Uno dei provvedimenti che hanno destato maggiori perplessità nella politica di risanamento finanziario adottata dal Governo è stato sicuramente la soppressione dell’Ice, l’Istituto per il commercio estero, avvenuta in finanziaria mediante il decreto 98 del 6 luglio 2011 convertito nella legge 111/11. La ragione è semplice. Razionalmente si presuppone che un ente pubblico venga eliminato quando: a) determina incisivi tagli di spesa; b) ha una scarsa consistenza; c) viene ritenuto inutile dai potenziali beneficiari; d) incide scarsamente sull’economia nazionale; e) può essere facilmente integrato. Vediamo se è questo il caso il caso dell’ICE.
<strong>Risparmi</strong>. L’aspetto ‘risparmio’ si trova al primo punto perché formalmente è la ragione madre della soppressione dell’Ice. Ebbene, da diversi anni in perfetta controtendenza con quanto sta avvenendo, ad esempio in Francia, Germania e Inghilterra, l’Italia ha sempre diminuito i contributi all’Agenzia nazionale che sostiene l’export. Attualmente questo contributo si aggira sui 110 milioni di euro all’anno, comprensivi dei costi di personale e di gestione delle sedi in Italia e all’estero. Saranno milioni risparmiati? Difficile immaginarlo. Il personale (circa 700) continuerà ad essere pagato presso altri ministeri e anche i costi della sede centrale (che probabilmente verrà assorbito dal Ministero per lo sviluppo economico) continueranno ad essere gli stessi. Si risparmierà sicuramente sugli uffici in Italia e all’estero. Ma in compenso si perderanno gli oltre 50 milioni di contributi che l’Ice riscuote annualmente dalle aziende private per i servizi prestati. Non occorre a questo punto essere un esperto ragioniere per rendersi conto che nell’ambito di un manovra di 48 miliardi forse gli unici veri risparmi si avranno con i 48 precari licenziati (alcuni avevano appena superato un concorso durato un anno).
<strong>Consistenza</strong>. L’Ice è stato fondato nel lontano 1926. Il suo ruolo nell’ambito del commercio estero italiano è cresciuto sensibilmente nel corso degli anni. Nel 2010 hanno partecipato alle iniziative dell’Istituto poco meno di 20 mila aziende: circa 7 mila hanno beneficiato di servizi personalizzati (informazione, assistenza e consulenza gratuiti) e 2.300 di servizi a pagamento. Sono state ben 7171 le iniziative promozionali in 74 Paesi per 80 settori merceologici che hanno prodotto oltre 40 mila incontri tra aziende italiane e controparti estere. Fino a poco tempo fa l’Ice vantava 115 unità operative in 88 paesi: una cifra che è scesa a 92 con la chiusura di importanti sedi come Praga, Amsterdam, Bratislava, Dublino, Manila e Lisbona. Gli uffici regionali sono 17 uffici.
<strong>Beneficiari</strong>. E’ forse il punto centrale. Cosa ne pensano i potenziali beneficiari dell’Ice? Praticamente c’è stata una levata di scudi da parte di moltissime categorie e associazioni, dalla Confindustria alla CNA (artigiani), alla Confapi (piccoli industriali) , allo SIMI (Sistema moda), all’Acimit (macchine tessili), Federmeccanica, Acimit (macchine tessili), Assovini, all’Anica (cinematografia), ecc. Tutti sembrano concordi nel sostenere che verrà a mancare in Italia un vero punto di riferimento per le attività all’estero. Del resto è sufficiente ricordare già nelle prossime settimane sono ad alto rischio la Fiera della moda di Mosca (200 aziende), la Fiera agro alimentare di Colonia (270 aziende e 13 organismi associativi), diverse iniziative in Brasile e Germania che dovrebbero coinvolgere oltre 600 aziende, nonché la importante Fiera delle macchine tessili di Barcellona (400 aziende).
<strong>Economia nazionale</strong>. Ma l’Ice interessa solo gli esportatori (che, comunque, sono oltre 200 mila) o può essere considerato un Istituto di interesse nazionale? La risposta sembra ovvia se prendiamo in considerazione il peso del commercio estero sul Pil che è del 53,9% (export, import e servizi). Per la cronaca il 69,3 % del commercio estero italiano riguarda l’Europa mentre i primi 5 mercati extra UE sono Cina, Turchia, Russia, Giappone e Brasile. In parole povere, l’economia italiana nel suo complesso dipende moltissimo dal commercio estero ma nonostante ciò è deciso di tagliare la sua struttura pubblica che promuove l’export (e che, anche attraverso l’indotto), garantisce milioni di posti di lavoro.
<strong>Procedura di sostituzione</strong>. In questo caso la domanda è: Chiudere l’Ice per fare che? Purtroppo non ci è stato possibile avere una risposta sicura e coerente.