dello Stato all’equilibrio costruito sotto il dominio dei “mercati” globali.
È a questo punto che si dà una definitiva frattura fra il nuovo ordine capitalistico globale e i soggetti che vivevano nel precedente ordinamento capitalistico dei singoli Stati-nazione – in quell’ordinamento “riformista” del capitale, cioè, che avendo introdotto keynesianamente il movimento operaio nel contratto sociale, ne disciplinava i comportamenti secondo regole cosiddette “democratiche”. Se nello Stato fiscale, presto pervenuto alla crisi, il debito statale aveva assunto quel ruolo di anticipazione della spesa che prima aveva avuto l’inflazione (in senso opposto, come strumento di devalorizzazione della spesa) e se presto la fiscalità non è più sufficiente a sostenere il debito promosso dallo Stato – se dunque la struttura del debito muta e il neoliberalismo, facendo del mercato la regola dello sviluppo e dei “mercati” la giustizia del pianeta, impone la privatizzazione globale del debito…. dato tutto questo, la crisi capitalistica si presenta oggi come impossibilità di far agire all’interno dello sviluppo stesso qualsiasi elemento di mediazione, qualunque  struttura contrattuale, insomma il keynesismo in tutte le diverse accezioni riformiste che esso possa eventualmente assumere. D’altra parte, questo sviluppo (se riguardato dal punto di vista delle lotte del soggetto sovversivo) ci restituisce un modulo assai consistente di lotta di classe. Da un lato tutti coloro che possono partecipare all’”interesse” (cioè al profitto monetario – alla partecipazione alla pratica globale dell’usura dei mercati privati e/o semipubblici) costruito sul mercato finanziario; dall’altro lato tutti coloro che considerano l’esercizio della loro forza-lavoro reso socialmente utile dal loro “stare insieme” e quindi dall’esigenza (bisogno e desiderio) di essere garantiti nel corso della loro vita non dal perdurare della barbarie del privato possesso ma dal possibile godimento dell’accesso al comune. E non c’è “nessuna classe media” fra queste due realtà etiche.
Il secondo presupposto è soggettivo, ne abbiamo accennato le caratteristiche etiche – ora si tratta di studiarne (anche in questo caso riassumendo un lavoro collettivamente compiuto) l’ontologia della produzione. In essa si ricompongono dunque le modificazioni intervenute nella composizione della classe lavoratrice. Essa non è più (come da molto tempo si sa) “operaia” in senso esclusivo, tanto meno può essere qualificata come centrale nei processi di valorizzazione – la dimensione immateriale, intellettuale, cooperativa e la rete (come tessuto di ogni attività produttiva)  sono diventati gli elementi centrali della valorizzazione produttiva. La forza-lavoro si è dunque radicalmente modificata. Nessuna nostalgia della vecchia classe operaia. Impegno, invece, a ritrovarne le stigmate nel continuum della “disindustrializzazione”, determinata (non tanto dal capitale finanziario quanto) dall’automazione industriale e dalla sua espansione a tutto il sistema dei servizi produttivi (sicché anche l’operaio industriale è oggi lavoratore immateriale). La radicalità di questa modificazione è estrema. Altrove abbiamo definito l’insieme della forza-lavoro nella sua dimensione di soggetto sfruttato nello sviluppo del capitale finanziario come un composto da individui “indebitati, mediatizzati, securizzati, rappresentati”. In questo quadro lo sfruttamento avviene assumendo la società come totalità, investe e sussume l’intera società. È uno sfruttamento estrattivo. La qualità estrattiva dello sfruttamento significa che l’analitica “temporale” (quella marxiana, per esempio) delle figure e delle quantità di pluslavoro e di plusvalore, dev’essere rivista e analizzata secondo nuovi criteri. È qui infatti che il capitale finanziario si segnala come potente agente di un’”estorsione” compatta e massificata di plusvalore, come mistificatore di ogni assemblaggio di lavoro cooperativo e infine – in tal modo – come forza estrattiva del comuneNel concetto di “estrazione” si modifica quindi quello di “sfruttamento”.“Estrazione” significa appropriazione di plusvalore attraverso una continua scrematura dell’attività sociale, la riduzione delle singolarità che cooperano nella produzione sociale (e che così esprimonocomune) ad una massa che ha perduto ogni controllo di se stessa ed ogni autodeterminazione, la trasformazione dell’imprenditorialità capitalista in una funzione ormai incapace di organizzare il lavoro, immersa nel gioco finanziario e solo attenta alle cedole azionarie. Il concetto marxiano di sfruttamento sembra così pateticamente lontano – nella sua insistenza sulla temporalità della giornata lavorativa e dello sfruttamento individuale che in essa si misura. Se non fosse che la massa esiste solo nella logica del capitale finanziario (come il popolo in quella dei sovrani). Mentre la vita sfruttata è singolare. Da questo punto di vista, dunque, le soggettività implicate in questo sviluppo del capitalismo, espropriate come massa, sfruttate come singolarità, avvertono che la frattura sociale, meglio, la scissione del concetto di capitale si è data in maniera ormai piena. Al punto in cui lo sviluppo capitalistico è stato spinto dall’azione neoliberale, una qualsiasi mediazione interna allo sviluppo capitalistico (anche se imposta dalla moltitudine dei lavoratori bisognosi, insomma comunque essa si presenti, qualsiasi sia la forma in cui le singolarità sono rinchiuse nella massa espropriata) – ogni mediazione, dunque, è stata rotta. Assistiamo all’azzeramento del politico, meglio, del valore della composizione politica del soggetto antagonista: in questa prospettiva “la politica” è solo considerata una mediazione – e questa non potrà certo darsi con gli “esclusi”.
Dobbiamo dunque concludere che la dialettica operaista che sempre teneva presente un rapporto antagonista tra sviluppo capitalistico e lotta di classe operaia e ad essa imputava ogni sviluppo, è terminata? È possibile, con tutta probabilità è avvenuto. Infatti la relazione delle singolarità che costituiscono moltitudine è divenuta del tutto intransitiva nel rapporto di capitale. Il neoliberalismo ci impone questa verità. La valorizzazione capitalista nasce infatti dal fatto che la moltitudine di singolarità è ridotta a massa – è resa “transitiva” in quanto capitale variabile ma non può più esprimersi come classe – neppure all’interno del capitale, come la dialettica “socialista” esigeva. Affermare questo non significa che la concezione marxiana dello sviluppo sia obsoleta o la metodologia operaista ormai desueta; significa solo che il metodo va innovato, che le “armi della critica” vanno adeguate alla nuova situazione complessiva e che “far politica oggi” è concetto che non può esser legittimato, per esempio, semplicemente dal ricorso all’inchiesta operaia – modulata sul couplet composizione tecnica e composizione politica – ma che i temi del potere e del contropotere, della guerra e della pace, del potere costituente e dell’insurrezione, insomma, del programma comunista, vanno riproposti – in prima linea.
Mi ripeto. Già da tempo è stato teorizzato che l’”uno si è diviso in due”. Questo significa che non c’è più misura fra capitale e soggetto sfruttato, antagonista, che non vi è più mediazione possibile. Vi può essere mediazione solo forzosa. Questo comporta crisi, inefficienze, limiti della forma politica del capitalismo oggi dominante, di quella “democratica” in particolare, sempre più evidenti. Se l’azione politica del primissimo e primo movimento operaio (tra l’’8-‘900) ha cercato alternativamente per la sua azione un modello riformista e/o uno insurrezionale; se la seconda grande epoca del movimento operaio – quella dell’operaio fordista – ha consolidato nella forma contrattuale (e riformista) il suo progetto, oggi non vi è più nulla di questo che possa essere nuovamente percorso. Alcuni autori hanno con grande intelligenza sottolineato che il capitalismo neoliberale ha perduto ogni caratteristica democratica da  quando le istituzioni  della democrazia non son più riuscite a trattare, ad incidere sulle questioni economiche – hanno cioè permesso al neoliberalismo di estrarle dalle regole della democrazia. È un altro modo di dire che l’”uno si è diviso in due”. La sovranità è stata allora tolta agli Stati-nazione per essere trasferita verso il potere globale dei “mercati”. Ma questa conclusione non conclude nulla, è essa stessa implicata nel processo della crisi e la estremizza piuttosto che risolverla. È ormai banalmente ripetuta dai più e finisce per mistificare l’impotenza dei soggetti e per vanificare le lotte contro il capitale finanziario.
Finora abbiamo visto come il concetto di composizione politica di classe operaia sia venuto meno, come sia stato azzerato dalla nuova figura dei movimenti finanziari e politici del capitale – e in ogni caso come esso non possa funzionare (la diciamo grossa) “ontologicamente”, e cioè nella realtà storica determinata: perché ormai privato di ogni transitività. “Come fare politica, oggi”, non significa dunque giocherellare fra composizione politica e tecnica ma ridefinire radicalmente che cos’è “politica”. Tra poco vedremo quale sia la fragilità dello stesso concetto di composizione tecnica. La metodologia classica dell’operaismo non funziona dunque più. Bisogna modificarla. E farlo tenendo presente che la nostra autocritica non significa che non ci possiamo più chiamare marxisti; forse significa che non ci chiameremo più post-operaisti; probabilmente ci diremo solo comunisti – alla nostra maniera, facendo del marxismo un dispositivo vivente per adeguarlo alla critica del nostro mondo. Per cominciare cioè ad uscire da quella condizione di azzeramento della politica.
Sulla questione del presupposto soggettivo dobbiamo quindi ora ritornare, armandoci di una nuova metodologia che lavori essenzialmente sulle maniere di far crescere, indipendentemente dal rapporto di capitale (non-transitivamente dunque), la nuova soggettività sociale sfruttata. In essa non saranno più riconoscibili composizione tecnica o composizione politica, conseguenti l’una dall’altra, ma piuttosto una composizione semplificata ed una consistenza reale che cercheremo ora qui di definire, descrivendo l’azione che è possibile, a questa soggettività, di produrre.
In primo luogo dobbiamo tener presente che quel soggetto separato, azzerato dal punto di vista politico, è comunque un soggetto che si è riappropriato di capitale fisso, in tutta la fase di trasformazione del capitalismo fra crisi dello Stato fiscale e consolidamento dello Stato del capitale finanziario. In che cosa consiste precisamente questa riappropriazione? Consiste specificatamente nel far proprie, nell’afferrare, nel rendere protesi corporee e mentali, linguistiche e/o affettive, cioè nel ricondurre alla propria singolarità alcune capacità che prima erano solo riconosciute proprie delle macchine con le quali si lavorava, e nell’incorporare queste caratteristiche macchiniche, farne attitudini e comportamenti primari dell’attività dei soggetti lavorativi. Nel distacco storico che si era affermato tra oggettività del comando (e del capitale costante) e soggettività della forza-lavoro (soggetta al capitale variabile) – si dà, da parte delle singolarità, una riconquista di capitale fisso, un’acquisizione irreversibile di elementi macchinici sottratti alla capacità valorizzante del capitale – per dirlo brutalmente, un furto continuato di elementi macchinici che arricchisce di capacità tecnica il soggetto, meglio, come si è detto che il soggetto lavorativo incorpora. Con ciò si mostra quanto il lavoro immateriale sia corporeo, della sua capacità di assorbire con rapidità e virtuosità stimoli e potenze macchiniche.
Ora, ogni riappropriazione è destituzione del comando capitalistico. Questo processo di appropriazione da parte dei lavoratori immateriali è infatti molto forte, efficace nel suo svilupparsi – esso determina crisi. Ma non si darebbe crisi se considerassimo che essa nasce spontaneamente dai processi di riappropriazione e di destituzione. Non è così. La crisi ha bisogno di uno scontro, di una realtà politica che si muova per la distruzione non più semplicemente del rapporto di sfruttamento ma della condizione forzosa che lo sostiene. In effetti quando si parla di riappropriazione da parte del soggetto antagonista, non si parla semplicemente della modificazione della qualità della forza-lavoro (che deriva dall’assorbimento di porzioni di capitale fisso), si parla essenzialmente della riappropriazione di quella cooperazione che nella ristrutturazione capitalista della produzione era stata incentivata e poi espropriata – e che rappresenta il dramma essenziale di questa fase critica. Quando si dice recupero di capitale fisso, riappropriazione – lungi dall’esprimersi in termini macchiati di economicismo – l’analisi entra piuttosto su quel terreno della cooperazione che è oggi regolato in termini biopolitici dal capitale: destituire il capitale di questa funzione significa recuperare alla forza-lavoro autonoma capacità di cooperazione. Ma poiché la società civile e la cooperazione produttiva sono oggi dominate dalle funzioni monetarie – e le funzioni monetarie fanno capo direttamente al capitale finanziario – riappropriazione di capitale fisso e destituzione del comando capitalistico sulla cooperazione ci portano immediatamente all’interno di quanto è oggi più decisivo nella struttura del comando capitalista: lasfera monetaria. Se qui si dessero significanti, sarebbero significanti che rivelano il comune. La moneta si incontra e si scontra con le caratteristiche comuni della cooperazione. E allora la resistenza, la lotta e l’autodeterminazione del soggetto lavorativo qui assumono immediatamente caratteristiche politiche, poiché si scontrano con le dimensioni finanziarie (monetarie) del controllo sociale. Il welfareè il terreno privilegiato di questo scontro.
In secondo luogo, oltre a destituire il comando sulla cooperazione e a incorporarsi parti di capitale fisso, la nuova forza-lavoro, ovvero quella classe politica antagonista, socialmente ricomposta nella cooperazione, si trova a costruire luoghi comuni. Forse li desidera, comunque vuole costruirli. Luogo comune: che cosa significa? Immediatamente, un senso di orientamento nel contesto proprio della mobilità e della flessibilità incorporate alla forza-lavoro (cooperante). E, in seconda battuta, che cosa sono dunque i luoghi comuni, meglio, gli insiemi istituzionali dentro ai quali il soggetto antagonista vuole riconoscersi? Si tratta essenzialmente di livelli strutturali dell’organizzazione dello stare insieme, spesso il contesto sociale della città, meglio della metropoli – come luogo di incontro e di costruzione comune di linguaggi e di affetti, come piena virtualità di associazioni produttive. La metropoli sta infatti diventando, sempre di più, il luogo dove la resistenza all’estrazione capitalista del plusvalore dall’attività comune ed allo sfruttamento delle singolarità moltitudinarie, è divenuta possibile – forse un luogo di desiderio. La metropoli è certo divenuta centrale nell’accumulazione capitalista perché lì, nella metropoli, l’intransitività del rapporto capitalista ha raggiunto il più alto livello di realizzazione e di espressione, e come tale va governato dal capitale. Ma d’altra parte la metropoli si è fatta eminentemente luogo di incontro e di riappropriazione proletarie. Ogni istanza di contro-potere non può prescindere da luoghi, da spazi nei quali svilupparsi, affermarsi, sostenersi. Se nel primo momento che abbiamo considerato (quello della riappropriazione di capitale fisso) la singolarità veniva nel medesimo tempo riconoscendosi nel comune – ed il comune (nel caso, l’insieme dei servizi di welfare) diveniva l’oggetto delle sue istanze di riappropriazione – se questo avviene nella metropoli, cioè a partire da moltitudini che vengono ricomponendosi e prendendo forma in luoghi comuni – lo scontro allora si definisce immediatamente come lotta di un proletariato moltitudinario contro il capitale finanziario. Qui l’azione moltitudinaria, volta a difendere, a ricostruire, ad appropriarsi delwelfare, si incardina sulla riscoperta di soggettività attive, di quelle singolarità che costituiscono la moltitudine – perciò si esprime nella richiesta del diritto di cittadinanza – che è politicamente “diritto alla città”. Diritto cioè garanzia di godimento della città, di cooperazione nella città, di governo della città, di lavoro nella città. La questione del reddito garantito di ogni cittadino diviene quindi un elemento che integra questa costruzione del politico. E se la richiesta di reddito riconosce la funzione produttiva di ogni cittadino, non è tuttavia questa la cosa fondamentale: fondamentale è piuttosto che ogni singolarità (cioè ogni lavoratore ed ogni cittadino) trovi e fissi nella sua pretesa soggettiva al reddito, una domanda di potere politico adeguata alla costruzione della moltitudine. Reddito garantito e diritto alla città sono un solo obiettivo politico. Se nel primo luogo comune che abbiamo costruito, la singolarità moltitudinaria si realizzava nel comune (nel governo del welfare), qui il comune è moltitudinario e si esprime attraverso le singolarità (nel diritto soggettivo alla città, all’accesso al comune) – così si afferma la nuova maniera di far politica oggi.
Nel neoliberalismo, nello Stato consolidato della trasformazione del comando di capitale, il tessuto delcomune è organizzato dalla moneta ed espropriato dalla Banca. È così che, procedendo dal basso, si propone per noi, per le nostre lotte di emancipazione sociale e di libertà, il tema Europa. Ricostruire l’orizzonte europeo significa dunque battersi per la riappropriazione del welfare e per l’ottenimento di un reddito di cittadinanza, eguale per tutti e più che decente, riconoscendo nella BCE il nemico da battere, il potere da spossessare. È qui che si da, a fronte degli attacchi dei “mercati” (quanto avvenuto nella crisi ce lo ha mostrato) un’occasione unica di spostare il discorso politico  dalle condizioni asfissianti del dibattito all’interno dei singoli Paesi-nazione ad una prospettiva rivoluzionaria. Ma di più – proprio se non si può tornare indietro (e la crisi lo ha dimostrato, e la sua soluzione lo affermerà ancora più duramente) l’Europa è un’occasione rivoluzionaria. Se non si può tornare indietro, occorre andare avanti – e per andare avanti c’è una sola strada: lottare, insistendo suwelfare e reddito di cittadinanza, per rifondare quell’istanza democratica del comune che ci è stata strappata via dall’attuale governance europea, egemonizzata dal neoliberalismo. Il tema Europa si pone dunque direttamente contro la Banca, riconoscendo che la lotta moltitudinaria, la lotta del proletariato sociale contro la Banca non rinnega il processo di unificazione europea ed i risultati raggiunti (fra i quali la moneta unica) ma si pone piuttosto l’obiettivo del governo della moneta, della costruzione della moneta del comune. Questa è però solo una premessa, quasi un anticipo ideologico di un’azione comunista da riprogrammare.
Di nuovo chiediamoci dunque: perché l’Europa? Perché siamo “europeisti” anche dopo che del neoliberalismo abbiamo direttamente subito la repressione feroce, l’austerità orribile e ne abbiamo fatto l’oggetto del nostro odio? E dopo aver implicitamente riconosciuto che l’Europa rappresenta nel quadro istituzionale presente, il più completo esempio di consolidamento dello Stato neoliberale? All’interno della “sinistra” molti, la maggior parte di quelli che non aderiscono alla socialdemocrazia, ora (dopo aver a lungo lottato contro il processo di unificazione europea, duramente ammaestrati dalla crisi economica e avendo appreso che indietro non si torna) – ora, dunque pensano che la sola maniera di ricostruire l’Europa preveda la riformulazione del contratto costitutivo, da parte degli Stati-nazione europei, esigono dunque che questi si ricostruiscano come soggetti sovrani della contrattazione. Si tratterebbe di ritornare (temporaneamente?) agli Stati-nazione, di restaurare una sovranità nazionale (protetta dall’Europa dentro e contro la globalizzazione?) e così di riconquistare potere sulla moneta. E poi… poi si vedrà. Il sovranismo è duro a morire e ci sono ancora socialisti disponibili, fin dal 1914, a ripetersi nel difendere la sovranità nazionale oltre ogni vergognoso limite! Subordinatamente, in maniera più pacata, si sostiene la possibilità di riaprire un rapporto – quasi contrattuale – fra i vari Stati europei, quasi sovrani, dopo che essi abbiano riconquistato una maggiore autonomia sovrana – quelli che il fiscal compact e gli altri diabolici accordi monetari hanno eliminato:  insomma, di ricostruire l’Europa in due tempi. Uno, cancellazione degli accordi sulla BCE; due, ricomposizione attorno ad un accordo tipo Bretton Woods, dove a comandare sia un indipendente “Bancor” – moneta convenzionale che flessibilmente accompagni le diversità delle situazioni europee e guidi i movimenti di aggiustamento delle bilance e dei budget all’interno dei singoli paesi e fra tutti. Patetici progetti. Comunque ci riguardano solo parzialmente, come per definire uno sfondo. Per noi il problema non si risolve ritornando indietro: pensiamo infatti che l’Europa sia il contenente minimo per un’azione politica rivoluzionaria che si collochi nella globalizzazione. Lo spazio (proprio in seguito alla globalizzazione) è ritornato ad essere una dimensione politica essenziale, primaria. È solo costruendo e consolidando la forza di un ordinamento in uno spazio determinato fra soggetti che cooperano, che la legittimità (quella sovrana, certo, ma anche quella) rivoluzionaria, si afferma. Non c’è alternativa. L’Europa è questo spazio – dove il proletariato moltitudinario nel quale ci riconosciamo può insorgere, trasformando non lo spazio (anche quello, forse: ne parleranno altri) ma la struttura di potere che lo ordina. L’Europa e la moneta europea costituiscono un ambito di virtuale autonomia all’interno della mondializzazione. Senza l’Europa non vi è possibilità di governare, limitando la pressione immane dei mercati globali e dei poteri multinazionali. Europa è quella dimensione spaziale che rappresenta una possibilità di sopravvivenza politica e di azione autonoma delle moltitudini europee, a fronte della pressione delle forze sovrane, già assestate su dimensioni globali – configurantesi ormai come sezioni continentali del potere globale.
Quanto è avvenuto sulla scacchiera globale in quest’ultimo trentennio, dalla fine della guerra fredda, va fortemente sottolineato per chiarire che la proposta di una lotta che si proponga un progetto di democrazia radicale in Europa, è tutto tranne che un sogno. Se è vero, infatti, che la potenza dei mercati è immane, è altrettanto vero che il peso e i condizionamenti dell’alleanza e della subordinazione atlantica è divenuto, nella continuità, sempre più fragile e in prospettiva instabile. È dal declino della potenza americana che l’inizio del XXI secolo è stato caratterizzato – con due conseguenze maggiori. La prima è il conflitto latente fra USA e Cina – esso sta maturando ed ha una prima conseguenza che ci interessa: avere estraniato il potere americano dall’Europa e fatto registrare il forte indebolimento (da non sottovalutare) del potere americano, non solo in Europa ma sull’intera dimensione mediterranea. Gli USA non hanno mai voluto un’Europa unita, tranne come alleato durante la guerra fredda. Dopo la “caduta del muro” di Berlino hanno continuamente osteggiato l’unificazione e la Gran Bretagna ha sempre rappresentato il cavallo di Troia di questo sabotaggio. Ora la situazione è profondamente mutata e, all’indebolimento della leadership, si aggiunge per la Casa Bianca la necessità di sostenere più efficacemente gli interessi americani nel Pacifico e di costruire laggiù un fronte strategico per l’egemonia asiatica. Come si vede, la “provincializzazione di Europa” non porta solo guai! La seconda conseguenza è ben più importante: si lega allo sviluppo delleprimavere arabe lungo il Mediterraneo e nel Medio Oriente (un vero 1848). Per ora sembra impossibile identificare una soluzione politica al conflitto fra moltitudini arabe e le strutture autoritarie (militari e/o plutocratiche) che le controllano e le stringono in una gabbia di miseria e ignoranza medievali. In quella situazione, la lotta di classe sta riprendendo i suoi diritti – naturalmente se di lotta di classe si parla nei termini in cui noi ne abbiamo fin qui parlato, come lotte di moltitudini di singolarità, come lotte che sono insieme di emancipazione dalla povertà e di liberazione dei soggetti. Il tema di un’Europa unita da un progetto di democrazia radicale-comunista trova nel movimento d’oltre Mediterraneo una sua base d’appoggio – anche il viceversa è da costruire.
In terzo luogo – o meglio, è questo il terzo presupposto che sta alla base del ragionamento sulla soggettività che abbiamo cominciato a sviluppare all’inizio di questo intervento (tanto tempo fa!) – si tratta di consolidare, anche noi, in istituzioni i movimenti fin qui descritti. Si tratta non solo di costruire contropoteri diffusi ma di coalizzarli per produrre potere costituente. Si tratta di ricomporre l’insieme delle forze plurali che lottano per il reddito e per la difesa/espansione del welfare, attorno ad un telos, ad una finalità comune. A noi sembra che quando si sia assistito alla lunga vicenda delle primavere arabe e delle insorgenze occupy (ed alle tragedie che stanno contrassegnando la pur indomabile – talora aperta, talora sotterranea – continuità delle prime ed al ristagno – sia pur talora potentemente riflessivo – che tocca le seconde) – bene, non si può allora non pensare – se ancora si possiede un minimo di responsabilità teorica, prima ancora che politica – alla necessità di un lavoro di costituzione di una forza che sappia – tutti insieme – affrontare il nemico. La consapevolezza di un passaggio strategico è stata probabilmente acquisita: sarà necessario costruire piattaforme che organizzino la continuità delle lotte e il loro progresso. Far divenire istituzione le lotte significa imprimere loro untelos, incorporato ad ogni momento organizzativo. Sia chiaro che dicendo questo non si intende parlare di “rifondazione” della “sinistra” (“rifondare” e “sinistra” sono state ridotte a parole di merda) né si allude a possibili rapporti con forze parlamentari della vecchia sinistra. Siamo comunisti, non abbiamo nulla a che fare con la socialdemocrazia nella quale riconosciamo una variante ideologica del dominio capitalista. Noi siamo un’altra cosa, e ci definiamo al di là del socialismo. Cominciamo dunque per ora a sviluppare in Europa coalizioni di forze in lotta, dentro l’Europa, contro la sua Costituzione e le politiche della Banca Centrale e cerchiamo di dare loro forma istituzionale. Come una volta dicevamo, nel costruire organizzazione: “chi non ha fatto inchiesta, non parla”, cominciamo a dire: “chi non ha costruito coalizione, in Europa non parli”. Questo è probabilmente un modo per far diventare tendenza, in Europa quelle forme nuove che la moltitudine insegna, di costruire ed occupare spazi liberati – perché moltitudine è moltitudine di soggettività che si ritrovano in uno spazio comune. Credo comunque che per qualificare la costruzione di coalizioni, in questa fase, sia sufficiente affermare un punto: la volontà di distruggere la proprietà privata, di dissolvere nel comune la proprietà pubblica e la sovranità che la colora, e di costruire e di gestire democraticamente il governo del comune.
Lo spazio europeo è allora, forse, un territorio privilegiato di sperimentazione moltitudinaria nella costruzione di istituzioni del comune. Lo dico con molta prudenza ma anche con molta speranza: perché è ben vero che l’Europa è stata provincializzata e che il proletariato europeo ha perduto la sua battaglia di emancipazione che per alcuni secoli aveva condotto contro l’impero neoliberale dal capitale…. e però gliene abbiamo dato tante ed abbiamo ancora la forza di dargliene.

read key stem cell: onde elettromagn. a bassa intensita' e cellule cardiache

street arto

orso castano: la capacita' di inventiva dei ricercatori italiani e' davvero straordinaria. Fa pena e paura il disinteresse dei politici  o la superficialita' con cui , al contrario di altri paesi europei che stanno puntando tutto sulla ricerca, che dovrebbe garantire slancio e sviluppo economico, questi "eletti" in base ad una legge elettorale , per fortuna decaduta, che garantiva partitocrazia e clientelismo di ferro per tutti i partiti politici, nessuno escluso, affrontano un problema cosi' importrante

da Quotidiano Sanita'.....................tecnologia sicura e a bassissimo costo. Le cellule staminali del miocardio vengono prelevate in condizioni adeguate e sottoposte poi a un trattamento con un particolare tipo di campo elettromagnetico. Questo campo debole differenzia le cellule staminali cardiache, attraverso un “differenziatore magnetico”, brevettato dai ricercatori italiani. A questo punto, le cellule possono essere re-inoculate in pazienti colpiti da infarto e consentono una rigenerazione dei tessuti. Così, la guarigione può avvenire senza il rischio di rigetto o altri effetti collaterali.
A spiegarlo è Montagnier, che, insieme a Fmrp Sida - Fondazione Mondiale per la Ricerca e la Prevenzione dell’Aids, è tra i promotori della ricerca: “Le onde elettromagnetiche a bassa intensità possono contribuire a risolvere e a prevenire numerose malattie perché permettono la diagnosi precoce da agenti infettivi, che hanno un ruolo nelle patologie croniche come l’Alzheimer, il Parkinson, l’autismo, la sclerosi multipla - ha detto - È uno spazio di ricerca nuovo, ma percorribile in tempi brevi. La differenziazione delle cellule attraverso una debole stimolazione elettromagnetica apre nuove possibilità alla medicina rigenerativa. Io amo spiegare l’impatto di questa nuova frontiera con quattro P: Prevenzione, Predizione, Personalizzazione, Partecipazione”....................Al progetto collaboreranno: Inail, Istituto Genetica Molecolare  e Istituto di Farmacologia Traslazionale del CNR, Istituto superiore di sanità, Articolo 32, Enea Frascati,  Università degli studi della Tuscia Viterbo, Università Roma Tre, Sapienza Università di Roma, Unesco Fmrpsida di Fribourg (Luc Montagnier), SmihSalvator Mundi International Hospital, Istituto Ramazzini di Bologna, CNR Area di Bologna e di Roma.
 Viola Rita

mercoledì 4 dicembre 2013

dsm5 e disease mongering

State of Mind videointervista il Dr. Allen Frances, supervisore della task force per la stesura del DSM-IV, che nel suo nuovo libro intitolato Primo, non curare chi è normale (Bollati Boringhieri), da noi recensito in anteprima, lancia un grido di allarme nei confronti del DSM-5, definito un autentico fiasco

yakoi kusama

lunedì 2 dicembre 2013

read key : terapia informatica : complementare alle medicine?

























































  • Waiting in vain - By Banksy in Hell's Kitchen, New York, USA 2
  • orso castano: e' evidente che l'utilizzo dell'informatica modifichera' anche le modalita' di somministrazione delle terapie e le terapie stesse se prendiamo come obiettico non solo l'uso dei principi attivi a scopo terapeutico , ma anche il comportamento relazionale e gli stili di vita del paziente. Il continuo e , perche' no , ridondante, se necessario  (del resto avviene da tempo nella pubblicita' ) di informazioni utili ad un cambiamento "terapeutico" nello stile di vita puo'  essere senza dubbio utile. 
  • ADNKronos
  • 29 Nov 201Roma, 29 nov. (Adnkronos Salute) - I medici di famiglia americani iniziano a prescrivere 'app' ai loro pazienti, in particolare quelle che permettono di monitorare le loro patologie (e/o i sintomi) o di migliorare i propri stili di vita, ad esempio per combattere l’obesità, la cattiva alimentazione e la sedentarietà. E' quanto riferisce Fimmg notizie che ricorda, a partire da un recente articolo apparso sul Journal of Family Medicine, come le applicazioni su smarthphone e tablet possano avere un impatto sul lavoro del camice bianco.
Il 74% dei medici americani - indica Fimmg notizie - usa abitualmente lo smartphone per il proprio lavoro, mentre il 43% lo usa per consultare online le informazioni sui farmaci. E’ da questi dati che l'articolo del Journal of Family Medicine parte per fare il punto sulla tipologia di applicazioni che i medici di famiglia usano e su come possano essere (o in futuro potranno essere) integrate nel loro lavoro. Si va dalle applicazioni che trasformano uno smartphone in un dispositivo medico (come per esempio un elettrocardiografo, uno stetoscopio elettronico o un ecografo) a quelle applicazioni utili per il calcolo di indici medici (per esempio MedCalc) o per l’aggiornamento del medico (come Medcscape Mobile e DynaMed), passando per quelle che riguardano il corretto impiego delle principali linee mediche.
Particolarmente interessante è il capitolo delle applicazioni che i camici bianchi americani cominciano a prescrivere. L'articolo cita Eric Topol, famoso cardiologo e medico americano, il quale sostiene che oggi, in molti casi, sarebbe "più propenso a prescrivere un’applicazione piuttosto che un farmaco".