sabato 26 gennaio 2013

Comagnia di S. Paolo, Fondazione Bancaria , Sanita'

Sanit
orso castano: non siamo riusciti a trovare chi e' stato finanziato dai soldi rastrellati dai risparmiatori dal S. Paolo Intesa. Sarebbe opportuno , per trasparenza verso i risparmiatori, che fosse chiaramente pubblicato e su internet, perche' tutti possano vedere e giudicare, ne va della trasparenza della Banca. Purtroppo in Italia manca una legge che impedisce di destinare  i soldi dei risparmiatori  cioe' i finanziamenti ai partiti o alle loro derivate da parte delle Fondazioni. Su questo Monti ha super ragione. Strano che il PD non abbia presentato una proposta di legge . Se lo ha fatto non c'e' ne siamo accorti, forse non si sono impegnati a pubblicizzare questo importante argomento. Sono soldi nostri, spesso , lo si vede, finiti nelle mani di chi li impegna seguendo i propri obiettivi, non sempre, a nostro modesto avviso,  corrispondenti a quelli della Comunita' piu' vasta

Sanita' (finanziamenti erogati dalle Fondazii
oni)
Gli interventi del settore sanità vengono realizzati attraverso il finanziamento di numerosi progetti, destinati fino ad ora soprattutto all’acquisto di apparecchiature innovative per ricerca, diagnosi e cura e, per una parte minore ma pur sempre consistente, allo studio di nuovi modelli gestionali in ambito sanitario. Ad essi si affiancano contributi di minore entità in aree specialistiche (neurochirurgia, trapianti, medicina d’urgenza) e nella lotta contro patologie socialmente rilevanti.Anche se l’entità complessiva di questi interventi è impari ai bisogni del sistema sanitario torinese/ piemontese, e molto inferiore al bilancio regionale destinato alla sanità, non c’è dubbio che essi siano serviti a promuovere settori di punta della medicina e della chirurgia, svolgendo una preziosa funzione di supplenza. Anche nel quadriennio 2009-2012 la Compagnia si impegnerà in iniziative che abbiano per obiettivo la centralità della salute, intesa come diritto individuale e collettivo, e la centralità del paziente, destinatario del diritto alla salute (e soggetto responsabile delle modalità del suo perseguimento).Queste iniziative saranno avviate d’intesa con la Regione e l’Agenzia regionale per i Servizi sanitari (AReSS), previa valutazione della loro coerenza con le indicazioni della programmazione regionale. Gli interventi riguarderanno, oltre all’acquisizione di apparecchiature per la ricerca, la diagnosi e le cure innovative, il sostegno alle competenze regionali nel campo del technology assessment (d’interesse diretto anche per le scelte di finanziamento della Compagnia); lo studio di nuovi modelli gestionali delle aziende sanitarie, anche attraverso lo sviluppo dell’attività “in rete” (ambito nel quale potranno essere preziose le competenze dell’Istituto Boella); lo sviluppo di strategie di sistema nell’ambito della medicina d’urgenza; la prevenzione primaria e secondaria di patologie socialmente rilevanti; il tutto in forma complementare rispetto agli interventi nel settore della ricerca biomedica e della biotecnologia.La Compagnia di San Paolo ha stabilito per il 2013 una scadenza unica per la presentazione di richieste di contributo riguardanti l’innovazione tecnologica da parte delle aziende sanitarie piemontesi. Tale scadenza è fissata al 31 marzo 2013 termine entro il quale dovrà essere completata e inoltrata la richiesta on line.

LE FONDAZIONI BANCARIE: ESCLUDERE I PARTITI DALLE BANCHE

orso castano : ringraziamo l'autore dell'articolo, chiaro, esplicito e documentato. Impossibile tagliarlo , ne avrebbe compromesso la comprensione. La politica, cioe' la casta controlla , attraverso le Fondazioni Bancarie l'economia del paese, e, peggio , forse, come pare stia emergendo da Monte dei Paschi, la dilagante corruzione nel paese, che, altro che spread invocato dal Professore bocconiano. Stupisce moltissimo che il Professore sia stato tanto cieco da non vedere e tanto "impedito" a non fare nulla , neppure un progetto di legge!. Eppure arriva dal mondo finanziario internazionale. Perche' nulla fece il Premier? Risponda invece di accusare il sindaco di Siena che l'anno scorso si dimise proprio perche' le cose del Monte dei Paschi non funzionavano. Vuole scaricare su altri colpe ?

13 marzo 2012 da
La politica, e la sua principale articolazione, i partiti, dovrebbe avere come fine il bene comune, tuttavia la gran parte dei politici ha altresì l’obiettivo di cercare consenso per guadagnare e mantenere ruoli decisionali di peso, obiettivo ben presente nelle loro scelte. Il controllo delle banche, o il potere di influenzarne le decisioni, è uno strumento che può far guadagnare consenso poiché permette di indirizzare il credito, di cui beneficiano non solo le imprese, ma anche gli stessi Partiti.

Le Fondazioni bancarie, che detengono “per legge” significative quote azionarie di importanti istituti di credito, potendone dunque influenzare la “governance”, sono espressione di realtà territoriali, e i vertici sono determinati dalle scelte degli Enti Locali e in misura inferiore da Università, gerarchie ecclesiastiche e Camere di Commercio. I politici che scelgono chi guida le fondazioni hanno dunque tutto l’interesse a portare vantaggi alla comunità locale di riferimento della fondazione che coincide spesso con il serbatoio di voti al quale attingere. Possono perseguire questo scopo sia indirizzando le risorse che le fondazioni bancarie destinano a iniziative di carattere sociale sia premendo sui vertici della banca, della quale detengono una quota, perché il credito venga destinato ai “propri” territori o a imprese “amiche”.
Se le banche controllate dalle fondazioni bancarie operassero solo nel territorio di riferimento delle fondazioni non ci sarebbero problemi, o perlomeno questi sarebbero limitati a eventuali illegittime interferenze nella concessione di credito ad alcune imprese rispetto ad altre. Le fondazioni italiane invece controllano o collaborano a determinare la “governance” dei principali gruppi bancari italiani che agiscono su tutto il territorio nazionale, oltre che a livello internazionale, e dovrebbero dunque tener conto di opportunità che tendano ad accrescere il valore complessivo della banca e non di territori da privilegiare. Infine i territori italiani non sono tutti tutelati dalla presenza di fondazioni bancarie ma solo alcuni possono contare su fondazioni presenti nei capitali di Intesa SanPaolo, Unicredit o Monte Paschi, i tre principali istituti bancari italiani.
È normalissimo per il presidente della Fondazione Cariplo Guzzetti, intervistato da Radio Radicale, che Paolo Biasi presidente di Fondazione Cariverona – secondo azionista italiano di Unicredit – abbia affermato che “tale decisione (di partecipare all’aumento di capitale) conferma l’impegno della Fondazione a sostenere, tramite UniCredit, le economie dei territori dove essa opera (…)” (Il Sole24ore 30 dicembre 2011). Non è invece, a parere di chi scrive, accettabile che una persona indicata dalla politica di un territorio suggerisca in maniera esplicita a una banca internazionale di avere un occhio di riguardo per le imprese del “suo” territorio. Le imprese della Calabria o della Val d’Aosta hanno forse una fondazione in Unicredit che raccomanda il credito alle proprie imprese?
Non va dimenticato che una parte rilevante delle entrate delle fondazioni deriva dai dividenti delle banche partecipate, le fondazioni non possono fare a meno di queste entrate, pena ridurre le erogazioni sul territorio, e inevitabilmente tendono a premere sulle banche affinché queste, anche contro il loro interesse, emettano dividendi. In conclusione i principali azionisti delle nostre banche, le fondazioni, non gestiscono i propri soldi o quelli di risparmiatori che scelgono di affidarglieli ma soldi di cittadini che mai hanno scelto di consegnarglieli. Al contrario di un investitore privato di una banca, che si pone l’obiettivo di massimizzarne il valore, una fondazione bancaria con una forte presenza di politici di una regione definita del Paese potrebbe non fare lo stesso.
Le banche devono essere gestite secondo criteri economici e non politici. I politici si occupino di dettare le regole che pongano le condizioni perché le banche libere da condizionamenti risultino essere contendibili nella loro proprietà e in grado di perseguire la massimizzazione del proprio valore. Quando la fondazione MPS, spinta da un miliardo di euro di debito, ha deciso di mettere sul mercato il 15% di Banca Monte Paschi, la quotazione del titolo è schizzata in alto, la Borsa ha dunque accolto bene la cessione di parte della proprietà della banca e alcuni investitori privati italiani e stranieri pare che si siano fatti avanti per acquisire le quote in vendita. Certo è utile capire chi sono i principali candidati all’ingresso nel capitale azionario di banca MPS: tra questi vi è il fondo di private equity Clessidra, fondo che vede tra i sottoscrittori la stessa Fondazione MPS insieme ad altre fondazioni bancarie. Insomma la fondazione MPS in parte esce e in differente forma rientrerebbe insieme ad altre fondazioni. Se poi consideriamo che alcune delle principali fondazioni bancarie detengono quote azionarie in più istituti bancari – non solo nella banca conferitaria, quella cioè dalla quale la fondazione ha avuto in dotazione i capitali nel momento della nascita – comprendiamo come le fondazioni bancarie hanno assunto un ruolo decisivo nel capitalismo inquinato italiano.
Il capitalismo nostrano del resto è dominato da intrecci che vedono sempre gli stessi protagonisti determinare le dinamiche di un sistema dove gli “insider”, grazie al sistema di relazioni creato, si difendono dagli “outsider” ai quali è spesso precluso trovare spazio. Va ricordato che le banche, e indirettamente le fondazioni bancarie, prestano soldi a imprese delle quali detengono quote azionarie. Aldilà di un potenziale enorme conflitto d’interessi questo aspetto dimostra il peso degli istituti bancari sulle imprese.
Inoltre, alcune fondazioni bancarie sono titolari di quote azionarie di Mediobanca, che a sua volta è creditrice verso di esse, il debitore è quindi nello stesso tempo azionista. Fondazione CARIBO, detentrice del 2,5% e debitrice di Mediobanca, ha da ottobre il suo presidente addirittura nel CdA dell’Istituto che fu di Cuccia dopo aver battuto la concorrenza di Francesco Giavazzi proposto dai Fondi. È infine difficile comprendere che significato strategico possa avere, visti i fini delle fondazioni, la presenza diretta nei media, ebbene la Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste ha il 2% del Gruppo Editoriale l’Espresso.
Le Fondazioni Bancarie sono state introdotte nel nostro ordinamento con la Legge Amato-Carli (n° 218/1990). A seguito delle riforme successive degli anni 90′, Dini e Ciampi, volte a far uscire le fondazioni delle banche, riforme dunque inefficaci, nel 2002 Tremonti quando diede vita alla riforma che ha dato le fondazioni in mano ai partiti tramite gli enti locali rispose, a chi gli chiese se la politica rientrava dalla finestra: “non la politica ma la democrazia (…)”, “le Fondazioni si mettono a fare il loro mestiere. Ma con un controllo democratico“. Su questo punto è interessante notare come in molti statuti delle fondazioni approvati dal ministero di Tremonti si afferma che i membri indicati dagli enti locali non rappresentano gli enti e, di conseguenza, i cittadini che gli hanno letti, smentendo clamorosamente il ministro. Lo statuto della fondazione MPS riporta che “I membri della Deputazione Generale non rappresentano gli Enti dai quali sono stati nominati, né rispondono a essi del loro operato“. Tremonti nel 2002 conclude che “(…) la confusione tra mercato e non profit non ci sarà più (…)” e aggiunge “Primo passo: Le Fondazioni fuori dalle banche, che vanno sul mercato“. Sono passati dieci anni.
È dunque urgente che si arrivi alla completa uscita dall’azionariato delle banche e da qualunque impresa delle fondazioni che se proprio vorranno continuare a investire in questo ambito potranno sempre, come suggerito da Tito Boeri, acquisire azioni “risparmio” che non prevedono il diritto di voto. In questa direzione, ma da intendere solo come primo passo verso l’obiettivo appena menzionato, va condivisa la proposta volta a impedire alle fondazioni di detenere azioni di banche diverse da quella conferitaria. Nessuno dovrà ricoprire ruoli in società tra loro concorrenti, banche comprese. Separiamo economia e partiti, restituiamo alla politica il ruolo nobile che la partitocrazia le ha scippato.
Si tratta di una battaglia vitale per la nostra economia e per la tenuta sociale del capitalismo italiano: rimuovere il conflitto d’interessi tra l’esercizio dell’attività economica e finanziaria e coloro che sono chiamati dai cittadini a svolgere un ruolo politico di guida e di governo del paese. Solo così potranno porsi quelle condizioni necessarie per un ripristino di competitività della nostra economia, per la necessaria apertura del nostro sistema finanziario e, soprattutto, per una democrazia liberata dal soffocante intreccio tra le oligarchie economiche e politiche.

per saperne di piu':
Le fondazioni di origine bancaria, comunemente dette fondazioni bancarie, sono enti privati, considerando la loro forma giuridica, ma di fatto a controllo pubblico.Le fondazioni sostengono in ambito locale realtà del terzo settore (no profit). Gli ambiti d’intervento sono vari: cultura, arte, ricerca, istruzione, welfare, assistenza al disagio sociale, sanità, sport.La loro attività è resa possibile dal possesso di un capitale (loro attribuito con la privatizzazione delle banche pubbliche) che genera delle rendite. Le risorse a disposizione delle fondazioni sono dunque costituite essenzialmente da interessi derivanti da operazioni finanziarie e dai dividendi delle banche partecipate.I componenti dei board decisionali sono in grandissima parte designati dagli enti locali, regioni, provincie e comuni, dalle gerarchie religiose, dalle camere di commercio e dalle università.Le fondazioni bancarie sono attualmente 88.A titolo di esempio:Fondazione Cariplo – detiene il 4,68% delle azioni di Intesa SanPaolo, dispone di un patrimonio di circa 7 miliardi di euro e distribuisce ogni anno circa 200 milioni di euro.Compagnia di SanPaolo – al 31 dicembre 2008 il valore del portafoglio ammontava a 6,2 miliardi di euro.Fondazione Cariverona ha un patrimonio netto di 4,268 miliardi di Euro e distribuisce dai 100 ai 150 milioni di Euro all’anno, spende quasi 4 milioni all’anno per compensi e rimborsi agli organi statutari e ai consulenti e 4 milioni e mezzo per il personale.

giovedì 24 gennaio 2013

Il fallimento del federalismo. Il 53% degli italiani vuole che la sanità torni allo Stato

da orso castano : prima o poi lo scontento doveva arrivare, lI SSN fa pena nel suo complesso a livello organizzativo!! Culi di pietra primari ed amministrativi di nomina politica, appalti ad hoc, liste di attesa che spingono i pazienti verso il privato, tagli "lineari" che distruggono, in nome di una pazza spending review , le eccellenze rimaste, le Regioni, gli Assessori Regionali incrimunati non si contno piu' , un mangia mangia , salvato solo dalla buona volonta' dei medici che in prima fila , con lo stipendio bloccato, con il turn over bloccato, con il TRF ritardato,  quotidianamente vivono in un clima da caserma dove primarietti di nomina politica impongono la loro "scienza", dove la "berlusconiana aziendalizzazione sbandierata come una rivoluzione (ben accetta dalla sinistra) ha portato solo mobbing ed umiliazioni al personale medico, distruzione delle ricerche e dei livelli  di assistenza. I politici c'e' l'hanno fatta, hanno distrutto un SSN tra i migliori al mondo!! Bravi! Avranno sulla coscienza , se e' rimasta, tutta la malasanita'creata girno dopo giorno, contro i  medici, contro la scienza...per abbuffarsi di denaro !!.


E al Sud è il 73% a chiederlo. La qualità delle cure è giudicata "pessima" dal 42% degli italiani. Lo rileva una ricerca Doxa presentata oggi a Roma e messa a confronto con un'altra ricerca della Fimmg sui medici di famiglia che, per il 65%, condividono il rischio di sostenibilità finanziaria per il Ssn. 

La sanità secondo i medici di medicina generale Come detto, il 65% del campione condivide il rischio sulla sostenibilità finanziaria del Ssn, ma secondo la Fimmg non va sottovalutato quel 26,3% che non è allineato su questa percezione.
I fattori che più incidono sul rischio sono, secondo i medici di medicina generale, per lo più correlati ad una inadeguata governante: la cattiva politica e la pletora dell’apparato amministrativo (entrambe con un impatto pari a 8,7 su una scala da 1 a 10). E tali fattori preoccupano anche più dell’emergenza epidemiologica della cronicità, che comunque ha per i medici di medicina generale un impatto 8. “Evidentemente – spiega la Fimmg - coloro che giudicano con maggior convinzione il sistema ‘insostenibile’ tendono ad esprimere una fiducia minore sulla possibile rimozione di queste criticità; coloro che invece ritengono il Ssn, nonostante tutto, ancora sostenibile, pensano evidentemente che possa essere perseguita con efficacia la correzione (di almeno alcune) di queste distorsioni”. La medicina difensiva e i messaggi allarmistici dei media incidono per un voto pari a 7,7.Appare larga la convergenza nel ritenere necessaria una rimodulazione delle funzioni e competenze regionali in materia sanitaria; per il 39% del campione tale rimodulazione potrebbe essere “lieve”; il 43% dei medici considera necessario invece un intervento decisamente più incisivo in tale direzione. L’11,9% del campione giudica necessaria addirittura la completa abolizione delle competenze regionali su questa materia.
I medici di medicina generale hanno la consapevolezza che il sistema debba riorganizzarsi e sono su questo disponibili a ridefinire il proprio ruolo e la propria funzione professionale. In questa prospettiva viene ritenuto strategico ed indispensabile (92,4%) che sia la stessa categoria a proporre soluzioni ed ipotesi che siano in equilibrio con le esigenze del sistema ma anche coerenti con la visione che i medici hanno del Ssn.
In ogni caso, tutti i medici (94,1%) ritengono indispensabili, sulle prospettive che riguardano il nostro Ssn, pronunciamenti “forti e chiari” da parte delle diverse compagini politiche impegnate in campagna elettorale, a partire dalla sanità.
La sanità secondo i cittadini
Gli italiani danno un voto insufficiente (5,7) al Ssn, ma il giudizio più severo, e non solo per questo indicatore, arriva dal Sud. Se infatti nel Nord est e nel Nord Ovest il voto è 6,4; nel Centro è 5,3, mentre il giudizio precipita a 4,9 al Sud e nelle Isole. Non solo. "Secondo l’indagine Doxa condotta tra mille cittadini, stratificati per età e area geografica, il 42% degli italiani definisce pessima la qualità delle cure", attribuendogli un voto da 1 a 5, sottolinea la Fimmg, evidenziando che la percentuale sale al 57% al Sud. C'è comunque un 26% che la considera ottima.
Per il 76% degli intervistati la responsabilità  dei problemi della sanità è da attribuire alla cattiva politica e alla corruzione mentre per il 57% all’organizzazione del Sistema e per il 29% anche ai cittadini che si approfittano del Sistema sostanzialmente gratuito.
Più della metà dei cittadini (il 53%) pensa che le competenze in materia sanitaria debbano tornare  sotto la diretta responsabilità dello Stato.  Una percentuale che sale al 73% al Sud e nelle Isole, mentre scende al 38-39% al Nord.
Gli italiani si esprimono poi nettamente contrari all’introduzione di nuovi ticket: l’86% dice no al ticket per accedere al medico di famiglia, il 76% a quello sul pronto soccorso, l’81% a quello sul ricovero e il 59% sui farmaci, il 52% a quello sulle visite specialistiche e il 60% a quello sugli esami diagnostici.
Nove italiani su 10 (l’89%) pensano, inoltre, che i politici candidati alle prossime elezioni debbano dire con chiarezza come intendono affrontare la riorganizzazione del Ssn.
Per il 39% del campione il primo intervento del nuovo Governo in materia sanitaria dovrebbe riguardare la tutela del diritto fondamentale alla salute;  per il 24% il nuovo Esecutivo dovrebbe intervenire sulla cattiva politica e sulla corruzione; per il 20% sull’assistenza e per il 12% sui ticket. Il 61%, infine, crede che debbano essere confermati i principi di universalità e solidarietà su cui si basa il nostro Ssn e il 57% vuole un Sistema sanitario pubblico finanziato dallo Stato.

Blitz di Balduzzi in Campania: "C'è un'altra Ilva sotto Roma"




Il ministro della Salute si è recato oggi in Campania per una visita non annunciata nelle aree inquinate nelle province di Napoli e Caserta. Preoccupazione per le ricadute a livello sanitario per amianto abbandonato, rifiuti tossici e presenza di altri materiali pericolosi perr la salute.
23 GEN - Il Ministro della salute Renato Balduzzi ha visitato a sorpresa le aree inquinate in Provincia di Napoli e Caserta. Il Ministro ha incontrato i vertici locali dei medici per l'ambiente, il rappresentante del coordinamento dei comitati contro i roghi Lucio Iavarone e il parroco di Caivano Padre Maurizio Patriciello.
 
"C'é un'altra Ilva sotto Roma" sostiene il Ministro constatando coi propri occhi l'amianto abbandonato nelle campagne sotto i cavalcavia dell'asse mediano, i rifiuti tossici, i copertoni bruciati, le plastiche e le tonnellate di avanzi della lavorazione di pellami e tessuti.

Il Ministro della salute, preoccupato delle ricadute a livello sanitario, ha deciso di convocare al ministero alcuni tossicologi ed esperti per l'ambiente, e coinvolgere il Ministro dell'interno Cancellieri e dell'ambiente Clini, i sindaci e la Regione Campania per fare il punto della situazione e mantenere i rapporti con le istituzioni locali.

23 gennaio 2013

Linfoma a cellule B. Possibile curarlo senza chemioterapia. Con le nanoparticelle

orso castano : speriamo bene , uno dei cancri peggiori correlato con un virus temibile potrebbe essere sconfitto senza danni per altri organi!!

23 GEN - La chemioterapia è usata in tutto il mondo, spesso con successo, per trattare il cancro. Ma la terapia non è senza effetti collaterali: il farmaco che distrugge le cellule tumorali è tossico anche per i tessuti sani, e per questo spesso la cura è un percorso lungo e difficile. E se fosse possibile curare il cancro senza medicinali tossici? Questo è quanto sono riusciti a fare gli scienziati della Northwestern Medicine, e il meccanismo alla base di questo successo è semplice: le cellule malate vengono fatte morire di fame grazie all’azione di una nanoparticella, che “si finge” il cibo preferito dei tessuti tumorali (il colesterolo HDL) e non gli fa arrivare altro nutrimento.

Una sorta di agente doppiogiochista, dunque, la cui azione è spiegata in dettaglio in uno studio su Pnas. Il risultato è stato ottenuto su tessuti umani attaccati da linfoma a cellule B, impiantati su topi. Da ricerche precedenti gli scienziati sapevano che questo tipo di tumore si alimenta di colesterolo HDL naturale, lipoproteina ad alta densità, che gli fornisce energia: la nanoparticella creata dai ricercatori – inizialmente come trattamento per malattie cardiocircolatorie – mima proprio questa molecola, nella forma, nella grandezza e nella chimica superficiale. Solo che, invece di fornire energia, possiede al suo interno una nano molecola d’oro della grandezza di cinque nanometri, che ha una doppia azione: da una parte impedisce alle cellule tumorali di acquisire altro colesterolo; dall’altra succhia via le energie già presenti nella cellula malata, portandola alla morte.

Tutto ciò, senza bisogno di alcun farmaco. “Una tecnica che ha la potenzialità di diventare un trattamento non tossico per il linfoma, ovvero senza bisogno di chemioterapia o altri trattamenti troppo pesanti”, ha spiegato Leo I. Gordon, co-autore dello studio. “Anche perché l’oro è noto per essere biocompatibile”.
E in effetti, i primi test sembrerebbero dimostrare che le nanoparticelle di metallo non danneggiano le altre cellule che di solito usano il colesterolo HDL, né ai linfociti sani, né in generale alla salute delle cavie. “Tuttavia – concludono gli autori – come ogni altra nuova terapia, la nanoparticella HDL d’oro dovrà essere testata approfonditamente prima di diventare una vera opzione clinica”.

23 gennaio 2013

Scienza e Farmaci ,da quotidianosanita'.it


i informazione sanitariaGiovedì 24 GENNNAIO 2013

Neuroscienze. L’Istituto italiano di Tecnologia svela uno dei segreti del sonno


Ogni neurone è collegato ai suoi vicini e li influenza, creando dei microcircuiti in diverse aree del cervello che svolgono funzioni diverse: una ricerca italiana svela oggi quali sono i neuroni che sottendono alla regolazione delle onde lente nel sonno, e come funzionano.

23 GEN - 100 miliardi di neuroni. Tante sono le cellule del cervello nei mammiferi, ognuna delle quali interagisce con numerose altre cellule e le influenza, formando microcircuiti locali. Da anni ormai la comprensione del funzionamento di questo complesso sistema, e di ognuno di questi microcircuiti, è una della sfide tecnologiche che i ricercatori affrontano in ambito biologico. Oggi però, grazie a uno studio italiano, un piccolo segreto in più è stato svelato: gli scienziati del dipartimento Neuroscience and Brain Technologies (NBT) dell’Istituto Italiano di Tecnologia hanno infatti svelato in un lavoro pubblicato su Nature Neurosciencequale sia il circuito che agisce da interruttore per le onde cerebrali lente prodotte durante il sonno.
 
Studi recenti avevano dimostrato che le oscillazioni lente nel sonno sono sia fondamentali nella regolazione delle proprietà elettriche dei neuroni, assicurandone il corretto funzionamento, sia importanti nel consolidamento della memoria e nel miglioramento di specifiche capacità cognitive.  “La corteccia cerebrale è una struttura complessa composta da diversi strati ognuno dei quali contiene una quantità innumerevole di neuroni, basti pensare che in una porzione millimetrica sono presenti circa 100.000 cellule”,  ha spiegatoTommaso Fellin, ricercatore team leader. “Nella nostra ricerca abbiamo individuato un sottogruppo neuronale situato negli strati profondi della corteccia e abbiamo compreso il suo funzionamento, evidenziandone il ruolo nella regolazione delle onde lente, cioè di una particolare attività elettrica che si registra nel cervello durante il sonno profondo”.
 Lo studio è stato possibile grazie all’utilizzo dell’optogenetica, una tecnologia di recente scoperta che combina le proprietà dell’ottica con quelle della genetica; essa è basata sull’utilizzo di alcune proteine sensibili alla luce (le rodopsine) che, una volta illuminate, generano microcorrenti che attivano o disattivano i circuiti neuronali di cui si vuole approfondire il funzionamento. Una tecnica che ha permesso la stimolazione o l’ inattivazione elettrica degli strati profondi della corteccia, osservandone , in tal modo, il loro ruolo funzionale.
La scoperta è quindi fondamentale per chiarire, all’interno della complessità del cervello, quali circuiti sottendono al processo di consolidamento delle informazioni e alla loro trasformazione in ricordi a lungo termine durante il sonno.
23 gennaio 2013

mercoledì 23 gennaio 2013

Simone Neri Serneri, Verso la lotta armata

orso castano: troppo sbrigativamente la stampa ha parlato di un periodo oscuro e tragico della nostra vita nazionale, ma, come  ha detto qualcuno, non tutto e' stato ancora detto . Allora attraverso una seria ricostruzione storiografica e' giusto che si studino due drammatici periodi : quello della lotta armata in Italia e quello dell'accordo, se cosi' si puo' chiamare, tra mafia e stato, il cui processo dovra' iniziare, ma le cui intercettazioni , del PM Ingroia e dei Giudici siciliani dovrebbero essere distrutte. E' assolutamente necessario che si studi e ricostruisca quello che e' successo,  per non riperne gli errori tragici, soprattutto in un periodo di grandi trasformazioni e di altrettante grandi mobilitazioni della parte piu' povera ma anche determinante dell'Italia, le masse operaie o quel che ne e' rimasto, visto la demolizione e la delocalizzazione che sta avvenendo.

A proposito dei funerali di Prospero Gallinari

Fanno scandalo su giornali e televisioni i funerali di Prospero Gallinari con centinaia di giovani a salutare la bara a pugno chiuso. Ancora una volta è evidente il rifiuto di confrontarsi con un periodo e una storia tragici. Meglio esorcizzare “lo spettro” parlando di follia criminale che affrontare il problema delle radici profonde del fenomeno nell'Italia degli anni Settanta. A chi, leggendo i giornali di oggi, si chiede come poté accadere consigliamo la lettura di questo libro da poco uscito per le edizioni de il Mulino.
Cinzia Venturoli

Simone Neri Serneri, Verso la lotta armata.
Il testo curato da Neri Serneri ha come obiettivo dichiarato quello di ripartire dalla ricerca storica per ridefinire «categorie e periodizzazioni» fino ad ora troppo spesso legate a memorie, individuali e collettive. Il volume raccoglie 12 saggi: alcuni scritti ex novo, altri frutto di rielaborazioni rispetto agli interventi presentati al convegno Violenza politica e lotta armata nella sinistra italiana degli anni Settanta (Istituto storico della Resistenza in Toscana, Firenze 27 e 28 maggio 2010).
....i contributi si occupano quasi esclusivamente di sinistra radicale e del rapporto fra quest’aerea, la violenza politica e la lotta armata: scorrendo l’indice si apprezza una divisione in sezioni .............
La prima parte, Discutere il caso italiano, raccoglie saggi che si occupano di analizzare contesti, definizioni e percorsi legandosi alla specificità italiana. Vengono messe sul tavolo questioni interessanti quali le definizioni: possiamo ad es. utilizzare il termine di terrorismo o è più coretto parlare in questo caso di lotta armata; ancora, Marco Grispigni si interroga sulla «singolarità del caso italiano» entrando con precisione in uno dei temi molto discussi, ovvero l’importanza della strage di Piazza Fontana come evento cardine delle vicende degli anni ’70 identificando nello stragismo la vera anomalia italiana: non è infatti possibile mettere fra parentesi, sminuire, ridimensionare il peso che le stragi hanno avuto nella storia repubblicana, pena una non corretta interpretazione storiografica. E il saggio di Grispigni ci mostra molto chiaramente questa questione.
........Marco Scavino pone al centro della sua analisi le teorizzazioni, i dibattiti sulla violenza, e sul suo uso, che si ebbero nei gruppi extraparlamentari ed anche all’interno delle formazioni armate, tenendo sullo sfondo la piazza, le manifestazioni, gli scontri.

Nel saggio di Monica Galfrè si ripercorre la nascita dei gruppi armati, delineando una periodizzazione del fenomeno, soffermandosi sul 1974, considerato, qui e in altri saggi, un anno snodo, ed elaborando una mappa geografica di questo sviluppo vagliandone il peso nelle dinamiche storiche e sociali. Vincenzo Filetti riprende nel suo intervento pubblicato nella terza sezione del volume i temi del quanto, dove e come rispetto agli attentati.
I saggi della seconda sezione si occupano di violenza politica sulle riviste della sinistra extraparlamentare (Silvia Casilio); di retorica della violenza nella stampa della sinistra radicale (Barbara Armani) e di legittimazione della violenza: ideologie e tattiche della sinistra extraparlamentare (Isabelle Sommier). Analizzando riviste, quotidiani, opuscoli, testimonianze le autrici si propongono di ricostruire come il movimento “antagonista” si sia posto di fronte alla violenza e ai gruppi armati.
Luoghi, pratiche e contesti è l’ultima sezione del volume: qui vengono indicate nuove piste di ricerca, temi poco affrontati, sguardi particolari. Ci si occupa del terrorismo a Genova (Davide Serafino), città operaia e tradizionalmente di sinistra, analizzando il rapporto fra le organizzazioni e il territorio partendo dal 1969, quando nacque proprio in questa città la prima organizzazione armata, il gruppo XXII ottobre, passando per il primo sequestro politico, quello del giudice Sossi e il primo omicidio deciso deliberatamente, ovvero quello del giudice Coco nel 1976, fino all’uccisone del sindacalista Guido Rossa. La ricerca, così come avverte l’a. è ancora all’inizio ma si prospetta interessante.
Un tema non molto affrontato è anche quello del carcere, fino a qui raccontato solo nelle memorie dei detenuti. Christian G. De Vito, autore di questo saggio, sottolinea la difficoltà di reperire le fonti necessarie visto lo stato degli archivi. La schedatura degli avversari politici divenne caratteristica dell’agire dell’estrema sinistra dopo la strage di piazza Fontana, quando indagine, controinformazione e “vigilanza antifascista” furono sempre più presenti in questa area, alla schedatura seguiva, soprattutto da parte dei sevizi d’ordine, secondo Guido Panvini, la violenza. 
Lorenzo Bosi e Donatella Della Porta si occupano di un tema di grande interesse, ovvero quello delle motivazioni per le quali, negli anni ’70, numerose persone decisero di entrare nelle formazioni armate: nodo interpretativo fondamentale per la comprensione di quei fenomeni.
Un testo, quindi, che propone diversi temi, con diversi approcci e approfondimenti e differenti interpretazioni, avendo il merito di portare questi temi dalla polemica giornalistica, dalla memoria, dall’uso politico al campo dell’analisi storiografica e sollecitando altri contributi

La politica miope di chi «risparmia» sulla scuola


vedi  il blog  "stress da non lavoro e da lavoro" di orso castano

martedì 22 gennaio 2013

Mafia-Stato la trattativa continua ora




- di Antonio Mazzeo -
Trattative per evitare attentati, trattative per difendere il potere politico, trattative per instaurarne uno nuovo. Difficile, in tutti questi anni, distinguere fra chi – fra gli uomini dello Stato – trattò “a fin di bene” e chi per fini eversivi. Comunque le trattative ci furono – e questo ormai non lo nega più nessuno – e uno dei principali “ambasciatori” fu il boss dei boss messinese, Rosario Cattafi. Che adesso sta continuando a “trattare”, riempiendo cartelle su cartelle… 
Un immenso cratere in autostrada, allo svincolo per Capaci. Il gran botto in via d’Amelio, carcasse d’auto e corpi straziati. Poi le bombe e le stragi a Roma, Firenze, Milano. L’offensiva mafiosa, la sapiente direzione strategica delle centrali del terrore. E la trattativa degli apparati infedeli dello Stato. Sino alla capitolazione: la seconda repubblica di matrice neoliberista, i nuovi interlocutori politici all’ombra del biscione, il colpo di spugna sul carcere duro per boss e gregari. Vent’anni di segreti e veleni, una tragedia infinita su cui indagano senza sosta tre Procure. Per inchiodare i mandanti dal volto coperto, esecutori e protettori, spie e doppiogiochisti. Nonostante i non ricordo di ex ministri e presidenti. Sui presunti registi e intermediari della trattativa tra Stato e Antistato girano nomi eccellenti.
Alcuni sono deceduti e non potranno fornire chiarimenti né difendersi. I Pm di Palermo nutrono forti sospetti sull’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. E sull’alto dirigente del Sisde, il servizio segreto civile, Bruno Contrada. Nella black list c’è pure l’ex capo dei Ros dei Carabinieri e direttore del Sisde,Mario Mori. O l’ex ministro Calogero Mannino che, secondo gli inquirenti, avrebbe esercitato “indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione del 41bis”. E nel novembre ’93, fu deciso di non rinnovare il carcere duro a 326 mafiosi, 45 dei quali ai vertici di Cosa nostra, ‘ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita.
Gli inquirenti ipotizzano che tra i consiglieri dell’ammorbidimento del regime detentivo nei confronti della criminalità organizzata c’era l’allora vicecapo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio, il magistrato tutto d’un pezzo scomparso prematuramente nel 1996, noto per l’inchiesta sulla scalata criminale di Angelo Epaminonda “il Tebano”, il re delle bische e della droga di Milano, convertito in collaboratore di giustizia. Dopo un breve e travagliato periodo all’Alto commissariato antimafia, Di Maggio aveva preferito trasferirsi a Vienna per fare da consulente giuridico dell’agenzia antidroga delle Nazioni Unite. Poi, nel ’93, inaspettatamente, veniva chiamato a Roma per assumere l’incarico di supervisore delle carceri italiane. Ciò ha insospettito i Pm palermitani: senza alcuna competenza specifica per quel ruolo, Di Maggio non era magistrato di corte d’appello, titolo richiesto dalla legge. Per aggirare l’ostacolo fu nominato consigliere di Stato. Chi e perché lo volle alla guida del Dap? “L’ho scelto io”, ha spiegato Conso. “Era una persona che andava un po’ in televisione, quindi era combattivo, attivo, era un esternatore e mi era parso molto efficace”. Di diverso parere l’allora capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Adalberto Capriotti. “Ebbi l’impressione che a Conso, a sua volta, Di Maggio gli fu imposto”, ha raccontato. E i rapporti tra il guardasigilli e il magistrato erano tutt’altro che idilliaci.


Tratto da: Mafia-Stato la trattativa continua ora | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2013/01/21/mafia-stato-la-trattativa-continua-ora/#ixzz2IdL1gVyp
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario! 

GLOBAL EMPLOYMENT TRENDS 2013 Recovering from a second jobs dip



EMBARGOED until 23:01 GMT
on Monday 21 January


4. Structural change for decent work 
Introduction
The reallocation of jobs across sectors is central to the process of structural change and productivity
upgrading and yet it often entails considerable social adjustment costs that fall onto specific groups
in the labour market. Lay-offs in low-productivity sectors, increased training needs of workers, or
congestion in urban areas due to workers’ movements from the countryside into crowded cities are
only a few examples of problems that can arise from structural shifts in employment. Whether
structural change leads to more and better employment  opportunities is an issue that has not
received sufficient attention.
This chapter provides new evidence on the role and importance of the reallocation of jobs
across sectors and demonstrates that, if the reallocation occurs from low productivity to high
productivity sectors, it both contributes to increased living standards and to improved labour market
outcomes such as a lower incidence of vulnerable employment and less working poverty. The
chapter also presents evidence as to the adverse impact the global economic crisis had on sectoral
reallocation and the slowdown in value added per capita growth rates, in particular in emerging
economies.
Decomposing value added per capita growth
Value added per capita growth can be decomposed into changes in productivity, variations in
employment and labour force participation, and demographic dynamics (see Appendix 1):
• Growth in labour productivity arises either from changes in labour productivity
within sectors – for instance through the implementation of new machines and innovative
technologies that allow more output with the same amount of labour input – or from the
reallocation of jobs across sectors (“structural change”) when workers move from low- to
high-productivity sectors (e.g. from agriculture to industry or services);
• Variations in employment and labour force participation can augment value added
per capita growth if there is an increase in the activity rate of the working-age population
either by reducing unemployment or by bringing more people to the labour market. In this
respect, the drop in both employment-to-population and labour force participation rates in
many regions with the onset of the crisis has been an important factor behind the current
slow growth environment;
• Value added per capita growth can also increase in a dynamic demographic context
when the share of the working-age population in the total population rises. These
demographic dynamics are typically slow-moving, very persistent, reacting little to policy
interventions.
Labour productivity growth through structural change has immediate consequences for employment
as it requires workers to move across sectors and jobs. These dynamics in the labour market have
potentially long-lasting effects if workers have difficulties in finding new employment opportunities Structural change for decent work  133
elsewhere. Lack of appropriate skills, limited geographical mobility and missing information
regarding available jobs can create large barriers  to successful job-finding. At the same time,
structural change is central and necessary to increase living standards durably and equitably by
allowing ever more people to benefit from higher productivity levels in more advanced parts of the
economy. In the following, value added per capita growth is broken down for different regions and
over different time periods in order to assess the importance of structural change in growth patterns
and the impact of the crisis in this respect. In the next section, the chapter then aims at analysing the
impact structural change has had on the quality and quantity of jobs in these regions.
Structural change plays a significant role for economic growth in developing regions
Patterns of value added per capita growth have varied widely across regions over the last two
decades (see Figure 51). Nevertheless, some general lessons can be drawn from this regional
comparison.
A first lesson is that gains in labour productivity within sectors are the main driver of
growth. In particular, labour productivity growth in industry and services play an important role for
aggregate economic growth. Productivity increases in industry have been particularly important in
East Asia, whereas service sector productivity growth has played a larger role in most other regions,
particularly in South Asia. On the other hand, productivity improvements in agriculture figure least
prominently among the three broad sectors in most regions. Often, this is due to the relatively small
size of the agricultural sector compared with industry and services, which decreases the scope at
which agriculture can contribute to growth.
Second, in comparison with the contributions of labour productivity improvements within
sectors, productive structural change has quantitatively played a less important, but still quite
considerable role for growth in many regions, confirming earlier findings in the literature (Kucera
and Roncolato, 2012; McMillan and Rodrik, 2011). Structural change has contributed significantly to
economic growth especially in East Asia, South Asia, South-East Asia and the Pacific and SubSaharan Africa. The importance of sectoral reallocation has typically been smaller in Latin America
and the Caribbean, the Middle East and North Africa. In contrast, Central and South-Eastern
Europe has experienced significant productivity gains due to structural change only in 1999–2007,
but not much before and after this period. For the Developed Economies region, productive
structural change is negligible, which is explained by the marginal role that agricultural employment
plays in this region.
Third, labour market and demographic components of value added per capita growth – the
employment-to-population rate, the labour force participation rate and the share of working-age to
total population – tend to be less important drivers of growth, but can become important at times.
In the Developed Economies region, the strong rise in unemployment and the resulting drop in
labour force participation due to discouragement during the crisis slowed down economic growth
significantly. In South Asia, labour force participation has contributed negatively to value added per
capita growth as women were dropping out of the Indian labour market in 2005–10 (Kapsos and
Silberman, forthcoming). In the Middle East, growth patterns are dominated by demographic
dynamics.
Over the coming years through 2017, value added per  capita growth is projected to be
largely driven by improved labour productivity in the services sector for most regions. This is
particularly the case for the Developed Economies, Central and South-Eastern Europe, South Asia Structural change for decent work  134
and Latin America and the Caribbean. Economic growth in East Asia and South-East Asia and the
Pacific is projected to entail large contributions of labour productivity improvements within services
and also within industry. Considering that these two regions are expected to be among the fastestgrowing regions in the world points to the importance of industrialization in the development
process. But also productive structural change is going to matter a lot for growth in these regions,
according to our projections. In Sub-Saharan and North Africa, economic growth when considered
in per capita terms remains relatively weak with no particular driver outstanding and pushing growth
upwards. Also the Middle East is projected to grow only modestly, with a growth pattern dominated
by labour productivity improvements within industry.Structural change for decent work

lunedì 21 gennaio 2013

Mafia-Stato la trattativa continua ora


- di Antonio Mazzeo -

Trattative per evitare attentati, trattative per difendere il potere politico, trattative per instaurarne uno nuovo. Difficile, in tutti questi anni, distinguere fra chi – fra gli uomini dello Stato – trattò “a fin di bene” e chi per fini eversivi. Comunque le trattative ci furono – e questo ormai non lo nega più nessuno – e uno dei principali “ambasciatori” fu il boss dei boss messinese, Rosario Cattafi. Che adesso sta continuando a “trattare”, riempiendo cartelle su cartelle… 
Un immenso cratere in autostrada, allo svincolo per Capaci. Il gran botto in via d’Amelio, carcasse d’auto e corpi straziati. Poi le bombe e le stragi a Roma, Firenze, Milano. L’offensiva mafiosa, la sapiente direzione strategica delle centrali del terrore. E la trattativa degli apparati infedeli dello Stato. Sino alla capitolazione: la seconda repubblica di matrice neoliberista, i nuovi interlocutori politici all’ombra del biscione, il colpo di spugna sul carcere duro per boss e gregari. Vent’anni di segreti e veleni, una tragedia infinita su cui indagano senza sosta tre Procure. Per inchiodare i mandanti dal volto coperto, esecutori e protettori, spie e doppiogiochisti. Nonostante i non ricordo di ex ministri e presidenti. Sui presunti registi e intermediari della trattativa tra Stato e Antistato girano nomi eccellenti.
Alcuni sono deceduti e non potranno fornire chiarimenti né difendersi. I Pm di Palermo nutrono forti sospetti sull’allora capo della polizia Vincenzo Parisi. E sull’alto dirigente del Sisde, il servizio segreto civile, Bruno Contrada. Nella black list c’è pure l’ex capo dei Ros dei Carabinieri e direttore del Sisde,Mario Mori. O l’ex ministro Calogero Mannino che, secondo gli inquirenti, avrebbe esercitato “indebite pressioni finalizzate a condizionare in senso favorevole a detenuti mafiosi la concreta applicazione del 41bis”. E nel novembre ’93, fu deciso di non rinnovare il carcere duro a 326 mafiosi, 45 dei quali ai vertici di Cosa nostra, ‘ndrangheta, Camorra e Sacra corona unita.
Gli inquirenti ipotizzano che tra i consiglieri dell’ammorbidimento del regime detentivo nei confronti della criminalità organizzata c’era l’allora vicecapo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) Francesco Di Maggio, il magistrato tutto d’un pezzo scomparso prematuramente nel 1996, noto per l’inchiesta sulla scalata criminale di Angelo Epaminonda “il Tebano”, il re delle bische e della droga di Milano, convertito in collaboratore di giustizia. Dopo un breve e travagliato periodo all’Alto commissariato antimafia, Di Maggio aveva preferito trasferirsi a Vienna per fare da consulente giuridico dell’agenzia antidroga delle Nazioni Unite. Poi, nel ’93, inaspettatamente, veniva chiamato a Roma per assumere l’incarico di supervisore delle carceri italiane. Ciò ha insospettito i Pm palermitani: senza alcuna competenza specifica per quel ruolo, Di Maggio non era magistrato di corte d’appello, titolo richiesto dalla legge. Per aggirare l’ostacolo fu nominato consigliere di Stato. Chi e perché lo volle alla guida del Dap? “L’ho scelto io”, ha spiegato Conso. “Era una persona che andava un po’ in televisione, quindi era combattivo, attivo, era un esternatore e mi era parso molto efficace”. Di diverso parere l’allora capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Adalberto Capriotti. “Ebbi l’impressione che a Conso, a sua volta, Di Maggio gli fu imposto”, ha raccontato. E i rapporti tra il guardasigilli e il magistrato erano tutt’altro che idilliaci..................................


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domenica 20 gennaio 2013

17/01/2013
Nasce la psicologia sostenibile. L'Ordine degli Psicologi della Lombardia e l'Assessorato alle Politiche Sociali e Cultura della Salute del Comune di Milano inaugurano un nuovo modo di fare psicologia.  
Milano, 17 Gennaio 2013 – E’ stato firmato oggi presso la sede OPL il Protocollo d’intesa tra l’Ordine degli Psicologi della Lombardia e l’Assessorato alle Politiche Sociali e Cultura della Salute del Comune di Milano per l’avvio di un servizio di Psicologia sostenibile per le fasce di popolazione meno abbienti. L’importante accordo si inserisce nel piano di sviluppo del welfare del Comune di Milano: in base al documento i due Enti avviano “un proficuo rapporto di collaborazione per garantire alla città l’indispensabile supporto delle competenze psicologiche”.
L’iniziativa, prima ed unica in Italia, non prevede impegni economici ma, oltre alle attività operative, include importanti dichiarazioni di principio che riconoscono da parte del Comune di Milano il ruolo degli Psicologi come professionisti della cura della mente, e sanciscono la necessità per i cittadini di un’offerta sociale di salute non solo fisica ma anche psicologica.
Il Protocollo d'Intesa è stato siglato da Mauro Grimoldi, presidente OPL e da Pierfranceso Majorino, assessore alle Politiche Sociali e Cultura della Salute del Comune di Milano.
A Milano le liste d’attesa per i servizi di tipo psicologico e psicoterapeutico pubblici variano da 30 giorni a 6 mesi a seconda delle strutture (ASL, servizi ospedalieri). Salvo rare eccezioni, nel Servizio Sanitario Nazionale in Lombardia è possibile usufruire solo di percorsi psicologici brevi, di durata non superiore a qualche mese/un anno, mentre una presa in carico psicoterapeutica di maggiore durata non è più prevista. Ciò comporta che chi necessita di una psicoterapia e non ha la possibilità economica di rivolgersi ad un professionista privato, non ha di fatto nessun servizio a disposizione. Una situazione di questo tipo impedisce, tra l’altro, una presa in carico tempestiva e preventiva di soggetti o famiglie che vanno così incontro a una possibile cronicizzazione del disturbo, con il rischio, talvolta, di esiti anche drammatici o comunque invalidanti per la persona.
La Psicologia sostenibile e gli “Psicologi per Milano”
In base a queste premesse, l’OPL e l’Assessorato alle Politiche Sociali e Cultura della Salute si impegnano a mettere in atto iniziative per promuovere servizi di carattere psicologico “sostenibili”, ossia accessibili in particolare per fasce di popolazione in difficoltà economica, in regime sussidiario al Servizio Sanitario Nazionale.
Nel corso del 2012, l’Ordine ha realizzato in proposito una ricerca sugli enti privati e del privato sociale che si occupano di “Psicologia sostenibile” e che desiderano promuovere delle offerte per i cittadini. L’indagine ha coinvolto circa 50 servizi privati e del privato sociale, di cui sono state prese in esame le modalità, sia tecniche che finanziarie, attraverso le quali il servizio viene reso disponibile all’utenza, cercando di operare una riflessione di ampio respiro su cosa si intende per sostenibilità per il cittadino, quali sono le strategie per garantirla e con quali criticità. Tale ricerca ha costituito la base per l’avvio del servizio, denominato“Psicologi per Milano”, che intende realizzare una rete di servizi caratterizzati da sostenibilità economica, flessibilità di intervento, orientamento al sociale e radicamento territoriale.
In seguito alla pubblicazione di un avviso pubblico, gli enti con sede sul territorio di Milano che ritengono di possedere i requisiti stabiliti dal Comune potranno fare richiesta per entrare nell’elenco di chi erogherà questa tipologia di servizi. Il Comune stesso, sulla base delle caratteristiche e della disponibilità offerta dagli enti, si occuperà di inviare loro i pazienti, che si trovino in una situazione di disagio economico e che necessitino di una presa in carico, utilizzando un database messo a punto dall’Ordine, consultabile attraverso chiavi di ricerca.
Tale database sarà comunque a disposizione del cittadino sul sito del Comune di Milano tramite un link all’Ordine degli Psicologi della Lombardia.
Gli enti, dal canto loro, metteranno a disposizione una quota di prestazioni a prezzi calmierati e una quota a titolo gratuito. Il numero minimo di queste prestazioni verrà stabilito proporzionalmente alla grandezza dell’ente stesso, ma si stima fin da ora di poter garantire da subito almeno 200 prese in carico gratuite,competenti e continuative ai cittadini milanesi che versano in stato di bisogno.
L’Ordine Psicologi della Lombardia, secondo gli accordi, avrà la funzione di garante nei confronti degli enti che presenteranno domanda per offrire servizi caratterizzati in tal modo.
L’erogazione di questo tipo di prestazioni non ricadrà in alcun modo sul singolo psicologo: sarà l’ente a farsi carico, con le risorse che riterrà opportune, del costo del servizio erogato. Per queste prese in carico, inoltre, non saranno previste limitazioni di tipo temporale e verrà garantita la continuità del rapporto con l’operatore.
Mauro Grimoldi, presidente OPL, afferma che: “questo accordo, ampio ed estremamente innovativo, riveste per noi e per l’intero mondo della Psicologia un’importanza notevole. Ringraziamo soprattutto l’Assessore Majorino che ha fattivamente collaborato per la realizzazione di questa intesa. La sfida è sulla sperimentazione concreta di forme nuove di collaborazione tra pubblico e privato sociale come strumento per fare fronte comune alla crisi. Il che significa valorizzare l’offerta di chi oggi si propone come titolare di competenze utili, chiedendo a costoro un atto di responsabilità specifico e mirato verso i cittadini in condizione di crisi. Noi psicologi usciremo da questa esperienza modificati da un rinnovato orientamento al sociale e Milano, grazie a questa sinergia. sarà in grado di offrire gratuitamente e a costi agevolati la cura psichica in situazioni ‘limite’ a soggetti individuati dal Comune talora anche con interventi territoriali. E domani abbiamo in mente di aprire questo modello ad altre città lombarde”.mantova

A CURA DI LUIGI BOBBIO A più voci Amministrazioni pubbliche, imprese, associazioni e cittadini nei processi decisionali inclusivi

orso castano : in Italia c'e' chi continua ostinatamente a proporre il "decisionismo", cioe' la possibilita' per chi governa di poter prendere decisioni infischiandosene della dialettica parlamentare per non rallentare i tempi decisionale e gli effetti delle decisioni. Gia  Luigi Bobbio figlio di  Norberto,  aveva affrontato questo problema con ricerche ed osservazioni acute. Le riportiamo osservando che la dialettica democratica sara' piu' lenta ma e' a tuttoggi un sistema decisionale efficiente, forse il piu' efficiente . B. e chi sta con lui dovrebbe capirlo!! Al Fascismo non si torna!!

A PIU' VOCI......clicca x..link..Con quali esiti. Che cosa possiamo aspettarci e come possiamo valutare i risultati raggiunti1. Questa classificazione è in parte tratta da L.Susskind, J. Cruikshank,Breaking the Impasse .ConsensualApproaches toResolving Public Disputes,Basic Books, 1987, che
indicano quattro proprietà dei processi decisionali inclusivi: efficiency,fairness, stability e wisdom.
Decisioni migliori
Benché spesso si pensi che decidere in molti comporti decisioni peggiori (cattivi compromessi, perdita di tempo, paralisi decisionale,accordi spartitori, ecc.), in realtà esiste la possibilità (purtroppo non
la certezza) che le decisioni finali possano essere migliori con riferimento ad almeno cinque aspetti
. I processi inclusivi possono infattI produrre decisioni:
• più efficienti, in quanto permettono di raggiungere una soluzione
con tempi e costi contenuti;
• più eque, in quanto permettono che tutti gli interessi coinvolti
siano egualmente considerati;
• più sagge, in quanto favoriscono l’invenzione di soluzioni innovative che tengono conto di tutti i possibili punti di vista;
• più stabili, in quanto chi ha partecipato al processo non avrà
ragione di premere per un loro cambiamento;
• più facili da attuare, in quanto incontreranno minori opposizioni.
Decisioni più efficienti: il problema dei costi e dei tempi
Un processo decisionale può essere considerato efficiente se riesce a giungere al risultato finale con un impiego non eccessivo di tempo edi risorse. Un processo efficiente non dovrebbe durare all’infinito e non dovrebbe consumare troppe energie e troppo denaro. L’idea che i processi inclusivi possano essere più efficienti può sembrare paradossale. È infatti evidente che essi richiedono risorse aggiuntive rispetto
ai processi ordinari, sia in termini di costi vivi per le amministrazioniche li promuovono (per esempio per la comunicazione o per i servizi di facilitazione o di accompagnamento), sia in termini di costi indiretti (per esempio, le maggiori energie profuse dagli apparati amministrativi). E, inoltre consumano tempo: quando mettiamo intorno aun tavolo persone molto diverse dobbiamo dare loro la possibilità di
conoscersi e di prendere confidenza con il tema sul tappeto. Nei processi inclusivi ci vuole pazienza.
E allora come facciamo a dire che possono essere più efficienti? Innanzi tutto perché le risorse aggiuntive (che indubbiamente sono necessarie) possono essere ragionevolmente tenute sotto controllo. I processi inclusivi, lo abbiamo visto, non vengono lasciati allo stato brado, ma sono strutturati entro precise cornici. Possiamo prevedere, in linea di massima, quanto dureranno e quanto costeranno. Chi progetta un processo inclusivo è in grado, di solito, di formulareun preventivo. Alcune tecniche hanno una durata prefissata e molto
circoscritta. Un’esperienza di Open Space (vedi capitolo 6) non puòdurare più di una giornata (e richiede qualche settimana per esserepreparata). Le giurie di cittadini (vedi capitolo 7) durano di solito
uno o due week end e richiedono qualche mese di preparazione. Di per sé queste esperienze sono momenti di un processo più ampio e più lungo: ma nel complesso l’ammontare delle risorse da impiegare
è calcolabile.Ovviamente non è sempre possibile rispettare integralmente i costi e
i tempi preventivati (una certa elasticità, al contrario, è altamente auspicabile), ma non ci troviamo mai in una situazione del tutto fuori controllo. I costi vivi, del resto, non sono mai esorbitanti .In secondo luogo, se è vero che i processi tradizionali possono durare e costare di meno, per fare un confronto bisogna mettere nel
conto anche i costi e gli intoppi che sopravvengono dopo che la decisione (tradizionale) è stata presa. Tutti conosciamo casi di decisioni complesse che, una volta adottate formalmente (per esempio da una
delibera di giunta o di consiglio), incontrano difficoltà di ogni tipo in sede di attuazione e spesso devono essere modificate o addirittura abbandonate. Per esempio, la maggior parte di decisioni che riguardano la localizzazione di discariche o di inceneritori va incontro a quePiani di accompagnamento sociale
I costi per un piano di accompagnamento sociale in un quartiere pubblico tra i 300 ed 600 alloggi possono essere compresi tra i 110 e 130 mila euro all’anno (compresa la gestione di un Punto).
Eventi pubblici
Gli eventi sono molto difficili da quotare perché i budget variano con molti fattori. Un intervento di rilevanza
locale, tipo una festa di quartiere con animazioni, si aggira sui 10 mila euro. Un evento di rilevanza cittadina
(concerto, spettacolo, installazione, ecc.) costa invece da un minimo di 50 mila ad una media di 100 mila euro.
Open Space Technology
L’organizzazione di un Open Space, comprensiva di fase preparatoria e di report istantaneo, costa all’incirca 20 mila euro, a cui si devono aggiungere le forniture (postazioni computer, catering) e i mezzi di comunicazione (sia per lanciarlo che, eventualmente, per valorizzarlo) che variano con l’ampiezza del pubblico a cui è rivolto (quartiere, città, provincia, ecc.) Progettare la candidatura di un Contratto di Quartiere La varietà dei bandi usciti a scala nazionale è enorme, da 10 mila a 100 mila euro, per periodi da 1 a 6 mesi di lavoro, indipendentemente che la candidatura richiedesse fasi di progettazione partecipata o meno.Per un buon lavoro di redazione, comprensivo di progettazione partecipata (indagine più laboratori) si va da 30 a 40 mila euro comprese le indicazioni progettuali.
Giuria di cittadini
Una giuria di cittadini può costare, tutto compreso, dai 20.000 ai 40.000 euro.
Il progetto “Non rifiutarti di scegliere”Un progetto complesso come “Non rifiutarti di scegliere” varato dalla Provincia di Torino per la scelta condivisadi impianti per lo smaltimento dei rifiuti ha richiesto circa 150 mila euro per quasi due anni di lavoro.
Scheda 1.......... Ma anche altri tipi di decisioni, tendono ad essere contestate e messe in discussione, dopo che sono state ufficialmente prese.In questi casi i tempi (e i costi) si dilatano a dismisura e in modo incontrollabile. È infatti molto difficile riprendere il cammino dopo che una scelta, già adottata, si sia rivelata impraticabile. Al contrario nei processi inclusivi, le difficoltà vengono anticipate e i possibili oppositori vengono coinvolti. Essi si basano su questo precetto: “perdere tempo prima, per guadagnarne dopo”.Va anche aggiunto che nei processi ordinari di decisione è molto difficile tenere sotto controllo i tempi. Si tratta di processi che non vengono esplicitamente pensati e progettati, che non sono espressamente assistiti da registi, facilitatori o mediatori e pertanto possono facilmente incepparsi, soprattutto quando si manifesta qualche forma di conflitto politico. I tempi della mediazione politica tradizionale possono essere lentissimi (anche perché non si servono di alcun metodo): la questione da risolvere può attendere mesi o anche anni, prima che si determinino le condizioni adatte. Viceversa i processi inclusivi hanno il vantaggio di essere strutturati e accompagnati. Possono oltrepassare le scadenze previste, ma è difficile si protraggano in eterno.
Decisioni più eque .Questo aspetto, a differenza del precedente, è intuitivo e non ha bisogno di particolari spiegazioni. Se tutti i possibili stakeholder hanno accesso al processo in condizioni di parità ed hanno la concreta facoltà di far valere i propri punti di vista e le proprie ragioni senza alcuna restrizione, è probabile che i risultati raggiunti saranno percepiti come equi da tutti i partecipanti.
PROVINCIA DI TORINO. PROGETTO “NON RIFIUTARTI DI SCEGLIERE”
Il processo inclusivo per l’individuazione di due siti in cui localizzare una discarica e un inceneritore, con la partecipazione di tutte le comunità interessate, doveva durare 11 mesi: da marzo 2000 a gennaio 2001. Si è invece protratto fino a dicembre 2001, con una durata complessiva di 21 mesi. Al termine del processo sono state fornite due graduatorie (condivise!) dei siti per la discarica e per l’inceneritore.
Per diversi motivi (che riprenderemo nella scheda 2 del prossimo capitolo), il mondo politico torinese non
accettò la graduatoria per l’inceneritore e scelse di riaprire la ricerca che si concluse ufficialmente solo nel dicembre 2003, con l’individuazione di un sito (su cui però, mentre scriviamo – giugno 2004) esistono ancora numerose contestazioni.
In sintesi:
Processo inclusivo e strutturato: 21 mesi (marzo 2000 – dicembre 2001)
Intermezzo: 4 mesi (gennaio 2001 – aprile 2001)
Processo politico tradizionale non strutturato: 32 mesi (maggio 2001 – dicembre 2003).
Testimonianza di Luigi Bobbio
Scheda 2 
Tempi a confronto. Un esempio
CON QUALI ESITI
Se il processo è aperto e condotto in modo imparziale, i risultati si presenteranno come equi. Si tratta ovviamente di un aspetto fondamentale: accade spesso che le decisioni pubbliche tradizionali vengano accusate di essere inique nei confronti di qualche gruppo sociale o di qualche individuo, per il solo
fatto che quel gruppo o quell’individuo non è stato coinvolto per tempo nel processo di decisione.
Decisioni più sagge: attenzione alla deriva distributiva Il processi inclusivi possono produrre decisioni più sagge. Questa è la vera scommessa. Ossia la capacità di risolvere i problemi attraverso
soluzioni ricche o complete, grazie al fatto che sono in grado di integrare, in modo creativo, tutti i possibili punti di vista e tutti i possibili interessi. Per fare un esempio, noi possiamo considerare saggio
un progetto di riqualificazione di una piazza che tenga conto, contemporaneamente, delle esigenze dei residenti, dei commercianti, degli automobilisti, dei ciclisti, dei genitori che hanno bambini piccoli, dei proprietari di cani, degli anziani, dei giovanissimi e degli investitori privati. Mentre considereremmo meno saggio un progetto che affrontasse lo stesso problema considerando soltanto alcune di quelle esigenze, sacrificandone altre. È possibile integrare tra di loro quelle diverse esigenze, che in prima battuta possono anche presentarsi come contrastanti? I ragionamenti che abbiamo svolto nei capitoli 5, 6 e 7 ci dicono che non è affatto impossibile. È una scommessa che può essere vinta. Dobbiamo però anche dire che il successo non è affatto assicurato. I processi inclusivi possono anche generare soluzioni eque, ma poco
sagge. Il loro principale inconveniente consiste infatti nella possibilità di dare luogo a cattivi compromessi (o compromessi al ribasso) e a soluzioni di tipo opportunistico e distributivo (del tipo: se ci sono in
palio tot milioni di investimento pubblico, dividiamoli equamente tra i partecipanti in modo che ciascuno abbia la sua fetta della torta): si tratta di risultati che soddisfano tutti, ma non producono un vero
bene comune. Un conto, per esempio, è utilizzare una somma data per costruire un grande ponte allo scopo di collegare diversi comuni che si trovano sulle due rive di un fiume. Un altro conto è ripartire quella
somma tra i diversi comuni per costruire quattro piccoli ponti. Nel secondo caso la soluzione è equa, ma probabilmente è poco saggia. Nei processi inclusivi, la deriva distributiva è sempre in agguato.
Molti studiosi hanno criticato proprio per questo le esperienze dei patti territoriali, in quanto spesso si sarebbero risolti, secondo loro, in accordi di tipo spartitorio (in palio c’erano i 100 miliardi di vecchie
lire, stanziati dal governo) che non hanno creato alcun vera risorsa aggiuntiva a favore della collettività
Si può contrastare la tendenza ad accontentare tutti senza creare nessun valore aggiunto per la collettività? I metodi e le tecniche che abbiamo proposto nei capitoli precedenti hanno proprio questo scopo. Aiutano le persone a non fermarsi sui loro interessi più immediati e le incoraggiano a guardare lontano (vedi capitolo 6). Cercano di evitare il confronto posizionale e inducono i partecipanti a indagare sui loro veri interessi (vedi capitolo . Riuscirci non è facile. Ma si tratta sicuramente della scommessa più importante (e affascinante).
Decisioni più stabili e più facili da attuare Se tutti gli stakeholder sono stati effettivamente coinvolti e sono arrivati a un risultato condiviso, nessuno di loro avrà interesse a mettere in discussione la soluzione raggiunta. La decisione sarà quindi stabile e non correrà il rischio di essere ribaltata. Per lo stesso motivo, non
dovrebbero sorgere particolari intoppi nel processo di attuazione. Chi ha sottoscritto un accordo o si è riconosciuto nel risultato comune, sarà indotto a una maggiore responsabilità. Questa è, del resto, la principale ragione, di carattere pratico, che spinge le amministrazione a coinvolgere gli stakeholder. Molto spesso, infatti, le amministrazioni non sono mosse dall’ambizione di raggiungere soluzioni migliori (o
più sagge), ma semplicemente dall’esigenza di prevenire possibili opposizioni e di arrivare a un punto fermo, qualsiasi esso sia. Può naturalmente succedere che una scelta condivisa sia messa successivamente in discussione. Ci possono essere gruppi che si sono rifiutati di partecipare proprio per tenersi le mani libere. Può accadere che alcuni dei partecipanti siano indotti a cambiare idea dalle pressioni della loro base o da qualche evento inatteso. In generale, però, come rileva il sindaco di Bruino “quelli che non hanno partecipato – per loro scelta – o che si sono trovati in minoranza non hanno poi potuto essere particolarmente aggressivi contro l’amministrazione, quando si sono operate scelte che scaturivano da indicazioni collettive. Anche quando vi sono state reazioni piuttosto accese da parte di qualcuno, per noi amministratori è stato molto più facile controbattere e giungere a soluzioni concordate”
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Empowerment: ovvero imparare a camminare con le proprie gambe Uno degli obiettivi (indiretti, ma fondamentali) dei processi inclusivi è proprio l’empowerment: una parola difficile da rendere in italiano,
perché non significa soltanto “attribuire o delegare potere” (in senso formale), ma anche “mettere le persone in condizioni di esercitarlo”. Potremmo tradurlo con l’espressione: “imparare a camminare con le
proprie gambe”. Esistono svariati casi di processi inclusivi che hanno generato
effetti di questo genere. Ci sono stati per esempio contratti di quartiere, nati per migliorare la situazione edilizia e sociale, in cui, una volta concluse le azioni previste, gli abitanti hanno dato vita a un’agenzia
permanente per lo sviluppo del loro quartiere o per la gestione degli spazi verdi. In alcuni Progetti di Riqualificazione Urbana (Pru) gli inquilini delle case popolari si sono organizzati per gestire in proprio
la manutenzione degli spazi comuni, ricevendo una specifica delega dall’Ente preposto. Anche molti patti territoriali si sono conclusi con la costituzione di Agenzie per lo sviluppo che hanno proseguito la
loro opera anche dopo che i finanziamenti del patto erano stati erogati. In tutti questi casi è soprattutto importante quello che rimane quando l’esperienza di partecipazione si è conclusa (vedi scheda 4),
quello che succede dopo. Uno dei precetti della nuova amministrazione post-burocratica, secondo Osborne e Gaebler..................

Protesta di medici ad Atene.Catastrofe umanitaria innescata dai tagli alla Sanità

orso castano : mentre i nostri politici "preparano il nostro avvenire" , sopratutto il PD e Monti, guardiamo alla grecia ed alla Troika......potremmo in Italia fareb la stessa fine!!


D reportage Un milione di malati in fila greci curati dalle Ong internazionali Calash•ofeumanitariainnescatadai taglialla Sanità Introvabili oltre 100 medicinali di prima necessità, bloccati i rifornimenti dall'estero Doctors of the world: prima venivano solo immigrati, ora il 50% sono locali DAL NOSTRO INVIATO ETTORE LIVINI ATENE — Helena Dimitriadis e ilsuo belpancione («disettemesi, due gemelli!») oggi ce l'hanno fatta. «I novecento euro da pagare per esami e parto non ce li ho», si scusa lei. Così stamattina si è alzata alle 6.30, ha preso il tram dal Pireo e adesso è in pole position («devo fare la flusso-metria dopplen») tra i fantasmi della sanità greca in coda sotto il tiepido sole ateniese davanti alla porta dell'ospedale di Doctors of the World, ad Atene. Il serpentone umano dietro di lei è colorato elungo. Duecento persone in paziente attesa di un a visita o di una vaccinazione gratuita nella clinica della Ong, l'avamposto di quegli 1,2 milioni di "dannati" che — per il solo peccato di essere disoccupati da piùdi un anno inGrecia (einEuropa) — hanno perso il più elementare dei diritti: quello alla salute. Un esercito invisibile senza mutua, cure e medicinali se non a pagamento. «Vede la gente là sotto? — dice amaro dal suo studio Nikitas Kasaris, responsabile di Doctorsofthe World—. E' una catastrofe umanitaria. Ogni giorno la coda è più lunga. Siamo sull'orlo delcracsociale». LaTroika ha acceso i fari sulla tragedia del bilancio ellenico. Ma lontano dai riflettori della crisi finanziaria «si sta consumando una tragedia silenziosa» dove i danni non si contano in euro ma in vite umane. Soldi, nel paese, non ce ne sono più. «Ed essere poveri e malati nella Grecia di oggi è un'Odissea», assicura quello che qui tutti chiamano l'angelo di Atene. L'austerity ha costretto il governo a ridurre da 15 a 11,5 miliardi in tre anni i fondi perla sanità. Obiettivo ufficiale: ridurre gli sprechi in un sistema dove per farsi operare bisognava pagare una "falekaki" (alias mazzetta) tra 150 e 7.500 euro (dati Transparency International) e dove le forniture ospedaliere costavano quasi il doppio del resto dell'Europa. I risultati sono stati però differenti. «Abbiamo innescato una bomba ad orologeria pronta a scoppiare», dice Katerina Kanziki, 25enne infermiera volontaria alla clinica di Psiri. «Le nostre farmacie hanno finito le scorte di 100 medicinali di prima necessità tra cui insulina e ipertensivi» ha annunciato venerdì l'associazione panellenica di settore. «Abbiamo esaurito gli anti-retrovirali per i malati di Aids enon ci sono soldi per ordinarli», hanno scritto al ministero della salute i medici dello Tzaneio al Pireo. «Noi siamo senza siringhe, guanti chirurgici e coto ne per op erare la gente», snocciola Thomas Zelenitas, rappresentante dei dipendenti dell'ospedale Geniko Kratico. Appelli destinati a cadere nel vuoto: lo Stato versa in ritardo di mesi gli stipendiai medici e molte multinazionali (la Merck l'ha fatto persino con un anti-cancro) hanno sospeso o rallentato le forniture di farmaci perché la Grecia, in arretrato di 2 miliardi, non onora i suoi debiti sanitari. Il risultato è scontato: festeggiano virus e parassiti (nell'Est dell'Attica è ricomparsa dopo decenni una forma endemica di malaria) e pagano i più deboli. «Tre anni fa da noi venivano solo immigrati—calcola Kasiris. Oggi il 50% dei pazienti di Doctors of the World è greco». Christos Kasirs, appoggiato al suo bastone di ciliegio di fronte alla farmacia di piazza Dragatsaniou ad Atene, è una delle vittime collaterali di questo disastro. «Guardi qua — borbotta aggrottando le sopracciglia bianche— 75 euro per 12 pastiglie». Lui degli antiartritici non può fare a meno («senza, non riesco nemmeno ad alzarmi dalla poltrona...». Il problema è che la ricetta della mutua che ha in tasca ècarta straccia. Il governo non rimborsa le farmacie. E loro, per rappresaglia, fanno pagare il prezzo pieno ai clienti. «Non ho scelta! — dice Maria Hatzid i mitriou, farmacista con i capelli rossi e gli occhi color ghiaccio che ha fatto strapagare gli antiartritici aChristos—. Cosa crede? Spiace anche a me. E a chi ha bisogno davvero facciamo credito. Lo Stato mi deve 40mila euro. Se va avanti così, chiudo». Come è successo a cento suoi colleghi che negli ultimi mesi si sono visti sequestrare il negozio dalle banche. «E' vero, le cose vanno male. Ma stiamo provando a rimettere in piedi un sistema al collasso — dice dal suo ufficio vista Egeo Michael Theodorou, numero uno di Evangelismos, l'ospedale più grande del Paese—. Guardi i nostri conti: nel 2009 spendevamo 157 milioni l'anno, oggi siamo a 113 senza aver tagliato servizi e qualità». Un miracolo? No, basta andar giù di forbice dove gli sprechi sono più evidenti. «Fino a tre anni fa il corpo medico prescriveva i farmaci più costosi e incassava sottobanco le mance delle compagnie farmaceutiche», racconta in corridoio uno dei più noti fisioterapisti dell'istituto. Oggi si comprano i medicinali on line, privilegiando i generici, e i risultati si vedono: «Il costo dei farmaci è crollato in due anni da 39 a 26 milioni malgrado i pazienti siano cresciuti de120%», conferma Theodorou. Peccato non sia bastato a de *** bellare i "furbetti della corsia". «Che devo fare? Mi hanno ridot to lo stipendio da 1.300 a900 euro — ammette un pediatra dell'ospedale — e ho il mutuo da pagare. Non ho scelta, curo in nero molti più pazienti di prima!». Vecchia storia. Quando gli agenti del fisco di Atene hanno passato ai raggiXi 150 primari di Kolonald, il quartiere più elegante della capitale, hanno scoperto — senza sorprendersi più di tanto—che più della metà dichiarava meno di 30mila euro l'anno. Pagassero le tasse pure loro, forse i gemelli di Helena potrebbero dawero sperare di vivere in un Grecia migliore di questa.
I numeri 11,5 mld TAGLI PROGAMMATI La Troika ha imposto che le spese per la Sanità scendano da 15 miliardi a 11,5 miliardi in tre anni 2mld DEBITO MEDICINALI Merck e le altre società farmaceutiche vantano crediti con Atene per oltre 2 miliardi di euro 30 mila EVASIONE TRA I MEDICI Attività in nero prospera anche tra i medici: i primari di Atene denunciano meno di 30 mila euro di reddito ***