sabato 18 ottobre 2014

Jiddu Krishnamurti "...sul meditare e la meditazione ..."

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orso castano : siamo molto lontani dalla speculazioe filosofica occidentale sia essa teologica che laica. Ed allo stesso tempo siamo molto vicini a quell'attivita' mentale che potremmo definire speculativa sull'essenza dell'essere e sul senso dell'esistenza. Attivita' che ci distacca dal quotidiano e ci proietta in una dimensione meta, trascendente. Questa attivita' mentale viene caldamente consigliata dal well being come terapia mente-corpo , come anti stress ed anti aging, come base per un rilassamento profondo.




Da: http://www.consapevolezza.it/aetos/krishnamurti/k_meditation.asp
"...se hai intenzione di meditare, non sarà meditazione ... se assumi deliberatamente un atteggiamento, una posizione, per meditare, allora la meditazione diventa un giocattolo, un trastullo della mente. Se decidi di districarti dalla confusione e dall'infelicità della vita, allora diventa un'esperienza dell'immaginazione — e questa non è meditazione. La mente conscia o la mente inconscia non debbono aver parte in essa; non devono neppure essere consapevoli dell'estensione e della bellezza della meditazione. Nella totale attenzione della meditazione non c'è alcuna conoscenza, alcun riconoscimento, né il ricordo di qualcosa che sia già avvenuta. Il tempo e il pensiero sono totalmente cessati, poiché sono il centro che limita la propria visione ... la meditazione non è la semplice esperienza di qualcosa al di là del pensiero e del sentimento di ogni giorno, né la ricerca di visioni e beatitudini ... La meditazione non è fuga dal mondo; non è un isolarsi e chiudersi in sé, ma piuttosto la comprensione del mondo e delle sue vie ... Meditare è deviare da questo mondo ... Dalla negazione nasce lo stato affermativo. Il semplice ottenere l'esperienza, o vivere nell'esperienza, nega la purezza della meditazione. La meditazione non è un mezzo per un fine ... La meditazione è la cessazione del pensiero ... Tutto ciò che il pensiero formula ha in sé il limite dei suoi confini, il pensiero ha sempre un orizzonte, la mente meditativa non ne ha, l'uno deve cessare perché l'altro possa essere. La meditazione apre la porta ad una vastità che trascende ogni immaginazione o congettura. Il pensiero è il centro intorno al quale c'è lo spazio dell'idea, e questo spazio può essere allargato da ulteriori idee. Ma tale allargamento mediante stimoli di ogni sorta non è la vastità in cui non c'è alcun centro. La meditazione è la comprensione di questo centro e quindi il suo superamento. Il silenzio e la vastità vanno insieme. L'immensità del silenzio è l'immensità della mente in cui non esiste un centro. La percezione di questo spazio-silenzio non procede dal pensiero. Il pensiero percepisce soltanto la sua proiezione, e il riconoscimento di essa è il suo confine ... La meditazione non è un'attività dell''isolamento, ma l'azione nella vita quotidiana che esige cooperazione, sensibilità ed intelligenza. Senza il fondamento di una vita retta la meditazione diventa una fuga e non ha alcun valore. Una vita retta non è l'obbedienza alla morale sociale, ma la libertà dall'invidia, dalla cupidigia e dalla ricerca del potere — che generano inimicizia. La libertà da questi mali non passa attraverso la consapevolezza che di essi si acquista mediante l'autoconoscenza. Senza conoscere le attività del sé la meditazione diviene esaltazione dei sensi e perde ogni significato ... La meditazione non è una continuazione o una espansione dell'esperienza. La meditazione, al contrario, è quella completa inazione che è la cessazione di tutta l'esperienza. L'azione dell'esperienza ha le sue radici nel passato ... la meditazione è lo svuotarsi dell'esperienza, è la totale inazione che proviene dalla mente che vede ciò che è, senza l'ostacolo del passato né del testimone che vive legato alla memoria del passato ... Se non c'è meditazione, sei come un cieco in un mondo di grande bellezza, luci e colori ... Meditare non è ripetere parole, sperimentare visioni o coltivare il silenzio. Questa è una forma di autoipnosi. Meditare non è chiudersi in un pensiero ideale, nell'incanto del piacere. Se tu dici: "Oggi comincerò a controllare i miei pensieri, a sedere quieto nella posizione del meditare, a respirare regolarmente" —

Meditazione e filosofia

Meditazione e filosofia

Dialoghi sulla coscienza di esistere tra Parmenide e Buddha.
Autore: Franco Bertossa
di Franco Bertossa

Le vie del domandare
Che cosa accomuna filosofia e meditazione?  Potete capirlo dal fatto stesso che ce lo stiamo chiedendo. Le unisce l’atto di domandare.
Quando c’è solo l’atteggiamento del rispondere le culture si induriscono e si allontanano. Ma per arrivare a una risposta, bisogna essersi fatti una domanda. Il domandare è la cosa più preziosa che abbiamo.
Spesso si confonde la formulazione della domanda con lo stato di domanda. Lo stato di domanda può essere anche pre-verbale, non ha bisogno di una precisa formulazione, è solo aperto su qualcosa di non concluso. Ad esempio, la bellezza di questo vaso con due orchidee, chi può dire di comprenderla? Non la sappiamo penetrare e leggere a fondo, restiamo aperti su di essa. Quel senso di apertura, che è un profondo domandare, accomuna il filosofare con il meditare.
Quindi non si medita rispondendosi –  chi si risponde ha già la sua nozione in tasca e non ha bisogno di meditare. Piuttosto, la meditazione ha un che di incantamento stupito. Di fronte a qualcosa di affascinante o anche solo sconosciuto ci si ritrova in uno stato sospeso. Il coraggio di stare in uno stato aperto è la matrice della filosofia, del sentimento estetico, del sentimento religioso. In ultimo è la matrice di ogni ricerca.
Meditare significa tornare ad uno stato sospeso in cui si è meravigliati dell’esistenza del mondo e della propria esistenza, delle cose belle così come delle cose banali. Non troverete mai qualcuno che disdegni il momento della sospensione e della meraviglia, perché è alla scaturigine di ciò che di più degno e rispettabile noi abbiamo. Tutti hanno rispetto delle espressioni artistiche o delle intuizioni scientifiche in cui, qualcuno, genialmente riapre i giochi e ci fa vedere del nuovo, dell’inatteso. Albert Einstein disse una cosa molto bella: “Il genio si muove tra il semplice e il banale.” Lui per scardinare i fondamenti assunti dalla fisica precedente, si è fatto domande tra il semplice e il banale. Si vede che poi non erano così banali, solo apparivano tali.

Tra Parmenide e l’India: cosa significa essere?
Prendiamo alcuni semplici termini che sono fondamentali per la filosofia occidentale. Il Parmenide “venerando e terribile” secondo Platone, disse: “L’essere è, il non essere non è”. Le cose che sono, sono; le cose che non sono, non sono. Ovvietà, banalità. Sta di fatto che ha tirato una linea tra due significati che a tutt’oggi restano cruciali ed insorpassabili. Per indicare “essere”, in sanscrito si direbbe “Sat”, ma è un termine che significa diverse cose, sia essere, sia realtà, sia verità. Per indicare “le cose che non sono” – il niente di Parmenide – in India la parola che hanno usato è “shunyata” o “tathata”: vacuità o così-ità. Gli Indiani sono stati i veri ideatori-scopritori dello zero in matematica. Era rappresentato da un cerchietto con un puntino in mezzo, e la parola per indicarlo erashunya che vuol dire vuoto, assenza, e un po’ forzandola anche niente. Sta di fatto che hanno intuito il valore di orientare l’attenzione verso qualcosa che non c’è.
Per continuare a muoverci tra il semplice e il banale, ora vi vorrei chiedere: noi sappiamo così, immediatamente, che ci siamo;  ma mi sapreste dire che cosa significa essere?
Molti direbbero che “essere” significa essere descrivibile, percepibile o interpretabile. Però è anche vero che la descrizione, la percezione e l’interpretazione  “ci sono”. E allora?  Il problema si è solo spostato. Qualsiasi significato proviate a dare a “essere” vi trovate a introdurre qualcosa di già essente per spiegarlo. Allora che vuol dire essere?
 
Come è nato lo zero?
Proviamo a fare un esperimento mentale: mettiamoci nei panni di quel dotto bramino indiano che sentiva che nel far matematica mancava qualche cosa, un significato che poteva divenire capitale per potenziare il calcolo.
            Quel bramino ha intuito che poteva simbolizzare il niente con lo zero. Si è detto: qui, di “x” ne ho un bel “niente”! Però lo scrivo che non ce n’è “niente”. Ma che intuizione è quella del niente? Cosa ha visto un giorno quel bramino, per poi scrivere lo zero? 
Un primo esperimento:  quanti sono questi ramoscelli di orchidee?
Persona: due.
Franco Bertossa: e il terzo ramoscello di orchidea?
Persona: non c’è.
Franco Bertossa: noi sappiamo dire che “non c’è”. Infatti cogliamo “niente” come assenza in confronto a una presenza lì vicino; cogliamo che il terzo fiore non c’è perché c’è qualcosa – i due fiori a fianco – con cui confrontarlo e così, per confronto, capiamo cosa vuol dire “niente”.
Ora un secondo esperimento: nel caso vi sia una cosa sola, potremmo intuire il niente senza la possibilità di confronto con una presenza? Prima di chiedercelo, vorrei che qualcuno portasse un esempio di “una cosa sola” per eccellenza.
Persona: Uno.
Franco Bertossa: va bene, ma uno è un numero, e ci sono tanti altri numeri.
Persona: l’individuo.
Franco Bertossa: ma siamo tanti individui. Una cosa sola, unica.
Persona: la materia, l’energia.
Franco Bertossa: più semplice.
Persona: l’Universo.
Franco Bertossa: Giusto, l’Universo. Uno può dire: “ma ci sono tanti altri Universi”. Va bene, ma noi possiamo considerarli tutti insieme come il vero “Universo”. È tutto ciò che c’è.
Infatti l’etimologia di Universo consiste di unus  versus e otteniamo “raccolto in un’unità”. Lo chiamiamo un-iverso perché è la sola cosa, è l’idea che noi abbiamo per intendere “il tutto”.
Allora adesso consideriamo l’Universo; ce lo possiamo rappresentare con questa bottiglia… Tutte le cose possibili, questi fiori, questo bicchiere, stanno all’interno della bottiglia, all’interno dell’unica cosa. Allora potremo forse intuire - non per confronto con altro, come prima - il vero significato di “niente”, quello che affiora quando prendiamo in considerazione che c’è una cosa sola. Quel bramino ha visto che 1 è ben diverso da 0, che qualcosa è ben diverso da niente!
 
Chi ha creato Dio?
Vi ricordate il catechismo? Entrava il catechista e chiedeva: “Bambini, chi ha fatto il mondo?”. E tutti: “Dio”. Poi c‘era sempre un bambino che tirava la tonaca al frate e chiedeva: “Padre, ma Dio chi l’ha fatto?”. Nel chiederlo, stava facendo un’operazione metafisica straordinaria: gli era stato proposto il mondo da una parte (la bottiglia) e Dio dall’altra (il vetraio), ma lui faceva l’operazione di metterli insieme, metteva il vetraio sulla bottiglia e chiedeva: “Ma tutti e due, Dio e il Mondo, chi li ha fatti?”. L’obiezione suscitava, allora come ora, un attimo di perplessità, di imbarazzo. Nils Bohr, uno dei geniali padri della fisica quantistica, diceva che quando si arriva ad una contraddizione imbarazzante vuol dire che si sta per capire qualcosa. In questo caso restiamo perplessi perché ci eravamo affidati ad una concezione duale, creatore e creato, ma un bambino intuisce che è possibile ridurli a “uno”, il tutto in questa bottiglia. Ora, vedendo tutto dentro alla bottiglia, compreso il vetraio (Dio), che domanda vi viene in mente?
Persona: Qual è la causa prima?
Franco Bertossa: fingiamo che questo foglietto rappresenti la causa prima: ora lo metto nella bottiglia, in quanto la bottiglia include tutto quello che c’è.
Persona: cosa c’è fuori da “uno”, da vetraio-foglietto e bottiglia?
Altra persona: niente!
Franco Bertossa: giusto… non c’è niente, è tutto qui.
Persona: quale è il principio generatore della vita?
Franco Bertossa: quel principio posso rappresentarlo con questo quaderno, e ora lo metto insieme al resto! Come vedete tutto quello che aggiungiamo diventa “uno”. Allora come traduciamo la perplessità che proviamo quando vediamo “il tutto”? cosa vuol dire “essere”?
Persona: che c’è qualcuno che lo sta vedendo?
Franco Bertossa: E’ dentro al tutto anche lui!
Persona: che c’è, che esiste.
Franco Bertossa: ma la domanda è proprio questa: cosa vuol dire “che esiste”?
Persona: che esiste in contrapposizione al nulla.
Franco Bertossa: ecco, questo è il punto. Esiste in contrapposizione a nulla. Questo universo, rappresentato da bottiglia e vetraio, etc., non ha un secondo universo con cui confrontarsi. Come ci possiamo rendere conto che c’è, se non in contrasto col nulla?
 
 
Il nulla e il sentire che lo accompagna
Franco Bertossa: Che domande vi suscita il nulla?
Persona: potremmo mettere il nulla insieme agli altri oggetti nella bottiglia?
Franco Bertossa: no, perché sarebbe un qualcosa, non sarebbe nulla.
Persona: ma il nulla è solo una nostra ipotesi, perché il nulla non esiste.
Franco Bertossa: Appunto, questo è il nulla. Il nulla è precisamente il significato di “non esiste”. L’universo esiste, mentre il nulla non è “un qualcosa che non esiste”. Nulla significa:“non c’è”.
Persona: ma l’universo allora è un prodotto del nulla?
Franco Bertossa: se il nulla potesse produrre qualcosa, non sarebbe “nulla”;
Persona: il nulla mi serve per accorgermi dell’esistenza?
Franco Bertossa: sì, ma non è qualche cosa. Nulla è nulla. Quel bramino un giorno si è accorto che mancava il significato di “nulla” e  ci ha messo un simbolo, shunya, che semplicemente indica che lì non c’è niente. Quel momento in cui il bramino si è accorto del nulla è lo stesso che riviviamo quando vediamo l’universo con dentro Dio e tutte le possibili cause e spiegazioni, quando si mostra l’unica cosa in contrapposizione al nulla.
Persona: se il nulla non c’è, cosa significa “accorgersi del nulla”?
Franco Bertossa: questo è un aspetto molto importante esperienzialmente. Nel momento in cui realizzi che ci sei, che il tutto c’è in contrapposizione a “niente”, cosa accade? Cosa sentite?
Persona: mi sento vuoto.
Persona: sento l’assurdo, la non giustificazione.
Persona: manca un senso, uno scopo.
Franco Bertossa: sì, manca un rimando ad altro, a qualcosa cui riferirsi. Cos’altro si sente? 
Persona: sento paura
Franco Bertossa: Può anche essere. Quando abbiamo paura cerchiamo rassicurazione, protezione, una alterità che ci protegga e rassicuri. Spesso le persone esprimono paura di restare in questo isolamento senza rapporti, e in effetti non c’è proprio alcun rapporto possibile perché stiamo vedendo “il tutto”. Ma la paura è da esaminare meglio.
 
Leggere i significati del sentire
Franco Bertossa: Potete essere ancora più chiari. Voi lo state già sentendo, ma non sapete quello che state sentendo, perché manca in generale l’educazione a coltivare il significato di ciò che si sente. Partendo da voi, cosa sentite?
Persona: io ciò che sento posso esprimerlo dicendo: cosa ci sto a fare?
Franco Bertossa: Cosa intendi con “cosa ci sto a fare?”.
Persona: Se non posso più rimandarmi a nient’altro, perché allora io non sono nulla? Perché sono qua e non sono nulla? Cosa ci sto a fare? Perché non si dà il niente di me?
Franco Bertossa: E quando ti chiedi questo, che provi?
Persona: All’inizio sicuramente paura, proprio perché non ho una direzione, un senso. Avrei bisogno di sapere perché ci sono. La prima reazione è paura. Purtroppo non è stupore.
Franco Bertossa: (ridendo)… Forse per questo ti vesti di nero? Ti faccio un’altra domanda. Secondo te è solo una speculazione questa, un costrutto mentale? Può questo nostro percorso di pensiero essere solo un’illusione?
Persona: È il pensiero più semplice che uno possa avere… che  io ci sono e il nulla  non c’è. Quindi, forse non è speculazione, perché è il primo pensiero che uno ha. Io mi sento, io parlo, io sono oppure - alternativa - non ci sono; niente. Non è speculazione ma è… non so.
Franco Bertossa: È tra il semplice e il banale. Tu dici anche che la prima reazione è paura. Ma vediamo meglio. Fanno paura questi fiori? No, infatti diciamo “bellezza”. A volte diciamo stupore, assurdo, vuoto, meraviglia. Ma qual è il precursore di tutte queste reazioni? Un attimo prima che questi fiori diventino “belli”, cosa sono? 
Prima c’è questo impatto con l’esistenza priva di rimandi e senza sostegno, come quando uno si trova in una città nuova ed è smarrito. Può urlare “Aiuto! Aiuto!”. Oppure può, come nella pratica della meditazione, imparare ad apprezzare il momento e dire: “che interessante, mi sono perso, non so veramente chi sono né perché ci sono… ora me lo assaporo a fondo”.
Possiamo sentirci smarriti e vivere un momento di paura, ma se cerchiamo il precursore  della paura troviamo l’istante in cui si realizza di essere tutto quel che c’è, in contrapposizione a niente. Quando realizziamo che tutto questo, rappresentato ora da queste orchidee, esiste, chiediamoci anche cosa sia più semplice? Questi fiori o niente?
Quanto costa “niente”? Quanto tempo ci ha messo a crescere “niente”? Di che colore è “niente”?  Le orchidee invece, qualcuno si è preso la briga di andarle a comprare, di sceglierle, di portarle qui. Come disse Leibnitz, “perché il niente è più facile…”. Anzi, il niente è totalmente facile e semplice, non chiede nulla, mentre noi stasera siamo qui a ragionare a chiederci. Ecco il contrasto: ci siamo! invece che niente.
A questa consapevolezza ci risvegliamo attraverso il sentire. Il qui presente maestro Ivan Valentini, musicista, conduce incontri sulla musica in cui guida a decifrare il significato di quel che si sente quando si ascolta un’opera d’arte musicale. Come la filosofia, l’arte è capace di suscitare lo stesso sentire che state esprimendo stasera, e lui aiuta a leggere cosa esso significhi.
L’artista sa a cosa ti vuole aprire, e lo fa ad arte. Tu frequenti quell’arte e senti che ti suscita qualche cosa, esattamente quello che l’artista voleva fosse suscitato. L’arte è una via. La meditazione è una via. La filosofia rigorosa è una via.

Stranezza e coscienza di esistere
Franco Bertossa: Abbiamo parlato di un precursore, di un istante di impatto con l’esistenza in contrasto col nulla, a cui segue una reazione. Cosa sentiamo in quel momento?
Persona: mi tornavano i termini usati prima, sento che non è scontato esserci.
Franco Bertossa: possiamo rintracciare qualcosa di più originario ancora. Prima di dirci che non è scontato, cosa avvertiamo?
Persona: è questione di  un attimo… esserci in quell’attimo di sorpresa.
Franco Bertossa: forse qualcosa di più che sorpresa. Facciamo un altro esperimento: immaginate di entrare in una casa che conoscete bene, dopo essere stati via, magari per un viaggio, e nel frattempo hanno spostato un mobile, o dato una tinteggiatura. Prima ancora di capire cos’è, sentite qualcosa… come lo esprimete?
Persona: “che strano!”
Franco Bertossa: Esatto. Non sai ancora cosa è strano, ma è strano. Poi ti dicono: “Abbiamo cambiato un mobile” e pensi: ecco cos’era, lo sentivo senza sapere bene cosa! Allora, quando noi ci rendiamo conto che esiste il tutto, c’e un sentire che “qualcosa non torna”. Cos’è che non torna?
Persona: io non riesco a staccarmi dall’idea del nulla.
Franco Bertossa: sì, ma ciò che non torna non è il nulla, bensì il suo contrario: che qualcosa c’è. La prima avvisaglia del contrasto è la sensazione di stranezza; poi diviene sorpresa, non-ovvietà, stupore, spavento, bellezza.
Ora vorrei concludere, lasciandovi questo stimolo su cui riflettere: che mai, mai e poi mai, si dà un’esperienza che non sia in primo luogo, immediatamente, di stranezza, e che solo dopo diventa “un volto noto”. Sulle prime vi è un momento subliminale, una prima matrice in cui tutto si dà in un lampo di stranezza e solo successivamente diviene parole, luci, mondo.
Questo stimolo è anche una sfida che si offre alla verifica e alla critica. Ad esempio, fate esperimenti di percezione: quando anche solo spostate lo sguardo, vi è un istante, qualche fotogramma di sconosciutezza. Ma, prima ancora, è di stranezza. E quella stranezza è dovuta alla percezione dell’esistere, alla percezione del tutto-invece-che-nulla.
Innata, profonda, radicata in noi, c’è questa coscienza di esistere. La si può ripescare, riaccendere, coltivare. Gli orientali, la tradizione del buddismo zen, lo hanno fatto. Gli occidentali lo hanno fatto solo a lampi: con le filosofie dell’esistenzialismo e della fenomenologia, con la grande arte. Ma in Occidente non sono diventate una pratica, una via. La nostra epoca è piena di panico, di smarrimento, perché questi momenti di apertura in cui tutto è strano e sconosciuto sono diffusi, ma non c’è una cultura capace di accoglierli.  Al contrario, spesso sono letti come patologie.
Nella filosofia e nell’arte occidentali vi sono stati genii capaci di risvegliare ed esprimere in modo straordinario questi momenti di apertura, ma raramente di integrarli nella vita. Le persone si risvegliano all’esistenza, ma sovente ne vengono bruciate perché non ne sono dovutamente consapevoli, non ne intendono il significato e le rette imoplicazioni. L’Oriente ha coltivato questa consapevolezza e il buddismo si è reso conto che questo risveglio è il momento cruciale per l’uomo e che bene inteso può portare alla fine della sofferenza. Lo ha chiamato vacuità, shunyata. Non fondamento, ma vacuità. Stupore, sospensione. E propone una via per educarsi a stare in questo.
Un testo molto importante del buddismo, il Vimalakirti nirdesa sutra, ci dice che occorre “imparare la paziente sopportazione del non-creato”.
Buona ricerca.

(Asia Modena, 26 novembre 2006)

antirughe a basso costo?

 Perilei Pausa, tutta la verità! ed a basso costo!!

Eccolo il nuovo oggetto del desiderio, la crema della giovinezza a prezzo democratico, con tutte le caratteristiche per essere un prodotto completo ed efficace.
Guardiamone insieme i componenti:
Collagene: è la più importante proteina strutturale che sostiene la pelle e gli organi interni; la sintesi di questa proteina tende  a diminuire con l’età e la diminuzione degli estrogeni ne determina un’importante perdita. L’AC collagene presente in Perilei pausa aumenta sensibilmente la sintesi di collagene nella pelle e in altri tessuti sensibili.
Acido ialuronico:  sostiene il derma  mantenendone l’ idratazione  ed il tono.
Complesso vitaminico:  la vitamina A ha  un effetto  idratante e rigenerante su cute  e mucose, aiuta a mantenere i livelli di collagene ed è quindi essenziale per mantenere  elastici e morbidi i tessuti; la vitamina C stimola la produzione  e la stabilità del collagene tessutale; la vitamina B3 ha un ‘azione protettiva sulle mucose  e la vitamina E è un potente antiossidante.
Fitoestrogeni: sono  sostanze naturali derivati dalla soia  caratterizzati da azioni simili agli estrogeni  senza essere steroidi veri  e propri. Hanno un’azione antiossidante e stimolano la produzione  di acido ialuronico da parte delle cellule cutanee.
Perilei Pausa è una crema nata per il trattamento dei disturbi da carenza di estrogeni tipici della menopausa sui tessuti perineali e le mucose vulvovaginali. Questo non ne ha impedito l’uso per la cute del viso per combattere i segni del tempo, sembra con ottimi risultati, ma d’altra parte i componenti sono di qualità e il perineo è in effetti una zona del corpo ricoperta di cute.
Per saperne di più abbiamo contattato l’azienda produttrice del prodotto che ha gentilmente risposto alle nostre domande. Ringraziamo la ANGELINI per la cortesia.
·         Perilei è stato studiato e viene commercializzato per l’utilizzo sulla cute del perineo e sulla mucosa vaginale.
·         Lo schema di trattamento presente sugli stampati aiuta a mantenere il corretto contenuto di collagene nei tessuti perineali oltre a favorirne l’idratazione.
·         Non ci sono stati comunicati effetti collaterali con l’utilizzo né di Perilei GRAVIDANZA, né di Perilei PAUSA.
·         Il contenuto di fitoestrogeni è appropriato per le donne in perimenopausa, quindi anche nel periodo che precede la vera e propria cessazione dei cicli mestruali. Tuttavia la concentrazione degli isoflavoni di soia è molto bassa, per questo Perilei PAUSA può essere utilizzato anche nelle donne non in menopausa.
·         La tollerabilità e la safety della formulazione sono  state rigorosamente testate sulla mucosa vaginale e sull’area perineale evidenziando un’estrema tollerabilità e sicurezza.
Al momento non sono  in nostro possesso dati di tollerabilità sulla cute del viso, anche se i singoli  componenti attivi della formulazione (Acido ialuronico, Collagene,  vit. E, A, ecc ) sono già comunemente utilizzati in molte creme cosmetiche per il viso.
Infine alcune considerazioni per chi vuole usarla come crema anti-age:
La crema è priva di filtro solare, la presenza di alcune vitamine che possono dare fotosensibilità deve necessariamente essere presa in considerazione, per cui è meglio evitare l’uso durante i mesi estivi e comunque usare sempre un filtro solare.
La vitamina A può dare in pelli sensibili irritazioni  e arrossamento locali. Anche se questa crema è stata testata sulle mucose, è meglio provare con piccole dosi alla sera prima di cominciare ad usarla metodicamente come prodotto di bellezza.

Dott.ssa Graziella Bellardini
oppure  vedi /ascolta     http://youtu.be/O4mOcDLhLl4 

The Power of Plant Foods in Anti-Aging and Lifestyle Medicine


oppure     http://youtu.be/zeZFcIbwCZg   

Nutrition and Cancer

giovedì 16 ottobre 2014

disoccupazione , stres sociale , informatizzazione

da ECONOMIST :Quest’ultima rivoluzione è simile a quelle avvenute nei secoli scorsi perché darà vita a trasformazione economica e a stress sociale.Il mercato del lavoro è quello più suscettibile a cambiamenti mai visti prima a causa dell’automazione di compiti lavorativi.Una possibile conseguenza per le nazioni ricche è una maggior disuguaglianza collegata a un’erosione del ceto medio.In nazioni in via di sviluppo invece l’industrializzazione poterebbe diventare più problematica.L’automazione grazie all’utilizzo di computer non sta minacciando solo lavori in fabbrica anzi.David Autor, economista presso il Massachusetts Institute of Technology, afferma che “l’informatica viene usata per sostituire lavoratori che eseguono compiti di routine che possono essere codificati. Compiti che possono essere descritti con una sequenza di procedure e di regole e che possono essere completati da macchine invece che da esseri umani. Ad esempio, dattilografia, archiviazione, selezione sono spesso automatizzate. Compiti di produzione in fabbrica che richiedono limitata abilità sono anch’essi automatizzati. Stiamo quindi vedendo un declino dell’occupazione di lavori che richiedono ‘medie competenze’.”Il video mostra anche un grafico relativo alla fetta di mercato dei posti di lavoro in varie nazioni a seconda del livello di competenze richieste.In nazioni come Italia, Germania, Stati Uniti, Regno Unito, Svezia, Giappone e Francia, i lavori che richiedono maggiori competenze hanno aumentato la loro fetta di mercato durante il periodo 1992-2010.I lavori che richiedono poche competenze hanno anch’essi aumentato la propria fetta di mercato anche se in misura minore (e fatta eccezione per l’Italia).A soffrirne maggiormente sono stati i lavori che richiedono competenze medie.Autor continua “il rischio è che l’automatizzazione concentrerà i benefici a favore di un numero limitato di persone.”Carl Frey, economista presso la Oxford University, ha analizzato oltre 700 occupazioni per capire come siano suscettibili all’automatizzazione.Rivela che il 47% dei lavori negli Stati Uniti sono o saranno a rischio di automatizzazione durante i prossimi vent’anni.Frey rivela “questi lavori hanno tre caratteristiche in comune. Non sono associati con la creatività, non richiedono ‘intelligenza sociale’, non richiedono capacità di percezione e manipolazione di oggetti di forma irregolare.”I posti di lavoro a rischio sono quelli appannaggio di persone con un’istruzione di livello secondario oppure universitario ma non particolarmente specializzata.Queste persone tendono a ricevere uno stipendio intorno alla media.Altri posti di lavoro a rischi sono quelli relativi a catene di montaggio i cui compiti possono essere descritti in modo chiaro e sequenziale.Per imparare a risolvere questa futura crisi occupazionale l’Economist suggerisce di riflettere su come il problema sia stato risolto nel passato.Nei secoli scorsi, il settore agricolo negli Stati Uniti vide un collasso del numero di lavoratori a causa dell’utilizzo di macchinari.Venne quindi fatto un grandissimo investimento in modo da permettere e incoraggiare lo studio secondario da parte di persone che altrimenti avrebbero finito gli studi elementari prima di iniziare una vita di lavoro in fattoria.Autor sottolinea che la transizione non avvenne in modo indolore ma fu allievata grazie all’investimento in istruzione.Frey inoltre conclude dicendo che “i computer sono capaci di risolvere problemi ma non sono molto capaci quando si tratta di fare le domande giuste per capire quali problemi bisogna risolvere ed è in quel ambito che l’elemento umano rimarrà sempre molto importante.

sabato 11 ottobre 2014

la "cura" di Fonzie happy days , culo e camicia con la finanza internazionale


orso castano: la "cura"  che il "Fonzie happy days" sta imponendo (con the President is silent) precarizzera' non solo il lavoro ma la vita sociale di tutti noi, come vuole la finanza internazionale , un esercito fluido, come l'acqua, che si adatta ad ogni situazione di lavoro, riciclabile come si vuole, schiavo ed obbediente, ricattabile........Non stiamo zitti!! 



Repubblica.it: il quotidiano online con tutte le notizie in tempo reale.stress da lavoro per quattro italiani su 10   tra posto precario e ansie da prestazione

 Il disagio è legato alla precarietà, alla competizione, ai carichi eccessivi, ma anche all'incertezza dell'incarico. Nella Ue........costo sociale......... 25 miliardi di euro
di VALERIA PINI

ROMA - Lavoratori stressati. Ansia da prestazione, agitazione, nervosismo sono sensazioni che colpiscono il 40% degli italiani sul posto di lavoro. Disagi che nascono dallo stress, il secondo tra i problemi di salute legato all'attività lavorativa. Una tensione dovuta alla competizione, ai ritmi incalzanti, alla paura di sbagliare e per i tanti precari anche al timore di perdere il posto. Nei 28 Stati membri dell'Unione europea, lo stress da lavoro correlato colpisce quasi una persona su quattro, con un costo annuo che supera i 25 miliardi di euro. Anche perché più della metà delle giornate lavorative perse è dovuta a stress. .................colpiscono il 40% degli italiani sul posto di lavoro. ......... ritmi incalzanti, alla paura di sbagliare e per i tanti precari anche al timore di perdere il posto. Nei 28 Stati membri dell'Unione europea, lo stress da lavoro correlato colpisce quasi una persona su quattro, con un costo annuo che supera i 25 miliardi di euro. Anche perché più della metà delle giornate lavorative perse è dovuta a stress............
Secondo l'indagine, oltre sei lavoratori italiani su dieci indicano fra le cause di stress anche la mancanza di sostegno da parte dei colleghi o superiori e comportamenti inaccettabili come il bullismo, le molestie o legano lo stress a ruoli e responsabilità poco chiare. Al contrario, solo quattro su dieci ritengono che fenomeni di questo tipo siano rari, mentre uno su venti nega addirittura si verifichino fenomeni del genere. "In Italia - si legge nella ricerca - si è dato il giusto peso al fenomeno e la nostra legislazione è all'avanguardia nel campo della prevenzione dei rischi, compreso lo stress lavoro correlato. Le misure aziendali di prevenzione possono tuttavia essere molto migliorate con ricadute positive sia sui lavoratori che sulle aziende in termini di salute, produttività e minori costi". Da due anni infatti la legge impone alle aziende valutare lo stress da lavoro correlato.
Fra le categorie più a rischio ci sono gli infermieri, gli addetti ai call center o agli uffici reclami, gli autotrasportatori. "Adottando il giusto approccio - spiega Giuseppe Luigi Palma, presidente del Consiglio nazionale degli psicologi - i lavoratori e le aziende possono vincere la battaglia contro lo stress che, quando legato all'attività lavorativa, è prevenibile e l'azione condivisa volta a contenere tale problema può essere molto incisiva".
Il libro Rischio stress lavoro correlato presenta un'ampia casistica sul tema. Secondo sondaggio dell’Eu-Osha, la precarietà o la riorganizzazione sono considerate le cause più comuni dello stress legato all'attività lavorativa. Circa la metà dei lavoratori in Europa (51%) ritiene che lo stress da lavoro sia comune nel proprio luogo di lavoro. Le lavoratrici sono più propense a considerarlo un fenomeno comune (54% contro il 49%). La percezione dello stress da lavoro varia anche a seconda del settore: il primo settore a indicare i casi di stress legato al lavoro come un fenomeno comune è quello sociosanitario (61%, compreso il 21% che ritiene che tali casi siano "molto comuni").

Molte le cause dello stress da lavoro come, ad esempio, una ripartizione dei compiti non corretta, la sensazione di frustrazione perché si ritiene non essere adeguatamente utilizzati, la pesantezza dell'orario di lavoro notturno, la frequenza di incidenti. Un recente sondaggio InfoJobs.it, per il 60% dei dipendenti l'open space contribuisce allo stress lavorativo. Rumore, temperature troppo alte o basse, comportamenti inadeguati dei colleghi, per molti possono diventare un tormento che impedisce di lavorare con serenità.

illusioni psicologiche , coperte corte, pericolose

orso castano: una situazione drammatica , epocale , come e' possibile che 200.milioni di disoccupati con una psicoterapia individuale e collettiva recuperino serenita? e' una balla colossale!!  Va smascherata. Non si puo' e non si deve vendere fumo ne stupide e corte coperte per nascondere un problema che  riguarda e riguardera' sempre piu' milioni di persone. Il mondo deve fare una svolta epocale , i tempi sono maturi. 



Wise SocietyDisoccupazione e precarietà rendono il lavoro fonte di stress. Ma recuperare un po’ di serenità è possibile

.............atteggiamento di scarsa fiducia nel futuroche spesso sfocia in una completa perdita di speranza. Gli individui vivono stati disolitudine e incertezza legati al lavoro, alla sua mancanza o alla sua precarietà. In assenza di punti di riferimento, il non poter comprare una casa, essere indipendenti economicamente e costruire una famiglia finisce alla lunga per erodere l’autostima. Persone che appartengono a diverse generazioni sono accomunate da uno stato d’animo negativo caratterizzato da ansia, tensione, spesso depressione.E proprio in un momento storico in cui siamo chiamati a sopravvivere a una fase di transizione quanto mai pesante e complessa, guadando un fiume mosso e fangoso, cercando di portare quante più cose sull’altra riva insomma in un momento in cui dovremmo tirare fuori le nostre migliori risorse, l’energia, in esaurimento, latita e non ci consente di far fronte e tutti gli impegni e le responsabilità cui siamo chiamati. Molte aziende lavorano con gli organici ridotti all’osso, con un parco risorse umane che, dimezzato e spesso demotivato, si trova a dover gestire un carico di lavoro uguale se non superiore. È il problema, molto attuale, dello stress da lavoro che colpisce non solo la salute e il benessere dei dipendenti ma anche la produttività delle aziende. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Valentina Calzi, psicologa e responsabile del Centro Psicologia Insieme, che da quando siamo stati investiti dalla crisi economica globale ha visto crescere in modo esponenziale i vissuti d’angoscia, gli attacchi di panico e le fobie....

E a livello individuale cosa si può fare per abbattere l’ansia da lavoro?
Per sbloccare situazioni di tensione e ansia che si ripetono tutti i giorni in ufficio io consiglio, quando possibile, un supporto terapeutico o dei colloqui di sostegno. La persona, però, ha degli ampi margini per lavorare su se stessa e sui propri pensieri: praticare delle tecniche di rilassamento, cambiare i propri schemi mentali in senso positivo e cambiare di conseguenza anche il modo di affrontare la precarietà, le tensioni o il maggior carico di lavoro. Mi rendo conto che da soli è difficile. Il colloquio in questo senso è utile perché dà un radicamento, è un percorso di crescita che permette all’individuo di ritrovare le certezze dentro se stesso riscoprendo eriattivando le proprie risorse energetiche e psichiche per affrontare eventi della vita che possono destabilizzarlo. Tramite il lavoro su se stesso, il rilassamento, la consapevolezza e l’aiuto di un terapeuta, può recuperare una centratura e gestire meglio l’ansia. Il metodo della Bioenergetica di Lowen che io utilizzo per andare oltre le corazze difensive della persona e lavorare su blocchi corporei ed emozionali è efficace perché mi consente di raggiungere la sua profondità senza entrare a gamba tesa.
Secondo lei quanto di questo stress da lavoro si ripercuote sulle relazioni, sulla loro difficoltà o assenza?
Partiamo con il sottolineare quanto il nostro modo di vivere sia diventato individualista: le persone tendono a pensare molto più a se stesse e sono meno propense a impegnarsi con qualcuno perché questo comporterebbe dei compromessi che non sanno accettare. Al narcisismo egoriferito che caratterizza la nostra società si aggiunge il carico dei pensieri, delle preoccupazioni e delle paure legate alla precarietà o assenza di lavoro che certo non lascia molto spazio alle relazioni e nemmeno predispone a coltivarne di serie. Lo stress è sia quello del disoccupato che, depresso, non riesce ad avere una vita sociale sia del lavoratore che, impegnato a fare straordinari non pagati, non riesce a sua volta ad averne una per altri motivi. Non parliamo poi dello sposarsi e mettere su famiglia, prospettiva che o non è fattibile o richiede una presa di responsabilità cui si è sempre meno propensi.
Come si esce da questa spirale?
Ritagliandosi del tempo per meditare, per telefonare a un amico, per condividere momenti gratificanti con le persone che amiamo. Non aver paura di mostrarsi nella propria autenticità. Potrà suonare banale ma spesso l’ansia e i problemi del lavoro creano una sofferenza che fa chiudere le persone e le isola, spesso perché non se la sentono di portare una maschera. Ma si tratta di problemi condivisi da molti. Non sto dicendo di scaricare la propria negatività sugli altri ma di far capire a chi fa parte della nostra vita affettiva quali sono i problemi che stiamo affrontando, permettendo loro di comprendere che dietro a certi comportamenti, come la mancanza di disponibilità, c’è una ragione. L’essere sinceri, il sapersi mostrare vulnerabili, il saper condividere anche i problemi pur se in modo costruttivo con gli amici e i potenziali partner è un modo per assicurarsi una vita sociale e affettiva anche nei momenti di crisi. È anche un modo di alleggerire il carico quando si è sopraffatti dall’ansia. Inutile fare gli eroi o fingere, può solo servire ad aumentare la tensione.
Gruppi e strategie motivazionali

Come possiamo fare per contrastare questa tendenza?
IInnanzi tutto le aziende devono riprendere a considerare gli individui appunto come risorseper cui se la dirigenza riuscisse a supportare i propri dipendenti con delle strategie di gruppiche non devono essere per forza terapeutici ma possono essere gruppi di confronto, motivazionali, volti a far sentire il dipendente importante e compreso nelle sue esigenze e difficoltà. Molti si lamentano del fatto che questo genere di iniziative, così come i corsi di aggiornamento, sono diminuiti a causa delle minori risorse da investire in formazione ma è anche vero che, avendo meno dipendenti che devono produrre di più, consentire loro di vivere più serenamente il tempo in ufficio può fare la differenza. Le piccole aziende non se lo possono permettere ma le multinazionali sì ed è proprio in questi ambiti che si stanno più sviluppando queste strategie motivazionali. Spesso l’azienda, tramite convenzioni con i centri che gestiscono i gruppi, riesce ad abbattere i costi perché gli accordi si traducono in reciproca visibilità. Ecco che la cosa diventa più fattibile.

Non tutti credono nei gruppi, li considerano “americanate”
Sulla base della mia esperienza, invece, devo dire che io li considero molto efficaci perché consentono di abbattere i livelli di ansia e di aumentare la produttività. Il gruppo consente di rielaborare dei vissuti spesso comuni, problemi che si ingigantiscono partendo da banalità, situazioni di stallo che si sbloccano grazie al dialogo. Parlare, ridimensionare le cose, chiarire i malintesi è la prima cosa da fare per recuperare risorse psico-fisiche e produttività.

venerdì 10 ottobre 2014

Lagarde: "I disoccupati sono il quinto Stato al mondo".



orso castano : le dimensioni del fenomeno , destinato ad aumentare sono allarmanti e travolgenti. Travolgenti nel senso che non e' possibile , come sperano gli psicologi motivazionali , affrontare un problema dalle dimensioni bibliche con psicoterapie diffuse. E' letteralmentre impossibile . Si rischia di ridicolizzare la psicoterapia. Il fenomeno va analizzato non in termini di dinamiche psicologiche individuali o di massa , ma utilizzando le regole del capitale e della finanza che, come dice Lagarde, volano troppo alte. Cioe' solo utilizzando queste regole e comprendendo dove ci stanno portando possimo contrastare la vera e propria distruzione delle identita' e della concezione dell'essere umano che con cinismo sta portando avanti la finanza: la fluidita' del lavoratore e dell'essere umano , a poco a poco , nelle loro teste dovranno diventare egemoni , cosi' come la precarizzazione di tutti gli aspetti del sociale dovra' essere in cima a tutti i valori dell'essere umano, Non c''e alternativa se non quella suggerita da chi aveva detto qualche secolo fa :" proletari , ma in questo caso "disoccupati2 di tutto il mondo unitevi".
10 ottobre 2014
Il direttore generale del Fmi, Christine Lagarde (ansa)MILANO - Dal vertice europeo di Milano al summit annuale del Fondo monetario internazionale, la disoccupazione è in cima ai pensieri dei capi di Stato e delle personalità di spicco del mondo economico. La rassegna delle frasi dei "potenti" si arricchisce di nuove dichiarazioni da Washington, dove il direttore del Fmi, Christine Lagarde, dice senza mezzi termini che in "alcune regioni del Sud Europa e Nord Africa la disoccupazione giovanile è un problema sociale cronico, che porta a una diffusa disillusione".

Per Lagarde "siamo bloccati in una crisi occupazionale dolorosa", della quale ricorda impietosamente le cifre: "200 milioni di persone nel mondo stanno cercando un lavoro. Se i disoccupati formassero il loro stesso paese, sarebbe il quinto più grande al mondo".

In un discorso preparato per il settantesimo anniversario della nascita dell'istituto di Washington, Lagarde solleva la necessità di "rendere il mercato del lavoro più inclusivo". Per il numero uno del fondo ciò significa "politiche attive del mercato del lavoro e programmi di training per aiutare i giovani" e "più misure a favore della famiglia come accordi di lavoro flessibili per attirare più donne nella forza lavoro".

La disoccupazione è centrale anche nel discorso di Mario Draghi, nel quale si legge che il tasso di "senza lavoro rimane alto" nella zona euro, "con una grande capacità" produttiva "inutilizzata". Ribadendo la disponibilità unanime del board Bce a "nuove misure non convenzionali" qualora la ripresa dell'inflazione si mostrasse più debole delle già caute prospettive, Draghi lancia anche un avvertimento ai governi, questa volta improntato alle istanze della disciplina di bilancio: "I peasi dell'area euro non dovrebbero disperdere i progressi fatti con il consolidamento fiscale e dovrebbero procedere in linea con il Patto di Stabilità e Crescita". D'altra parte, però, la Bce si schiera in accordo con il Fmi "sulla necessità di dare la priorità a investimenti pubblici efficaci che aumentino la produttività, pur tenendo conto dello spazio fiscale limitato" di alcuni paesi dell'Eurozona.

Ancora Lagarde, in precedenza, ammonisce sulle storture della finanza: "La Storia ci insegna una lezione chiara: maggiore è il boom, maggiore è il crollo". Eppure non tutti sembrano aver appreso appunti, visto che si rendono ancora necessari gli appelli sull'eccessiva assunzione dei rischi finanziari e sulla contenuta assunzione di quelli economici: "Il settore finanziario potrebbe volare troppo vicino al sole".