mercoledì 18 febbraio 2009

succede a Torino (e non solo)

I dentisti costano troppo e i poveri fanno la fila dai medici senza laurea , da Cronaca qui' del 18/2/09 TORINO 18/02/2009 - Facevano i dentisti ma non lo erano. Eppure, dietro la porta dei loro gabinetti medici c’era la fila. Prezzi stracciati per un ponte o per la pulizia dei denti ma anche tariffe popolari per veri e propri interventi chirurgici delicati...........Tutte le persone denunciate non erano in possesso della laurea specialistica ma solo del titolo da odontotecnico, il vecchio “meccanico dentista”. «Le indagini hanno consentito di far emergere un quadro di illegalità desolante, quanto variegato - ha sottolineato il colonnello Cesario -. Partendo dal
abusivo che aveva nascosto la propria attività illecita in essere da oltre 15 anni, grazie ad una porta-attaccapanni scorrevole dietro al quale abbiamo trovato uno studio odontoiatrico con tanto di apparecchiature elettrodiagnostiche, e finendo con chi prescriveva terapie bio-energetiche per la cura di patologie anche gravissime»..................Un capitolo a parte meritano i pazienti che, quasi sempre, sono a conoscenza dell’assenza di titoli da parte dell’odontotecnico. «Ma cosa volete mai - allarga le braccia un pensionato che nella sala d’attesa attendeva diligentemente il suo turno - i dentisti veri costano un occhio della testa e io non me li posso permettere. Lo scandalo è che gli ospedali che posseggono tutte le attrezzature per la cura dei denti sono praticamente inaccessibili. Un servizio pubblico molto utile ma che non funziona. Lo sanno tutti che i dentisti degli ospedali hanno gli studi privati dove indirizzano i pazienti. Anche lì le forze dell’ordine dovrebbero indagare» Orso Castgano : non si e' mai capito perche' i Reparti Ospedalieri di odontostomatologia ed i dentisti dei poliambulatori lavorano a tasso ridotto (quando esistono!) e perche' le vecchie mutue (di trenta anni fa') fornissero le prestazioni dentistiche , anche a rimborso, e le ASL "moderne" no ! Evidentemente l'Assessore alla Sanita' Regionale ritiene che i torinesi masticano davvero poco (la crisi economica debella anche la carie!!) e quindi non c'e' bisogno di cure dentarie.

Una sola ambulanza ogni 90mila persone e mancano i medici , da Cronaca qui' del 18/2/09

E i numeri forniti dalla Fimmg-Es della provincia di Torino (Federazione italiana Medici di Famiglia Emergenza sanitaria) danno questo quadro: «A fronte di 220mila servizi l’anno e 800 chiamate al giorno a Torino, dove la situazione è più preoccupante che fuori, c’è emergenza di mezzi e di personale: ovvero mancano le ambulanze, oltre al personale medico, e le chiamate sono numerosissime»........Il sistema d’emergenza sanitario di Torino e provincia, secondo la Federazione italiana Medici di Famiglia Emergenza sanitaria, meriterebbe di essere rivisto. «Se agli operatori sanitari fosse dato l’opportunità di collaborare all’organizzazione e alla programmazione del servizio d’emergenza, la situazione sarebbe diversa da quella attuale - chiude Fimmg-Es -., ma purtroppo l’intenzione è accentrare tutto e i risultati sono questi, soprattutto in una realtà particolare come quella torinese». ........................Orso Castano : i medici di medicina generale sono davvero generosi : disponibili, naturalmente dietro ricompensa , al Pronto Intervento ! Evidentemente dopo aver lavorato alacremente durante la giornata, non essendo riusciti, nonostante i loro sforzi, ad evitare il ricorso dei loro pazienti all'emergenza , vogliono lavorare ancora di piu' e si offrono a pagamento per l'emergenza..........ammiriamoli!

Salza: pronto il credito per Fiat

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redazione però

lunedì 02 febbraio 2009

La linea di credito per il gruppo Fiat "è quasi pronta, mancano solo dettagli tecnici. L'ammontare complessivo è di 3 miliardi di euro". Lo ha detto il presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Enrico Salza.

"Abbiamo tutto l'interesse - ha detto Salza - a mettere l'azienda nelle condizioni di avere più tempo per riflettere sulle prossime mosse dell'amministratore delegato. Iveco e Cnh non hanno problemi, per l'auto invece si sa che rimarranno pochi attori e quindi bisogna fare in modo che mantenga una presenza in Italia e soprattutto a Torino". Salza ha ricordato il ruolo fondamentale avuto dalla banca per il prestito convertendo alla Fiat. ''E' la prima azienda italiana, le siamo sempre stati vicini. Ha un manager che stimo molto e che ha creato una

giovane e capace", ha aggiunto.

Orso Castano : Salsa (Intesa S. Paolo) ha ragione da vendere .Mi sembra anche corretta la posizione di lasciare autonomia piena all'azienda nella scelta dei dirigenti. La storia di Romiti .......docet

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lunedì 02 febbraio 2009

La linea di credito per il gruppo Fiat "è quasi pronta, mancano solo dettagli tecnici. L'ammontare complessivo è di 3 miliardi di euro". Lo ha detto il presidente del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, Enrico Salza.

"Abbiamo tutto l'interesse - ha detto Salza - a mettere l'azienda nelle condizioni di avere più tempo per riflettere sulle prossime mosse dell'amministratore delegato. Iveco e Cnh non hanno problemi, per l'auto invece si sa che rimarranno pochi attori e quindi bisogna fare in modo che mantenga una presenza in Italia e soprattutto a Torino". Salza ha ricordato il ruolo fondamentale avuto dalla banca per il prestito convertendo alla Fiat. ''E' la prima azienda italiana, le siamo sempre stati vicini. Ha un manager che stimo molto e che ha creato una

giovane e capace", ha aggiunto.

Orso Castano : Salsa (Intesa S. Paolo) ha ragione da vendere .Mi sembra anche corretta la posizione di lasciare autonomia piena all'azienda nella scelta dei dirigenti. La storia di Romiti .......docet

Pillole di longevità

MEDICINA MOLECOLARE : DAL MARIO NEGRI , FARMACI ANTI-IPERTENSIVI ELISIR DI LUNGA VITA (da No'va (Sloe24ore) del 12/2/09  Il segreto di Matusalemme è nella capacità di Spegnere un gene. La notizia arriva dai laboratori del Mario Negri di Bergamo, dove l'equipe coordinata da Ariela Benigni, direttrice del dipartimento di Medicina molecolare, ha osservato che alcuni topi, privati del recettore dell'angiotensina 2, un ormone che regola il tono dei vasi sanguigni e la pressione arteriosa, vivono fino al 30% in più. «Il benefìcio è prodotto non solo da una minore pressione arteriosa osserva Benigni, il cui studio appare nell'ultimo numero del «Journal of clinical investigation», ma anche da una maggiore espressione di Nampt e Sirtuina 3, due dei principali geni della longevità (a cui si aggiunge il recente Fox 03 scoperto su un campione di 300 centenari), che hanno una serie di effetti positivi su tutto il metabolismo». Lo studio bergamasco mostra infatti che gli animali, oltre a invecchiare più lentamente, nel tempo sviluppano anche meno arteriosclerosi, meno danni al cuore, al rene e al cervello perché c'è meno danno ossidativo. «Il gene che controlla l'espressione dei recettori dell'angiotesina 2 si è rivelato un vero e proprio crocevia della durata e della qualità della vita - osserva Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto bergamasco, che in questo caso ha visto la collaborazione anche dei laboratori milanesi, di un medico degli Ospedali Riuniti - e soprattutto un interruttore facilmente modulabile nell'uomo attraverso i farmaci già in commercio».  i topi studiati a Bergamo erano infatti insensibili all'angiotensina 2 fin dalla nascita perché privati dei recettori. Scoperto nei topi: disattivando un particolare gene s'invecchia più lentamente e meglio perché si riduce anche lo stress ossidativo;invece  la via  farmacologica mira ad abbassare il livello dell'ormone. Il gene dei recettori dell'angiotensina 2 è indispensabile nello sviluppo del feto, ma probabilmente non è più così importante nella nostra vita adulta. «L'angiotensina è un'eredità evolutiva che era molto utile ai nostri antenati, i quali dovevano poter reagire rapidissimamente all'assalto di un animale feroce o a un aggressore- osserva Remuzzi —, ma oggi sembra più dannosa che utile per i suoi effetti sia sul cuore che sul cervello. La possibilità di ridurne farmacologicamente la concentrazione nelle nostre cellule diventa quindi una strada estremamente interessante». In realtà, chiariscono subito i ricercatori, è inutile pensare di vivere fino a 150 anni. Gli studi sui modelli animali mostrano che è possibile un allungamento della vita fino al 30 per cento. Nell'uomo corrisponderebbe a 105-110 anni, ma sarebbe difficile spingersi oltre. «La classe delle molecole antagoniste dei recettori dell'angiotensina 2, che potrebbero emulare nell'uomo quello che è stato fatto nei topi con l'ingegneria genetica, è molto ricca - spiega Benigni- Molte sono già commercializzate come generici e alcune sono utilizzate nell'Alzheimer per i loro effetti benefici sul cervello. Un altro vantaggio di questi farmaci è che la loro azione è reversibile. Basta perciò sospenderne la somministrazione per tornare alle condizioni precedenti». Nei prossimi anni la sfida per i ricercatori del Mario Negri sarà spiegare ancora più in dettaglio i meccanismi biologici collegati al gene del recettore dell'angiotensina 2. Un passo fondamentale anche per ritenere pensabile intervenire con la somministrazione di farmaci nell'uomo e permettere  la progettazione di un vero e proprio studio clinico. Conquistare l'eterna giovinezza grazie una sola molecola rimane però un illusione. «L allungamento,  soprattutto il mig!ioramento della salute arriverà probabilmente da un mix genetica e molecole - avverte Benigni -njiìh solo farmaci ma anche principi come il resverasterolo contenuto anche nel vino rosso, di cui si conoscono già i benefici antiossidanti».  GUIDO ROMEO  guidoromeo.nova1oo.ilsole24ore.com

Il boom dei centenari  in 15 anni sono triplicati. Le donne sono molte più degli uomini, in entrambi i casi comunque vengono da famiglie longeve per tradizione di ALESSANDRA RETICO di Repubblica , clicca x link  Capelli bianchi, visi con le rughe, corpi che hanno attraversato un secolo e spesso lo superano. Eccoli i centenari, sempre di più, raddoppiati in dieci anni, triplicati in 15. Il censimento Istat del 2001 li elenca: 6.313. Le stime a gennaio 2005 dell'istituto di statistica schizzano su che è impressionante: 9.269. Agli inizi del Novecento bisognava andarli a scovare con la lente d'ingrandimento: 50 circa (su 30 milioni di abitanti)...........E che gente è: esile ma ossa robuste, testardi, moderatamente innovatori, spiccato senso del sociale e la consapevolezza che il benessere dipende anche da chi ci sta intorno. Non fissati con la palestra, attenti all'ecologia e all'igiene. Molte più donne che uomini, nascono per lo più da famiglie longeve. Il ritratto lo fa l'immunologo Claudio Franceschi, un pioniere nello studio degli over 100. In Italia si vive bene e si campa tanto.

martedì 17 febbraio 2009

"Verità scientifiche? Un'analisi filosofica"

dal blog la scienza marcia e la menzogna globale , clicca

ipersintesi sul pensiero dei filosofi della scienza piu' noti ; molto utili gli altri tre precedenti articoli , sempre sullo stesso blog

......................Il primo in ordine di tempo (almeno fra i più moderni) è A.E. LeRoy, il quale considerava i fatti scientifici come “creazione” di teorie da parte degli scienziati e riduceva le teorie scientifiche a pure convenzioni nominalistiche. La scienza secondo lui non è che una regola d’azione. “Non ci è possibile conoscere nulla, ma siamo imbarcati e costretti ad agire e così, a caso, ci siamo fissati delle regole. È l’insieme di queste regole che si dice scienza. È lo scienziato che crea il fatto scientifico e il linguaggio nel quale egli lo enuncia”. Secondo tale pensatore dell’ottocento è l’occhio dello scienziato che crea il fenomeno da osservare. Per chi conosce la meccanica quantistica e la problematica del rapporto fra fenomeno e osservatore tali scritti appaiono singolarmente preveggenti. Il convenzionalismo è la dottrina secondo cui le leggi e le teorie scientifiche dipendono da un accordo più o meno esplicito tra gli scienziati, sono cioè convenzioni che dipendono dalla loro scelta più o meno libera tra varie alternative di “descrivere” il mondo naturale. L’alternativa scelta non è più vera delle altre, è semplicemente più conveniente. A. S. Eddington (1882-1944, astronomo e fisico) per chiarire il suo pensiero sviluppa l’analogia della “rete da pesca”: se un ittiologo, indagasse sulla fauna marina osservando i tipi di pesci impigliati in una rete con fori ampi 5 cm giungerebbe a due generalizzazioni: la prima è che non esistono animali marini più piccoli di 5 cm, e la seconda che tutti gli animali marini hanno le branchie. Di tale autore potete leggere: The Nature of Physical World (Cambridge, 1928) e The Philosophy of Physical Science, (Cambridge, 1949). W. Bartley (autore del non giustificazionismo) si muove lungo due linee principali. La prima è il tentativo di generalizzare il criterio del già citato Karl Popper di distinzione tra scienza e non-scienza e la costruzione di una teoria della razionalità. Egli individua la tesi per cui ogni discorso “razionale” deve necessariamente partire da un presupposto irrazionalmente accettato, un dogma che vada assunto per fede, e che, come tale, è al di là di ogni possibile critica. Di tale autore potete leggere in italiano Ecologia della razionalità (Armando editore, Roma, 1990) e Come demarcare la scienza dalla metafisica (Borla, Roma, 1983). La sociologia della scienza (anch’essa compresa nell’epistemologia o filosofia della scienza) mette in luce i nessi che esistono fra la situazione socio-economica, l’ideologia dominante e la cultura di un determinato periodo, e lo sviluppo di ciascuna scienza dall’altro lato. Per quanto riguarda gli autori di tale branca della conoscenza si trova quasi tutto in inglese, uno dei testi principali è infatti quello di Bruno Latour e Steve Woolgar, Laboratory Life: The Social Construction of Scientific Facts (Sage, Beverly Hills, 1979). Per fortuna ci sono anche alcuni testi in italiano come quello di P.L. Berger e T. Luckman La realtà come costruzione sociale (Il mulino, Bologna, 1969) e quello di D. Bloor La dimensione sociale della conoscenza (Raffaello Cortina editore, 1994). In qualche modo assimilabile alla sociologia della scienza è il lavoro di Kuhn, un altro studioso alquanto critico nei confronti della scienza, autore fra l’altro del famoso libro La struttura delle rivoluzioni scientifiche (Einaudi, Torino, 1969). Kuhn rilegge la storia della scienza alla luce di un meccanismo ambivalente: le grandi idee innovatrici della scienza che in una certa epoca si affermano e sono alla base del progresso, nell’epoca successiva diventano idee conservatrici che imbrigliano e ostacolano lo sviluppo scientifico. Lakatos, che parte dal lavoro di Kuhn ma porta avanti posizioni più liberali, sostiene che la scienza è una competizione di programmi di ricerca rivali. Di lui potete leggere La metodologia dei programmi di ricerca scientifici e matematici, scienza ed epistemologia, Scritti filosofici I-II (Il saggiatore, Milano, 1985). P. K. Feyerabend, sostiene che l’anarchismo, pur non essendo forse la filosofia politica più attraente, è senza dubbio una eccellente medicina per l’epistemologia e la filosofia della mente. Le sue critiche al sistema scientifico sono aspre, ironiche e ben argomentate. Di lui potete leggere ad esempio Contro il metodo, Feltrinelli editore, Milano 1979 (ormai reperibile solo nelle biblioteche), La scienza in una società libera (Feltrinelli editore, Milano 1981), Dialogo sul metodo (Laterza, 1989). Infine, dato che mi sono molto occupato del problema tema delle cosiddette “scienze umane” e della psichiatria, è il caso di fare un cenno allo psichiatra fenomenologo Alfredo Civita che porta avanti un discorso di critica alquanto radicale ai concetti della psichiatria ufficiale, al concetto di malattia mentale, alla cura farmacologica del disagio psichico. Pur non essendo in sintonia con tale autore lo cito come uno degli esempi di critica interna alla psichiatria stessa. Di lui si può leggere Introduzione alla storia e all’epistemologia della psichiatria (Guerini e associati, 1996).

I territori d’eccellenza contro la crisi (clicca x link)

Sono 161 le realtà territoriali italiane d’eccellenza, individuate dal Censis, in grado di guidare la reazione alla crisi. I comprensori d’eccellenza annoverano 71 territori produttivi industriali e 65 aree (clicca x CENSIS)  dell’accoglienza e del turismo, per complessivi 1.759 comuni (il 21,7% dei comuni italiani, con una superficie pari al 21,1% del territorio nazionale) e una popolazione di 14,6 milioni di abitanti (il 24,5% della popolazione residente). A questi si aggiungono 25 poli dell’innovazione e della logistica. L’arcipelago delle eccellenze territoriali rappresenta una componente fondamentale del sistema Italia. Con più di 1,3 milioni di imprese attive (il 26% delle imprese italiane), di cui oltre 200 mila manifatturiere (il 31,3% del totale Italia), vantano una produzione pari a 377,7 miliardi di euro (riferita al 2007), ovvero il 24,6% del Pil nazionale (e un Pil per abitante di 26.200 euro rispetto a una media nazionale di 25.900 euro). La gran parte dei comuni eccellenti (il 48%) è localizzata al Nord Ovest, il 22,7% al Nord Est, il 14,7% al Centro, il 14,6% al Sud. La stragrande maggioranza dei territori dell’eccellenza produttiva è localizzata al Nord (il 79,3% dei comuni) e solo il 6,7% al Sud. Anche per turismo e accoglienza di elevata qualità, il Nord Ovest mantiene il primato, con il 41,7% dei comuni eccellenti. Tuttavia, in questo caso il Sud d’Italia recupera posizioni, essendovi localizzato il 32% dei territori di pregio..............25 poli dell’innovazione e della logistica sono snodi relazionali localizzati in posizioni strategiche: dall’interporto Quadrante Europa di Verona alla Fiera di Milano, dal Politecnico di Torino all’Area Science Park di Trieste, dal San Raffaele o i laboratori di fisica del Gran Sasso all’Ismett di Palermo. Si conferma la loro concentrazione nel Nord del Paese e nelle principali regioni urbane......."Vanno poi segnalate le «aristocrazie territoriali» che, combinando vocazioni complesse (quella produttiva e quella turistico-ambientale), sono la testimonianza di come il territorio, se valorizzato alla massima espressione nelle sue plurime qualità, può costituire un eccezionale motore di sviluppo economico. Pur rappresentando solo l’1,4% dei comuni italiani, le" aristocrazie territoriali" contribuiscono per il 2,1% alla creazione del Pil nazionale e presentano una spiccata dinamicità imprenditoriale (97,3 imprese attive ogni 1.000 abitanti) e un Pil pro-capite superiore del 28,2% a quello medio nazionale." (clicca x link a riceerca)

lunedì 16 febbraio 2009

Cremino apprende perche' il cervello e'in parte umano : e' un cyborg ?

di ANDREA CAROBENE da No'va (Sole24ore) del 5 febb.09 Cremino risponde, agisce, apprende. Cremino è un robot, ma non è un automa come .gli altri. Il suo cervello è sì composto da chip e circuiti elettrici, ma anche da neuroni umani che interagiscono attivamente con i segnali elettronici. Cremino è una creatura italiana, ed è frutto di una ricerca che prosegue da sette anni nel Living networks lab del dipartimento di Scienze dell'informazione dell'Inversità di Milano, Campus di Crema, località da cui ha preso il nome. Qui, la professoressa Rita Pizzi coordina un gruppo di fisici, elettronici ed informatici che, in collaborazione con studiosi del mondo biologico come Angelo Vescovi del San Raffaele, sono impegnati a esplorare le frontiere degli organismi ibridi. «Le applicazioni possibili di questo tipo di ricerche sono molteplici - spiega Pizzi - e tra queste le principali sono relative alla possibilità di interfacciare con il sistema nervoso protesi meccaniche. Non si tratta di fantascienza e qualcosa di simile già esiste con le protesi acustiche e con i sistemi di retina artificiale che stimolano il nervo ottico. In questi casi i segnali da interpretare sono relativamente noti, mentre in generale il problema è che noi sappiamo come decodificare le funzioni cognitive». Fino a oggi, infatti, non esistevano ancora metodologie realmente efficaci per interpretare i segnali provenienti da reti di neuroni. I tentativi di interfacciare circuiti elettrici e cellule nervose hanno una storia abbastanza lunga: il pioniere è stato Peter Fromherz, del Max Planck Institute di Monaco.che nel 1991 riesci a collegare dei neuroni di sanguisughe a transistor posizionati su una piattaforma di silicio. In seguito altri gruppi, in particolare alla Northwestern University Chicago, Duke University (North Carolina), GeorgiaTech, ed

COS'E' IL CODICE NEURALE ( vedi le diaposivive, clicca):

BiotecnologieMediche.it - 8 febbraio 2009 Upload cerebrale 03/02/2009, di Alessandro Aquino Un suggerimento di come caricare un libro o altre informazioni di livello elevato nel cervello si può intravedere in alcune delle ricerche più avanzate nel campo delle delle neuroscienze. Gli scienziati stanno studiando come connettere computer e protesi direttamente al cervello e come decifrare il codice neurale, cioè il modo in cui il cervello converte i segnali elettrici che lo raggiungono in comportamenti sia motori che mnemonici e decisionali. Resta da stabilire se gli ostacoli per costruire un dispositivo di input per il cervello sono superabili. Cablare, infatti, le cellule del cervello è problematico: le connessioni possono subire piccoli spostamenti, rompersi o provocare un infezione. Gli attuali elettrodi neurali dovranno raggiungere un livello di risoluzione spaziale e temporale più elevato per compiti quali la trasmissione di informazioni all ippocampo, struttura coinvolta nella memoria. Tutto passa poi dai diversi tipi di codice neurale.

codice neurale nelle applicazioni future ,clicca x link

........Più di recente i neuroscienziati si sono concentrati sui codici temporali, che misurano il tempo intercorso tra ciascun impulso entro quell’intervallo di 100 millesimi di secondo, consentendo la codifica di più informazioni rispetto al più semplice codice di frequenza. La ricerca più avanzata considera i codici di popolazione: la codifica temporale che si verifica quando gruppi di neuroni si attivano insieme. Il codice neurale si potrebbe trasferire con una connessione fisica o senza fili a elettrodi impiantati nel cervello, che permetterebbero all’informazione di arrivare nell’ippocampo ed essere immagazzinata in alcune aree della corteccia cerebrale. Tuttavia, è ancora impossibile sapere se una connessione di questo tipo sarà ni grado di funzionare.

domenica 15 febbraio 2009

gli slums piu' inquinati , miseri , tra epidemie e sciagure si seleziona l'homo nihil , piu' forte e senza pieta'

Da Venerdi' (Repubblica) del 13 febbraio 09 PAOLA ZANUTTINI  intervista ad Alberto Salza ( fisico, biologo, antropologo, e cooperante: fa parte del Centro studi africani di Torino e collabora con diverse università) autore del libro “Niente , Homo Nihil” , Ed. Sperling and Kupfer , E. 17 Come iniziare un saggio an­tropologico sulla povertà estrema? Con una citazio­ne da Totò: «A casa nostra, nel caf­fellatte non ci mettiamo niente: né il caffè né il latte» (Miseria e nobiltà). il libro, è chiaro, s'intitola Niente e, per raccontare come si vive senza cibo, acqua, tetto, pascoli, bestia­me, medicine, scuola, insomma senza tutto, ricorre anche ad Alice nel Paese delle Meraviglie (come al Mago di Oz, ad Apocalipse Now op­pure a Marx, nel senso Groucho. Alberto Salza, l'attore, è uno che mescola saperi e ambienti: un fisico passato all'antropologia, un biologo incappato nel­la cooperazione, un si­gnore dì 64 anni che insegna nelle Università e collabora con il ministero degli Esteri e l'Unione europea, ma che ammet­te di trovarsi più a suo agio fra i cammellieri del­la savana. Del resto, da giovane è stato amico di Jack Kerouac: quando la banda della beat generation arrivava a Torino, lui era incaricato di procurare a Jack la barbera più econo­mica (e adulterata) in circolazione. Intrecciando cinema e lettera­tura, etnografia e frattali, evoluzio­ne e demografia, Salza è arrivato a un'inquietante conchisione: in futu­ro, i dannati della terra potrebbero non appartenere più alla famiglia dell'Homo sapiens, ma dar vita a una nuova -specie, che lui battezza l'Homo nihil. Dice che uno dei pri­mi catalizzatori defla mutazione è l'inurbamento, l'esodo dalle cam­pagne verso le megalopoli del Terzo mondo causato dalla guerra e dalla povertà: «Secondo le stime delle Università della Carolina del Nord e della Geòrgia, la nascita di un bambino, o di ima bambina, al-l'incirca il 23 maggio 2007, ha se­gnato il sorpasso degli abitanti del­le città su quelli delle campagne: tre miliardi e mezzo più uno».

E questo cosa determina? «Milioni di persone accalcate negli slum. Lo slum è il luogo comune della miseria, dove si concentra ogni pericolo ed esclusione. Visto che sorge nei posti più fetidi delle città, è esposto al peggior inquina­mento. E alle frane, agli allagamen­ti. La densità è altissima, come la violenza e la cri­minalità. Poi ci sono gli incendi, spesso dolosi: a Manila, per sgomberare una bidonville, si prende un gatto o un topo - non un cane, che muore trop­po in fretta - lo si spruzza di kerosene e lo si "accen­de" per rilasciarlo in cor­sa fra le baracche». Un habitat che può crea­re una nuova specie? «Le radiazioni e l'inquina­mento ai quali vengono sottoposti gli inurbati poveri sono mutagene. Aggiungiamoci il conte­sto molto selettivo, la separazione dall'esterno, i vari muri di Gaza, la promiscuità e la natalità accelerata, le epidemie: sono tutti prerequisiti per una speciazione. La miseria è ereditaria, passa nel patrimonio ge­netico dei discendenti, anche se na­scono e vivono in condizioni miglio­ri. Cambia anche l'intelligenza. Per non parlare dell'influsso dei rapi­dissimi cambiamenti culturali». Mutageni anche quelli? Gli slum sono il luogo comune della miseria. La mutazione della specie umana parte da qui , «Le evoluzioni culturali interagi­scono in modo esponenziale e non sappiamo dire con quale velocità. Mio padre, nato nel 1910, mai avrebbe pensato di vedere un cel­lulare prima di morire e oggi i clan si tengono uniti con il telefonino, mica con le galoppate sul cammel­lo. Non è detto che quella dell'Ho­mo nihil sia una specie inferiore: nella storia dell'evoluzione i nor­mali si estinguono e gli anormali si trasformano per adattarsi. Il pipi­strello sarà sembrato ben strambo ai topi, ma lui vola, loro no». Nel libro, lei critica le statisti­che e gli strumenti usati per misurare la povertà, come la soglia di un dollaro al giorno. Ma perché poi poggia le sue tesi proprio su quei dati? «La qualità non si misura, eppure intorno al niente c'è una massa fii informazioni. Dati e bibliografia mi giustificano, mi parano le spalle: il libro ha 55 pagine di note». La sua definizione di povertà? «Individualmente, è la percezione, anche intima, d'inadeguatezza fra sé e il mondo intorno. Per un mio amico della tribù Dinka è l'incapa­cità di chiedere e dare aiuto». Lei biasima le politiche uma­nitarie che applicano i metodi del capitale ai sistemi comunitari. Poi auspica l'attribu­zione dei titoli di proprietà delle terre. Che modello di sviluppo propone? «Una commistione di modelli. Ma se i somali sono un popolo di pasto­ri nomadi autosufficienti, non vedo perché dobbiamo fermarli. E non ci chiediamo mai se non sarebbe me­glio vivere senza ospedali, che loro detestano. Dobbiamo capire come muoverci, con le singole persone è più semplice perché ognuno è un universo a sé: l'individuo è probabi­listico, mentre i gruppi sono deterministici. L'uomo è come una particella subatomica, niente a che vede­re con i macrosistemi. Comunque, prima di agire bisogna conoscere, la frase più pericolosa che può dire un cooperante è: "Dato che non possia­mo capirli, dobbiamo aiutarli"». Guerra e miseria sono due compagne di sventura, ma in Africa si continua a combat­tere: anche questo è un anello dell'evoluzione? «Frequento la povertà da quarant'anni» dice Alberto Salza . Dai disastri si impara. Nel Sahel gli allevatori selezionano gli zebù col muso che scova meglio l'erba del conflitto. Tutto nasce con l'iden­tità culturale, che protegge, ma pro­duce anche il razzismo»«Pace e giustizia non fanno parte della natura umana, i cooperanti dovrebbero imporle con la discipli­na, non con l'amore. Basta quel che è successo nell'ex Jugoslavia per ca­pire che la bellicosità non è una pre­rogativa africana, il guaio sono i ka­lashnikov, che hanno alzato il livello . Dall'altra parte c'è l'omolo­gazione culturale. «Infatti questo è uno dei temi più scivolosi sia a destra che a sinistra. Ma le tribù non esistono, sono una nostra invenzione o un'autoinvenzione degli autoctoni. Se un sistema cresce o diventa complesso si divi­de, come nella riproduzione cellula­re. Senza scismi non viviamo felici, guardiamo i nostri partiti». Un conto è la sinistra italiana, un altro i Dinka o i Turkana. «Ecco, appunto. I Turkana, oggi kenioti, erano un clan dei Karamajong, noti predoni di bestiame ugandesi. Si separarono dopo un pecca­to originale: rubarono le vacche a membri della tribù. I ladri, è noto, fregano agli altri, non a quelli del gruppo, così, per autoassolversi, i Turkana si inventarono una nuova identità, come a dire "noi non siamo voi, quindi possiamo derubarvi". Ho studiato sette popolazioni del la­go Turkana: non c'è differenza ge­netica e quella culturale è minima». Lei parla di evoluzione, ma co­me hanno fatto i poveri, quelli veri, a non estinguersi tra fa­me, siccità, guerre, epidemie? «La resilienza, cioè la capacità di re­sistere agli urti, non è solo un con­cetto psicologico, è una forma di esperienza: si impara dai disastri. Gli allevatori del Sahel selezionano gli zebù dal muso più affilato, capa­ci di trovare l'erba nelle terre aride. Anche i bambini soldato praticano una forma di resilienza: si creano un mondo senza adulti, sono un'altra cosa, non ci si parla. Li apprezzo». Beh, una società in mano ai bambini soldato... «Sempre meglio che in mano a dei vecchi rimbambiti come da noi».

"Guardati dalla bestia uomo, poiché egli è l'artiglio del demonio. Egli è il solo fra i primati di Dio che uccida per passatempo, o lussuria, o avidità. Si, egli uccide il suo fratello per possedere la terra del suo fratello. Non permettere che egli si moltiplichi, perché egli farà il deserto della tua casa. Sfuggilo, ricaccialo nella sua tana nella foresta, perchè egli è il messaggero della morte." Il Legislatore, XXIX Pergamena, 6° versetto. ,clicca l'immg x link

Verso la fine degli anni sessanta la paura di un olocausto nucleare era più che una semplice paura collettiva, ma una concreta eventualità alimentata dalla guerra fredda fra le due super-potenze mondiali.  In questo contesto sociale il cinema, la letteratura, la musica, denunciarono il malessere delle masse e la paura che la nostra civiltà conoscesse un rapido ed irreversibile declino.  Attori di alto calibro, come Charlton Heston, seguendo spontaneamente questa tendenza, interpretarono diverse pellicole del genere apocalittico: "1975, Occhi bianchi sul pianeta Terra", "Il pianeta delle scimmie" ed il suo seguito "L'altra faccia del pianeta delle scimmie."  Il contesto della saga si basa su di una società a rovescio, dove le scimmie, oggi sfruttate negli zoo e nei circhi, sono divenute i padroni assoluti della società post-atomica.  Non a caso gli uomini sono regrediti a creature primitive, la guerra nucleare esplosa per la follia di quella generazione, ha relegato la razza umana nei bassifondi delle città distrutte, lasciando il dominio agli animali; nella fattispecie le scimmie, nostri probabili antenati.  Il terrore di Zaius, la scimmia che perseguita Taylor nella prima pellicola, è concreto e solo apparentemente senza giustificazione, egli infatti conosce come si sono svolti gli eventi ed il male che l'uomo ha fatto alla natura ed a sé stesso in epoca ormai remota..................Nell'ultima drammatica scena, quando la Statua della Libertà viene rinvenuta affondata nella sabbia di una desolata spiaggia radioattiva, Taylor comprende la verità e disperato maledice tutto il genere umano per le sue colpe................La seconda pellicola "L'altra faccia del pianeta delle scimmie" è ancora più pessimistica.  Ad una società del tutto irriconoscibile, fra mutazioni e malattie derivanti dalla guerra, l'ordigno definitivo Alpha/Omega, considerato una divinità dai pochi umani ancora intellettualmente dotati, sarà fatta esplodere da Taylor quando le scimmie vorranno impadronirsene, distruggendo definitivamente il nostro pianeta.............Meglio ricordare il volto di Taylor mentre batte il pugno nella sabbia di fronte alla Statua della Libertà, ormai del tutto distrutta dalla nostra stessa stupidità.    Claudio Caridi

venerdì 13 febbraio 2009

Regione Piemonte , PROGETTO OSIRIS : documentazione e condivisione delle conoscenze

Centro documentale Osiris , clicca

Il Centro di Documentazione e Condivisione delle Conoscenze – Osiris rappresenta lo strumento di divulgazione dell’evidenza scientifica e di informazione su alcune fondamentali aree di attività selezionate dall’Agenzia Regionale per i Servizi Regionali (ARESS) in collaborazione con i partner del progetto OSIRIS e finalizzate alla creazione di una mappa dei saperi in Sanità.

Il progetto Osiris, avviato nel novembre del 2002 con una convenzione fra il Ministero della Salute e la Regione Piemonte, è nato per favorire l’interazione tra tutte le categorie coinvolte professionalmente nell’Information & Communication Technologies (ICT) in Sanità a livello nazionale, regionale e aziendale e, dunque, per aumentare la sinergia e il coordinamento tra le attività svolte all’interno di ogni regione, attraverso la condivisione delle informazioni, la creazione e la sperimentazione di una piattaforma di collaborazione e di trasferimento di saperi. Il Centro di Documentazione sostiene l'innovazione in Sanità attraverso l'attivazione di gruppi di studio e ricerca circa le nuove metodologie cliniche, gestionali, tecnologiche e la qualità dei processi di erogazione. Il Centro raccoglie, classifica, produce e dissemina materiali documentali; diffonde la cultura della documentazione, intesa come capacità di creare memoria delle esperienze; supporta l’attività di sperimentazione, concrete esperienze di implementazione di pratiche innovative, studi comparativi e progetti di ricerca nella realtà sanitaria regionale e nazionale.

Il Centro di Documentazione opera nelle seguenti aree: cultura manageriale ,  osservatorio regionale sull´Information & Communication Technologies (ICT) in Sanità , l'osservatorio regionale della sperimentazione clinica dei medicinali , l'osservatorio regionale sui percorsi diagnostici terapeutici assistenziali (PDTA) ricerca sanitaria finalizzata (con il sostegno finanziario della Regione Piemonte).

La Regione Piemonte, tramite l’ARESS, ha coordinato il progetto e ha realizzato il portale Osiris, un’infrastruttura di collegamento che intende stimolare e consolidare nel tempo la collaborazione tra gli attori della comunità medico-scientifica. Per saperne di più accedi al portale Osiris 

Una breve riflessione : anche sul portale Osiris , come sui siti web delle due ASL di Torino non ci sono i dati sul consumo dei farmaci nella citta' di Torino. Perche' i cittadini non possono sapere quani , e diche tipo, farmaci vengono "consumati"? Non riusciamo ad immaginare risposta , ma questa assenza non puo' non destare uno stato di allarme. Ad esempio , empiricamente , da notizie informali , sembra che i tumori nella citta' stiano aumentando. Un aumento degli antitumorali potrebbe indirettamente confermare il dato. Cosi' e' documentato dall'AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco , governativa) che nella regione Piemonte , come nelle altre nazionali, c'e' un aumento nel consumo degli antidepressivi e negli ansiolitici. Perche questi dati , gia' sistematicamente in possesso  delle ASL (vengono periodicamente trasmessi all'AIFA , che ha sede a Roma) non vengono pubblicati dalle ASL su internet? Potrebbero indirettamente , fatte le dovute considerazioni, confermare la crescita di un disagio sociale. Ci aspettiamo qualche risposta o commento. A poco servono programmi e buone intenzioni per una (addirittura!) mappa dei saperi in Sanita' ,  risalenti al 2002 se poi i cittadini vengono tenuti all'oscuro di dati importanti sulla loro salute.(orso castano)

Polo tecnologico alla bolognese / incubatore Poli Torino

NANOTECH INCITATORE DI IMPRESE AL VIA a Bologna...............

Uno spazio apposito per start up sostenuto dalla Fondazione Carisbo. Si inaugura oggi l'incubatore di nanotecnologia di Bologna. Il proget­to rappresenta il primo passo verso l'evoluzione di Almacube (clicca), l'incubato­re di imprese che fa capo all'Universi­tà e al quale il nuovo spazio dedicato alle nanotecnologie è collegato. «Ave­vamo bisogno di una struttura capace di ospitare start up innovative che ne­cessitano di laboratori attrezzati - dice Gianni Lorenzoni, presidente di Almacube e ideatore del nuovo progetto, nonché presidente del Pni Cube, l'as­sociazione nazionale degli incubatori universitari che ogni anno organizza il Premio nazionale innovazione - e quindi abbiamo individuato un luogo dove installarci e soprattutto il partner finanziario per realizzare il progetto: la Fondazione della Cassa di rispar­mio in Bologna». «Si tratta di un progetto per noi im­portantissimo spiega Fabio Roversi Monaco,presidente della Fondazione della Cassa di risparmio di Bologna,perché, afferma, la nostra attenzione ver­so il sostegno alla ricerca scientifica e tecnologica e perché si tratta di una ini­ziativa che ha come missione quella di tradurre i risultati della ricerca in impre­se innovative».

L'intervento della Fondazione della Cassa di risparmio in Bologna risulta in­cisivo per la realizzazione di questa pri­ma fase del progetto dell'incubatore di nanotecnologia che prende vita dallo stu­dio condotto da Gianni Lorenzoni che ha analizzato come nell'area di Bologna e di Modena hanno sede numerose im­prese che operano a vario titolo nell'am­bito delle nanotecnologie, una sorta di distretto che, come lo ha definito lo stes­so Lorenzoni, «c'è ma non si vede». E con il nuovo incubatore si inizia a vedere: nei 400 metri quadri della nuo­va sede, che ha carattere temporaneo perché poi confluirà nel grande polo tec­nologico che la Regione Emilia Romagna ha in programma di realizzare negli edifìci della ex manifattura tabacchi, troveranno posto tra le sette t le nove imprese, che vanno ad aggiungersi alle 16 insediate presso Almacub e che operano nei settori del PIct, del design e della progettazione. Tra le start up e i laboratori ricerca che si insedieranno ne nuovo incubatore ci sono quel! che prenderanno parte al viaggio che le porterà a partecipare alla fiera internazionale sulle nanotecnologie in programma a Tokio tra il 18 e i| 24 febbraio 2009, progetto anche questo sostenuto dalla Fondazione. Si tratti ta del Cnr-Ismn di Bologna e di Faenza, degli Istituti ortopedici Rizzoli, del laboratorio di Chimica analitica e bioanalitica dell'Università di Bologna e delle start up Cyanagen, Mediteknology, Nano4Bio, Nanoscent, Nanosurfa-ces, Organic spintronics, Proart, Scri­ba nanotecnologie. EMIL ABIRASCID

rete europea incubatori (clicca)

Cresce l’Incubatore delle Imprese al Politecnico di Torino: è il leader.............................................. Parole d’ordine: «Dream, dare, and do».«Non si deve avere paura di concepire una visione alta delle proprie potenzialità: un problema di molti è che ci si accontenta. Poi si deve osare: maturare un’esperienza imprenditoriale è importante anche se non si riescono a raggiungere gli obiettivi iniziali. E infine darsi da fare: l’imprenditore non può essere un part-time».Chi parla è Marco Cantamessa, presidente di «I3P», la sigla che significa «Incubatore Imprese Innovative»: creato dal Politecnico di Torino - spiega il rettore Francesco Profumo - è il più grande centro italiano per la creazione di nuovi business e sta per compiere 10 anni. Qui il «credit crunch» non si sente e, anzi, le proposte aumentano, favorite - aggiunge Profumo - «dal continuo scambio tra studenti, professori, investitori e industriali».Professor Cantamessa, quanti bussano alla vostra porta? «Ogni anno arrivano 150 idee d’impresa: di queste, 50 diventano business plans e, di questo gruppo, una quindicina si trasforma in vera impresa. Esiste un rapporto di 1 a 3 a ogni strozzatura dell’imbuto». Come funziona la vostra formula? Ricerca e business«E’ duplice. Siamo un incubatore universitario, che si offre come sbocco per ricercatori e studenti del Politecnico, e una sede per chi vuole realizzare una start-up nell’high tech collegata con l’ateneo».Che differenze ci sono tra un percorso e l’altro? «Chi proviene dal Politecnico, in genere, ha prodotto un’idea - una tecnologia - di cui non c’è ancora una chiara concezione applicativa. L’Incubatore è pensato per accompagnarli in un lungo processo: dall’identificazione di un mercato a un’impostazione strategica della futura azienda, fino alla formulazione di un business plan». Poi che cosa succede? «Li aiutiamo nella costituzione dell’impresa, riempiendo i pezzi che mancano: individuiamo eventuali soci, che forniscano sia i fondi sia le competenze. E’ un’operazione che,scherzosamente, definiamo l’”agenzia matrimoniale”: prepariamo i giusti incontri grazie a un ampio portafoglio di candidati. Anche l’ultima nata - la 100ª azienda - ha visto la luce così: abbiamo fatto “sposare” uno studente di dottorato dimetallurgia con un ingegnere gestionale che rientrava dall’estero e voleva rimettersi in gioco come imprenditore».E il secondo percorso? «E’ abbastanza simile, ma cambianole persone. Si tratta di professionisti più maturi nel business planning,ma che cercano competenze tecnologiche. Così troviamo loro collaboratori o soci dall’accademia».Da quando si entra nell’Incubatore a quando nasce l’azienda quanto tempo passa? «Lamedia è 6-18mesi».E a quel punto inizia il percorso di incubazione, giusto? «Sì. Dura 3 anni, periodo nel quale forniamo consulenze sia direttamente sia attraverso una rete di partner convenzionati». L’industria si trasferisce da voi? «Sono previste 2 formule, una fisica e una virtuale. Nella prima le aziende risiedono qui nel campus e godono dei servizi della localizzazione. Nella seconda si “decentrano”, per esempio perché hanno bisogno di capannoni industriali, ma i servizi sono gli stessi».In quanti lavorano in un’azienda-tipo? «All’inizio ci sono i soci, 3-4 persone.Tendiamo a scoraggiare i “cani sciolti”, ma vogliamo anche evitare le compagini troppo complicate. Poi un po’ alla volta crescono. Alcune sono diventate realtà significative». Quali sono i settori più «popolari»? «Si va dall’aerospaziale all’automazione, dalla scienza dei materiali alle telecomunicazioni. E’ una realtà ampia e la mancanza di specializzazione, in realtà, è una forza: allarga l’offerta a candidati diversi e si costruisce un tessuto di imprese complementari». Può fare qualche esempio? «Abbiamo un’azienda attiva nel monitoraggio degli incendi boschivi e una specializzata nelle reti wi-fi autoconfigurabili. Un’altra ancora ha puntato sui controlli delle funi per ascensori e funivie e sta conoscendo un buon successo. Voglio anche citare l’azienda che ha puntato sui sistemi di continuità basati su fuelcells (entrano in funzione istantaneamente per alimentare i computer in caso di blackout) e quella per il risparmio del calore negli impianti di riscaldamento condominiali». I soldi da dove arrivano? «Da un mix e noi diamo una mano a trovarli. C’è l’“angel investing” dei privati, quando si è nella fase di costituzione dell’impresa, e poi entrano in scena i “venture capitalists”, nel momento della crescita. Per quanto riguarda i primi, le nostre imprese reperiscono circa un milione di euro ogni anno. Dall’altra parte c’è l’accesso agevolato al credito bancario: le nostre convenzioni permettono mutui senza garanzie e a tasso agevolato pari a 100mila euro».Quasi 10 anni di attività: quanti posti di lavoro sono stati creati?«Oltre 500 e per la stragrande maggioranza stabili nel tempo. E un altro dato è interessante: hanno richiesto una spesa pubblica piuttosto bassa, inferiore a 10mila euro per posto di lavoro. Una somma che, con le imposte pagate, rientra velocemente nelle casse dell’erario».Non sognate di far nascere un colosso,una «Google italiana»?«Lavoriamo per alzare continuamente il tiro e andare anche in quella direzione. Intanto stiamo creando un ecosistema che aiuti le start-up e speriamo di avere anche un po’ di fortuna»

Alcuni dati dell'incubatore di Torino (ingrandisci l'immg.)