lunedì 19 maggio 2014

READ KEY : Renzi non vuole troppi medici specialisti. Questo fara' morire il SSN a tutto vantaggio degli asstone Primari e politici di basso rango; bravo il Veneto con le borse di studio, no ad uno statalismo cieco e poco lungimirante

Consulta promuove legge veneta su specializzandi Medicina da univadis - un servizio offerto da MSD

Venezia 16 mag. (Adnkronos Salute) - Le legge regionale del Veneto che ha istituito i contratti regionali di formazione specialistica, finanziando una novantina di borse di studio aggiuntive per gli specializzandi in Medicina, non lede le prerogative statali in materia di istruzione, professioni e tutela della salute, né i principi di libera circolazione dei medici e di riconoscimento dei loro titoli. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, con la sentenza 126 del 7 maggio scorso (ma notificata solo ieri in Regione), che ha così respinto la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Governo."Una grande vittoria per il Veneto, che vede riconosciuto il diritto all'autonomia e il principio che le risorse dei veneti rimangano in Veneto a beneficio dei bisogni della propria comunità", commenta Leonardo Padrin (Forza Italia), presidente della Commissione Sanità e 'padre' della legge 9 approvata dal Consiglio veneto con voto unanime il 3 maggio 2013. "I giudici della suprema Corte - ha affermato Padrin, nel corso della conferenza stampa indetta presso la direzione dell'azienda ospedaliera di Padova, presente il direttore generale Claudio Dario - hanno riconosciuto il pieno diritto della Regione ad esercitare la propria autonomia nel destinare proprie risorse a borse di studio aggiuntive per i futuri medici, in modo da integrare l'esiguo numero dei posti di specialità riconosciuti dal ministero".
Obiettivo della legge 9 del maggio scorso è quello di garantire la formazione specialistica dei medici che si laureano negli atenei veneti di Padova e Verona, finanziando posti aggiuntivi presso le scuole di specializzazione universitaria delle due università ed assicurare così la presenza di specialisti nelle strutture e negli enti del Servizio sanitario regionale. La legge prevede che la Regione individui ogni tre anni il fabbisogno dei medici specialisti da formare, tenendo conto della propria programmazione sanitaria e della situazione occupazionale. La Giunta regionale è delegata a predisporre i bandi, e potrà anche prevedere particolari norme che impegnino i borsisti a rimanere a lavorare in Veneto, una volta specializzati. Complessivamente la legge ha stanziato 27 milioni di euro nel triennio 2013-2015 per finanziare 92 borse di studio regionali che andranno ad integrare il numero dei contratti di formazione ministeriali (circa 400) concessi alle scuole di specialità di medicina in Veneto.
Nel luglio scorso il Consiglio dei ministri aveva impugnato la legge veneta davanti ai giudici della Consulta, ritenendola "invasiva" della potestà esclusiva dello Stato in materia di contratti di formazione, lesiva delle norme in materia di libera circolazione dei medici e di riconoscimento dei loro diplomi e "anticostituzionale" perché avrebbe violato la potestà statale in materia di professioni e tutela della salute. Inoltre - contestava il governo - l'istituzione di contratti di formazione aggiuntivi avrebbe creato una disparità di trattamento tra gli specializzandi a contratto della Regione Veneto e quelli assoggettati al contratto nazionale. Le valutazioni dei giudici della Corte Costituzionale sono state invece di opposto avviso e hanno considerato "generiche" e "infondate" le censure del governo."E' la stessa normativa statale - spiega la sentenza della Consulta - a lasciare aperto uno spazio di intervento per il legislatore regionale in materia di contratti di formazione specialistica dei medici", visto che il decreto ministeriale che fissa il numero di posti da assegnare a ogni scuola di specializzazione prevede anche che le singole Regioni possano attivare e finanziare borse di studio aggiuntive. Né l'eventuale clausola che riserva alla Giunta veneta la possibilità di aggiungere ai contratti di formazione regionale specifiche condizioni (come la richiesta che i neo-specializzati rimangano per un certo periodo a lavorare nelle strutture sanitarie della regione) modifica, secondo la Corte Costituzionale, lo schema tipo del contratto disciplinato dallo Stato. "Fermo restando – avverte la Corte - che la Regione, nel predisporre le clausole da apporre ai contratti aggiuntivi da essa finanziati, dovrà farlo in maniera compatibile con quanto disposto nello schema tipo del contratto nazionale".

domenica 18 maggio 2014


A cura di: Mark WeberEreticaMente
Novembre 2011

Per far fronte alla massiccia disoccupazione e alla paralisi economica della Grande Depressione, i governi tedesco e americano vararono programmi ambiziosi e innovativi.
Mentre le misure del “New Deal” del Presidente Franklin Roosevelt aiutarono solo marginalmente, le politiche molto più focalizzate ed esaurienti del Terzo Reich si dimostrarono notevolmente efficaci.
Nel giro di tre anni non vi era più disoccupazione e l’economia della Germania era in netta ripresa.
E mentre il risultato di Roosevelt nel far fronte alla Depressione è noto, la straordinaria storia di come Hitler affrontò la crisi non è molto riconosciuta o capita.

Alhusser : un "falsificazionista" ante litteram?.......forse ma anche un ripropositore del Marx "autentico"

...................Loius Althusser , antiidealista, antieconomicista, contro una lettura "filosofeggiante" della realta', ......ma per una rilettura autentica di Marx : la prassi come fucina di elaborazione delle teorie, come messa in crisi delle teorie stesse.george-orwell-book

................Leggere Marx come filosofo stralcio da Wikipedia

Althusser intraprende una rilettura sistematica e minuziosa di Marx, per liberarne il fondo scientifico, contro le interpretazioni ideologiche dei partiti politici e la rimozione dovuta all'ideologia statalista dello stalinismo trionfante, dovendone disfare la mistificazione di Marx. Ma allo stesso tempo si tratta di una rilettura contro le interpretazioni umaniste ed economiciste (che vanno avanti di pari passo), che edulcorano il senso, la forza inventiva, la potenza analitica e il carattere originale, sovversivo e novatore del testo. Nella sua prima raccolta, Pour Marx, dichiara di iniziare la rilettura di Marx per liberarlo dalle scorie depositate dalla storia: sul versante della storia politica, lo stalinismo; sul versante della storia delle idee (poiché non si può parlare davvero di tradizione filosofica riguardo alla letture e le interpretazioni di Marx, particolarmente in Francia, di cui sottolinea la miseria della tradizione filosofica in questo ambito), l'evoluzionismo e le differenti forme imbastardite della filosofia illuminista.
A ciò bisogna aggiungere anche il contesto, o ancora lo stato della filosofia nelle università, prima di aver conosciuto, nei margini di quest'ultima, una rinascita con Jean Hyppolite, lettore e traduttore di Hegel; con Gaston BachelardAlexandre Koyré e Georges Canguilhem, fini epistemologi; con Martial Gueroult, lettore di Spinoza; con Marcel Conche, riscopritore degli antichi materialisti, di Montaigne e lettore attento di Heidegger; con Maurice Merleau-Ponty, che si fa importatore della fenomenologia in Francia prima di Emmanuel Lévinas. Un certo "nazionalismo filosofico" regna all'università, cosa che blocca la filosofia in uno angusto provincialismo, che fa quasi ignorare la tradizione tedesca dopo Kant (principalmente Hegel eMarx), si disinteressa dell'epistemologia, disprezza il filone materialistico della filosofia così come la psicoanalisi; il tutto viene riassunto da una critica dello stato della filosofia nella sua formulazione universitaria, che insegna una dotta ignoranza.
Althusser vuole, secondo i suoi sostenitori, rendere Marx di nuovo leggibile, disincrostandolo dai sedimenti che lo ricoprono, come la statua di Glauco, il dio marino di cui parla Rousseau nelDiscorso sull'origine della disuguaglianza. Rendere Marx di nuovo leggibile è scoprire in Marx il filosofo ignorato finora: è il progetto di scoprire la sua filosofia, in opera nel suo lavoro magistrale, Il Capitale; ugualmente, Marx in quanto teorico della storia, ed è la scoperta, da lui inaugurata, della pratica nuova di una storia che accede alla dimensione della scienza; infine, Marx in quanto iniziatore di una teoria del Capitale e della critica all'economia politica, quest'ultima qualificata come sublimazione degli interessi della borghesia eretti a disciplina dalle pretese sapienti.
Questa nuova leggibilità, che inaugura un interesse inedito per il Marx teorico maggiore, al di là delle metamorfosi dell'utilizzo politico che lo aveva completamente cancellato fino a farlo quasi sparire, sarà nei fatti un'iniezione di tutto quello che il pensiero contemporaneo valuta come più importante e creativo nel campo dell'epistemologia, della linguistica e della psicoanalisi, da cui importa alcuni concetti dando loro un nuovo senso e una nuova funzione. Da parte della tradizione, saranno fondamentalmente HegelSpinozaHobbesMachiavelli e tutta la filosofia politica riletta e combinata, per non dire inserita al cuore delle analisi di Marx. Sarà la corrente detta strutturalista, antiumanista e critica dello storicismo (sotto l'effetto delle lettura diHeidegger) che, in maniera concomitante con Lèvi-Strauss, Lacan e presto Foucault, faranno apparire nei loro campi rispettivi d'investigazione la realtà come effetto delle strutture.
Questa reinvenzione di Marx avrà per effetto un'autentica rinascita del pensiero marxista, allo stesso tempo contro il marxismo mummificato e contro l'appiattimento idealista che regna nelle università. Tale impresa incontrò un pubblico che era come in attesa di questo nuovo soffio, in cui di nuovo lo spirito abitava la filosofia, e per la prima volta quella di Marx.
La visione di Althusser è stata molto criticata dai marxisti "ortodossi", e non solo da essi: l'accusa di deformazione del pensiero di Marx è presente, ad esempio, nel film di Jean-Luc Godard Le Vent d'Est (1969), in cui si vede strappare la prefazione scritta da Althusser a Il Capitale.

Teoria e pratica[modifica | modifica sorgente]

"Nella Tesi n. 1 su Ludwig Feuerbach, esiste un'informazione capitale data da Marx: la mancanza più grande del materialismo finora è stata la dimenticanza sistematica dell'attività pratica. Non si deve interpretare questo come una nuova filosofia della prassi. Marx non fa intervenire una nuova nozione filosofica. Allude a «una realtà che possiede questa particolarità di essere allo stesso tempo presupposta da ogni discorso filosofico tradizionale, e di non essere per natura esclusa in alcuno». «Quest'irruzione della pratica nella tradizione filosofica […] costituisce in principio una critica radicale della forma di esistenza classica della filosofia». Oppure, l'irruzione della pratica è la denuncia di questa pretesa della filosofia di abbracciare il Tutto, di non avere qualcosa "di fuori". Questo "di fuori" che la filosofia vuol dare l'illusione di sottomettere alla verità è la prassi. La prassi non produce la Verità, ma le verità.
In Marx, la prassi non è un sostituto della Verità per una filosofia irremovibile (come per ogni filosofia della prassi). La pratica sorprende la filosofia sui suoi ritardi. La filosofia stima di «aver introdotto nel dominio del pensiero la totalità stessa di tutto quel che esiste, anche il fango, diceva Socrate, anche lo schiavo, diceva Aristotele, anche l'accumulazione della ricchezza da una parte e della miseria dall'altra, diceva Hegel». La filosofia vede tutto, pensa tutto. «Di fatto, ogni pratica sociale è nella filosofia, e la fabbricazione delle scarpe e delle navi, e il denaro, e il salario, e la politica e la famiglia,…». Ma per riuscire a raggruppare tutto sotto la Verità, la filosofia non li ha semplicemente trasportati rispettando la loro natura. Li ha trasformati. Ed è il genio di Marx aver mostrato come e perché essa li trasformi" (Conferenza di Grenade, 1976: La transformation de la philosophie).
« Un filosofo idealista è come un uomo che sa in anticipo da dove parta il treno su cui sale e dove il treno vada; il materialista, al contrario, è un uomo che prende un treno in corsa (il mondo, la storia, la sua vita), ma senza sapere da dove viene, né dove va »
(in Matériaux, 1994)

sabato 17 maggio 2014

Alcune vecchie canzoni di Lucio Dalla

d99 nel 1966 scritta e “1999” intitolata. Il testo di Sergio Bardotti prefigura che dopo la distruzione nucleare “scoppierà la pace”: una pace lugubre, senza vita; non ci si odierà più perché non ci sarà più nessuno da odiare e all’unico superstite non resterà che riprendere irriducibilmente la guerra… ma con se stesso
E' bruciato 
anche l'ultimo fiore 
grigio fumo 
è il colore del sole 
sono solo 
in un mondo che tace 
finalmente è scoppiata la pace 
aspettavo 
che venisse il momento 
ora parlo 
solamente col vento 
finalmente 
questo mondo è più bello 
il fratello 
più non odia il fratello 

Cosa farò 
non lo so 
cosa dirò 
niente, niente, niente 

Son salito 
su di un tram che non parte 
sto seduto 
come sempre in disparte 
non mi piace 
tutto quello che dico 
ho paura 
io mi sento nemico 

Cosa farò 
non lo so 
cosa dirò 
niente, niente, niente

Canto l'uomo che è morto
non il Dio che è risorto
canto l'uomo infangato
non il Dio che è lavato

Canto l'uomo impazzito
non il Dio rinsavito
canto l'uomo ficcato 
dentro il chiodo ed il legno
un uomo che è tutta una croce
un uomo senza più voce
un uomo intirizzito
l'uomo nudo,straziato
l'uomo seppellito

Canto la rabbia e l'amore
dell'uomo che è stato vinto
canto l'uomo respinto
non l'uomo vincitore
Canto l'uomo perduto
l'uomo che chiede aiuto
l'uomo che guarda 
nell'acqua del fiume
dove l'acqua conduce
L'uomo che accende una luce
o quello che trova la voce

Canto l'uomo che è morto
non il Dio che è risorto
canto l'uomo salvato
non l'uomo sacrificato
Canto l'uomo risorto
non il Dio che è lì morto
Canto l'uomo che è solo
come una freccia nel suolo
L'uomo che vuole lottare
e che non vuole morire

Canto Andrea del Vento
ragazzo di Crotone
che si fa avanti e racconta 
la sua vita di cafone
Anch'io sono partito
piangevo alla stazione
e poi là nella neve
dove si poteva sperare
Non c'era l'onda del mare
Là,sono arrivato
anch'io mi sono fermato

Canto l'uomo che ascolto
con la voce distesa sul prato
Canto chi vuole tornare
non chi vuole fuggire

Canto Andrea che dice
quella era la mia terra
adesso la prendo e la mangio
Io,adesso la prendo e la mangio
OOOOOOOOHHHH...UUOuooooooo....

navi in.....Venezia. Renzi dove sei,.........parli , corri, pensi, dormi troppo in fretta e sei cieco

read key : post colonialismo e nazionalismo :Michel Foucault ,Jaques Derrida , psicoanalisi lacaniana

orso castano : sorprende che nelle riflessioni sul pos-colonialismo ed il successivo frequente nazionalismo , vengano usati gli scritti e le riflessioni di pensatori come  Michel Foucault ,Jaques Derrida, Lacan , Franz Fanon, Bill  Ascroft, ecc. L'ipotesi di un ibridismo culturale da parte dei colonizzatori e dei colonizzati, appare non futile e, forse, spiega , almeno in parte certe mode e certe diffusioni di ibridismi culturali "indiani" , "cinesi" , "giapponesi" e via discorrendo. Siamo lontani dalla ricostruzione e della maturazione  , su questa base , di un'autonomia culturale ed operativa alternativa alle modalita' di produzione culturale-scientifica dei colonizzatori, che vengono sistematicamente imtati ancora oggi. L'articolo e' bello ed interessante

d’indagine critica: il primo, inaugurato da Orientalism di Edward Said nel 1978 ed ispirato alla teoria del discorso di Michel Foucault, si fonda sulla interpretazione del colonialismo come formazione discorsivaalimentato dalle istituzioni materiali dell’Impero; il secondo filone affonda nel pensiero decostruzionista e, come chiarisce Gayatri C. Spivak (traduttrice inglese dell’opera di Jaques Derrida) nell’intervista del 1990 pubblicata col titolo The Post-colonial Critic, definisce il discorso coloniale come il prodotto retorico degli assiomi imperialistici che attengono in particolare alle questioni di razza e di genere; il terzo filone, il cui fondamento va ricercato nella psicoanalisi lacaniana che Homi K. Bhabha rilancia in The Location of Culture del 1994, è caratterizzato da una analisi della formazione del soggetto coloniale e dei processi di ibridazione nei quali colonizzati e colonizzatori sono coinvolti. Le tre direzioni seguite dagli studi (post)coloniali, storicistica, decostruzionista e psicoanalitica, pur convergendo sull’oggetto dell’investigazione, si diversificano al momento della sua definizione e della valutazione delle funzioni soggettive che qualificano la relazione coloniale. Il volume più rappresentativo del dibattito postcolonialistico, The Post-Colonial Question di Iain Chambers e Lidia Curti, (1996) compie il meritevole tentativo di unificare i tre ambiti di ricerca, mettendo insieme punti di vista e prospettive diverse, e interrogandosi sul modo in cui il nostro tempo affronta la questione cruciale dell’alterità e della differenza.
L’accento sul tema coloniale caratterizza fortemente le indagini del rapporto identitario tra i soggetti che si contrappongono sullo scenario internazionale dell’Impero. Colonizzati e colonizzatori si fronteggiano, per la loro diversità come per i diversi gradi di assimilazione culturale possibilmente raggiunti, in quanto polarità di culture il cui conflitto viene regolato prevalentemente dalla forza militare ed economica del paese dominante. Nel merito del confronto interculturale, gli studi (post)coloniali manifestano due distinte impostazioni ideologiche, che possono definirsi rispettivamente integrazionistiche e anti-umanitaristiche. Pertanto, laddove Edward Said, Homi K. Bhabha, Dianne Sachk Macleod ed altri costruiscono il soggetto coloniale negli interstizi di una relazione fondamentalmente manichea, Benita Parry, Elleke Bohemer e Ania Loomba, per ricordare solo gli studiosi più conosciuti, seguendo le tracce dLes damnés de la terredi Frantz Fanon (1961) e di The Post-Modern Condition di Jean-Francois Lyotard (1979), sottolineano il bisogno di emancipazione del colonizzato dalla cultura del colonizzatore e dai suoi effetti sociali e psicologici.
Per il fatto che si occupano in prevalenza della complessa questione dell’alterità, gli studi (post)coloniali incrociano spesso quelli femministi soprattutto nel terreno di convergenza delle problematiche razziali e di genere. Come osserva Bill Ashcroft, colonialismo e patriarcalismo si generano nella medesima formazione sociale e generano, a loro volta, unità ontologiche che sistemano armonicamente i discorsi sulla razza e quelli sulla femminilità (Ashcroft 1998). Tra gli studi più rappresentativi del dibattito indotto dalle coincidenze col femminismo vanno ricordati, insieme a quelli pionieristici della Spivak, l’analisi della condizione doppiamente subalterna della donna colonizzata proposta da T. Trinh Minh-ha in Woman, Native, Other (1989) e lo studio di poco successivo in cui Chandra Talpade Mohanty proietta quella condizione sullo scenario dell’espansionismo economico (Mohanty 1991). I due studiosi sottolineano con forza la questione della doppia subordinazione della donna colonizzata, fonte del suo epistemologico silenzio e della paradossale costituzione della sua istintività nativista.................................Nel 1983 Benedict Anderson rilancia su Imagined Communities  (1983) la definizione della nazione come unico spazio geoculturale del progresso e dell’emancipazione. Ad Anderson fanno eco sia Ngugi Wa Thiong’o e Benita Parry, per i quali il nazionalismo costituisce l’obiettivo più evoluto ed avanzato delle lotte di liberazione, sia Tom Nairn che considera la nazione una forma momentanea di assestamento della contraddizione coloniale. Comune a tutti è, in ogni caso, la consapevolezza del legame stretto tra nazionalismo e colonialismo, e del rilievo che tale legame assume nella caratterizzazione delle lotte di liberazione nazionale. In continuità con le posizioni di Julia Kristeva e Tzvetan Todorov sulle strette relazioni tra razzismo e spirito nazionalistico, David Lloyd (1993), Partha Chatterjee (1993) e Robert J. C. Young (1995) considerano il nazionalismo una potente costruzione retorica, una rete di postulati su cui, come essi scrivono, si fonda la nazione europea e lo stereotipo della sua superiorità culturale. Le moderne nazioni postcoloniali, a detta di questi studiosi, somiglierebbero ad una seconda copia della grande nazione europea e, in questo modo, rappresenterebbero gli spazi più adatti alla realizzazione dei suoi propositi economici, sociali e culturali. Pertanto, sostiene Chatterjee, la comunità autonoma ed autoregolata già prospettata da Indira Gandhi nel corso della battaglia indipendentista in India, rappresenterebbe la sola alternativa alla nazione postcoloniale e, quindi, al dominio indiretto dei paesi occidentali...................Come scrive Loomba in Colonialism/Postcolonialism (1998), diventa ogni giorno più evidente la formazione di un canone postcoloniale, politicamente connotato dal terzomondismo liberale e dall’ibridismo riformista. Non si tratterebbe, tuttavia, di un canone che si costituisce nei contesti marginali delle diverse letterature postcoloniali; piuttosto, sostiene coraggiosamente Loomba, esso appare come un modello statico e uniforme costituito all’interno delle istituzioni e degli apparati culturali dell’Occidente (accademia, editoria, media, premi letterari e via dicendo), a cui lo scrittore accede in seguito alla preventiva cancellazione della propria tradizione.
La critica agli studi (post)coloniali rientra in parte nella più generale critica al postmodernismo mossa da numerosi intellettuali della statura di Fredric Jameson, Étienne Balibar, Terry Eagleton e Aijaz Ahmad. Essi accusano i teorici del postcolonialismo di promuovere nei fatti l’episteme occidentale oltre i confini europei e nordamericani: così, il debito che Said riconosce a Foucault è riscontrabile nell’impianto stesso della sua teoria orientalistica; allo stesso modo, il femminismo decostruttivista di Spivak, accusa Rashmi Bhatnagar, va a collocarsi in ultima istanza nel grande alveo del liberalismo occidentale; analogamente, il realismo magico di Rushdie o di Okri non è altro che un pastiche tardoromantico piuttosto che, come vorrebbe H. K. Bhabha, il linguaggio del mondo postcoloniale emergente.................Più incisive sono le critiche alle scelte metodologiche, particolarmente in considerazione della contraddittorietà che marca il rapporto tra l’oggetto storico totalizzante (il colonialismo, appunto) e la soggettività interstiziale del colonizzato; una contraddittorietà che, investendo la rappresentazione della subalternità e della rottura emancipatrice, rende impossibile il confronto tra la prassi internamente manichea del colonialismo e il discorso sulla civilizzazione. A fronte di tale contraddittorietà, la concezione della storia che traspare dagli studi (post)coloniali viene inficiata dal disconoscimento delle storie frammentarie e frammentate delle colonie, identificate in virtù del loro adeguamento ad una ipotetica storia universale parametrizzata sulle costanti culturali del paese colonizzatore.