mercoledì 17 ottobre 2012

“Non ci sono provvedimenti incisivi per la ripartenza”


orso cstano : Monti sembra proprio alla fine: provvedimenti a mitraglia , tutti presi con la fiducia, con la voglia di bruciare le tappe, come una gatta furiose di partorire che fa "i gattini ciechi" ,contro tutto e contro tutti, scappa scappa, prima che arrivino le elezioni a buttarlo fuori . Ha "tagliato, tagliato e tagliato" , i conti alprimo posto, nessun provvedimento, es non qualche accenno raffazzonato, per l'innovazione e la crescita, non sono affari suoi,  
Giorgio Squinzi, dura invettiva contro governo Monti: "Non ci sono provvedimenti incisivi per la ripartenza"Il numero uno di Confindustria, Giorgio Squinzi, attacca duramente il governo Monti, affermando: “Non ci sono provvedimenti incisivi per la ripartenza, in particolare per quanto riguarda ricerca, innovazione e infrastrutture”. Squinzi, intervistati durante  l’assemblea degli industriali di Verbania, ha sottolineato che  l’esecutivo diretto da Mario Monti è partito bene per la diminuzione dello spread, che però resta alto, ma deve intervenire al più presto su  provvedimenti come la Spending Review, la legge di stabilità, la semplificazione e la minirevisione del Titolo V.
“Il tempo è poco. Portare a compimento i provvedimenti varati sarebbe già un discreto segnale”, ha asserito il presidente di Confindustria.

lunedì 15 ottobre 2012

Il laser verde

orso castano : il soggetto , la sua aggressivita', il suo narcisimo, la sua volonta' di potenza saranno accontentati
Fino a un paio d'anni fa i laser portatili in grado di tagliare e bruciare si potevano vedere solo nei film di fantascienza o nei videogiochi!

Il LASER portatile a diodo di potenza.
I LASER portatili di potenza sono in grado di bruciare e di tagliare!
Si tratta ovviamente di dispositivi potenzialmente pericolosi, e la legge vieta di utilizzare i LASER di classe IIIB e IV in luoghi pubblici o di orientare il loro fascio contro gli aerei. Per dare un'idea, l'utilizzo di questi LASER come arma è vietato dalla convenzione di Ginevra.

.......Ma da poco tempo sono disponibili nuovi tipi di laser portatili costruiti con i recentissimi diodi LASER di Classe IIIB e IV.



Le classi dei LASER
.....................
IV (>500mW) Questa è la classe di Laser più potente in assoluto. E' pericolosa l'esposizione anche al semplice raggio diffuso (si tratta solitamente di laser industriali usati per il taglio dei metalli).


Che potenze hanno questi LASER?
Tutti i LASER che superano i 5mW di potenza, tecnicamente possono essere definiti laser di Classe IIIB, ciononostante, le loro performance variano a seconda della potenza. Per avere un LASER che brucia sul serio è necessario superare i 55mW.Questa è una tabella che dà un'idea delle varie potenze.
5mW
15-35mW
55-75mW
95-125mW
200-300mW
Punto visibile sul bersaglio.
Raggio visibile nel suo percorso di notte.
Raggio visibile nel suo percorso in condizioni di limitata luminosità.
In grado di far scoppiare i palloncini.
In grado di perforare i sacchi neri della spazzatura.
In grado di cauterizzare le ferite.
In grado di tagliare il nastro isolante nero da elettricisti.
In grado di accendere i fiammiferi.
In grado di fondere la plastica.
In grado di bruciare una sigaretta.
I LASER portatili più piccoli (delle dimensioni di una penna) hanno potenze che vanno dai 5 ai 200mW, mentre i modelli più ingombranti (e costosi) possono arrivare anche a 500mW. Il più potente laser portatile attualmente in commercio (l'Arctic) arriva a generare ben 1000mW di potenza.
Come funzionano questi nuovi LASER?
Tecnicamente i laser verdi sono dei DPSSL (Diode Pumped Solid State Laser). Un diodo laser di potenza (alimentato da un sistema di autoregolazione dell'intensità del fascio) emette un raggio infrarosso a 808nm che viene focalizzato da una lente e diretto verso un cristallo di Nd:YVO4 che genera a sua volta un fascio laser a 1064nm, il fascio attraversa poi un altro cristallo (KTiOPO4) che ne dimezza la lunghezza d'onda a 532nm. Il fascio così prodotto (verde) passa attraverso un filtro a infrarossi che elimina ogni contaminazione infrarossa residua e infine viene collimato da una lente apposita.Il risultato sarà un fascio LASER verde brillante a 532nm, ben collimato e purificato dalle frequenze spurie (infrarosso).
Negli altri casi (laser rossi e blu) si tratta più semplicemente di Diodi Laser il cui fascio viene collimato e focalizzato grazie ad una serie di lenti.

Qual è il LASER più potente di tutti?
Il più potente laser portatile a Diodo attualmente sul mercato è l'Arctic della wickedlasers. Esso è in grado di generare 1000mW nella frequenza di 445nm (Blu).
Si tratta di un laser di Classe IV estremamente potente e pericoloso, esteticamente è molto somigliante ad una Spada Laser e per questo la casa produttrice ha avuto diversi problemi legali con George Lucas che ha intrapreso un'azione legale per bloccarne la produzione.
Nel video si può osservare l'Arctic messo a confronto con il suo predecessore.
Il costo dell'Arctic si aggira intorno ai 300 dollari. Non è costosissimo per il fatto che si basa su di un diodo in grado di produrre direttamente in uscita la frequenza finale senza richiedere costosi cristalli di trasformazione (come accade per i laser verdi). Si tratta comunque di uno strumento veramente pericoloso e il suo acquisto è consigliato solo e unicamente a persone adulte, responsabili ed in grado di comprenderne appieno la pericolosità.

domenica 14 ottobre 2012

un'analisi per cluster sul lavoro creativo/non creativo negli USA


The Economic Impact of Knowledge Clusters

The Economic Impact of Knowledge Clusters
Reuters
Knowledge in Cities: that's the title of a new study published in the May 2012 issue of the journalUrban Studies. Knowledge is a key factor in the growth and development of cities and metros and of the economy as a whole. And the study breaks new ground by identifying 11 distinct knowledge clusters and tracking which have the biggest effect on regional economic growth.
The study identifies the 11 knowledge cluster regions using detailed data from the U.S. Bureau of Labor Statistics Occupational Information Network or O*NET system on the skill and knowledge requirements of more than 800 types of jobs:
  • Comforting Regions: High knowledge in mental health, less so in engineering and production (ex: Buffalo, New York and Memphis, Tennessee)
  • Working Regions: Low knowledge of IT and commerce (ex: Akron, Ohio and Fresno, California).
  • Thinking Regions: Knowledgeable in arts, humanities, IT, and commerce. Less knowledgeable in manufacturing (ex: Columbia, South Carolina and Philadelphia).
  • Building Regions: High knowledge in construction and transportation (Dover, Delaware and Reno, Nevada).
  • Innovating Regions: High knowledge in IT, arts, commerce, and engineering, less so in manufacturing (ex: Austin and Seattle).
  • Making Regions: High knowledge in manufacturing. Low knowledge in commerce and humanities (ex: Elkhart, Indiana and Green Bay, Wisconsin)
  • Teaching Regions: High knowledge in the humanities and science. Low knowledge in manufacturing (ex: Athens, Georgia and State College, Pennsylvania).
  • Enterprising Regions: High knowledgeable in commerce and IT (ex: Charlotte and Salt Lake City).
  • Farming Regions: High knowledgeable in food production and manufacturing. Low knowledge in arts and humanities (ex: Merced, California and Yakima, Washington).
  • Understanding Regions: High knowledge in arts, sciences, humanities, and IT. Low knowledge in manufacturing (ex: Charlottesville, Virginia and Iowa City).
  • Engineering Regions: High knowledgeable of engineering, IT, and commerce. Low knowledge of physical and mental health (ex: Huntsville, Alabama and San Jose).
These knowledge clusters account for roughly half of regional economic development, after controlling for population size and human capital (measured as the share of adults that are college graduates), according to the study.
At a time when cities, regions, and the country as a whole are struggling to create jobs and generate economic development, the study shows that certain types of work or knowledge clusters add substantially more to regional growth and development than others. At the top of the list are engineering regions which have significantly higher levels of productivity and income than places in the other knowledge-based clusters, according to the study. Three other types of regions — building, enterprising, and making — have more modest but still significant effect on either productivity or income.
Many of the things we think will create growth actually don't. The remaining seven types of regions either have no effect or a negative effect on growth. Teaching, understanding, working and comforting regions have significantly lower levels of productivity and income per capita than other places with similar levels of college attainment and population size, according to the study. This does not mean that these regions are necessarily less productive than the other four, just that they add less to regional development when taken in combination with other factors like human capital. 
In this way, the study helps policy-makers distinguish between the kind of economic or knowledge clusters that power growth versus those that don't. Much has been made in recent years of the role of medical and educational institutions, so-called "meds and eds," in spurring economic development. While meds and eds may generate a lot of jobs, they have a limited direct effect on regional productivity and income according to the study.
Mayors, economic developers, and city-builders can use the study's methodology and results to learn more about the knowledge profile of their own economies, identify other regions to study and to benchmark, and determine their underlying economic strength and weaknesses, and opportunities for future growth.
Top image: Reuters/Robert Galbraith
Richard Florida is Co-Founder and Editor at Large at The Atlantic Cities. He's also a Senior Editor atThe Atlantic, Director of the Martin Prosperity Institute at the University of Toronto's Rotman School of Management, and Global Research Professor at New York University. He is a frequent speaker to communities, business and professional organizations, and founder of the Creative Class Group, whose current client list can be found hereAll posts »




orso castano : ancora un esempio di analisi  per cluster con maps 
su dove negli USA c'e' lavoro creativo.

MAPS

Where to Find a Creative Class Job in 2020

Where to Find a Creative Class Job in 2020
Reuters
This week, I've been looking at the projected growth in jobs across American metros. My last post charted the projected growth in service jobs; I also looked at blue-collar gigs.
Today, I look at the projected growth in higher-paying, higher-skill jobs that make up thecreative class. More than 43 million people are currently employed in creative class work, a third of the workforce, in fields like science, technology, and engineering; business, finance, and management; law; health care; education; and arts, culture, media, and entertainment. 
Though nearly three-quarters (72 percent) of college graduates go on to do this kind of work, four in 10 creative class workers do not hold college degrees, according to analysis by my colleagues at the  Martin Prosperity Institute (MPI). Simply holding a creative class job adds about the same amount to wages as having an additional one and a half years of higher education, according to research by economist Todd Gabe.
Overall, the U.S. is projected to add nearly 7 million new creative class jobs by 2020, according toBureau of Labor Statistics projections.
But where will these jobs be? My colleague Charlotta Mellander of the Martin Prosperity Institute (MPI) used the BLS projections to forecast creative class job growth across U.S. metros based on their current mix of jobs.
The map below by Zara Matheson of the MPI charts projected creative class job growth across U.S. metros.
The biggest gainers are, by definition, the biggest regions. Greater New York tops the list with a projected gain of 259,809 jobs, followed by Los Angeles (187,967), Chicago (182,210), Washington, D.C. (160,960), Houston (116,447), Atlanta (111,132), Boston (110,708), Dallas (101,614), and Philadelphia (95,128).
But job growth is a function of population size; so it’s little surprise that large metros dominate in terms of overall job creation. The next map plots the projected percentage change in creative class jobs for U.S. metros.
Smaller metros dominate this list. Rochester, Minnesota is the biggest projected creative class gainer, with a projected 19.6 percent increase in creative class jobs, followed by Ocala, Florida (19 percent), Punta Gorda, Florida (19 percent), Goldsboro, North Carolina (18.7 percent), Steubenville, Ohio (18.4 percent), Lima, Ohio (18.4 percent), Sioux Falls, South Dakota (18.3 percent), Dothan, Alabama (18.2 percent), and Huntington, West Virginia. (18.2 percent).
While none of America’s large metros (those with over one million people) make the top ten metros for creative class jobs growth, some are expected to see considerable gains. Of these, Tampa, Florida, leads the pack with a projected creative class growth of 17.2 percent. It is followed by Jacksonville, Florida (17.2 percent), Cleveland, Ohio (17.2 percent), Birmingham, Alabama (17.2 percent), St. Louis, Missouri (17.1 percent), and Fort Lauderdale, Florida (17.1 percent).
The growth in creative class jobs is a bright spot on the employment horizon. And the growth in these jobs in smaller metros like those above is especially good news. Creative class jobs pay well, in excess of $70,000 on average, because they leverage two kinds of skills -- analytical or cognitive skills and social intelligence skills.  
But blue-collar working class jobs and routine service jobs benefit as much or more from these skills. Increasing these two skill sets drives substantial wage increases for both these types of jobs and workers.
A comprehensive jobs strategy needs to essentially "creatify" all jobs. It must be based on the simple principle that each and every human being is creative and that we can best grow our economy by harnessing the full creativity of all our workers. 
Top image: Reuters/Erin Siegal
Richard Florida is Co-Founder and Editor at Large at The Atlantic Cities. He's also a Senior Editor atThe Atlantic, Director of the Martin Prosperity Institute at the University of Toronto's Rotman School of Management, and Global Research Professor at New York University. He is a frequent speaker to communities, business and professional organizations, and founder of the Creative Class Group, whose current client list can be found hereAll posts »

Welfare e debito pubblico italiano

orso castano : ci perdoni  MicroMega , ma l'articolo e' cosi' accattivante ed utile che ci  
e' stato difficile ricavarne stralci utili. Lo riportiamo quindi per intero e ne raccomandiamo 
la lettura. Una sola osservazione che svilupperemo in altri 
post : molti paesi europei stanno attuando una politica di forte appoggio alla ricerca ed allo
sviluppo scientifico, potremo usare uno slogan , anche se forte e va usato con
prudeza facendo seri distinguo : "dalla citta della manifattura alla cittadella della scienza", 
Una simile "rivoluzione silenziosa" si e' verificata nel rinascimento. Andrebbero fatti confronti e studi al riguardo ; se il tempo ce lo cocedera' cercheremo di farlo.


logo micromega

L’Italia e il welfare europeo: cento anni di solitudine

Reddito minimo garantito, ovvero il pezzo mancante del puzzle. Quando la solitudine politica italiana rende incomprensibile il lessico della sinistra europea. Che cosa cambia se in Italia welfare significa un’altra cosa da quello che significa in Europa. Una chiave di lettura per le “due Europe”, e la necessità di un welfare europeo.
di Giovanni Perazzoli
Il dibattito tra Pierre Rosanvallon e Alain Touraine che si può leggere sull’ultimo numero di MicroMega è un buon metro per capire quanta strada è stata fatta in Europa a nostra insaputa. Pierre Rosanvallon e Alain Touraine danno per scontati temi e circostanze che sanno essere di comune dominio in Europa, e che però non sono di comune dominio in Italia.
Secondo Touraine, l’unica idea ancora accettabile del programma della ‘Terza via’ è quella di “creare un differenziale sufficiente tra salario minimo e assistenza sociale per dare alla gente la voglia di andare a cercare lavoro, e non ‘sedersi’ sulla rendita dello Stato assistenzialista. Una misura però già nella direzione di un chiaro liberalismo”.
Siamo sicuri di aver capito?
Con “assistenza sociale” Touraine intende – per dirla in breve – “reddito minimo garantito” (revenu minimum d’insertion, istituito in Francia – ultimo paese in Europa ad adottare una forma di reddito minimo garantito – nel 1988 e aggiornato nel 2009 con il revenu de solidarité active: un reddito minimo senza limite di durata per chi non lavora, inesistente solo in Italia e in Grecia). Dunque, Touraine considera ancora valido il programma della “Terza via” di rendere economicamente più conveniente il salario minimo percepibile con un lavoro rispetto all’assistenza sociale, ovvero del reddito minimo garantito. La critica al welfare (inteso in questo senso) è che incentiva la disoccupazione. L’idea ancora valida della ‘Terza via’ sarebbe, secondo Touraine, dunque, di ridurre la disoccupazione rendendo economicamente più conveniente lavorare che non lavorare. Un problema che in Italia appare piuttosto lontano.
Touraine utilizza l’espressione “assistenza sociale” nel senso del sistema di sussidi che costituiscono la garanzia del reddito e dell’alloggio in Europa. È il senso prevalente dell’uso del termine welfare, che in Italia però si usa piuttosto nel senso di sanità, pensioni, scuola. Quando, ad esempio, Luttwak a Ballarò dice che “nell’Europa del nord il disoccupato ha il welfare, nell’Europa del sud la famiglia”, intende dire che, nel nord, il disoccupato ha un reddito e un alloggio garantito, mentre nel sud ha la famiglia. Nel bel libro di Toni Judt, L’età dell’oblio, c’è un capitolo finale sulla riduzione del lavoro e sulle riforme del welfare in Occidente, che contiene una serie di riflessioni pessimistiche sull’equilibrio tra redditi da lavoro e sussidi. Bene, per il lettore italiano questo pessimismo dovrebbe essere pressoché incomprensibile: sono angosce che non sono le nostre, ma appunto dell’Occidente.
Il dibattito tra Pierre Rosanvallon e Alain Touraine sul futuro della sinistra presuppone, dunque, almeno due epoche o due “tempi” del passato della sinistra europea di cui in Italia non c’è stata traccia. La prima è l’epoca che ha istituito, su scala europea, il welfare come reddito minimo garantito. La seconda epoca della sinistra, la “Terza via”, riduce l’assistenza per recuperare competitività, ma lo fa allargando la differenza tra salario da lavoro e reddito minimo garantito.
La “Terza via” non elimina il reddito minimo garantito, ma lo rende meno conveniente. Situazione dunque del tutto diversa da quella italiana, dove un reddito minimo garantito non è stato mai istituito.
Le ragioni di questa assenza sono politiche: sono un aspetto della storica separazione dell’Italia dall’ideologia progressista occidentale. Si tratta di ragioni non casuali, ma di lungo periodo. Basti considerare che nel 1978 la Stampa di Torino aveva un articolo dal titolo: “Si va verso il salario minimo garantito?” La domanda nasceva da una proposta di Vincenzo Scotti (Dc) avanzata in un convegno – promosso naturalmente dall’Europa – nella quale si prefigurava l’introduzione anche in Italia (finalmente) di un salario minimo garantito (“la Stampa”, 5/07/1978). Naturalmente, non si è fatto nulla. In Italia i riferimenti sono molto criptici: “riforma degli ammortizzatori sociali”, welfare “più universalistico”. Regolarmente cadono nel vuoto, e anche le riforme di cui si parla (e quelle che si son fatte) non vanno nel senso del reddito minimo garantito europeo.
Che cosa cambia se in Italia welfare significa un’altra cosa da quello che significa in Europa? Molto. Alfredo Reichlin ha scritto che la sinistra ha «preso lucciole per lanterne, liberismo per riformismo». Ci credo. La svolta riformista del Pci infatti accade mentre il riformismo cambia pelle: noi ne abbiamo adottato i temi autocritici senza però averne le premesse. Per quanto possa sembrare assurdo, in Italia si continuano a programmare tagli al welfare “come in Europa”, nonostante il fatto che da noi il “welfare” non ci sia.
In Italia protervia e conformismo hanno fatto sì che il dibattito europeo arrivasse in modo quantomeno confuso. Si è cominciato a dire che l’Europa sarebbe in crisi a causa del welfare. Parole spesso ripetute senza rapporto con le cose. A destra e a sinistra. Per esempio, Piero Ostellino si è sentito di scrivere: “Da tempo, le poche voci liberali che ancora compaiono sui giornali dicevano ciò che adesso scrive il Washington Post: ‘L’ eccezione europea, il modello sociale più generoso del pianeta, ha i giorni contati’. Ma nessuno ha dato loro retta e capito i prodromi della crisi dell’euro. Eppure, essa è l’epifenomeno della crisi dello Stato sociale moderno” (Corriere della sera, 17 maggio 2010). Mi pare evidente la confusione che fa Ostellino, e con lui però buona parte della sedicente sinistra.
Intanto, non è vero che è in crisi l’Europa del welfare: infatti, la Germania, la Francia, l’Olanda, la Finlandia, l’Inghilterra… hanno un welfare imponente, ma sono vincenti anche sul piano economico. Ad essere in crisi non è l’Europa e il suo modello sociale – come anche ricorda il super citato Krugman – ma i paesi che non hanno il welfare nord-europeo, e tra questi l’Italia e la Grecia sono esempi lampanti.
Nella polemica anti-welfare alla Ostellino si prendono dunque lucciole per lanterne. Si discute un problema che noi non abbiamo. Un esempio è il continuo riferimento agli ormai mitici “sacrifici” che i tedeschi avrebbero affrontato per competere sui mercati. Tutti ne parlano, ma perché nessuno entra nel dettaglio? In realtà, i “sacrifici” patiti dai tedeschi non sono altro che l’applicazione della politica europea a cui fa riferimento Alain Touraine: rendere economicamente più conveniente lavorare, riducendo (di poco) l’importo dei sussidi e spingendo i disoccupati a cercare un lavoro. Ora, però, confrontati con la realtà italiana, che è rimasta anni luce lontana da quella europea, i mitici “sacrifici” teutonici appaiono come bazzecole. Tutto è relativo. Faccio un esempio: il cancelliere Schröder ha riformato il welfare in modo da impedire ai disoccupati di percepire il reddito minimo garantito fuori della Germania (secondo alcuni giornali, molti se ne stavano in Messico a svernare con il favore del cambio). Mi pare dia la misura dei “sacrifici”. Del resto, in Germania (e nel resto d’Europa) si discute ancora sul fatto che lavorare in molti casi non conviene e che i sussidi sono disincentivanti. Tutto il movimento del Basic Income di Philippe van Parijs parte, ma andando verso sinistra, da questo stesso assunto (su questo vorrei tornare in un prossimo intervento).
In realtà, il welfare divide molto bene le “due Europe” (riedizione aggiornata delle “due Italie” di Giustino Fortunato). Ad essere in crisi non sono i paesi con il welfare, ma quelli che non lo hanno: l’Italia e la Grecia (per Spagna e Portogallo il discorso è solo leggermente diverso). Il welfare (quello vero) è infatti l’altro lato dell’assenza del clientelismo e della corruzione. Uno è il rovescio dell’altro. Il welfare europeo esiste dove non c’è clientelismo, e dove non c’è clientelismo non c’è debito pubblico fuori controllo, e dunque non c’è un sistema complessivo corrotto e inadeguato. Il rilievo che viene dato al welfare come origine della crisi europea andrebbe del tutto rovesciato: la crisi esiste dove non c’è il welfare.
Che significa welfare state in Italia? Mi verrebbe da domandarlo a Ostellino che mette sullo stesso piano – come fa colpevolmente anche la sinistra – l’Italia e l’Europa. Il senso in cui welfare è preso in Italia è ancora sostanzialmente quello della “piena occupazione”. Ma in Italia – anche perché non c’è un reddito minimo garantito – il welfare inteso come “piena occupazione” ha trasformato di fatto il lavoro in clientelismo. Con le conseguenze che conosciamo. Attraverso il clientelismo si autoseleziona un ceto politico disonesto che fatalmente, per sopravvivere, allarga all’infinito la spesa e dunque il debito pubblico. Il secondo aspetto nefasto è che il lavoro è svilito e poco produttivo, ma non tanto perché “troppo garantito”, bensì perché all’origine non è premiato il merito, non contano le competenze o la vocazione. Contano le aderenze e la fedeltà. Inoltre, queste politiche spesso si sono tradotte in una forma di assistenza alle imprese, che, a loro volta, finiscono per lavorare per i sussidi. E questo per non parlare dei sussidi ai giornali, su cui scrivono i (pochi) liberali.
Guardiamo i numeri. L’immenso debito pubblico accumulato dall’Italia non deriva dal welfare state nell’accezione europea. Noi infatti spediamo meno degli altri in assistenza sociale, e non di più. Se guardiamo infatti i dati Eurostat relativi alla spesa per la protezione sociale del 2001, vediamo che l’Italia è tra i 15 paesi dell’Unione il paese più spilorcio: l’Italia spende nel 2001 il 24,5% del Pil, mentre l’Europa il 26,5%. L’Italia assegna alle famiglie il 4,1%, del totale della spesa, gli altri l’8%. Ancora più eccentrici eravamo (e siamo) per la disoccupazione: il nostro 1,6% del Pil di spesa è infatti imparagonabile alla media europea del 6,3%. Forse avevamo meno disoccupati? No, ne avevamo di più. E le cose non sono molto cambiate in tempi più recenti.
Altro che austerity, verrebbe da dire.
Un dato completamente opposto riguarda invece le pensioni. Nel 2001 l’Italia spendeva in pensioni il 62,2% dell’intera torta (che, comunque, è più piccola rispetto a quella degli altri paesi), mentre la media europea era del 46,5%. L’Italia spendeva per le pensioni molto di più della Svezia. Nonostante questo però le pensioni italiane (delle persone normali, naturalmente) sono piuttosto magre. Dove vanno allora tutti questi soldi? Un’idea potrebbero darcela le pensioni di invalidità. Il costo dell’interowelfare tedesco, ovvero, del diritto alla casa e del reddito minimo garantito, oltre all’amministrazione per gestirlo, è di 27 miliardi di euro, mentre le pensioni di invalidità costano all’Italia 25 miliardi di euro (Ricolfi, Illusioni italiche). Però di queste, sempre secondo Ricolfi, una su tre è falsa (e poiché la loro funzione non è il sostegno all’invalidità, chi ne ha bisogno veramente, perché invalido, prende pochissimo e deve anche faticare per ottenerla). Poi naturalmente nella voce “pensioni” devono essere considerate quelle più “pesanti”, che si mangiano un numero sconsiderato di pensioni più piccole. In fondo, la voce pensioni è l’unica che il cittadino normale ha in comune con le caste. Quando dunque l’Europa dice di armonizzare la spesa del welfare, di rivedere i sussidi dati in modo disorganico, intende una cosa molto precisa. I diavolo è nei dettagli.
Dal 1992 Italia e Grecia avrebbero dovuto adottare, secondo l’Europa, una forma di reddito minimo garantito. Ma non è successo nulla. Sarà un caso? Il carattere universalistico del welfare taglia via la possibilità del clientelismo politico. Al contrario, le spese per assunzioni, anche precarie, oppure i piccoli sussidi e le piccole pensioni (eventualmente revocabili), non possono essere universalistiche per definizione. In Italia e in Grecia, i sussidi non sono universalistici, ma assegnati a specifiche categorie, con l’intervento della decisione politica. Il welfare state però, se non è universalistico, semplicemente non è: è clientelismo. E costa molto di più. 
Il welfare vero ha anche il senso di ridurre il potere dei “notabili” che comprano il consenso.
Quelli che scrivono che la Germania impone in Grecia la distruzione del welfare stateho il sospetto che facciano una certa confusione. È notizia di questi giorni che in Grecia sono stati assunti o riassunti di nascosto 70 mila dipendenti: ora, è solidarietà o è la logica del potere dove non c’è il welfare?
I dirigenti di Syriza dichiarano di volere combattere il clientelismo del loro paese. La prima cosa da abbandonare allora è l’idea che in Grecia sia in corso un cinico esperimento del neoliberismo: la Grecia non è “il futuro dell’Europa” in quanto fungerebbe “da cavia” per via delle misure che le sono state “imposte” e che sarebbero “per il tardo capitalismo, un mezzo per ristrutturarsi, in seno a circostanze di gravissima crisi”. La Grecia, dal punto di vista politico, ho l’impressione che non sia il futuro dell’Europa, ma piuttosto, come l’Italia, il passato. La spiegazione della crisi non credo stia nell’ultramoderno tardo capitalismo, ma nel premoderno latifondo, nello spirito da controllo clientelare, che gonfia la spesa e impedisce (pour cause) l’istituzione di un vero welfare state.
Combattere il clientelismo significa dunque combattere un’idea sbagliata di welfare. E proporre un welfare universalistico sul modello europeo; oppure, se proprio si vuole essere “più radicali”, sul modello che si discute in questo periodo in Brasile, e che è l’”ultimo grido” sul tema.
E il torto dell’Europa non è quello di contestare il clientelismo (e le relative spese) dello stato greco, ma quello di non sostenere con adeguata forza l’istituzione di un welfare state europeo. Le cose in Grecia non vanno male perché è arrivata l’Europa, ma perché non è arrivata. Come non è arrivata in Italia. E un passo importante potrebbe essere l’istituzione di una legge europea sul reddito minimo garantito (come da qualche parte, non solo in Germania e in Grecia, si scrive). 
Avremmo bisogno di rimetterci al passo con l’Europa, e di recuperare il tempo perduto che rende incomprensibili non i programmi, ma persino le parole della sinistra europea. Ma certo, in Italia la piega non è questa: come in Grecia stiamo preparando il ritorno di quelli che c’erano prima, di Berlusconi e Tremonti. È colpa dei nostri cento anni di solitudine.
(28 giugno 2012)

Monti vuole distruggere il Welare, lasci il posto, il suo compito e' terminato, avviciniamo il voto!


orso castano: i colpi di coda di questo governo colpiscono il welfare proprio nei punti piu' delicati , mentre invece tendono ai compromessi sulla legge anticorruzione che tarda pericolosamente ad essere approvata ed anche se approvata dovra' di nuovo essere ritoccata. E' un governo che emana come una mitraglia una sventagliata di provvedimenti con velocita' supersonica che pero' hanno tutti la stressa filosofia : colpire i diritti dei piu' deboli.  La concezione che Monti ha dello Stato e' di uno Stato magro , anzi magrissimo, anzi inconsistente, che lascia al privato compiti istituzionali importantissimi, quale quello delle cure primarie e dell'assistenza ai da sempre  disoccupati o a chi perde il posto di lavoro. Non e' questo il Welfare che l'Europa ha nei decenni costruito, non e' questa la concezione dell'uomo che vogliamo. E' una concezione illiberale, fortemente discriminatoria. Ha ragione chi sostiene che bisogna andare oltre Monti. Speriamo che Bersani acconsenta (sembrerebbe di si', ma non convince ancora del tutto) . Nella Sanita' e' indubbio che ci sara' un confronto aspro con la destra (e con chi sta ancora su posizioni assistenzialistiche) sulle cure primarie, che la destra intende attuare in maniera privatistica ed assistenzialistica e che  l'opposizione, ma non tutta, intende come un'opportunuta' per modificare uno Stato Assistenzialistico in uno Stato fortemente improntato a sviluppare pari opportunuta' tra i cittadini e fortemente dedicato a  supportare gli sforzi dei singoli per autonomizzarsi . Si veda la concezione degli anziani, che anche tra le fila della sinistra , solo su base anagrafica, si tende a considerare da ricovero perche' dementi. E' una concezione fuori tempo che non considera tutte le recenti scoperte scientifiche e che e' cieca di fronte a mille esempi di  persone che , come Napolitano, sono perfettamente in grado di dare grossi contributi, per la loro esperienza allo Stato. Allora ben venga un impegno delle associazioni anti aging per  difendere i diritti civili e le pari opportunuta' che non devono riguardare solo la violenza sulle donne(che beninteso va del tutto rigettata) ma che e' un obiettivo estensibile a molti soggetti sociali deboli. Staremo a vedere se questa sinistra sara' capace di rinnovarsi su questi punti fondamentali.


Legge di stabilità. Nuovi tagli alla sanità per 1,6 mld nel biennio 2013-2014. Colpiti beni e servizi 10 OTT - Nella bozza entrata in Cdm previsto sconto del 10% sui vecchi contratti di acquisto e abbassamento del tetto per i dispositivi medici. I tagli saranno distribuiti in 600 milioni nel 2013 e saliranno a 1 miliardo l'anno successivo. Ecco il comunicato di Palazzo Chigi e la bozza del ddl entrata in Cdm. Leggi...

Approfondimenti
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:: Legge di stabilità. Sintesi delle norme: sanità e pubblico impiego
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:: Lusenti (Emilia Romagna): “Taglio per le Regioni sarà superiore. Salta il Patto per la Salute”
:: Regioni: “Preoccupati per Legge di stabilità. No a riforma unilaterale del Titolo V”
:: Monchiero (Fiaso): “Con nuovi tagli a rischio quantità e qualità dei servizi”
:: Palagiano (IdV): "Si continua a tagliare in modo miope"
:: Cittadinanzattiva: “Governo ammetta di voler chiudere il Ssn”
:: Bassoli (Pd): “Tagli lineari che mettono a rischio il Ssn”

sabato 13 ottobre 2012

Problemi e difficoltà nel concettualizzare il Welfare State


    Europea Welfare Stati

    La sfida per ogni teoria scientifica sullo stato sociale sta nel cercare di spiegare (a) come lo stato sociale moderno è nato, e (b) come si è evoluta la sua attuale complessità. Ad un certo punto, sono stati principalmente di legge e l'ordine, gli affari militari e la protezione di rango e di privilegio. Oggi lo stato moderno si occupa principalmente della distribuzione del benessere. Come si può spiegare? Diversi approcci sono state prese, ma i problemi sono rimasti.

Alcuni suggeriscono che lo stato sociale è una funzione della logica dell'industrialismo. Come le società modernizzate sulla scia della rivoluzione industriale, i modi tradizionali di fornire benessere (famiglie allargate, organizzazioni di beneficenza, le attività delle comunità ecclesiali e locali, il paternalismo della nobiltà locale, ecc) non erano più efficaci. Le società moderne ha creato un sostituto per le tradizionali forme di assistenza stabilendo il moderno sistema del welfare. Altri anche suggerito che il welfare state doveva essere creato per salvare il capitalismo moderno, da una rivolta delle masse impoverite che sono stati le principali vittime della prima industrializzazione. Tuttavia, le spiegazioni come queste non spiegano perché welfare hanno continuato a crescere in dimensioni e complessità. Inoltre non rappresentano la varietà di regimi di welfare in atto oggi.
Altre spiegazioni hanno adottato un approccio istituzionalista: Con l'espansione delle istituzioni della democrazia come l'estensione del suffragio alle classi più povere, la pressione del voto costretto i politici a rispondere mettendo a punto meccanismi per migliorare la vita dei cittadini comuni. Vi è, tuttavia, poco sostegno empirico a questa ipotesi. Welfare spesso origine in conservatori Stati autoritari, come la Germania imperiale sotto Bismarck, mentre lo stato di sviluppo del benessere tende a restare indietro nelle democrazie liberali, come gli Stati Uniti o la Svizzera. Inoltre, ci sono pochi casi empirici in cui la classe operaia industriale mai avuto la forza di voto (in genere superiore al 50%) per determinare decisioni politiche nazionali. I governi di sinistra quasi sempre necessaria una coalizione di diversi gruppi sociali, per espandere le politiche di welfare. In termini di valutazione delle prestazioni dello stato sociale, una concettualizzazione significativa dovrebbe anche prevedere misure qualitative e quantitative di dimensioni del sistema sociale e l'efficacia. In breve, lo stato della spesa sociale da solo può essere un indicatore fuorviante, soprattutto se una gran parte di tali spese va a gruppi privilegiati della società.

Il Nobel per la pace all’Ue, un’occasione e un paradosso


Finalmente avremo la risposta alla celebre domanda di Henry Kissinger: "qual è il numero di telefono dell'Europa?".

Quando il rappresentante (Barroso? Van Rompuy? Il presidente di turno? E che fare della baronessa Ashton?) dell'Unione Europea andrà a rititrare il premio Nobel per la pace appena assegnatogli dal Comitato di Oslo, avremo definito una questione che ci trasciniamo dalla nascita del progetto comunitario, ossia chi ne sia il titolare.

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Risolta questa curiosità, l'assegnazione del premio Nobel per la pace all'Unione Europea sarà anche un'utile occasione per riflettere sul senso di questa nostra impresa. La crisi economica e finanziaria ci ha fatto dimenticare la ragione di fondo per la quale sei paesi firmarono a Roma, nel 1957, il Trattato istitutivo della Comunità Economica Europea: la pace.

È interessante osservare che la dichiarazione di Thorbjørn Jagland, presidente del Comitato per il Nobel, inizia evocando la riconciliazione tra Francia e Germania. Questo era il cuore geopolitico del progetto comunitario, questo resta ancora oggi l'aspetto strategico più rilevante dell'assetto europeo.

Ai molti paradossi che segnano la storia dell'Unione Europea, se ne è così aggiunto oggi un altro: l'assegnazione del premio Nobel nella capitale di un grande paese europeo che si è rifiutato per referendum di aderire all'Ue.

È anche notevole che nella motivazione si faccia riferimento all'integrazione di Spagna, Portogallo e Grecia dopo il collasso dei rispettivi regimi autoritari. Un curioso elogio ai Pigs.

Infine, in un tentativo di proiettare in avanti gli effetti di pace e riconciliazionegià ottenuti all'interno dell'attuale assetto geopolitico comunitario, il comitato indica nei Balcani il futuro terreno di coltura della vocazione pacificatrice europea.

Sarà naturalmente la storia a stabilire quanto fondata sia l'assegnazione del premio Nobel all'Unione Europea.

Speriamo comunque che questo meritato premio possa offrire finalmente occasione non solo per celebrazioni ma soprattutto per dibattere le ragioni di fondo che ci uniscono o ci dividono quando parliamo di Europa.

Il nuovo Quaderno speciale di Limes "Nord contro Sud il muro d'Europa" è in edicola, in libreria e su iPad. Il Classico di Limes "La guerra in Europa non è mai finita", dedicato ai Balcani, è in libreria e su iPad.
(12/10/2012)