mercoledì 16 dicembre 2009

Nove suicidi in un anno. Gli industriali di Treviso: «Non bisogna demoralizzarsi»

da La Stampa di Torino di  FRANCESCO MANACORDA , INVIATO A TREVISO


L’ultimo - si chiamava Danilo, aveva 61 anni - lo hanno trovato la settimana scorsa nella sua Renault, un tubo dallo scappamento all’abitacolo..................................L’imprenditore che si è suicidato la settimana scorsa lo conoscevo, era uno dei nostri associati. Aveva avviato un’attività artigianale in ferro, crocifissi, che però pare non andasse benissimo. Ma non aveva nemmeno particolari debiti». Perché allora gesti così estremi? «La crisi fa da catalizzatore per due debolezze che sono state in passato punti di forza di questa terra - dice Vittorio Filippi che insegna Sociologia a Verona e studia da tempo imprese e imprenditori del Nord Est - . La prima è la debolezza economica delle imprese, con poca capitalizzazione e nate di recente, che come sub-fornitori o contoterzisti fanno da “polmone” per il sistema produttivo. Insomma sono imprese che in tempi buoni definiamo aggressive, dinamiche, mobili, elastiche, ma che in fasi come questa si ritrovano più deboli e soprattutto molto sole e vedono l’altra faccia di tutti questi aggettivi. E poi c’è una debolezza sociale, visto che questo è un capitalismo personale dove, più che un’impresa, ciascun imprenditore costruisce un progetto di vita. E quando il progetto fallisce...» Quando il progetto fallisce - spiega il direttore generale di Unindustria Giuseppe Milan, nella bella sede con il parquet e le guide all’esportazione in bella mostra - «paradossalmente è proprio la forte coesione sociale che può creare casi tragici. Qui il piccolo imprenditore è nella stragrande maggioranza dei casi un ex operaio che si è messo in proprio. Di giorno lavora fianco a fianco con i dipendenti , la sera gioca a scopa al bar sempre con loro.Il conflitto sociale è basso: con tutte le ristrutturazioni che ci sono state abbiamo avuto solo due occupazioni di aziende». Nuovi problemi ma anche vecchi vizi. In prima pagina su «La Tribuna» titolone: «Beccato finto povero con lo yacht». I numeri del Nord-Est che soffre per un calo del fatturato tra il 30 e il 40% li mette in fila a colpi di PowerPoint Daniele Marini, professore di Sociologia dei processi economici a Padova, nella sede della Fondazione Nord-Est di cui è direttore scientifico: «Qui ogni media impresa ha in media rapporti con 274 subfornitori, significa che fatto 100 il prodotto di un’azienda l’80% lo producono piccole aziende che sono costrette a fare il salto assieme a quelle più grandi».E in quella che è terra di frontiera in tutti i sensi, assai esposta ai venti della congiuntura internazionale, il tasso di disoccupazione resta basso - sotto il 5% - pesa l’incertezza. «Da un anno a questa parte la metà delle imprese - spiega Marini - ha un portafoglio ordini inferiore a un mese, meno di un quarto vede oltre i tre mesi». Certo la crisi non è appannaggio degli imprenditori. La cassa integrazione ordinaria e quella straordinaria tirano al massimo e le preoccupazioni sono per la prossima primavera, quando l’effetto si esaurirà. Stasera a Santa Maria di Sala, vicino a Noale dove c’è l’Aprilia, si tiene una veglia di preghiera per il lavoro. E Giuseppe Sforza, segretario generale della Filcem Veneto, assieme «al fenomeno che vediamo da sei o sette mesi, ossia un assoluto blocco del turnover dei dipendenti, segno che chi ha un posto se lo tiene stretto», segnala un dato nuovo, «empirico e non statistico». Quale? «Torno adesso da una fabbrica che non va particolarmente bene dove arrivano comunque tanti curricula di chi cerca lavoro. In mezzo, per la prima volta, anche le richieste di ex lavoratori autonomi o artigiani che hanno chiuso la partita Iva e ora vorrebbero essere dipendenti». Gli ostacoli alle imprese sono gli stessi di ogni angolo d’Italia, «le banche che ci mettono in media 77 giorni per dare una risposta ai finanziamenti - elenca Pozza -, il Fisco, uno Stato che considera l’impresa nemica».

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