giovedì 10 luglio 2014

Wired : underground verso la liberta', e gli africani del nord? Ci sara' un giorno un fotografo che ripercorrera' dai deserti, dalle towns africane fino ai barconi sul filo di rasoio della morte, sopra la fossa comune chiamata "Mediterraneo"

http://www.wired.com/2014/07/underground-railroad/    

Haunting Underground Railroad Images Retrace the Steps of Fleeing Slaves

During the 19th century, tens of thousands of people risked their lives surreptitiously traveling thousands of miles from the bondage of slavery to the freedom of the North. Few photos of this Underground Railroad exist, which is why Jeanine Michna-Bales has spent months following some of the known routes north, photographing the homes, forests and caves where those escaping slavery sought shelter.

“I chose the project because I think it’s important for our country to understand our past and where we’ve come from,” says Michna-Bales, who is 42 and lives in Dallas.

Michna-Bales has long been fascinated by the Underground Railroad. She grew up in Indiana, one of the first free states slaves reached on their way north, and studied the Railroad in school. She made frequent field trips to Underground Railroad sites, and was fascinated by the suggestion that slaves used patterns sewn into quilts to disseminate escape routes.

There are many routes slaves followed as they fled to freedom, but no definitive trail you can travel today. With no clear map, Michna-Bales did her best to re-trace portions of known routes that start in Louisiana and then meander north along the Natchez Trace. It’s also hard to know where people stopped each day as they moved north, so Michna-Bales pored through historical documents and talked to locals. Some of the sites she’s photographed are registered historical sites, while others are known only through word of mouth.

The entire route is about 2,000 miles long and took about three months on foot, moving only at night. It’s said those following the Railroad covered about 20 miles a night, so Michna-Bales also chose to do the same. Making pictures often was a challenge, given that she often worked in the dead of night, miles from the nearest town and any source of light. When possible, she relies upon the light of the moon, but she’s also been light painting if there’s no other way to make a picture.

“If there’s nothing for the camera to pick up, I had to do something so people can get a sense for what the area looks like,” she says.

Given that she often works in remote areas, Michna-Bales never travels alone. Her family accompanies her when she’s in Indiana; the rest of the time, she hires off-duty police officers. “The police officers have said I’m are probably fine by myself, but you never know,” she says.

Michna-Bales’ photos are beautiful and haunting. The landscapes are picturesque, but the dark tone in her work reminds you that those following the Underground Railroad risked their very lives for freedom. The only photograph of a daylight scene was made in Canada. It shows the sun breaking through the clouds, a fitting close to a series Michna-Bales hopes to see published in a book.

“The reason I shot the sun coming up,” she says, “is because once they reached Canada that would be the first time the could actually move freely during the day.

martedì 8 luglio 2014

una analogia tra il movimento think tank in Germania e i "mille fiori" di Mao USA

orso castano : riporto una prima posizione alquanto dogmatica , che sa di ancien re'gime, e , di seguito , le informazioni , piu' obiettive storicamente, di Wichipedia. Purtroppo "la storia e' uno schiacciasassi" citava un grande giornalista, Igor Man , ma , possiamo dirlo, non distrugge la liberta' di pensiero , la critica e l'utopia.Di Igor Man ricordiamo il bel pezzo che scrisse come inviato in USA per scrivere sulla morte di un Grande : John F. Kennedy :Grazie a mio fratello Mirco, giornalista a New York, ebbi modo, un giorno, di parlare privatamente con Robert F. Kennedy. Mi disse che fra gli innumerevoli messaggi di cordoglio ricevuti, lo aveva colpito il brano della lettera di san Paolo a Timoteo, trascritto da un sacerdote di Minneapolis: «Ho combattuto la buona battaglia. Ho terminato la mia corsa. Ho conservato la fede. È giunto il momento di sciogliere le vele». Era il 15 di novembre del 1967. Meno di un anno dopo, il 6 di giugno del 1968, ammazzarono pure lui, Bob. Due mesi prima era toccato a Martin Luther King. 
Sono passati 37 anni dalla morte oscura di Lancillotto. Addosso gli hanno rovesciato tonnellate di spazzatura, tuttavia se ci contassimo scopriremmo in tanti, proprio in tanti nel mondo, d’essere tuttora “kennedyani”. Pateticamente? Forse. «Ci salveremo perché abbiamo paura», ha scritto un vecchio poeta del Sud.  da  infoaut 3.0Cina. Mao Tse Tung: "le cose stanno cambiando"
Il 27 Febbraio 1957, in Cina, Mao Tze-tung proclama l'inizio della "campagna dei cento fiori". Come tutte le campagne lanciate dal Partito Comunista, la campagna dei cento fiori viene lanciata utilizzando un motto: "che cento fiori sboccino, che cento scuole competano". Questo motto ben riassume l'intento di Mao: avviare un processo di profondo cambiamento culturale e tecnologico, basato sull'apertura al confronto non solo politico, ma anche artistico e scientifico . Le motivazioni che spingono il Partito Comunista Cinese a promuovere una campagna di questa natura sono principalmente due: eliminare le contraddizioni ancora esistenti all'interno dello stato socialista e spingere verso uno sviluppo tecnologico e culturale. Alla base della prima motivazione vi è fondamentalmente un fatto: pur essendosi conclusi i grandi periodi di lotta delle masse, pur essendosi compiuto nella quasi totalità il processo di eliminazione della proprietà privata, esistono ancora elementi delle classi rovesciate, parte della borghesia esiste ancora, i marxisti non sono la totalità della popolazione e soprattutto non sono la totalità degli intellettuali. Mao quindi sostiene di doversi confrontare con le ideologie non marxiste (escludendo quelle dichiaratamente contro-rivoluzionarie), vedendo questo confronto come occasione per avviare una "lotta" funzionaria al rafforzamento del marxismo stesso. Accogliere le critiche e saperle affrontare senza dogmatismo, in maniera scientifica, discuterle, confutarle nella maniera più convincente possibile; Questo percorso non può che portare a due preziosi risultati: da un lato sconfiggere le critiche stesse, dall'altro abituare il marxismo agli "attacchi", e quindi rafforzare la sua posizione egemone in campo ideologico.
In ambito culturale questo processo diventa strumento con la quale cambiare la sovrastruttura culturale borghese restata se non intatta non stravolta dalla radice. Anche in questo campo accettare le critiche significa in primis sapersi opporre e soprattutto saper rispondere ed esse. Da un punto di vista scientifico e tecnologico, la campagna dei cento fiori serve a stimolare la ricerca e lo sviluppo che iniziano ad essere questione fondamentale per lo stato Cinese, che deve costantemente fare i conti con un territorio vastissimo ed una popolazione che per la stragrande maggioranza lavora nel settore primario.
In conclusione riportiamo un passo tratto dal capitolo "Mao Tse-tung: che cento fiori sboccino" da "L'orda d'oro" di N. Balestrini e P. Moroni.
"qualcuno chiederà: visto che nel nostro paese la maggioranza della popolazione riconosce già nel marxismo l'ideologia guida, lo si può criticare? Certamente. Il marxismo è una verità scientifica che non teme la critica; se la temesse e potesse esserne sconfitto, allora non varrebbe nulla. Forse gli idealisti non criticano il marxismo tutti i giorni in tutti i modi possibili? Forse che coloro i quali sono ancora legati a punti di vista borghesi o piccolo borghesi, e desiderano modificarli, non criticano il marxismo in tutti i modi possibili?
I marxisti non devono temere le critiche, da qualsiasi parte provengano. Al contrario, devono temprarsi, svilupparsi e conquistare nuove posizioni nella critica, nella tempesta della lotta.[...]
Sarebbe giusto condannare queste idee (le idee errate ma diffuse tra il popolo, ndr) senza nemmeno dare loro la possibilità di esprimersi? No di certo. Applicare metodi semplicistici per risolvere le questioni ideologiche in seno al popolo, le questioni legate alla vita intellettuale dell'uomo, non è soltanto inefficace, ma estremamente controproducente"

Campagna dei cento fiori

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Mao Zedong fu il principale ispiratore della Campagna dei cento fiori: in questa immagine degli anni Cinquanta lo vediamo arringare una folla osannante
Con la locuzione Campagna dei cento fiori si indica una stagione di liberalizzazione della vita culturale, politica, economica e sociale avviata in Cina negli anni Cinquanta. Il termine deriva da una frase pronunciata dal leader comunista Mao Zedong nel 1956: "che cento fiori fioriscano, che cento scuole di pensiero gareggino"[1].
Promossa ed incoraggiata dai più influenti dirigenti del Partito Comunista Cinese, la campagna dei cento fiori venne avviata in concomitanza con la destalinizzazione che Nikita Khruščёv stava effettuando in URSS. Probabilmente lo scopo principale era quello di garantirsi una maggior legittimazione chiamando tutti i cinesi a partecipare allo sviluppo economico. Per alcuni, questo nuovo scenario politico fu creato ad arte da Mao Zedong per prendere le distanze dal comunismo sovietico; per altri ancora, la Campagna fu un sincero tentativo di rendere più democratica la Repubblica popolare cinese.
Attraverso giornalisti, riviste, pamphlet e soprattutto dazibao (manifesti murali), intellettuali, studenti e uomini politici (soprattutto quelli di basso rango gerarchico, ovvero quelli poco noti) espressero il loro punto di vista sui cruciali cambiamenti che la Cina aveva compiuto e sulle riforme da effettuare in futuro[2]. Sebbene i "filo-Maoisti" furono in netta superiorità numerica non mancarono voci contro il governo, sia provenienti da "destra" (cioè da capitalisti e da sostenitori della Repubblica di Taiwan), sia provenienti da "sinistra" (ovvero dai marxisti-leninisti ortodossi che non volevano nessun cambiamento rispetto all'ideologia principale di Karl MarxFriedrich Engels e Vladimir Lenin)[3].
Ben presto però, la situazione iniziò a sfuggire di mano, e le proteste si moltiplicarono e radicalizzarono, coinvolgendo il Partito stesso e la forma di Stato e legandosi con lo scontento di contadini ed operai. Mao decise allora di dichiarare conclusa l'esperienza della campagna dei cento fiori (1957). Ebbe quindi inizio la repressione (la cosiddetta Campagna Antidestra)[3]. Ai molti intellettuali, studenti e politici che avevano aderito all'invito a manifestare liberamente il proprio pensiero, la fine della campagna riservò un destino beffardo: infatti, le loro dichiarazioni pubbliche ne facilitarono l'identificazione e l'arresto o l'invio nei campi di rieducazione.

Mao Tse Tung : la democrazia all'interno del partito. Mao era anche un filosofo, politico; Il suo pensiero ancora oggi e' un riferimento. Renzi rifletta!!

LE COSE STANNO CAMBIANDO
Mao Tse Tung, 15 maggio 1957giano bifronte
L’unità e la lotta degli opposti sono fenomeni universali nella vita sociale. Il risultato della lotta è la trasformazione degli opposti l’uno nell’altro e la formazione di una nuova unità: così la società fa un passo avanti.
Il movimento di rettifica nel partito comunista è la lotta tra due stili di lavoro in una stessa entità. Ciò vale sia all’interno del partito sia per il popolo preso come un tutto unico.
Nel partito comunista ci sono vari tipi di persone. Ci sono i marxisti che costituiscono la maggioranza: hanno anche loro dei difetti, ma non gravi. C’è una parte che ha idee sbagliate di tipo dogmatico. Questi nella loro maggioranza sono compagni risoluti e fermi, devoti alla causa del partito e del paese, solo che il loro metodo di esaminare i problemi è viziato dall’unilateralità “di sinistra”. Superata questa unilateralità, potranno fare un grosso passo avanti. C’è un’altra parte poi che ha idee sbagliate di tipo revisionista, o opportunista di destra. Queste persone sono più pericolose, perché il loro modo di pensare è un riflesso delle idee borghesi all’interno del partito; sono inclini al liberalismo borghese, danno giudizi negativi su tutto, sono legati con mille fili agli intellettuali borghesi esterni al partito.
Da alcuni mesi tutti stanno criticando il dogmatismo, ma hanno lasciato in pace il revisionismo. Il dogmatismo deve essere criticato, altrimenti molti errori non potranno essere corretti. Adesso però è ora di prestare attenzione alla critica del revisionismo.
Quando il dogmatismo si converte nel suo contrario, esso diventa o marxismo o revisionismo. La storia del nostro partito mostra molti casi di dogmatismo che si trasforma in marxismo e pochi casi di dogmatismo che si trasforma in revisionismo: ciò perché i dogmatici costituiscono una corrente ideologica del proletariato, contagiato dal fanatismo piccolo-borghese. In alcuni casi ciò che è tacciato come dogmatismo in realtà sono solo errori commessi nel lavoro. In altri casi ciò che viene attaccato come dogmatismo è in realtà il marxismo, che alcuni scambiano erroneamente per dogmatismo e fanno bersaglio dei loro attacchi. I veri dogmatici pensano che la deviazione “di sinistra” è meglio di quella di destra e c’è un motivo: essi vogliono la rivoluzione. Tuttavia, per le perdite che causa alla rivoluzione, la deviazione “di sinistra” non è per niente migliore di quella di destra, quindi va corretta decisamente. Alcuni errori sono stati commessi mettendo in pratica indirizzi formulati dal Centro e quindi non bisogna prendersela eccessivamente con le istanze inferiori.
Il nostro partito ha un gran numero di nuovi membri di estrazione intellettuale (nella lega della gioventù sono ancora più numerosi); una parte di questi effettivamente è influenzata in misura abbastanza grave dalle idee revisioniste. Negano lo spirito di partito e il carattere di classe della stampa, confondono le differenze di principio esistenti tra il giornalismo del proletariato e quello della borghesia, confondono il giornalismo che riflette l’economia collettiva di un paese socialista con quello che riflette l’economia dei paesi capitalisti, con la sua
anarchia e la lotta tra gruppi monopolisti. Ammirano il liberalismo borghese e sono contrari alla direzione del partito. Approvano la democrazia e rifiutano il centralismo. Sono contrari a ciò che è indispensabile per la realizzazione di un’economia pianificata, vale a dire alla direzione, alla pianificazione e al controllo nei settori culturali ed educativi (ivi compreso il giornalismo), cose che sono indispensabili e che nello stesso tempo non devono essere eccessivamente centralizzate. Essi e l’ala destra degli intellettuali esterni al partito si fanno reciprocamente da eco, sono legati tra loro e hanno rapporti fraterni.
A criticare il dogmatismo sono diversi tipi di persone. Ci sono i comunisti, ossia i marxisti. Ci sono i comunisti tra virgolette, ossia la destra del partito comunista, i revisionisti. Poi ci sono persone esterne al partito. All’esterno del partito ci sono una sinistra, un centro e una destra. Gli elementi di centro sono molto numerosi, costituiscono circa il 70 per cento di tutti gli intellettuali fuori del partito, mentre quelli di sinistra sono circa il 20 per cento e quelli di destra l’1, il 3, il 5, o anche il 10 per cento, a seconda delle situazioni. Nell’ultimo periodo gli elementi di destra appartenenti ai partiti democratici e agli istituti di istruzione superiore si sono dimostrati più risoluti e più frenetici. Pensano che gli elementi di centro siano dalla loro parte e che non seguiranno più il partito comunista: ma questo è solo un sogno. Tra gli elementi di centro alcuni sono oscillanti, possono andare a sinistra o a destra e adesso, sotto l’influenza dei frenetici attacchi della destra, preferiscono non parlare, vogliono aspettare un po’ e vedere come va. Gli attacchi degli elementi di destra non hanno ancora raggiunto il culmine, essi sono in un momento di grande eccitazione. La destra, sia dentro che fuori del partito, non capisce la dialettica: ogni cosa, giunta all’estremo, si trasforma nel suo contrario. Noi li lasceremo alla loro frenesia ancora per un certo periodo, li faremo arrivare al culmine. Più saranno frenetici, più noi saremo avvantaggiati.
Alcuni dicono che temono di essere presi all’amo come pesci, altri che temono di rimanere vittime dellatattica di attirare il nemico in profondità nel proprio territorio e poi concentrare le forze per annientarlo. Adesso grandi banchi di pesci sono affiorati da soli in superficie, non c’è bisogno di attirarli con esche. Non si tratta di pesci ordinari, con molta probabilità sono pescicani, hanno denti acuminati e amano divorare gli uomini. Le pinne di pescecane che la gente mangia sono gli strumenti natatori di questo tipo di pesce. Il fulcro della lotta tra noi e gli elementi di destra è la conquista degli elementi di centro; questi possono essere guadagnati alla nostra causa. Le dichiarazioni degli elementi di destra sul loro appoggio alla dittatura democratica popolare, al governo popolare, al socialismo, alla direzione del partito comunistasono tutte false, non dobbiamo assolutamente crederci. Ciò vale per tutti gli elementi di destra dei partiti democratici, degli ambienti dell’educazione, di quelli artistico-letterari, del giornalismo, della scienza e della tecnica, dell’industria e del commercio.
Le persone più decise appartengono a due correnti: la sinistra e la destra. Esse si contendono gli elementi di centro, la direzione su questi ultimi. L’intento degli elementi di destra è quello di conquistare prima una parte e poi il tutto. Cercano di conquistare prima la direzione nei settori del giornalismo, dell’educazione, dell’arte e della letteratura, della scienza e della tecnica. Sanno che in questi settori il partito comunista è meno forte di loro e la situazione sta effettivamente in questi termini. Essi sono il “tesoro nazionale”, nessuno può permettersi di stuzzicarli. Il movimento contro i tre mali, la liquidazione dei controrivoluzionari e la trasformazione ideologica condotti negli anni passati secondo loro sono una vergogna! Un delitto di lesa maestà! Essi sanno anche che molti studenti universitari sono figli di proprietari terrieri, di contadini ricchi, di borghesi e considerano queste persone come masse disposte a sollevarsi in risposta ai loro appelli. Per una parte degli studenti con idee opportuniste di destra c’è effettivamente questa possibilità. Ma pensare la stessa cosa per la grande maggioranza degli studenti significa sognare. Ci sono anche indizi del fatto che gli elementi di destra degli ambienti del giornalismo stanno istigando le masse operaie e contadine a opporsi al governo.
Alcuni si oppongono quando si vedono affibbiare delle etichette, ma solo a quelle che vengono affibbiate loro dal partito comunista. Essi però si sentono autorizzati ad affibbiarne al partito comunista, agli elementi di sinistra e di centro, sia dei partiti democratici sia dei diversi ambienti della società. Da qualche mese, quante etichette hanno fatto piovere gli elementi di destra attraverso la stampa!
Gli elementi di centro sono sinceri quando si dicono contrari alle etichette. Dobbiamo cancellare tutte le etichette che in passato abbiamo messo a sproposito sugli elementi di centro e d’ora in poi non dobbiamo più affibbiarne in modo indiscriminato. Alcuni errori in cui siamo incorsi durante il movimento contro i tre mali, l’eliminazione dei controrivoluzionari e la trasformazione ideologica, devono essere corretti pubblicamente, chiunque sia ad averne subito le conseguenze. Ma etichettare gli elementi di destra è un’altra faccenda. Tuttavia anche qui l’etichetta va affibbiata con esattezza, solo a chi è effettivamente un elemento di destra. Salvo casi particolari, non è necessario indicarli pubblicamente per nome e cognome, è meglio lasciar loro dei margini per fare marcia indietro così,in circostanze adeguate, sarà più facile per loro scendere a un compromesso.
Quando ho detto che la percentuale degli elementi di destra può andare dall’1 al 3, al 5 e fino al 10 per cento, esprimevo una stima approssimativa, è possibile che essi siano di più o di meno. D’altro canto in ogni unità di lavoro la situazione è differente, bisogna avere effettivamente in mano delle prove, cercare la verità partendo dai fatti, non si deve eccedere, ogni eccesso è un errore.
Gli elementi borghesi e molti degli intellettuali che hanno servito la vecchia società continueranno ostinatamente a mettersi in mostra, essi rimpiangono sempre il loro vecchio mondo e provano comunque una certa incompatibilità con il nuovo. Per trasformare queste persone occorre molto tempo e non si possono usare metodi brutali. Tuttavia dobbiamo riconoscere che, nella loro grande maggioranza, hanno fatto grandi progressi rispetto al periodo immediatamente  successivo alla Liberazione; le critiche che ci hanno rivolto in gran parte sono giuste, bisogna accettarle. Solo parte delle loro critiche sono sbagliate e questo deve essere ben chiarito. Essi ci chiedono di aver fiducia in loro e di dare loro poteri adeguati alle loro funzioni: queste esigenze sono giuste, dobbiamo fare affidamento su di loro e dar loro poteri e responsabilità. Anche tra le critiche fatte dagli elementi di destra ve ne sono di giuste, non possiamo respingerle in blocco.
Tutte quelle giuste devono essere accolte. La caratteristica che contraddistingue gli elementi di destra è il loro atteggiamento politico di destra. Con noi hanno un rapporto di collaborazione formale, non effettivo. Collaborano su alcune cose, su altre no. Collaborano in tempi normali, ma appena si aprono degli spazi di cui approfittare, come nella situazione di oggi, di fatto non intendono più collaborare. Non mantengono le loro promesse di accettare la direzione del partito comunista e tentano di sbarazzarsene. Ma senzaquesta direzione non si può costruire il socialismo e la nostra nazione andrebbe incontro a un grande disastro.
In tutta la Cina ci sono alcuni milioni di borghesi e di intellettuali che hanno servito la vecchia società; noi abbiamo bisogno della loro opera, dobbiamo migliorare ulteriormente i rapporti con loro in modo tale da consentir loro di servire con più efficacia la causa del socialismo, di proseguire la loro trasformazione, di diventare gradualmente parte della classe operaia, di avviarsi verso l’opposto di ciò che sono attualmente. La grande maggioranza di essi potrà senz’altro raggiungere questo obiettivo. La trasformazione comporta sia l’unità sia la lotta: la lotta come mezzo per raggiungere l’unità che è l’obiettivo. Lotta significa lotta reciproca. Adesso è il momento in cui parecchie persone stanno conducendo una lotta contro di noi. Le critiche rivolteci dalla maggioranza sono razionali o lo sono in linea di massima, comprese le critiche aspre del professore Fu Ying
dell’università di Pechino, non pubblicate sui giornali. Queste persone ci criticano nella speranza di migliorare i loro rapporti con noi, le loro critiche sono bene intenzionate. Le critiche degli elementi di destra invece di solito sono malevole, essi sono antagonisti. Definire le intenzioni come buone o cattive non è frutto di supposizioni, sono cose che possono essere percepite.
L’attuale movimento di critica e di rettifica è stato lanciato dal partito comunista. Le erbe velenose spuntano insieme ai fiori profumati, mostri e demoni crescono insieme a fenici e liocorni: è una cosa che avevamo previsto e che ci auguravamo. In fin dei conti i buoni sono la maggioranza e i cattivi una minoranza. C’è chi dice che intendiamo prendere pesci grossi, noi diciamo che vogliamo estirpare le erbe velenose: si tratta della medesima cosa detta in modo diverso (....)
Ultima modifica il Venerdì, 27 Dicembre 2013

lunedì 7 luglio 2014

anche in italia i think tank , ma la sensazione e' che ci sia ancora tanta , ma tanta strada da fare. Le caratteristiche di questi gruppi sembrano piuttosto difese lobbistiche nettamente contrarie a quelle straniere del nord europa, dove la liberalita' e la trasversalita' sono la regola frequente. Si rischia cosi' di bruciare, all'italiana , anche questa pereziosa esperienza!!!

Think Tank in Italia: analisi qualitativa e quantitativa dei nuovi luoghi della politica

Una ricerca dell'Università ‘Sapienza’ di Roma in collaborazione con Vodafone Italia censisce, per la prima volta, i think tank italiani - organizzazioni indipendenti la cui principale vocazione è quella di fornire soluzione per le politiche pubbliche.


INTERNET - Cosa sono i think tank? Qual è la loro funzione? Qual è la differenza tra i think tank italiani ed europei e quelli americani?

A tutte queste domande ha cercato risposta il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell'Università "Sapienza" di Roma in collaborazione con Vodafone Italia, in quello che è il primo censimento nazionale dei think tank italiani.

La ricerca, diretta da Mattia Diletti, è stata presentata ieri nel corso di un evento nella capitale, cui hanno partecipato Saverio Tridico (Direttore Affari Pubblici e Legali di Vodafone Italia), Marta Dassù, (Sottosegretario di Stato per gli Affari Esteri) Mauro Calise(Ordinario di Scienza Politica Università di Napoli Federico II), Mario Morcellini (Dir Dipartimento Comunicazione e Ricerca Sociale Univ La Sapienza), Linda Lanzillotta (Presidente Glocus), Adolfo Urso (Presidente Fare Futuro), Luciano Violante (Presidente di Italia Decide), Giancarlo Aragona(Presidente ISPI), Andrea Peruzy (Segretario Generale Italiani Europei) Alessandro Aresu (Lo Spazio della Politica), Luca Bolognini (Istituto Italiano Privacy).
Svolta nel corso di quest'anno con riferimento all'anno 2011, la ricerca ha censito 105 strutture rilevando dati quantitativi e qualitativi e per 71 di esse si è anche approfondita l'analisi attraverso lo svolgimento di interviste in profondità a una delle figure dirigenziali della Fondazione, Istituto, Associazione.







Aprendo i lavori, Saverio Tridico, Direttore Affari Pubblici e Legali di Vodafone Italia ha spiegato che il progetto nasce "da una riflessione sui Think Tank come nuovi luoghi della politica, capaci di interpretare le più attuali dinamiche di aggregazione e confronto a cui stiamo assistendo in questi stessi giorni e ore".

"L'auspicio è quello di proporre un confronto aperto e costruttivo, in cui il settore delle Telecomunicazioni - i cui temi sono cosi rilevanti per il Paese - possa contribuire attraverso i propri strumenti di riflessione, ricerca e pianificazione di lungo periodo", ha aggiunto Tridico.
I think tank italiani - ed europei - sono organizzazioni indipendenti, permanenti, la cui principale vocazione è quella di fornire soluzione per le politiche pubbliche. Al contrario del caso americano, in Europa non sempre ciò avviene attraverso la costituzione di organizzazioni di ricerca permanenti, ma piuttosto attraverso il coinvolgimento di esperti e l'utilizzo di strumenti grazie ai quali si intende influenzare il dibattito pubblico, il decisore, gli stakeholder di uno specifico settore di politica pubblica. Alcuni centri, negli Usa come in Europa, manifestano esplicitamente la propria adesione a un'area politico-culturale e sulla base di essa definiscono la propria agenda.Le variabili principali che ne determinano la nascita in Italia sono sei: a) la crisi delle organizzazioni di partito; b) i processi di personalizzazione della politica; c) le nuove forme di lobbying indirettoaffermatesi negli ultimi venti anni (non solo attività di pressione, ma anche la necessità di una cornice culturale che sostenga specifiche iniziative di lobbying, l'importanza della costruzione del dato e della conoscenza a supporto dell'attività di lobbying); c) l'aumento dei punti di accesso per lacompetizione tra interessi e idee (la nascita di agenzie e authority, il rafforzamento del livello locale e di quello sovranazionale); d) la crisi della ricerca universitaria (che ha spinto a forme di organizzazione e offerta del sapere più autonome e policy oriented); e) la trasformazione del ruolo degli intellettuali e degli esperti.Il budget medio, nel 2011, è stato di 800 mila euro; il personale coinvolto nella vita dei think tank, con diverse modalità di relazione, è di circa 1800 unità.
Sono state definite quattro tipologie di think tank: 1) i think tank personali, legati a singole personalità politiche (il 32,4%); quelli policy oriented, più simili al modello anglosassone e legati all'idea del primato della ricerca (il 41%); quelli di memoria e cultura politica (dallo Sturzo al Gramsci, il 19%); i policy forum, network di confronto tra classi dirigenti di orientamento plurale (7,6%).
Le fondazioni politiche di matrice personale (con leadership di riferimento forti) nascono per oltre il 90% dopo il 2000, sono al 50% di centrosinistra (il 32,4% sono di centrodestra).
Il 43,8% dei think tank italiani è specializzato in un unico settore di policy (politica internazionale, politica economica, comunicazione e mass media ecc. ecc.); gli altri mantengono un approccio multi-issue. Il 51% dei think tank esprime esplicitamente nella propria mission un orientamento valoriale e culturale.
Il 43,9% di essi si presenta, dal punto di vista giuridico, come fondazione; il 15,2% come associazione riconosciuta; il 36,4% come associazione non riconosciuta.
Il 60% dei think tank si concentra a Roma, mentre il sud è quasi completamente assente dalla mappa. Milano, Torino e Bologna sono gli altri luoghi di concentrazione dei think tank.Come detto, nel 2012 i think tank italiani sono 105; erano 63 alla fine del 2005, 33 nel 1993. Negli ultimi venti anni sono nati più di due terzi dei think tank attuali (di questi, la maggior parte nascono dopo il 2000). Il picco più alto di nascite è il 2009 (ben 13).
Il 22,4% dei think tank italiani non produce alcuna attività di ricerca, svolgendo di fatto una dimensione di semplice "megafono" del dibattito di policy e di alcuni attori chiave in esso coinvolti; mentre il 19,4% produce almeno 10 prodotti di ricerca annui, che definiamo come indice di produttività scientifica "alto".
Il 46,4% dei think tank non ha alcun rapporto internazionale, contro il 19,6% che interagisce con almeno 5 strutture non italiane.
Il 41,8% di presidenti, direttori e segretari generali svolge, attualmente, anche attività accademica; il 17,1% attività imprenditoriali; il 2,4% ha un ruolo di governo (lo ha svolto in passato nel 21,1% dei casi); il 26,8% fa vita politica attiva e di "partito".
Il 21,2% dei think tank non è mai apparso nella stampa italiana nell'anno solare 2011; il 32,7% vi è apparso meno di 10 volte in un anno; il 18,3% ha più di 50 citazioni in un anno.
Il modello di finanziamento è sempre meno legato all'erogazione di denaro pubblico (soprattutto per quelli "storici", abituati in passato a sopravvivere grazie alle tabelle ministeriali); le grandi aziende italiane - e multinazionali - con interessi strategici tendono a investire su molti fronti, ma con cifre non ragguardevoli; in generale, il finanziamento dei think tank è in evidente contrazione.
Le criticità del sistema dei think tank italiani
Dimensioni scarse (con qualche gigante); internazionalizzazione a intermittenza; poca ricerca di impatto pubblico; autoreferenzialità del sistema delle relazioni; i think tank inseguono l'agenda, piuttosto che cercare di definirla; la dimensione valoriale e di espressione cultura politica è, spesso, eccessivamente cangiante (un sistema "pret-a-porter" di valori e idee); incapacità di "fare sistema" e frammentazione; scarsità degli investimenti; "revolving doors" con le istituzioni ancora molto debole.
Gli aspetti positivi del sistema dei think tank italiani
L'emersione di una ricerca italiana "policy oriented", anche con ottimi livelli di specializzazione; la dimensione pluralistica (il lato positivo della frammentazione?); l'emersione di giovani ricercatori policy oriented, con un profilo internazionale "consistente" e capacità manageriali oltre che di ricerca; la nascita di sistemi di auto-formazione della classe dirigente, dell'associazionismo e di altre categorie (un modello fai-da-te, ma indice di reattività); il "ponte" col resto del mondo e l'Europa rappresentato da alcune organizzazioni.

sabato 5 luglio 2014

la metà oscura del genoma

 http://www.italiasalute.it/   D’ora in poi sarà vietato snobbarlo o definirlo, come in passato, “spazzatura”: quella metà del nostro genoma costituita da sequenze di DNA ripetute centinaia di migliaia di volte che sembravano prive di significato in realtà risponde a un preciso programma genetico e contribuisce in maniera decisiva a dare un’identità alle diverse cellule dell’organismo umano.
La scoperta è annunciata oggi da Nature Genetics* ed è frutto di una collaborazione internazionale. Vi hanno preso parte il gruppo di lavoro del Laboratorio di Epigenetica del Dulbecco Telethon Institute guidato da Valerio Orlando ed ospitato dall’IRCCS Fondazione Santa Lucia e dall’EBRI di Roma; il team di Piero Carninci dell’OMICS Centre del RIKEN di Yokohama in Giappone; l’Università di Queensland in Australia. In Italia lo studio è stato finanziato da Telethon, da AIRC- Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro
Il lavoro segna una tappa storica nella ricerca genetica, svelando come il “lato oscuro del genoma” si comporti esattamente come i geni, che invece rappresentano soltanto il 2% dell’intero patrimonio genetico. Non solo: quelle sequenze ripetute sono essenziali per il corretto funzionamento dei geni. Infatti, i ricercatori hanno dimostrato che alcune di queste sequenze vengono trascritte in precisi momenti della vita cellulare, per esempio durante le prime fasi dello sviluppo o il differenziamento. Altre sono in grado di inserirsi in prossimità dei geni e di regolarne l’attività: in alcuni casi, questo fenomeno può avere anche effetti patologici significativi come, ad esempio, la trasformazione della cellula sana in una tumorale. Il lavoro di Orlando, Carninci e collaboratori dimostra quindi per la prima volta come tali sequenze si comportino secondo un programma definito e in grado di influenzare la vita delle cellule.
L’origine evolutiva delle sequenze ripetute – che in totale rappresentano ben il 45% dell’intero genoma – va ricercato nei trasposoni, particolari segmenti di DNA che hanno la capacità di spostarsi da una parte all’altra di un cromosoma, oppure da un cromosoma a un altro. I trasposoni hanno un ruolo molto importante dal punto di vista evolutivo, perché data la loro natura mobile sono in grado di creare variabilità e – potenzialmente – di far acquisire o di far perdere delle funzioni biologiche. Già sessant’anni fa la biologa americana Barbara McClintock lo aveva intuito e aveva descritto queste particolari sequenze nella pianta di mais: era il 1951, con due anni in anticipo rispetto alla scoperta della struttura a doppia elica del DNA. Ignorata, quando non direttamente osteggiata dalla comunità scientifica di allora – ancorata a una visione “statica” del genoma – la McClintock ha visto riconosciuti i suoi meriti solo a partire dagli anni Settanta, arrivando poi nel 1983 ad essere insignita del Premio Nobel per la Medicina. 
Oggi, grazie soprattutto alle sofisticate tecnologie disponibili (le deep sequencing) e alle competenze multidisciplinari, Orlando, Carninci e i loro collaboratori sono riusciti finalmente a verificare questa fondamentale ipotesi e a “riabilitare” questa grossa porzione del nostro DNA, finora considerata appunto come una sorta di scarto o, meglio, di DNA clandestino e misterioso, apparentemente inutilizzato. La scoperta potrà contribuire all’analisi di tutti quei meccanismi che agiscono “al di sopra dei geni” – detti per questo epigenetici – e che potrebbero influenzare, tra l’altro, la diversa manifestazione delle malattie tra singoli individui, la risposta individuale ai farmaci o, in casi particolari, l’applicabilità della terapia genica.
Il lavoro segna una tappa storica nella ricerca genetica, svelando come il “lato oscuro del genoma” si comporti esattamente come i geni, che invece rappresentano soltanto il 2% dell’intero patrimonio genetico. Non solo: quelle sequenze ripetute sono essenziali per il corretto funzionamento dei geni. Infatti, i ricercatori hanno dimostrato che alcune di queste sequenze vengono trascritte in precisi momenti della vita cellulare, per esempio durante le prime fasi dello sviluppo o il differenziamento. Altre sono in grado di inserirsi in prossimità dei geni e di regolarne l’attività: in alcuni casi, questo fenomeno può avere anche effetti patologici significativi come, ad esempio, la trasformazione della cellula sana in una tumorale. Il lavoro di Orlando, Carninci e collaboratori dimostra quindi per la prima volta come tali sequenze si comportino secondo un programma definito e in grado di influenzare la vita delle cellule.
L’origine evolutiva delle sequenze ripetute – che in totale rappresentano ben il 45% dell’intero genoma – va ricercato nei trasposoni, particolari segmenti di DNA che hanno la capacità di spostarsi da una parte all’altra di un cromosoma, oppure da un cromosoma a un altro. I trasposoni hanno un ruolo molto importante dal punto di vista evolutivo, perché data la loro natura mobile sono in grado di creare variabilità e – potenzialmente – di far acquisire o di far perdere delle funzioni biologiche.
Oggi, grazie soprattutto alle sofisticate tecnologie disponibili (le deep sequencing) e alle competenze multidisciplinari, Orlando, Carninci e i loro collaboratori sono riusciti finalmente a verificare questa fondamentale ipotesi e a “riabilitare” questa grossa porzione del nostro DNA, finora considerata appunto come una sorta di scarto o, meglio, di DNA clandestino e misterioso, apparentemente inutilizzato. La scoperta potrà contribuire all’analisi di tutti quei meccanismi che agiscono “al di sopra dei geni” – detti per questo epigenetici – e che potrebbero influenzare, tra l’altro, la diversa manifestazione delle malattie tra singoli individui, la risposta individuale ai farmaci o, in casi particolari, l’applicabilità della terapia genica.

epigenetica

Dal DNA all'epigenetica  

Quasi tutte le cellule umane contengono una parte più interna, detta nucleo, che a sua volta contiene il materiale genetico raggruppato in 46 cromosomi. Il cromosoma (rappresentato a sinistra nell'immagine in basso) è a sua volta fatto di una sostanza, detta cromatina, che consiste di diversi nucleosomi (rappresentati dalle palline raggruppate al centro nell'immagine in basso).
I nucleosomi sono composti da DNA arrotolato intorno ad alcune proteine dette istoni. Più in dettaglio, è possibile vedere gli istoni (sotto forma di bastoncini colorati), intorno ai quali si pone il DNA in doppia elica. Per produrre una proteina è necessario leggere l'informazione contenuta in un filamento di DNA. Perché ciò sia possibile la cromatina deve aprirsi e la doppia elica sciogliersi, per poi richiudersi e ricompattarsi una volta ottenuto lo 'stampo' dell'informazione genetica sotto forma di RNA.
Gli istoni giocano un ruolo chiave nel regolare questo meccanismo di apertura e lettura del DNA, ma essendo anch'essi composti da proteine vengono ovviamente prodotti sulla base di informazioni contenute nel DNA. Tutte le modificazioni che avvengono a carico degli istoni possono influenzare il modo con cui la cellula produce le proteine, e di conseguenza, il modo in cui si comporta, pur non modificando direttamente la fonte dell'informazione, cioè il DNA.
Ogni alterazione o cambiamento del DNA è di pertinenza della genetica, mentre eventuali modificazioni a carico degli istoni vengono studiate da un ramo della biologia chiamato epigenetica. Il risultato di una mutazione epigenetica può però essere molto simile a quello di una modificazione genetica, poiché trasforma il comportamento cellulare. Le alterazioni epigenetiche sono anche all'origine di alcuni tumori.

epigenetica ed inquinamento

Genetica ed epigenetica del cancro al fegato da CORDIS (serv. Comuntario x Ric. e Svilup.)

Per giungere a una terapia efficace contro il cancro è necessario comprendere le intricate alterazioni genetiche ed epigenetiche che vi sono implicate, dalla fase pre-cancerosa fino alla malattia vera e propria. Un progetto finanziato dall'UE sta lavorando per chiarire i fattori implicati nella formazione e nella diffusione delle neoplasie e ha concentrato in particolare l'attenzione sul carcinoma epatocellulare (HCC), ovvero il cancro al fegato.

Il progetto MODHEP ("Systems biology of liver cancer: An integrative genomic-epigenomic approach") è una collaborazione multidisciplinare a cui partecipano prestigiosi scienziati europei esperti in settore quali genetica, regolazione della cromatina, genomica, cancro al fegato e biologia computazionale e dei sistemi. Per la sperimentazione, i ricercatori MODHEP hanno scelto l'HCC, una forma diffusa di cancro incurabile, perché il tessuto epatico è omogeneo e flessibile.

Gli scienziati hanno definito e implementato con successo due modelli di HCC nei ratti, ottimizzando lo sviluppo della malattia e il processo di raccolta dei campioni. Il ceppo knockout (KO) Mdr2 evolve in tumori provocati da infiammazione, mentre nel ceppo tet-Myc transgenico l'HCC viene indotto dall'oncogene c-myc. I dati ottenuti dai ricercatori MODHEP confermano che nei ratti Mdr2-KO la malattia si verifica per un trasporto difettoso dei fosfolipidi nella bile, che provoca rigurgiti e quindi infiammazione. Nell'HCC, inoltre, gli scienziati hanno mappato copie non codificanti malfunzionanti e regioni di regolazione epigenetica (RER), scoprendo che le alterazioni strutturali su larga scala erano prevalenti, mentre le piccole varianti somatiche come le mutazioni puntiformi erano rare.

La mappatura genomica delle alterazioni nei campioni clinici umani ha dimostrato la relazione tra il malfunzionamento dei geni cancerosi nell'HCC e la mobilizzazione di elementi trasponibili Long INterspersed Elements-1 (LINE-1). Gli elementi LINE-1 sono retrotrasposoni, cioè elementi genetici che possono amplificarsi nell'ambito di un genoma. Gli studi in corso sulle cellule di fegato dei ratti hanno lo scopo di convalidare questi geni come obiettivi terapeutici nella lotta all'HCC.

I risultati del progetto MODHEP hanno contribuito a fare luce sul malfunzionamento e sulle modifiche genomiche che provocano o si verificano a causa dell'HCC. Il lavoro degli scienziati prosegue, con l'obiettivo di chiarire compiutamente questo processo, grazie al ricorso a modelli di ratti, campioni clinici e mappatura multidimensionale dei fattori genetici ed epigenetici, oltre che della modellazione basata sui sistemi. I risultati positivi che sarà possibile ottenere aiuteranno a porre le basi per nuovi ed efficaci interventi terapeutici contro una malattia che fino a oggi è stata incurabile.

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Come è regolato il DNAhttp://www.airc.it/ricerca-oncologica/cos-e/epigenetica/

Spiega Clara Nervi, del Dipartimento di Scienze e Biotecnologie Medico-Chirurgiche Facoltà di Farmacia e Medicina Università di Roma "La Sapienza", che su questi argomenti ha pubblicato diversi studi e ha condotto progetti finanziati da AIRC: "Per epigenetica si intendono le modificazioni che intervengono non direttamente sulla sequenza del DNA del gene in studio (cioè sulla successione di basi che lo compongono), ma sulla sua struttura (cioè sulla forma tridimesionale che acquista nella cellula grazie anche alla combinazione con particolari proteine) e che consentono al DNA stesso di essere mantenuto intatto nel nucleo della cellula e, quando occorre, essere trascritto fedelmente. Il DNA è infatti avvolto intorno a proteine dette istoni, e in questo modo forma la cromatina, una struttura che si presenta in diversi stati di compattezza a seconda della sua attività: una cromatina aperta (cioè poco compatta) è indice di una fase di trascrizione dei geni (cioè, il più delle volte, di produzione di proteine), mentre una cromatina chiusa indica una fase silente.
Ebbene: gli stati della cromatina e l'attività degli istoni sono regolati a loro volta da altre proteine prodotte anch'esse da geni che, se alterati, possono avere ripercussioni negative su tutto il sistema di replicazione cellulare, fino alla perdita di controllo e alla proliferazione tumorale. L'epigenetica studia appunto l'insieme di questi fenomeni, che a volte diventano patologici, e i metodi più efficaci per intervenire su di essi quando ve ne sia la necessità".
In che modo sia possibile intervenire lo chiarisce Alessandro Vannucchi, un altro ricercatore del settore, finanziato da AIRC e in forza presso l'Università di Firenze: "Le reazioni più frequenti nell'ambito dell'epigenetica si basano sull'aggiunta o il taglio di due tipi di piccoli gruppi chimici: i metili, presenti sugli istoni e sul DNA, e gli acetili, presenti solo sugli istoni. Negli anni si è visto che in molti tumori vi sono geni che presentano eccessi o difetti proprio nella metilazione o nell'acetilazione, e si è capito che è possibile intervenire farmacologicamente per correggere queste anomalie, ripristinando una situazione di normalità".
Qui sta il punto forse più importante, come sottolinea lo stesso Vannucchi: "Ciò che rende tutto il settore dell'epigenetica così interessante è proprio la possibilità di agire su quanto è errato con farmaci, azione impossibile a livello di mutazioni del DNA. Infatti, sulle mutazioni genetiche del DNA non si può fare molto, ma su queste anomalie è possibile intervenire con molecole che sono attualmente in studio, e con alcuni farmaci conosciuti e usati da anni, dei quali si è scoperto solo di recente la funzione di regolazione dei fenomeni epigenetici".

Già disponibili farmaci

I tumori in cui questi processi sono stati più studiati sono quelli ematologici, perché si è visto che questo tipo di alterazioni è presente molto spesso e che, anche quando c'è una mutazione o un'altra alterazione del DNA conosciuta, spesso la malattia assume caratteristiche proprie in individui diversi a seconda di quanto accade a livello epigenetico.
Il risultato di questa concentrazione di energie lo si è visto nei mesi scorsi, come dice Clara Nervi: "La Food and Drug Administration statunitense ha approvato per la prima volta due molecole che vanno ad agire proprio sulla metilazione del DNA, e che sono utilizzabili in alcune forme tumorali del sangue. Molti altri farmaci epigenetici sono in avanzata fase di studio: tra questi l'acido valproico, un antiepilettico di cui si sa molto - si hanno a disposizione dati di persone che ne hanno fatto uso per decenni - e che di recente si è scoperto essere efficace proprio a livello delle modificazioni epigenetiche". Il segnale è dunque chiaro: il settore è promettente, e gli investimenti nello sviluppo clinico di farmaci vecchi e nuovi stanno dando i primi risultati concreti. Anche se, è bene sottolinearlo, non si tratta di terapie risolutive.
Aggiunge in merito Vannucchi: "Proprio perché non intervengono sul DNA, queste terapie da sole non saranno mai risolutive, ma potranno, con ogni probabilità, arrestare una progressione o contribuire a far diminuire le dosi di chemioterapici necessari". E non è tutto. Stanno infatti emergendo relazioni molto interessanti con altri protagonisti della ricerca degli ultimi anni, i cosiddetti microRNA, piccoli frammenti che intervengono anch'essi nella regolazione dell'espressione di altri geni. Ci sono inoltre conferme del fatto che l'epigenetica riguarda anche, in maniera altrettanto importante, i tumori solidi, come quello della mammella, del colon, del polmone, alcuni tumori cerebrali e del sistema riproduttivo.

Le mutazioni sono trasmissibili  

Infine, è stato dimostrato che le mutazioni che riguardano i fenomeni epigenetici possono essere trasmesse alle cellule figlie. Ciò apre un importante capitolo sul quale si inizia solo ora a lavorare, l'importanza dello stile di vita sulla predisposizione al cancro, che ha implicazioni che vanno al di là della pur importantissima possibilità di cura delle singole forme di tumore, come spiega Pier Paolo Di Fiore, direttore scientifico dell'IFOM di Milano, genetista e autore di importanti studi nel campo: "Si può dire che ci troviamo di fronte a un passo in avanti davvero fondamentale nella comprensione di tutto ciò che porta allo sviluppo di un tumore, e a un cambiamento epocale: si è sempre ritenuto, infatti, che le mutazioni acquisite durante la vita non potessero essere ereditate dalla progenie, ma ora si sa che non è così.
Questo cambia radicalmente le nostre idee (non solo sul cancro), anche se ancora dobbiamo comprendere come ciò sia possibile. In ogni caso, il mutamento di prospettiva è tale per cui si inizia a pensare che le mutazioni epigenetiche e quelle del DNA rispettino una precisa gerarchia, e non è detto che sia il DNA al primo posto: molti gruppi di ricerca nel mondo stanno cercando di capire il peso reale dell'epigenetica. Tenendo ben presente il vero asso nella manica: le mutazioni epigenetiche, che probabilmente sono presenti in tutti i tumori, sono farmacologicamente reversibili. Si può intervenire quindi efficacemente, e questo potrebbe condurre a risultati insperati in molte forme tumorali".
vedi anche http://menteallegra.blogspot.com/2014/07/dal-dna-allepigenetica-quasi-tutte-le.html

orso castano : ancora sui neet. Per una "resurrezione" economica, per le innovazioni tecnologiche l'abbandono "peventivo" scolastico e' un dramma. Condanna l'Italia all'emarginazione ed alla non crescita. Speriamo bene.


.........L'Italia si colloca al terzo posto nella graduatoria Neet dei 27 Paesi europei, preceduta solo da Bulgaria e Grecia. Questo esercito di giovani inattivi è più concentrato al Sud ma è presente in misura rilevante anche al Nord, basti pensare che in Lombardia nel 2010 rappresentavano il 15,7% dei giovani dai 15 ai 29 anni, cioè 223 mila individui. La nostra provincia è in linea con la media regionale: 15,6%, poco meno di 27 mila giovani. Le difficoltà di ingresso nel mondo del lavoro sono acuite da un'altra piaga: il tasso di abbandono scolastico che nel 2012 è risultato pari a circa 18% (contro una media europea del 13%). In Lombardia si riscontra un valore in linea con la media nazionale. Bergamo ha sempre avuto un tasso di abbandono tra i più elevati nella regione, indicativo di uno buono stato di salute dell'economia del territorio nel quale i ragazzi meno dotati o più svogliati si potevano permettere di abbandonare gli studi avendo l'opportunità di trovare facilmente un lavoro in officina o in un'impresa edile. Paradossalmente un indicatore negativo (l'abbandono degli studi) era reso possibile da una situazione positiva (il dinamismo economico e le opportunità occupazionali).
Oggi il quadro è drammaticamente cambiato, non solo per la difficoltà a trovare un lavoro, sebbene non qualificato, ma perché innovazione ed evoluzione tecnologica, che sono considerati la principale leva di uscita dalla crisi, impongono a tutti i lavoratori un crescente livello di preparazione. Il rischio, pertanto, è di avere giovani dequalificati che rimangano permanentemente ai margini del sistema produttivo. Inoltre, se consideriamo che il tasso di abbandono tra gli stranieri presenti in Italia è superiore al 44% (e nella Bergamasca la presenza di stranieri è superiore alla media nazionale), risulta evidente che il tema della formazione scolastica sarà decisivo non solo per la ripresa del nostro Paese, ma anche per scongiurare il rischio di creare marginalità sociale. Il perseguimento dell'obiettivo definito dall'Unione Europea di ridurre entro il 2020 il tasso di abbandono scolastico al di sotto del 10% appare ineludibile se si vuole garantire la pace sociale evitando il rischio banlieu. 

la previsione dell'aumento dei tumori che danno gli epidemiologi e' spaventosa. tra i fattori favorenti, l'inquinamento (vedi studi epigenetica) e lo stress (vedi le numerose proliferanti proposte di terapie antistress tra le quali wellbeeing) . Ma cosa potranno fare le terapie epigenetiche e le nuove proposte psy contro il dilagante inquinamento /corruzione e la precarieta' aumentante a tutti i livelli ? e' da aprire , ed alla svelta un dibattito allargato!

domenica 29 giugno 2014

r.k.: medic. complem. e cancro : pricipi attivi dalle med. complem. x il cancro

orso castano: il metodo, le regole sono sempre le stesse: la falsificabilita' dell'ipotesi, la ripetitivita' della stessa, la "evidence based" della stessa. Solo cosi' e'possibile  accettare  qualsiasi ipotesi coerente praticabile , formulata secondo criteri  statistici condivisi. 

 Una speranza contro il cancro
................Per la sua ricerca, Pier Mario Biava si è avvalso del Guna Rerio, un medicinale omeopatico a base di fattori di differenziazione cellulare, ottenuti da embrioni di danio rerio (meglio conosciuto come pesce zebra). La scelta è ricaduta su questi embrioni in quanto si sono dimostrati attivi nella riprogrammazione di alcuni tipi di cellule tumorali. L’ipotesi sulla quale ha lavorato il ricercatore italiano prevede il considerare le cellule tumorali, come cellule staminali mutate, bloccate in una fase di moltiplicazione compresa fra due diversi stadi di differenziazione cellulare. “Alle cellule tumorali viene a mancare l’informazione per procedere nel loro normale sviluppo differenziativo – ha spiegato il dott. Pier Mario Biava il quale si è occupato dell’importante ricerca – Se forniamo a queste cellule tumorali le giuste informazioni per ritornare a procedere nel loro regolare sviluppo, vengono risolte le mutazioni che sono all’origine della malignità, le cellule tornano a differenziarsi correttamente e di fatto si normalizzano”. Il ricercatoreha notato come la correzione dell’espressione genica delle cellule con i fattori di differenziazione cellulare abbia fatto rientrare le cellule del cancro nell’ambito della normalità fisiologica. Una nuova tecnica di lotta.......