lunedì 15 novembre 2010
la "solidarieta'" esiste ancora ed in che misura? stralci da un articolo di "psichiatri oggi"
di P.L.Scapicchio........La Bibbia ci narra che quando Dio chiese a Caino dove fosse Abele, Caino negando di saperlo rispose irato con un'altra domanda: "Sono forse il custode di mio fratello?". Emmanuel Lévinas afferma che quella rabbiosa domanda di Caino è all'origine di ogni immoralità e su questa domanda Zygmunt Bauman (8) poggia una delle sue straordinarie analisi, quella sulla progressiva individualizzazione della società contemporanea e sui sentimenti di insicurezza e di paura che ne derivano per i singoli individui. Le società in cui viviamo sono sempre più caratterizzate, secondo Bauman, dalla scomparsa della vecchia arte di costruire e mantenere legami sociali, dal declino dell'uomo come essere "pubblico", dall'abbandono dell'uomo sofferente al suo ineluttabile destino, dal culto disperato del corpo e dell'efficienza competitiva come difesa da questo abbandono e dalla conseguente emarginazione sociale.
Tutto ciò, benché sia riconducibile, come ho già ricordato, a fattori strutturali propri della nostra civiltà, viene vissuto come esperienza squisitamente individuale e non genera una spinta a promuovere soluzioni collettive e partecipate. Una società di individui è, di fatto, una società di solitudini; in essa la domanda di Caino trova un senso solo allorché si manifesta come presa di distanza, come negazione della responsabilità della morte di Abele. E, non sembri un paradosso, è irrilevante a quel punto che la morte di Abele sia avvenuta proprio per mano di Caino. Essere Caino o essere implicitamente suoi compiici per il silenzio ed il distacco che manifestiamo rispetto alla sorte di Abele, non cambia i termini del problema sul piano etico. In questo senso, l'affermazione di Lévinas è drammaticamente vera.
Ma come fanno miliardi di individui a comportarsi come Caino senza esserlo? Come si può, in altre parole, essere fratricidi senza essere in concreto capaci di commettere un omicidio?
Il bellissimo ed inquietante saggio di Stanley Cohen Stati di negazione - la rimozione del dolore nella società contemporanea (9) ha dato una risposta convincente. Sotto i nostri occhi scorrono sofferenze ed orrori senza che il nostro cervello, registrandoli, provochi reazioni adeguate alla loro drammaticità. Chiudere gli occhi, abbassare lo sguardo, far finta di niente, voltarsi dall'altra parte, alzare le spalle, mettere la testa sotto la sabbia: sono numerosi i modi di dire comuni che indicano l'incapacità o il rifiuto di guardare in faccia la realtà della sofferenza altrui e che sembrano diventati l'unica modalità di comportamento che sappiamo opporre all'osservazione di realtà scomode e dolorose.
La parola rimozione, impropriamente usata nella traduzione italiana del sottotitolo, è un termine freudiano ben noto in psichiatria; un meccanismo di difesa che però non rende conto delle intenzioni dell'Autore, che ha infatti usato il termine diniego. Ossia un rifiuto di riconoscere o mettere a fuoco una realtà traumatizzante che viene lasciata lì, in un angolo della coscienza, senza destare reazioni congrue dal punto di vista intellettuale.
Rimuovere, di fatto, significa non sapere. È come cancellare un ricordo, che può riaffiorare solo in particolari situazioni emotive; relegare fuori dalla coscienza, nell'inconscio, elementi psicologici sgradevoli per evitare intense reazioni ansiose o spostarli su altri contenuti simbolici capaci di mascherarli. Il diniego invece mantiene intatta la mia conoscenza attuale ma, semplicemente, non mi fa più alcun effetto che scompaiano tutti gli ebrei della mia città o che ogni mese muoiano sotto i miei occhi migliaia di bambini per fame, malattie evitabili o esplosione di conflitti etnici. È così, e basta. Sono forse il custode di mio fratello? Naturalmente una giusta esigenza morale non può trasformarsi in moralismo. Saremo pure "voyeurs delle sofferenze altrui", ma se reagissimo con l'indignazione e l'attivismo eticamente corretti ad ogni atrocità o ingiustizia che osserviamo, scrive Cohen, non saremmo più in grado di vivere la nostra vita. La sua analisi si sviluppa in modo esemplare, soprattutto nei confronti del potere politico ed economico, ma a noi interessa ora capire se può esserci un modo per uscire dal relativismo morale che il diniego della solitudine dell'anziano (come esito di un abbandono e come fonte di un'inesauribile sofferenza) provoca in chi la osserva.
Secondo Cohen opporsi ad una posizione culturalmente dominante significa entrare a far parte di una minoranza scomoda e frustrata, spesso addirittura rischiosa. Perché allora opporsi a meccanismi cosi' radicati di diniego?Per altruismo, ci dice Cohen, e sembra una risposta davvero banale. Ma dietro la banalità apparente del termine il sociologo ed il filosofo scoprono montagne di significati importanti e differenziati. Alla luce dei quali il Buon Samaritano, prototipo ed icona dell'altruismo, è per complessità semantica paragonabile ad un essere vivente monocellulare. L'altruismo, scrive ancora Cohen, è un'anomalia della teoria della scelta razionale, perché non esige e non si attende una ricompensa. Nasce da una particolare ottica cognitiva che possiamo identificare in un senso del sé come parte di un'umanità comune, che non ha nulla a che vedere con astratte priorità morali o politiche. Questa ottica non è solo alla base delle azioni compiute dagli Schindler o dai Perlasca ma è anche alla base dell'evoluzione di tutti i sistemi di welfare, nati nel secolo scorso con intenti economici strumentali all'affermazione del capitalismo, ed oggi totalmente privi di tale supporto razionale.
E proprio riguardo al futuro del welfare state Bauman nota: "Siamo franchi, non c'è nessuna buona ragione per cui dovremmo essere i custodi di nostro fratello, aver cura di lui, essere morali; e in una società orientata all'utile i poveri e gli inattivi, privi di scopo e di funzione, non possono contare su prove razionali del loro diritto alla felicità. Sì, ammettiamolo, non c'è alcunché di ragionevole nell'assumersi la responsabilità, nel prendersi cura degli altri e nell'essere morali". C'è dunque una strana sintonia fra i due Autori. Strana perché si colloca, partendo da contesti di indagine affatto diversi e lontani, nella medesima posizione concettuale: affrontare la sofferenza dei più fragili fra gli uomini, essere con l'altro indipendentemente da ogni "buona ragione" per farlo, è possibile solò in virtù di una forte spinta etica. Purtroppo non possiamo più dare per scontato che questa forte spinta etica possa essere parte dello Spirito del tempo. Ci ricorda Luigi Zoja nel suo recente, inquietante libro La morte del prossimo, che quando nel Levitico ( 19.18) è scritto Ama il prossimo tuo come te stesso, la cultura religiosa ebraica identifica il prossimo in modo molto semplice: la persona che vedi, senti, puoi toccare. Ossia l'altro che ti sta vicino. La novità del Cristianesimo, generosissima ma astratta, è stata il trasformare in prossimo anche l'abitante più lontano della terra.
Zoja, che non è un sociologo ma uno psicanalista junghiano, scrive un libro, per me psichiatra di lungo corso, struggente. Un libro in cui è scritto: "E il prossimo? Nel mondo pre-tecnologico la vicinanza era fondamentale. Ora domina la lontananza, il rapporto mediato e mediatico. Il comandamento giudaico-cristiano si svuota. Questa tendenza si sal-
da con l'indifferenza per il vicino prodotta dalla globalizzazione, dalla civiltà di massa e dalla scomparsa dei valori tradizionali. Siamo alla soglia di un territorio radicalmente nuovo. Dove la vecchia morale non è più possibile per mancanza di oggetto". (10)
Beninteso l'amore cristiano non è il riferimento del libro di Zoja. E solo il simbolo di un'esistenza in cui la vicinanza ' comportava di necessità l'ingresso nella dimensione etica che abbiamo menzionata.
L'anziano solo è vittima non soltanto di eventi che lo assalgono dall'esterno e che abbiamo ricordato; ma soprattutto di uno scontro lacerante tra memoria e nostalgia che modifica profondamente la sua struttura dell'Io e lo rende sempre meno accessibile ah"autenticità dell'incontro, al-l'Io-Tu. Per questo motivo le nostre politiche di welfare, orientale dalla teoria dei bisogni, appaiono lontane dall" obiettivo-solitudine.
Aiutare l'anziano solo a stabilire nuove e soddisfacenti dinamiche d'incontro e di coesistenza significa invece aderire al suo desiderio, intervenire sulla memoria del Sé, ricostruendo in tal modo un'identità capace di fruire dei nuovi contesti sociali possibili. I nostri Servizi sociali tesi a creare a priori aggregazioni, contatti, presenze organizzative, sono simulacri della Noità e scorrono in superficie, senza riuscire neppure a sfiorare l'essenza della solitudine del soggetto assistito. Ogni solitudine vive infatti una sua specifica sofferenza ed è su questa che occorre preliminarmente intervenire per rendere possibile la soluzione degli specifici problemi esistenziali che la alimentano. Occorre cioè ristabilire, psicologicamente, le premesse dell'incontro; ricostruire su nuove basi, nel nuovo e sfavorevole contesto sociale, le condizioni relazionali che diano all'Io-Tu un significato derivante dal qui-ora e non da astratte comparazioni a standard di vita predefìniti erga omnes, e nei quali nessun anziano può ritrovarsi perché fanno parte di un mondo che non c'è più. In una società individualizzata che ha perduto ogni riferimento autenticamente (e non fittiziamente) comunitario, poco o nulla coinvolta dai grandi temi della sofferenza (che tende a denegare o al massimo ad affrontare con oboli aspecifici e frettolosi), l'anziano deve trovare un nuovo significato dell'esistere e non può farlo se lo lasciamo senza risposte di fronte alla sua solitudine. O, peggio ancora, se gli forniamo risposte mistificanti che nulla mutano della sua interiorità. La relazione psicoterapeutica è qui proposta come un incontro antropologico compiuto, come una chiave di lettura che crei nuovi spazi di identità per il soggetto e che lo prepari ad accogliere la povertà
segue a pag. 10
di un mondo che non ha più l'umanesimo nel suo divenire. Ha scritto Davide Sparti nel suo volume L'importanza di essere umani - Etica del riconoscimento (11), un libro di straordinaria e commovente intelligenza, che quando cadiamo vittime dell'impulso all'elusione, quando ad esempio ci neghiamo la possibilità di cogliere la tristezza in un volto (e così non la accogliamo ), noi "abbandoniamo" la nostra umanità, la dimensione espressiva della forma di vita a cui siamo stati iniziati. Ed è proprio perché si danno situazioni in cui lasciamo dietro di noi la nostra umanità, continua Sparti, che la nostra responsabilità verso gli altri viene legata al nostro essere sensibili e "responsivi" verso di loro, cioè alla nostra capacità di rispondere alla presenza altrui come presenza umana.
È la stessa conclusione a cui giunge Bauman: "È la secolare decisione di assumerci la responsabilità della nostra responsabilità, la decisione di misurare la qualità di una società sulla qualità dei suoi standard etici, che oggi proponiamo". Se su questo dunque ci interroghiamo, la solitudine dell' anziano nella società attuale non rappresenterà un destino ineluttabile e ci riconosceremo serenamente nella frase che Jacques Lacan scrisse riprendendo Hegel: "II desiderio del-
l'uomo trova il suo senso nel desiderio dell'altro".
contro l'invecchiamento di Fernando Santarelli (*) , stralci dell'art da Gior. Previd. Med
.............. considerata l'importanza della "replicazione" del dna, per conseguire una vita sempre più lunga. ............contrastando i "radicali liberi", essendo questi conseguenza dell'invecchiamento, ma non la sua "causa fondamentale", si conseguirebbe solo un "prolungamento" della durata della vita, ma contemporaneamente un crescente invecchiamento dell'organismo e della popolazione, ...........L'attuale scienza medica ........ richiede un'evoluzione in merito al problema dell'invecchiamento che può essere dato dalla scoperta della possibile immortalità del dna, in presenza della sua duplicazione, come dimostrato dall'esperimento della pecora Dolly.
Inoltre l'attuale scienza medica, si basa su una serie di scienze particolari che considerano solo un preciso aspetto dell'organismo, come anatomia, fisiologia, chimica biologica, patologia generale e speciale ed altre consimili, ma non l'aspetto "organizzativo" della vita di milioni di cellule che costituiscono l'organismo umano. Aspetto che invece può essere considerato dalla scienza dell'economia biologica, scienza dell'organizzazione che permette anche di conseguire il massimo risultato dai mezzi a disposizione. Pertanto si ritiene di fondamentale importanza includere nel programma delle materie di insegnamento della facoltà di Medicina la disciplina dell'economia biologica che in base alle discipline tradizionali può dare importante e completa informazione sulla vita ed il comportamento di milioni di cellule dell'organismo umano.
In merito al problema dell'invecchiamento, l'economia biologica può dare il suo contributo valorizzando l'immortalità della replicazione del dna cellulare, immortalità che già oggi si consegue con l'unione dei cromosomi sessuali maschili e femminili. Inoltre l'economia biologica può consentire di classificare le cellule dell'organismo in cellule perenni labili e stabili. Mentre le cellule perenni, come le cellule nervose e dei muscoli striati, permangono nell'organismo senza sostanziali variazioni durante la vita e le cellule labili, come quelle epiteliali e del sangue, si rinnovano continuamente, lecellule stabili come quelle del fegato, pancreas, milza, connettivi, quali le membrane e le ossa con forma propria, si accrescono durante la vita fino a raggiungere il completo sviluppo con il termine dell'accrescimento dell'organismo.
Tra le predette cellule sono certamente quelle stabili, al raggiungimento del completo sviluppo dell'organismo, ad essere ostacolate nel loro accrescimento. Onde evitare il loro invecchiamento per mancanza di spazio, invecchiamento dannoso per tutto l'organismo, sarà pertanto necessario contrastare tale accrescimento mediante anticorpi monoclonali, per la loro individuazione ed il successivo intervento delle cellule killer e macrofagi del sangue per la loro eliminazione. Si otterrà pertanto un nuovo spazio libero per nuove cellule stabili, che consentirà la duplicazione del dna, condizione fondamentale per contrastare l'invecchiamento di tutto l'organismo. Data la particolare necessità della duplicazione delle cellule stabili, su quanto qui esposto, presso l'Istituto di Farmacologia dell'università di Milano si sta attuando una ricerca sperimentale relativa alla duplicazione del dna per contrastare l'invecchiamento e conseguire una vita sempre più lunga. •
(*) Presidente Associazione italiana ricerca, prevenzione, terapia invecchiamento
il telelavoro va avanti , da Repubblica.it , Sara' meno stressante e meno inquinante ?
di FEDERICO PACE (stralci)
........................Pur di avere più autonomia, quasi sette su dieci disposti ad accettare un'offerta di impiego con una paga inferiore del 10 per cento............
L'inspiegabile obbligo. Sei su dieci pensano che tale obbligo non sia giustificato da alcuna necessità. E che la produttività non sia riconducibile alla contiguità fisica tra chi svolge una mansione e chi chiede che venga ultimato un progetto o analizzata una documentazione. La sensazione è percepita in maniera particolare dagli indiani dove il 93 per cento ritiene che questa presenza non incida sul livello di produttività. L'evoluzione sembra quasi naturale, soprattutto ora che il tempo del lavoro e quello della vita privata, come due affluenti che hanno dato luogo a un unico fiume, sono dimensioni in cui ciascuno è immerso per tutto il giorno.
Più tempo, più lavoro. Per una sorta di paradosso, chi riesce ad ottenere quello che potrebbe sembrare una sorta di privilegio, poi lavora anche più. Tra quelli che hanno accesso alle reti aziendali circa la metà ammette di lavorare tra due o tre ore in più di straordinari. Accade lo stesso al 46 per cento degli italiani. Un altro venticinque per cento lavora almeno quattro ore in più al giorno. Lo stesso dice il 18 per cento degli italiani. Mentre un altro dieci per cento, confessa di essere sempre online e che lavora per "tutto il tempo che è sveglio".
orso castano : c'e' u problema per il telelavoro : l'isolamento, che puo' essere superato con i social network dei lavoratori . Ancor di piu' l'obiettivo di un web libero e gratuito e' fondamentale. Poter confrontarsi, mettere in comune idee e forze per organizzarsi attraverso teleconferenze puo' fare da contrappeso a questa nuova forte tendenza di forma di lavoro piu' "risparmiosa" per il datore di lavoro, ma non priva di controcanto sul piano delle relazioni tra lavoratori con ricadute sui oripri diritti
........................Pur di avere più autonomia, quasi sette su dieci disposti ad accettare un'offerta di impiego con una paga inferiore del 10 per cento............
il sessanta per cento degli impiegati del mondo dei servizi. Tutti convinti che sia possibile riuscire a portare avanti il lavoro, anche con maggiore produttività, senza andare ogni giorno negli edifici aziendali. Tutto si può fare, o quasi tutto, accedendo in ogni istante, e da qualsiasi luogo, agli strumenti e alle informazioni dell'impresa.
L'insofferenza per i retaggi organizzativi aziendali, derivati dall'industria manifatturiera, anche laddove la presenza sembra avere perso importanza, emerge dall'indagine realizzata da Cisco, operatore mondiale attivo nel settore delle soluzioni di rete, che ha coinvolto 2.600 lavoratori e professionisti dell'information technology di 13 nazioni come l'Italia, il Regno Unito, la Spagna, la Francia, la Germania, gli Stati Uniti, il Messico, il Brasile, la Russia, l'India, la Cina, il Giappone e l'Australia.

Le riunioni e l'interazione quotidiana. Gli italiani, in qualche modo, sono tra quelli che mostrano le maggiori timidezze riguardo questa convinzione. Da noi il 53 per cento pensa che sia necessario essere presenti in ufficio per prendere decisioni, perché "nulla sostituisce l'interazione quotidiana tra le persone". Insieme a noi mostrano un certo attaccamento ai luoghi fisici e alle relazioni concrete, anche i giapponesi e i tedeschi.
In media, un quarto dei lavoratori appare consapevole che qualche volta è importante ritrovarsi in un ufficio soprattutto per partecipare a specifiche riunioni ma, allo stesso tempo, non ritiene sia necessario recarsi in ufficio per le mansioni quotidiane e di routine. C'è poi un otto per cento convinto di essere più produttivo, per il modo con cui riesce a gestire il proprio tempo, lavorando da casa o in maniera remota. La pensano così il 35 per cento degli indiani, il 12 per cento degli inglesi e il sette per cento dei francesi. In Italia solo il 5 per cento condivide questa idea.
Privilegio vs diritto. Circa quattro lavoratori su dieci ritiene che, nel contesto del mondo del lavoro attuale, l'accesso remoto sia un diritto. Poco meno del doppio, non è dato sapere se con una punta di amarezza, confessa che il telelavoro rimane invece una sorta di privilegio. E la caratteristica di concessione benevola pare avere spazio soprattutto negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Italia, in Spagna e in Giappone.

Gli ostacoli. Ma quali sono i limiti a uno sviluppo più deciso del telelavoro? Per un 35 per cento le ragioni sono riconducibili al ruolo che si riveste in azienda. Così dice anche il 36 per cento degli italiani. Ma in Italia a prevalere sembrano essere più che altro le politiche aziendali (il 39 per cento), ragione che nella media mondiale riguarda il 24 per cento dei casi. A pesare anche le limitazioni del budget (il 29 per cento nel mondo e il 33 per cento in Italia). Un altro ostacolo è rappresentato dalle convinzioni dal capo ufficio che coordina i suo collaboratori. Soprattutto in Italia. Così infatti rispondono il 21 per cento dei lavoratori italiani..................
mercoledì 10 novembre 2010
Stress e cronicità: stimoli ambientali e risposta ciclica umorale (stralcio da un articolo de L'altro)
..............II modello psicosociale postula la sovrapposizione di: fattori relazionali interpersonali (insoddisfazione, conflitti interpersonali irrisolti, stimolazione inadeguata, eccessivo orientamento verso un obiettivo, non comunicazione di bisogni e preferenze); fattori psicosociali (credenze culturali, auto inaccettabilità, perfezionismo, problemi di attaccamento, esperienze passate, storia di abusi/traumi); fattori fisiologici (invecchiamento, malattia, disabilità, infortunio, medicazione, uso di sostanze). Il ruolo di tali fattori nella patogenesi della disregolazione affettiva negli adolescenti è reso evidente dal fatto che la corteccia prefrontale orbito-mediale è al centro (fig. 8) di una serie di loops limbici, sottocorticali, dell'asse ipotalamo-ipofìsi-surrene, che regolano sensazioni di paura, allerta, reward, apprendimento. La sua disfunzione esita in disinibizione della trasmissione limbica attraverso l'amigdala, interferendo su assetti emozionali, cognitivi, endocrini, autonomici e neurochimici della depressione.Kupfer (31) sottolinea come differenze volumetriche cerebrali nell'instabilità affettiva siano precoci, evolutive e determinate da una combinazione di fattori che implicano anomalie nell'ambito della necrosi neuronaie e della crescita cellulare. Alcune popolazioni cellulari sono letteralmente "excited to death" a causa di una "overactivation". Gli adolescenti sono par-ticolarmente a rischio di sviluppare alterazioni in regioni cruciali per il controllo emozionale in quanto non solo sperimentano maggiori esperienze edoniche, ma sono meno abili a distinguere gli eventi motivazionali rilevanti.
Conclusioni
Gli attuali orientamenti della Letteratura, depongono, oltre alla riduzione del volume, per una diminuzione anche dello spessore corticale e della materia grigia e bianca, soprattutto in un'ottica anatomica settorializzata nei soggetti affetti da Disregolazione Affettiva rispetto ai controlli.
In particolare Robert McCarley (Jama, 2007) ha descritto la progressione delle anomalie cerebrali post-esordio 1,5 anni dopo il primo episodio di instabilità umorale. Sorprendentemente ha riscontrato un decremento del 7-10 per cento del volume CSF/ventricolare in questo pur breve periodo.
La corteccia cingolata subgenuale anteriore è la zona del cervello più consistentemente atrofizzata nel disturbo disaffettivo, mentre nella schizofrenia, si riscontra atrofia in tutto il giro cingolato anteriore. La diminuzione del volume nel giro di Heschl è stata correlata con la periodicità ciclica, soprattutto per Tipo-mania, mentre la deflessione timica è stata associata con l'ipotrofia del giro frontale inferiore e dell'insula. Molte delle regioni atrofizzate risultano iperattive durante le fasi di eccitamento, in linea con il rilascio eccessivo di glutammato e con una prospettiva a più lungo termine che propende per un meccanismo neurotossico atrofizzante.
Slmilmente, Hilleke Hulshoff Poi (Am Journ, 2008), ha mostrato come la corteccia dei lobi frontali e temporali siano le aree cerebrali che si riducono maggiormente nella ciclicità disaffettiva.
Simili perdite di volume si verificano nei soggetti sani oltre i 35 anni di età, mentre nella schizofrenia, queste regioni risultano atrofizzate sin dal venticinquesimo anno ad un tasso di circa 2,5 mi/anno. Misurazioni dello spessore corticale ad alta risoluzione spaziale hanno mostrato che la diminuzione nel tempo nei soggetti con bipolarismo è fino a 6 volte maggiore rispetto ai soggetti di controllo.
In definitiva i dati più accreditati della Letteratura suggeriscono in modo consistente che vi siano alterazioni volumetriche cerebrali specifiche nella disregolazione affettiva, soprattutto ciclica; vi sono evidenze che tali alterazioni peggiorino con la cronicità della malattia in particolare per la corteccia DLPF e per l'ippocampo. L'ippocampo sarebbe particolarmente ridotto in soggetti con Depressione cronica e pregresse e protratte esperienze avverse di vita, potendo questo rappresentare un endofenotipo condiviso da patologie psi-chiatriche stress-correlate.
Ciò suggerisce che meccanismi neuroplastici disfunzionali e neurodegenerativi partecipino alla fisiopatologia della malattia durante la cronicizzazione. Ci si augura che alcuni dei risultati di queste osservazioni possano aiutare a costituire utili marcatori biologici per una diagnosi precoce, e altri per i target terapeutici più appropriati e precoci.
Tito de Marinis , Università di Salerno - Area di Coordinamento Scientifico UOSM ASL Salerno
Guseppe Valeriani Dipartimento di Neurologia e Psichiatria - Sapienza Università di Roma "
BIBLIOGRAFIA............................
le psicoterapie stanno passando di moda? da "L'altro, rivista di formazione in psichiatria
di Salvatore Varia e Rosaria Valsavoia
......Fattori comuni delle Psicoterapie
Evidenze scientifiche consolidate dimostrano che il trattamento psicoterapico sia efficace. Non risulta ancora chiaro quali siano i fattori specifici responsabili dell'efficacia di ciascun modello psicoterapeutico applicato.
Pertanto, è sempre più condivisa l'idea che le Psicoterapie efficaci abbiano aspetti comuni tra loro. Un attento esame della bibliografia sull'argomento conduce alla conclusione che gran parte dei miglioramenti ottenuti attraverso la Psicoterapia possano essere attribuiti a variabili riferite al paziente.
In altre parole, parte del successo di un percorso psicoterapico è dovuto alle capacità relazionali del paziente, alla sua capacità di insight, alla gravita e quantità di sintomi, alla motivazione, alla capacità di fecalizzarsi sugli obiettivi prefissati, alle situazioni generali di vita. Sembra giovare anche il senso di responsabilità che ogni psicoterapia induce nel paziente, il quale impara ad assumere un ruolo attivo e collaborativo all'interno dell'iter intrapreso e acquisisce maggiore consapevolezza di sé e degli effetti del suo comportamento. Ancora, si ritiene che almeno il 30% dei miglioramenti dei pazienti in terapia avvenga grazie a fattori relazionali. Costruire una buona alleanza terapeutica è il fondamento senza il quale non è possibile auspicare il raggiungimento di risultati positivi sia tramite l'impiego di farmaci, sia mediante la terapia verbale (24). In generale, fornire un'"esperienza di trattamento" ai pazienti, indipendentemente dalla forma assunta, è di per sé utile e ancor di più quando questa avviene all'interno di un'atmosfera di collaborazione e fiducia, al di là degli specifici metodi e principi relativi a ciascun modello teorico adottato dal clinico.
Ad esempio, il clima collaborativo, come già detto, può aiutare anche la gestione del trattamento farmacologico. Alcuni pazienti traggono benefici psicologici dall'utilizzo di farmaci, che soddisfacendo il bisogno di dipendenza, danno loro la sensazione di essere curati e nutriti. Altri soggetti possono invece vedere nel farmaco un medicamento "imposto" dal terapeuta, una sorta di veleno che addirittura peggiora la loro agonia. Affrontare tali resistenze in un percorso di psicoterapia può accrescere la motivazione e l'adesione alla prescrizione farmacologica da parte del paziente, ovvero il suo grado di compliance.
Quindi i fattori comuni a tutte le forme di psicoterapia che sembrano determinare il successo del trattamento sono:
1. Comprensione empatica.
2. Atteggiamento non giudicante.
3. Ascolto attivo e contenimento emotivo.
Psicoterapie in calo: tendenze controcorrenti?
Nonostante le numerose conferme sull'efficacia delle psicoterapie, non è possibile non evidenziare una tendenza, se vogliamo, controcorrente, maggiormente presente in America, e che fa riferimento ad un aumentato ricorso al trattamento farmacologico a scapito degli interventi psicoterapeutici nella presa in carico della Depressione. Questo trend può trovare una spiegazione nello straordinario progresso registrato negli ultimi anni dalle neuroscienze e della psicofarmacologia, in cui l'enfasi posta sulle basi biologiche dei disturbi psichici ha spostato inevitabilmente l'attenzione su trattamenti somatici, considerati oggi sempre più sicuri, mirati ed efficaci (25). D'altra parte, la ricerca biopsicologica ha rivelato il ruolo dei fattori psicosociali nel modulare l'espressione genica (26) e, ancora, ha dimostrato la capacità dei trattamenti psicologici di influire sull'attività cerebrale, modificandola (27).
Eppure la comprensione neurobiologica, l'ampia scelta tra le varie classi di farmaci e la fiducia a questi accordata, sembrano far perdere di vista la necessità del dialogo e dell''ascolto del paziente, la sua soggettività e il suo vissuto (28).
Ihttp://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE6A904C20101110n tal senso, occorrerebbe ricordare che la Psicoterapia, come evidenziato da alcuni studi (29), risulta essere un investimento in termini di costi/energie che consente però di risparmiare nel lungo termine riducendo il rischio di cronicizzazione dei sintomi, disabilità, disfunzionamento socio-lavorativo, aumentando nel contempo il benessere e la qualità della vita dell'individuo (30).
Conclusioni
Evidenze scientifiche consolidate dimostrano che varie opzioni di cura con approcci metodologici differenti, adattabili al singolo caso, sono efficaci nella terapia della Depressione.
Qualsiasi trattamento sarà comunque inizialmente rivolto alla risoluzione della fase acuta e successivamente orientato alla prevenzione delle ricorrenze, al recupero funzionale e all'adattamento sociale del paziente. Tali obiettivi possono essere raggiunti con un approccio combinato che tenga conto della dimensione biologica, psicologica e sociale dell'individuo. Numerose evidenze scientifiche confermano l'efficacia degli interventi psicoterapeutici nel trattamento dei Disturbi Depressivi. Il modello psicologico di cura va, dunque, ad affiancarsi al modello biologico proprio della farmacoterapia. I due interventi non debbono considerarsi alternativi, ma complementari, sebbene di volta in volta le singole condizioni psicopatologiche unite ai tempi di intervento, in fase acuta o di mantenimento, richiedano di privilegiare l'uno o l'altro dei trattamenti o entrambi in combinazione. La terapia farmacologica agisce più velocemente di ogni forma di Psicoterapia e può creare le premesse per il trattamento psicoterapeutico.
La Psicoterapia, è efficace nel miglioramento del funzionamento socio-relazionale e della riduzione di successivi rischi di ricorrenze, assicurando un più duraturo cambiamento positivo.
La combinazione dei due interventi migliora l'esito dei pazienti con forme severe e ricorrenti, croniche e farma-coresistenti.
Dipartimento Salute Mentale, Azienda Sanitaria Provinciale Palermo
Dipartimento di Neuroscienze Cllniche, Università degli Studi di Palermo
......Fattori comuni delle Psicoterapie
Evidenze scientifiche consolidate dimostrano che il trattamento psicoterapico sia efficace. Non risulta ancora chiaro quali siano i fattori specifici responsabili dell'efficacia di ciascun modello psicoterapeutico applicato.
Pertanto, è sempre più condivisa l'idea che le Psicoterapie efficaci abbiano aspetti comuni tra loro. Un attento esame della bibliografia sull'argomento conduce alla conclusione che gran parte dei miglioramenti ottenuti attraverso la Psicoterapia possano essere attribuiti a variabili riferite al paziente.

Ad esempio, il clima collaborativo, come già detto, può aiutare anche la gestione del trattamento farmacologico. Alcuni pazienti traggono benefici psicologici dall'utilizzo di farmaci, che soddisfacendo il bisogno di dipendenza, danno loro la sensazione di essere curati e nutriti. Altri soggetti possono invece vedere nel farmaco un medicamento "imposto" dal terapeuta, una sorta di veleno che addirittura peggiora la loro agonia. Affrontare tali resistenze in un percorso di psicoterapia può accrescere la motivazione e l'adesione alla prescrizione farmacologica da parte del paziente, ovvero il suo grado di compliance.
Quindi i fattori comuni a tutte le forme di psicoterapia che sembrano determinare il successo del trattamento sono:
1. Comprensione empatica.
2. Atteggiamento non giudicante.
3. Ascolto attivo e contenimento emotivo.
Psicoterapie in calo: tendenze controcorrenti?
Nonostante le numerose conferme sull'efficacia delle psicoterapie, non è possibile non evidenziare una tendenza, se vogliamo, controcorrente, maggiormente presente in America, e che fa riferimento ad un aumentato ricorso al trattamento farmacologico a scapito degli interventi psicoterapeutici nella presa in carico della Depressione. Questo trend può trovare una spiegazione nello straordinario progresso registrato negli ultimi anni dalle neuroscienze e della psicofarmacologia, in cui l'enfasi posta sulle basi biologiche dei disturbi psichici ha spostato inevitabilmente l'attenzione su trattamenti somatici, considerati oggi sempre più sicuri, mirati ed efficaci (25). D'altra parte, la ricerca biopsicologica ha rivelato il ruolo dei fattori psicosociali nel modulare l'espressione genica (26) e, ancora, ha dimostrato la capacità dei trattamenti psicologici di influire sull'attività cerebrale, modificandola (27).
Eppure la comprensione neurobiologica, l'ampia scelta tra le varie classi di farmaci e la fiducia a questi accordata, sembrano far perdere di vista la necessità del dialogo e dell''ascolto del paziente, la sua soggettività e il suo vissuto (28).
Ihttp://it.reuters.com/article/topNews/idITMIE6A904C20101110n tal senso, occorrerebbe ricordare che la Psicoterapia, come evidenziato da alcuni studi (29), risulta essere un investimento in termini di costi/energie che consente però di risparmiare nel lungo termine riducendo il rischio di cronicizzazione dei sintomi, disabilità, disfunzionamento socio-lavorativo, aumentando nel contempo il benessere e la qualità della vita dell'individuo (30).
Conclusioni
Evidenze scientifiche consolidate dimostrano che varie opzioni di cura con approcci metodologici differenti, adattabili al singolo caso, sono efficaci nella terapia della Depressione.
Qualsiasi trattamento sarà comunque inizialmente rivolto alla risoluzione della fase acuta e successivamente orientato alla prevenzione delle ricorrenze, al recupero funzionale e all'adattamento sociale del paziente. Tali obiettivi possono essere raggiunti con un approccio combinato che tenga conto della dimensione biologica, psicologica e sociale dell'individuo. Numerose evidenze scientifiche confermano l'efficacia degli interventi psicoterapeutici nel trattamento dei Disturbi Depressivi. Il modello psicologico di cura va, dunque, ad affiancarsi al modello biologico proprio della farmacoterapia. I due interventi non debbono considerarsi alternativi, ma complementari, sebbene di volta in volta le singole condizioni psicopatologiche unite ai tempi di intervento, in fase acuta o di mantenimento, richiedano di privilegiare l'uno o l'altro dei trattamenti o entrambi in combinazione. La terapia farmacologica agisce più velocemente di ogni forma di Psicoterapia e può creare le premesse per il trattamento psicoterapeutico.

La combinazione dei due interventi migliora l'esito dei pazienti con forme severe e ricorrenti, croniche e farma-coresistenti.
Dipartimento Salute Mentale, Azienda Sanitaria Provinciale Palermo
Dipartimento di Neuroscienze Cllniche, Università degli Studi di Palermo
Lavoro in famiglia, Istat: oltre 76% a carico delle donne
da Roiters.it..............Oltre il 76% del lavoro familiare delle coppie è ancora a carico delle donne, con pochi progressi compiuti rispetto a sette-otto anni fa, quando il dato superava di poco il 77%.E' quanto emerge da un rapporto dell'Istat -- relativo al 2008 e al 2009 e realizzato intervistando oltre 18.000 famiglie e 40.000 persone -- in cui l'istituto di ricerca sottolinea la "forte disuguaglianza di genere" che persiste "nella divisione del carico di lavoro familiare tra i partner".Il rapporto -- che giunge 20 anni dopo la prima edizione e sei dopo la seconda -- sottolinea come "l'asimmetria nella divisione del lavoro familiare è trasversale a tutto il Paese, anche se nel Nord raggiunge sempre livelli più bassi"."Le differenze territoriali sono più marcate nelle coppie in cui lei non lavora. L'indice assume valori inferiori al 70% solo nelle coppie settentrionali in cui lei lavora e non ci sono figli, e nelle coppie in cui la donna è una lavoratrice laureata (67,6%)", si legge nel rapporto diffuso oggi................
venerdì 5 novembre 2010
wifi piu' libero dal prossimo anno (da La Repubblica.it)
..........Dal 1 gennaio libere connessioni wi-fi. Dal primo gennaio ci si potrà collegare liberamente, senza restrizioni e senza controlli, alla rete wi-fi. Il ministro dell'Interno aveva già annunciato la necessità di intervenire sulla liberalizzazione delle connessioni 1 internet, ampiamente sostenuta da diverse iniziative parlamentari che chiedevano di abolire la legge Pisanu 2. Ricordando le limitazioni introdotte nel 2005, Maroni ha spiegato che sono state fatte delle valutazioni "per contemperare l'esigenza della libera diffusione e quella della sicurezza". Dopo la sua recente visita in Israele, ha detto ancora Maroni, nel corso della quale ha incontrato il responsabile dell'antiterrorismo di Gerusalemme, "ho valutato che si possa procedere all'abolizione delle restrizioni del decreto Pisanu, che scade il 31 dicembre, e dal 1 gennaio introduciamo la liberalizzazione dei collegamenti wi-fi attraverso gli smartphone". "Da qui a dicembre - ha concluso - valuteremo quali siano gli adeguati standard di sicurezza e dal 1 gennaio i cittadini saranno liberi di collegarsi ai sistemi wi-fi senza le restrizioni introdotte 5 anni fa e che oggi sono superate dall'evoluzione tecnologica". Che cosa dice il decreto Pisanu. Come scrive l'Espresso, 3l'Italia è l'unico paese libero dove se il proprietario di un bar o di un altro negozio decide di offrire ai suoi clienti una connessione senza fili (Wi-Fi) a Internet, prima deve richiedere una speciale licenza al questore, poi "procedere all'identificazione previa esibizione di documento" di ogni singolo cliente, infine conservare su un apposito registro (cartaceo, naturalmente) tutti i dati "relativi alle attività di navigazione".In altre parole, si impongono diverse procedure burocratiche lunghe, costose e noiose tanto al titolare del bar quanto all'aspirante cybernauta: un po' come ne "La concessione del telefono" di Camilleri. Con il risultato che in Italia navigare su Internet in mobilità attraverso il Wi-Fi pubblico è quasi impossibile. Sono pochissimi infatti i punti ("hot spot") che offrono questa connessione: 4.200 in tutto il Paese secondo il ministero dello Sviluppo Economico, meno di 2.000 per il sito specializzato WiFi Italia.com. Comunque "un quarto o un quinto rispetto a quelli degli altri principali Paesi europei", come scrive la media company californiana Jiwire.com; mentre è meglio soprassedere al confronto con gli Stati Uniti (oltre 70 mila, di cui un migliaio solo a New York, spesso gratuiti).........
orso castano : anche il governo comincia a rendersi conto che l'evoluzione tecnologica e' inarrestabile e supera le restrizioni , questo consentira' anche all'Italia di sviluppare sempre di piu' le comunicazioni attraverso il web. Pur con i suoi rischi (pedofili, terroristi e mafiosi potranno meglio nascondersi nella massa ) e' una buona notizia. Ma non ci siamo ancora ; il web deve essere gratuito per tutti e libero. E' un diritto alla comunicazione.
orso castano : anche il governo comincia a rendersi conto che l'evoluzione tecnologica e' inarrestabile e supera le restrizioni , questo consentira' anche all'Italia di sviluppare sempre di piu' le comunicazioni attraverso il web. Pur con i suoi rischi (pedofili, terroristi e mafiosi potranno meglio nascondersi nella massa ) e' una buona notizia. Ma non ci siamo ancora ; il web deve essere gratuito per tutti e libero. E' un diritto alla comunicazione.
Berlusconi evita......e manda Giovanardi , da Repubblica.it
Sarà il sottosegretario Carlo Giovanardi, e non Silvio Berlusconi, ad aprire la Conferenza nazionale della famiglia che si svolgerà a Milano dall'8 al 10 novembre a Milano. Una decisione, si apprende da ambienti governativi, presa a margine dell'odierno Consiglio dei ministri per "evitare attacchi e strumentalizzazioni preannunciate" contro il premier dopo gli ultimi scandali che lo hanno coinvolto. Scandali che avevano indotto il presidente del Forum delle associazioni familiari, Francesco Belletti, a dichiarare che la presenza del Cavaliere sarebbe stata "imbarazzante" 1. ......
orso castano: almeno il senso del pudore....
orso castano: almeno il senso del pudore....
lunedì 18 ottobre 2010
Facebook è una dittatura?di Alessandro Gilioli da Espresso on line
Arriva il film su Mark Zuckerberg, il fondatore del social network più potente del mondo. E ci si chiede: è giusto che mezzo miliardo di cittadini di questo enorme Stato trasversale non abbiano alcun diritto?............E, ancora, è diventato lo strumento per la nascita e la crescita di "cause" e di battaglie civili (da quando un utente colombiano, Oscar Morales, nel 2007 ha creato un gruppo che ha portato 12 milioni di persone in piazza contro le Farc), quindi un detonatore potenzialmente impressionante per creare e influenzare l'opinione pubblica. Un immenso luogo di incontro e di confronto dove si mescolano l'alto e il basso (approfondimenti sulla "Critica della Ragion pura" e goliardate sulle compagne di classe tettone), le minuzie quotidiane e le scelte epocali ("Lo si può usare per decidere dove andare a cena ma anche per scegliere il presidente degli Stati Uniti", come sintetizza l'autore del saggio "The Facebook Effect", David Kirckpatrick). Comunque, una "cosa" che influenza e influenzerà sempre di più le nostre scelte di cittadini, consumatori, elettori................... Di qui, è naturale, la grande curiosità attorno al padre-padrone di Facebook e alle sue vere o presunte indegnità morali (avrà o non avrà rubato l'idea vincente ai compagni di corso?). E di qui le interviste pressanti al giovane Zuckerberg per capire fino a che punto è avido e malvagio, se e quando utilizzerà i nostri dati personali per rivenderli ai vampiri del direct marketing, quali politiche di privacy vorrà garantire ai 500 milioni di clienti che hanno riempito il social network con le loro foto, i loro video, i loro gusti personali.Quasi che - trovandoci ormai ad essere cittadini di uno Stato trasversale le cui leggi sono diventate per l'esistenza di molti più importanti di quelle del loro Stato reale - ormai ci si possa soltanto affidare alla benevolenza del suo sovrano assoluto (un programmatore ventiseienne, alla fin fine) e dei suoi potentissimi dignitari: quelli che con un colpo di clic possono cancellare il nostro account (magari su "segnalazione" di qualche nostro avversario, nemico o concorrente) distruggendo le relazioni di una persona, il futuro di un'azienda, le chance di una causa politica.
orso castano : vogliamo il web libero e gratuito a banda larga garantito per tutti !!! L'informazione e' deteminante , la sua liberta' e' fondamento di civilta' , facciamo questa battaglia!!
orso castano : vogliamo il web libero e gratuito a banda larga garantito per tutti !!! L'informazione e' deteminante , la sua liberta' e' fondamento di civilta' , facciamo questa battaglia!!
Il lavoro e la crisi: esigiamo le risposte. Guglielmo Epifani a Piazza del Popolo
il lavoro non e' una merce , di luciano Gallino
2007, Editori
Laterza ; Chi diffonde
il pensiero malato che tramuta ciò che è Umano in merce? : di Luciano Gallino

Non
solo in Italia. I laburisti inglesi alla Tony Blair, i
socialdemocratici tedeschi, i socialisti francesi, i democratici
americani alla Bill Clinton:
quanto e più della Destra,
i tre quarti della “sinistra” occidentale
― dal 1989, o forse
dal 1973 kissinger-pinochetista in poi
― hanno aggredito i
Diritti Umani dei Lavoratori, alterato la memoria
storica, creato disuguaglianza, svenduto i Beni Pubblici
― sola difesa dei
Cittadini dalle tirannie private
― per aver
dimenticato che cos’è l’Essere Umano.............................L’idea
che il lavoro umano sia separabile dall’Essere Umano (e dunque
commerciabile) non avrebbe mai avuto corso, e mai si sarebbe diffusa,
se non avesse trovato ad attenderla nelle menti la costruzione di
pensiero che separa l’Essere Umano da
tutto sé stesso
considerando “argilla”, “animale”, inessenziale e transeunte,
in lui, ciò che non
è anima divina. È
il pensiero che ci avvezza a ritenere davvero
fondante e davvero
importante, in noi, solo quel ch’è “dentro” di noi
― così “dentro” che non lo si può percepire ― solo
quel ch’è puro spirito, solo
quel che in noi... non c’è,
e noi stessi alla fin fine non significativi, non determinanti,
sacrificabili: è il
pensiero religioso
che ci prepara ad accettare, a
rassegnarci
all’idea che perfino il nostro creare e sentire e pensare
e fare possa essere staccato da noi e comprato e venduto così come
si recidono e si commerciano i capelli delle Donne indiane, o i
corpi delle povere Ragazze abbandonate davanti alle tv di tutto
l’Occidente, o i reni e i fegati e i cuori dei Bambini dell’Est
Europa................................ Nessuna
ricostruzione della Sinistra sarà possibile, in Italia e nel mondo,
finché le Donne e gli Uomini di Sinistra per primi ― e poi tutti
gli altri ― non ritroveranno la stima e il rispetto di sé, dei
propri rapporti reciproci, dell’immaginazione che rende gli
animali umani i soli creatori (o distruttori) di sé stessi, della
Società e del mondo. Nessun riscatto della creatività, del pensiero
e del lavoro dal neoschiavismo teocratico-capitalista sarà
possibile, in Italia e nel mondo, finché le Donne e gli Uomini di
Sinistra per primi ― e poi tutti gli altri ― non avranno scoperto
e realizzato un nuovo, moderno Umanesimo. Ma nessun
Umanesimo sarà possibile, in Italia e nel mondo, finché le Donne e
gli Uomini di Sinistra per primi ― e poi tutti gli altri ―
non troveranno il coraggio, la libertà, la fantasia, l’intelligenza
di relegare tutti gli Dei nel grande album storico delle creazioni (e
distruzioni) dell’Umanità.
Introduzione di Luigi
Scialanca
Come
un virus, l’idea che quel che è umano possa essere ridotto a merce
si diffonde da mente a mente. Come un virus, già nei primi anni ’90
stava contagiando una parte della Sinistra italiana e la tramutava
nella finta “sinistra” che è oggi: “In
Italia,” scrive
ancora Gallino, “tre
quarti delle forze politiche del centrosinistra hanno una concezione
meramente adattativa delle politiche del lavoro, che si
distingue da quella del centrodestra solo perché orientata a una
certa maggior disponibilità quando si tratta di curare gli
effetti della flessibilità mediante «ammortizzatori
sociali»”.


"Nell’oceano
del lavoro la tempesta deriva dall’aver messo in competizione tra
loro, deliberatamente, il mezzo miliardo di lavoratori del mondo che
hanno goduto per alcuni decenni di buoni salari e condizioni di
lavoro, con un miliardo e mezzo di nuovi salariati che lavorano in
condizioni orrende con salari miserandi. La richiesta di
accrescere i lavori flessibili è un aspetto di tale competizione. Il
problema smisurato che la politica nazionale e internazionale
dovrebbe affrontare sta nel far sì che l’incontro che prima o poi
avverrà tra queste due parti della popolazione mondiale avvenga
verso l’alto della scala dei salari e dei diritti piuttosto che
verso il basso; che è l’esito verso cui finirebbe per condurci lo
smantellamento delle protezioni legali dell’occupazione
― uno dei tanti
sinonimi della flessibilità.
domenica 17 ottobre 2010
disoccupazione e conseguenze psicologiche : due studi (clicca x art,)
studio 1 , Risultati. L'analisi delle corrispondenze multiple condotta sulle storie suggerisce la presenza di due dimensioni soggiacenti alle strutture narrative. La prima (var. 23.4%) contrappone un modello processuale organizzante la produzione narrativa nel quale sono centrali gli aspetti di competenza (professionalità del personaggio, analisi dei fattori che hanno condotto alla perdita del lavoro, abilità tecnico-professionali e conoscenza del mercato per il reingresso nel sistema produttivo), ad uno in cui tali aspetti passano in secondo piano e diventano preponderanti quelli legati alla componente emozionale (prevale l'attenzione alle risposte affettive del personaggio mentre la descrizione del profilo lavorativo e professionale, dei motivi della perdita del lavoro e delle modalità di reingresso sono approssimative o assenti). La seconda dimensione (var. 11.8%), contrappone una modalità reattiva del personaggio alla perdita del lavoro caratterizzata dal tentativo di un rapido allontanamento dalla condizione di disoccupazione attraverso la ricerca generica di altri lavori, ad una segnata piuttosto da un impegno volto ad ottenere un sussidio che sembra rappresentare l'unica soluzione al problema della perdita del lavoro.
L'analisi dei cluster condotta sui punteggi fattoriali relativi alle due dimensioni descritte, suggerisce che le storie possono essere classificate in tre gruppi culturali omogenei. La presentazione di ciascun cluster sarà seguita da una storia esemplificativa.
Nelle storie appartenenti al primo cluster (il più numeroso: n = 29), che si addensa attorno al polo emozionalità il personaggio svolge quasi sempre una mansione operaia non meglio specificata e che comunque non sembra avere rilevanza. Semmai la definizione del personaggio avviene in base al ruolo familiare. La perdita del lavoro avviene per eventi esterni e generici (fallimento della fabbrica, la decisione di chiudere l'attività da parte del datore di lavoro) di cui non sono espresse le motivazioni causali e su cui non sembra esistere possibilità di controllo e previsione: assomigliano piuttosto a una frattura nella vita del personaggio alla quale porre rimedio per "ritornare alla vita stabile". In tutti i casi la perdita del lavoro è un fenomeno collettivo, cioè non riguarda mai solo il personaggio ma coinvolge diversi soggetti; sembra pertanto essere sempre esclusa una responsabilità individuale del personaggio rispetto alla sua fuoriuscita dal processo produttivo. Le reazioni del personaggio vengono definite di paura, depressione, shock, trauma. Sebbene si affermi che il personaggio tornerà a lavorare, non sono in alcun modo espresse le strategie per il suo reinserimento lavorativo e sul futuro sembra gravare un'ombra fosca di incertezza. Anche le risorse sembrano molto scarse, i vincoli prevalenti (abitare al Sud, essere avanti con gli anni) e quando sono presenti hanno caratteristiche vaghe e indefinite. Un elemento caratteristico sembra essere quello della solitudine del personaggio di fronte alla perdita del lavoro, dove i legami con altri soggetti riguardano solo la ristretta cerchia familiare: la perdita del lavoro viene rappresentata dagli estensori di queste storie come la perdita di un intero sistema di appartenenza sociale.
«Era un uomo di mezza età, aveva un lavoro che lo soddisfaceva abbastanza, era felice con la sua famiglia. Finché un giorno perse il posto di lavoro lasciandolo scioccato pieno di paura, e senza avvenire. Il posto di lavoro lo ha perso non per la sua volontà, perché il suo datore di lavoro ha deciso di chiudere attività. Ha reagito non bene. In questo momento lui sta pensando che per lui visto che l'età [è] avanzata sarà più difficile collocarsi nel mondo del lavoro. No sa cosa farà».
Le storie appartenenti al secondo cluster (n = 4), si caratterizzano per la reazione del personaggio in termini di lotta e protesta per ottenere un sussidio, che sembra rappresentare l'unica soluzione possibile (seppure insufficiente) al problema della perdita del lavoro. In questo senso la mobilitazione del personaggio appare finalizzata ad ottenere per sé e per la propria famiglia un risarcimento almeno parziale per il danno subìto. Anche in questo gruppo di storie le dimensioni legate alla competenza passano in secondo piano e sono poco rilevanti tanto nella definizione dell'identità del personaggio che nel processo di reinserimento nel mercato. Allo stesso modo ha poca rilevanza l'attribuzione di causalità relativa alla perdita del lavoro.
«Nicola ha famiglia con moglie e due figli, faceva il taglista e così facendo viveva distintamente. Nicola ha perso il lavoro per mancanza di commesse dell'azienda e facendo sciopero ha ottenuto la Cassa Integrazione. Nicola sta pensando che con i soldi della Cassa Integrazione non può vivere. Nicola in futuro sta pensando di fare la seconda attività.»
Le storie appartenenti al terzo cluster (n= 14) che si addensa attorno al polo competenza, sono caratterizzate da una descrizione specifica della professionalità del personaggio e delle cause della perdita del lavoro; la reazione tende a escludere gli aspetti emozionali. Le modalità di reinserimento nel mercato sono adeguatamente indicate e fanno stretto riferimento alla professionalità del personaggio che si avvale inoltre della collaborazione di altri soggetti per attuare i suoi scopi. La perdita del lavoro, pur rappresentando un evento critico, non assume la connotazione di una frattura complessiva nella vita del personaggio e di perdita di un intero sistema di appartenenza sociale e professionale.
«Questo signore è un ingegnere dalla apparente età di 40 anni. Aveva messo su un'azienda per la produzione di materiale plastico. Ha perso il lavoro perché non ha saputo adeguarsi alla concorrenza del settore e ha trovato problemi alla collocazione del suo prodotto sul mercato. Di conseguenza ha dovuto licenziare tutto il personale dipendente. In questo momento sta pensando di mettere su un'altra attività cercando di aggiornarsi sulle nuove tecnologie. In futuro continuerà a fare l'imprenditore cercando di non fare gli errori fatti precedentemente.»
L'elevata coerenza delle strutture narrative rintracciabili all'interno di ciascun cluster consente di proporre alcune considerazioni in merito ai modelli rappresentazionali relativi alla relazione tra individuo e mercato-contesto che le storie propongono.
Nel primo raggruppamento culturale il principale contenuto atteso dalla relazione con il mercato-contesto (il motivo per il quale la relazione e gli scambi tra gli attori esistono) sembra essere l'instaurazione e il mantenimento di un rapporto di sostegno nel quale diventano poco rilevanti gli elementi di competenza. Il posto di lavoro occupato è rappresentato soprattutto come una fonte di sicurezza e sostegno la cui perdita ingenera disperazione e sgomento, inducendo una improvvisa trasformazione del contenuto della relazione di scambio che da rassicuratorio diviene elemento persecutorio e rifiutante. Il processo di disoccupazione in sostanza viene rappresentato, entro questo modello culturale, in modo da non mostrare possibilità di cambiamento e soluzioni concrete di riorganizzazione professionale. Se infatti, coerentemente con la fantasia sul contenuto della relazione di scambio, l'inserimento nel mondo del lavoro non avviene sulla base di una competenza ma sulla base di un diritto a essere inseriti in una relazione che procura sostegno e sicurezza, il fallimento di questa fantasia (rappresentato dal licenziamento) lascia senza alternative se non quella di assumere un atteggiamento passivo, di rifiuto di qualsiasi assunzione di responsabilità nei confronti del proprio futuro professionale e lavorativo, volto a ottenere un intervento di sostegno capace di riparare a quella frattura. Il fallimento di questa fantasia relazionale, organizzata su un modello di scambio di tipo prevalentemente affiliativo, sembra dunque compromettere definitivamente la possibilità di reingresso nel mondo del lavoro.
Nelle storie appartenenti al secondo cluster la relazione con il contesto-mercato, che pure tende ad escludere le dimensioni di competenza, risulta invece organizzata prevalentemente su una dinamica rivendicativo-persecutoria. Ciò che per i soggetti appartenenti a questo raggruppamento culturale sembra contare di fronte alla perdita del lavoro, è la possibilità di ottenere un risarcimento per il danno subito piuttosto che la possibilità di un reinserimento lavorativo; l'impegno del personaggio da loro rappresentato sembra infatti organizzarsi tutto intorno a questo tentativo all'interno del quale il disoccupato non rappresenta solo se stesso, ma un intero nucleo sociale (la propria famiglia) vittima di un danno da parte del sistema sociale più ampio. In questo caso la situazione di disoccupazione non rappresenta una fase di passaggio nella vita del personaggio, ma assume la connotazione di uno "status", di una situazione stabile di credito nei confronti del sistema sociale.
Le storie appartenenti al terzo modello culturale, infine, propongono una rappresentazione della relazione con il contesto-mercato basata su un modello funzionale all'impiego di strategie per la ricerca di un nuovo lavoro che tengano criticamente conto della relazione tra individuo e contesto, nella quale cioè assumono rilevanza gli elementi di competenza professionale e organizzativa. Coerentemente, sia l'attribuzione causale della perdita del lavoro, sia il reinserimento nel processo produttivo, vengono affrontatati nei termini di una valutazione del rapporto tra competenze individuali e richieste del contesto-mercato.
studio 2 , Risultati. L'analisi delle corrispondenze degli item relativi all'area A. mostra che il campo rappresentazionale della disoccupazione nel nostro campione viene descritto lungo tre dimensioni che spiegano complessivamente il 64.6 % della varianza. La prima (27.4% di varianza) contrappone un'immagine della disoccupazione come evento profondamente depauperante su un piano personale e del riconoscimento sociale (item esemplificativi: la disoccupazione è diminuzione del prestigio, un tradimento delle Istituzioni, uno spreco capacita professionali, depressione) ad una che al contrario ne evidenzia le possibilità e le occasioni di sviluppo che essa può offrire (la disoccupazione è l'occasione per cercare risorse, un periodo di riflessione per riorganizzare vita lavorativa, per nuovi apprendimenti, per nuove esperienze). La seconda e la terza dimensione (19.8% e 17.4% di varianza) contrappongono rispettivamente un atteggiamento di rassegnazione (la disoccupazione è la mancanza sicurezza, è causa di depressione) o uno di fuga (la disoccupazione mi consente di riuscire in altri campi, di non dover obbedire a nessuno o rispettare orari), all'impegno nella risoluzione del problema del lavoro più o meno connotato in termini di sfida (la disoccupazione è una sfida, è l'occasione per mostrare il proprio valore, la disoccupazione mi consente di mostrare quanto valgo e di cercare dentro di me le risorse per farcela).
Un'analisi dei cluster condotta sui punteggi fattoriali dei soggetti suggerisce l'esistenza di gruppi omogenei.
Nel cluster 1 (n = 47, 37.3%) la rappresentazione della disoccupazione tende a organizzarsi attorno ai poli che abbiamo indicato come depauperazione e rassegnazione. Secondo questo modello culturale la disoccupazione costituisce infatti un processo estremamente depauperante per l'individuo che lo subisce, caratterizzato da una serie di perdite (sicurezza, prestigio, potere) e dal tradimento da parte "delle Istituzioni" ritenute responsabili del problema e della sua mancata soluzione. Tale processo viene rappresentato come ineluttabile e senza via d'uscita. Sono cioè scarsamente presenti aspetti che rimandano ad una possibilità evolutiva e al superamento della crisi ingenerata dalla perdita del lavoro.
Le cause della disoccupazione sono individuate nella disonestà dei politici e nel disinteresse dello Stato. I Sindacati, il Ministero del Lavoro, gli Enti di formazione, sono percepiti come profondamente impotenti seppur interessati al problema della disoccupazione e al destino dei disoccupati, mentre il rapporto con i datori di lavoro tende ad essere definito rispettivamente attraverso le categorie emozionali complementari "abbandono e sfruttamento" o "presa in carico". Nel complesso, dunque, all'interno di questo modello culturale, il principale contenuto atteso dalla relazione con il contesto (il motivo per il quale la relazione e gli scambi tra gli attori esistono) è un processo affiliativo, cioè l'instaurazione e il mantenimento di un rapporto di sostegno. Diventano pertanto poco rilevanti gli elementi di competenza. Su un piano emozionale tale configurazione si muove dunque lungo l'asse gratificazione-persecuzione: gratificazione nel caso in cui il contesto-mercato e le Istituzioni rispondono alle aspettative, persecuzione quando esso non vi risponde
Nel cluster 2 (n = 33, 26,2%) la rappresentazione della disoccupazione si organizza intorno ai poli depauperazione e sfida. La disoccupazione è rappresentata come un processo di aggressione che minaccia l'identità professionale dell'individuo, a cui rispondere simmetricamente con un atteggiamento di sfida che consenta un riscatto personale. Pur sottolineando la responsabilità delle Istituzioni, le cause della disoccupazione sono più spesso individuate nella mancanza di potere personale e nell'avidità delle aziende e dei datori di lavoro. L'immagine dei Sindacati, del Ministero del lavoro, degli Enti di formazione, assume anche in questo caso una forte connotazione emozionale, rispettivamente nei termini di rifiuto e disinteresse e di incompetenza. In merito alle strategie di reinserimento sul mercato del lavoro, i soggetti appartenenti a questo cluster sembrano essere più orientati verso strategie dirette di job-searching piuttosto che verso strategie mediate dal reperimento o acquisizione di maggiori risorse. Tra i fattori di successo, nella vita e nel lavoro, viene più spesso indicata la mancanza di scrupoli.
Rispetto al primo nucleo rappresentazionale, in questo secondo l'immagine del disoccupato sembra orientarsi maggiormente verso la caratterizzazione di competenza e intraprendenza.
Nel complesso, anche all'interno di questo modello culturale, il rapporto con le Istituzioni e con il contesto-mercato è fortemente connotato in termini emozionali e rappresentato prevalentemente attraverso categorie che rimandano da un lato all'aspetto più francamente persecutorio della dimensione affiliativa, dall'altro ad una dinamica di potere e di rivendicazione.
Nel cluster 3 (n = 46, 36.5%) la rappresentazione della disoccupazione si organizza soprattutto attorno al polo sviluppo. La disoccupazione in questo caso rappresenta, oltre che un momento di crisi, l'occasione di conseguire nuovi apprendimenti e di fare nuove esperienze. E' anche presente, in questo nucleo rappresentazionale, quella dimensione di fuga che abbiamo descritto quale polo negativo della terza dimensione.
I risultati delle analisi mostrano come questo gruppo di soggetti tenda ad attribuire lo stato di disoccupazione a fattori causali che rimandano a dimensioni di competenza, alla mancanza di mezzi personali, oltreché a un fattore di crisi economica. L'immagine del disoccupato è definita in termini di ridotta competenza.
Anche l'immagine dei Sindacati è descritta nei termini di incompetenza e inesperienza ove lo scarso impatto dell'azione sindacale sul problema della disoccupazione è attribuito ad un problema di competenza piuttosto che ad una dimensione connotata emozionalmente, di rifiuto e disinteresse. Se il rapporto tra Istituzioni e disoccupati tende ad essere definito criticamente nei termini del controllo di una potenziale minaccia, quello con i datori di lavoro viene descritto con modalità che rimandano alle regole di mercato e al rapporto tra domanda e offerta di manodopera. Per ciò che concerne le strategie di reimpiego, questo gruppo, rispetto ai primi due, privilegia la formazione professionale e lo sviluppo di contatti con referenti privilegiati, cioè strategie orientate al reperimento di maggiori risorse personali e relazionali. Tra i fattori di successo, in questo gruppo più che negli altri si sottolinea la propensione a rischiare personalmente.
Nel rappresentare il rapporto con le Istituzioni e il contesto-mercato, dunque, i soggetti che condividono questo modello culturale sembrano meno implicati in dinamiche a prevalente connotazione emozionale. La rappresentazione della relazione sembra piuttosto fondata su una dimensione di competenza e di orientamento alla riuscita. In altri termini, il terzo raggruppamento culturale appare fortemente orientato al conseguimento di un obiettivo di reingresso nel mercato del lavoro attraverso l'incremento o l'aggiornamento delle proprie competenze e meno coinvolto in una dinamica disperante o rivendicativa nel rapporto con le Istituzioni e il contesto mercato, pur mantenendo un atteggiamento critico nei confronti dei dispositivi previsti per intervenire sul problema.
L'analisi dei cluster condotta sui punteggi fattoriali relativi alle due dimensioni descritte, suggerisce che le storie possono essere classificate in tre gruppi culturali omogenei. La presentazione di ciascun cluster sarà seguita da una storia esemplificativa.
Nelle storie appartenenti al primo cluster (il più numeroso: n = 29), che si addensa attorno al polo emozionalità il personaggio svolge quasi sempre una mansione operaia non meglio specificata e che comunque non sembra avere rilevanza. Semmai la definizione del personaggio avviene in base al ruolo familiare. La perdita del lavoro avviene per eventi esterni e generici (fallimento della fabbrica, la decisione di chiudere l'attività da parte del datore di lavoro) di cui non sono espresse le motivazioni causali e su cui non sembra esistere possibilità di controllo e previsione: assomigliano piuttosto a una frattura nella vita del personaggio alla quale porre rimedio per "ritornare alla vita stabile". In tutti i casi la perdita del lavoro è un fenomeno collettivo, cioè non riguarda mai solo il personaggio ma coinvolge diversi soggetti; sembra pertanto essere sempre esclusa una responsabilità individuale del personaggio rispetto alla sua fuoriuscita dal processo produttivo. Le reazioni del personaggio vengono definite di paura, depressione, shock, trauma. Sebbene si affermi che il personaggio tornerà a lavorare, non sono in alcun modo espresse le strategie per il suo reinserimento lavorativo e sul futuro sembra gravare un'ombra fosca di incertezza. Anche le risorse sembrano molto scarse, i vincoli prevalenti (abitare al Sud, essere avanti con gli anni) e quando sono presenti hanno caratteristiche vaghe e indefinite. Un elemento caratteristico sembra essere quello della solitudine del personaggio di fronte alla perdita del lavoro, dove i legami con altri soggetti riguardano solo la ristretta cerchia familiare: la perdita del lavoro viene rappresentata dagli estensori di queste storie come la perdita di un intero sistema di appartenenza sociale.
«Era un uomo di mezza età, aveva un lavoro che lo soddisfaceva abbastanza, era felice con la sua famiglia. Finché un giorno perse il posto di lavoro lasciandolo scioccato pieno di paura, e senza avvenire. Il posto di lavoro lo ha perso non per la sua volontà, perché il suo datore di lavoro ha deciso di chiudere attività. Ha reagito non bene. In questo momento lui sta pensando che per lui visto che l'età [è] avanzata sarà più difficile collocarsi nel mondo del lavoro. No sa cosa farà».
Le storie appartenenti al secondo cluster (n = 4), si caratterizzano per la reazione del personaggio in termini di lotta e protesta per ottenere un sussidio, che sembra rappresentare l'unica soluzione possibile (seppure insufficiente) al problema della perdita del lavoro. In questo senso la mobilitazione del personaggio appare finalizzata ad ottenere per sé e per la propria famiglia un risarcimento almeno parziale per il danno subìto. Anche in questo gruppo di storie le dimensioni legate alla competenza passano in secondo piano e sono poco rilevanti tanto nella definizione dell'identità del personaggio che nel processo di reinserimento nel mercato. Allo stesso modo ha poca rilevanza l'attribuzione di causalità relativa alla perdita del lavoro.
«Nicola ha famiglia con moglie e due figli, faceva il taglista e così facendo viveva distintamente. Nicola ha perso il lavoro per mancanza di commesse dell'azienda e facendo sciopero ha ottenuto la Cassa Integrazione. Nicola sta pensando che con i soldi della Cassa Integrazione non può vivere. Nicola in futuro sta pensando di fare la seconda attività.»
Le storie appartenenti al terzo cluster (n= 14) che si addensa attorno al polo competenza, sono caratterizzate da una descrizione specifica della professionalità del personaggio e delle cause della perdita del lavoro; la reazione tende a escludere gli aspetti emozionali. Le modalità di reinserimento nel mercato sono adeguatamente indicate e fanno stretto riferimento alla professionalità del personaggio che si avvale inoltre della collaborazione di altri soggetti per attuare i suoi scopi. La perdita del lavoro, pur rappresentando un evento critico, non assume la connotazione di una frattura complessiva nella vita del personaggio e di perdita di un intero sistema di appartenenza sociale e professionale.
«Questo signore è un ingegnere dalla apparente età di 40 anni. Aveva messo su un'azienda per la produzione di materiale plastico. Ha perso il lavoro perché non ha saputo adeguarsi alla concorrenza del settore e ha trovato problemi alla collocazione del suo prodotto sul mercato. Di conseguenza ha dovuto licenziare tutto il personale dipendente. In questo momento sta pensando di mettere su un'altra attività cercando di aggiornarsi sulle nuove tecnologie. In futuro continuerà a fare l'imprenditore cercando di non fare gli errori fatti precedentemente.»
L'elevata coerenza delle strutture narrative rintracciabili all'interno di ciascun cluster consente di proporre alcune considerazioni in merito ai modelli rappresentazionali relativi alla relazione tra individuo e mercato-contesto che le storie propongono.
Nel primo raggruppamento culturale il principale contenuto atteso dalla relazione con il mercato-contesto (il motivo per il quale la relazione e gli scambi tra gli attori esistono) sembra essere l'instaurazione e il mantenimento di un rapporto di sostegno nel quale diventano poco rilevanti gli elementi di competenza. Il posto di lavoro occupato è rappresentato soprattutto come una fonte di sicurezza e sostegno la cui perdita ingenera disperazione e sgomento, inducendo una improvvisa trasformazione del contenuto della relazione di scambio che da rassicuratorio diviene elemento persecutorio e rifiutante. Il processo di disoccupazione in sostanza viene rappresentato, entro questo modello culturale, in modo da non mostrare possibilità di cambiamento e soluzioni concrete di riorganizzazione professionale. Se infatti, coerentemente con la fantasia sul contenuto della relazione di scambio, l'inserimento nel mondo del lavoro non avviene sulla base di una competenza ma sulla base di un diritto a essere inseriti in una relazione che procura sostegno e sicurezza, il fallimento di questa fantasia (rappresentato dal licenziamento) lascia senza alternative se non quella di assumere un atteggiamento passivo, di rifiuto di qualsiasi assunzione di responsabilità nei confronti del proprio futuro professionale e lavorativo, volto a ottenere un intervento di sostegno capace di riparare a quella frattura. Il fallimento di questa fantasia relazionale, organizzata su un modello di scambio di tipo prevalentemente affiliativo, sembra dunque compromettere definitivamente la possibilità di reingresso nel mondo del lavoro.
Nelle storie appartenenti al secondo cluster la relazione con il contesto-mercato, che pure tende ad escludere le dimensioni di competenza, risulta invece organizzata prevalentemente su una dinamica rivendicativo-persecutoria. Ciò che per i soggetti appartenenti a questo raggruppamento culturale sembra contare di fronte alla perdita del lavoro, è la possibilità di ottenere un risarcimento per il danno subito piuttosto che la possibilità di un reinserimento lavorativo; l'impegno del personaggio da loro rappresentato sembra infatti organizzarsi tutto intorno a questo tentativo all'interno del quale il disoccupato non rappresenta solo se stesso, ma un intero nucleo sociale (la propria famiglia) vittima di un danno da parte del sistema sociale più ampio. In questo caso la situazione di disoccupazione non rappresenta una fase di passaggio nella vita del personaggio, ma assume la connotazione di uno "status", di una situazione stabile di credito nei confronti del sistema sociale.
Le storie appartenenti al terzo modello culturale, infine, propongono una rappresentazione della relazione con il contesto-mercato basata su un modello funzionale all'impiego di strategie per la ricerca di un nuovo lavoro che tengano criticamente conto della relazione tra individuo e contesto, nella quale cioè assumono rilevanza gli elementi di competenza professionale e organizzativa. Coerentemente, sia l'attribuzione causale della perdita del lavoro, sia il reinserimento nel processo produttivo, vengono affrontatati nei termini di una valutazione del rapporto tra competenze individuali e richieste del contesto-mercato.
studio 2 , Risultati. L'analisi delle corrispondenze degli item relativi all'area A. mostra che il campo rappresentazionale della disoccupazione nel nostro campione viene descritto lungo tre dimensioni che spiegano complessivamente il 64.6 % della varianza. La prima (27.4% di varianza) contrappone un'immagine della disoccupazione come evento profondamente depauperante su un piano personale e del riconoscimento sociale (item esemplificativi: la disoccupazione è diminuzione del prestigio, un tradimento delle Istituzioni, uno spreco capacita professionali, depressione) ad una che al contrario ne evidenzia le possibilità e le occasioni di sviluppo che essa può offrire (la disoccupazione è l'occasione per cercare risorse, un periodo di riflessione per riorganizzare vita lavorativa, per nuovi apprendimenti, per nuove esperienze). La seconda e la terza dimensione (19.8% e 17.4% di varianza) contrappongono rispettivamente un atteggiamento di rassegnazione (la disoccupazione è la mancanza sicurezza, è causa di depressione) o uno di fuga (la disoccupazione mi consente di riuscire in altri campi, di non dover obbedire a nessuno o rispettare orari), all'impegno nella risoluzione del problema del lavoro più o meno connotato in termini di sfida (la disoccupazione è una sfida, è l'occasione per mostrare il proprio valore, la disoccupazione mi consente di mostrare quanto valgo e di cercare dentro di me le risorse per farcela).
Un'analisi dei cluster condotta sui punteggi fattoriali dei soggetti suggerisce l'esistenza di gruppi omogenei.
Nel cluster 1 (n = 47, 37.3%) la rappresentazione della disoccupazione tende a organizzarsi attorno ai poli che abbiamo indicato come depauperazione e rassegnazione. Secondo questo modello culturale la disoccupazione costituisce infatti un processo estremamente depauperante per l'individuo che lo subisce, caratterizzato da una serie di perdite (sicurezza, prestigio, potere) e dal tradimento da parte "delle Istituzioni" ritenute responsabili del problema e della sua mancata soluzione. Tale processo viene rappresentato come ineluttabile e senza via d'uscita. Sono cioè scarsamente presenti aspetti che rimandano ad una possibilità evolutiva e al superamento della crisi ingenerata dalla perdita del lavoro.
Le cause della disoccupazione sono individuate nella disonestà dei politici e nel disinteresse dello Stato. I Sindacati, il Ministero del Lavoro, gli Enti di formazione, sono percepiti come profondamente impotenti seppur interessati al problema della disoccupazione e al destino dei disoccupati, mentre il rapporto con i datori di lavoro tende ad essere definito rispettivamente attraverso le categorie emozionali complementari "abbandono e sfruttamento" o "presa in carico". Nel complesso, dunque, all'interno di questo modello culturale, il principale contenuto atteso dalla relazione con il contesto (il motivo per il quale la relazione e gli scambi tra gli attori esistono) è un processo affiliativo, cioè l'instaurazione e il mantenimento di un rapporto di sostegno. Diventano pertanto poco rilevanti gli elementi di competenza. Su un piano emozionale tale configurazione si muove dunque lungo l'asse gratificazione-persecuzione: gratificazione nel caso in cui il contesto-mercato e le Istituzioni rispondono alle aspettative, persecuzione quando esso non vi risponde
Nel cluster 2 (n = 33, 26,2%) la rappresentazione della disoccupazione si organizza intorno ai poli depauperazione e sfida. La disoccupazione è rappresentata come un processo di aggressione che minaccia l'identità professionale dell'individuo, a cui rispondere simmetricamente con un atteggiamento di sfida che consenta un riscatto personale. Pur sottolineando la responsabilità delle Istituzioni, le cause della disoccupazione sono più spesso individuate nella mancanza di potere personale e nell'avidità delle aziende e dei datori di lavoro. L'immagine dei Sindacati, del Ministero del lavoro, degli Enti di formazione, assume anche in questo caso una forte connotazione emozionale, rispettivamente nei termini di rifiuto e disinteresse e di incompetenza. In merito alle strategie di reinserimento sul mercato del lavoro, i soggetti appartenenti a questo cluster sembrano essere più orientati verso strategie dirette di job-searching piuttosto che verso strategie mediate dal reperimento o acquisizione di maggiori risorse. Tra i fattori di successo, nella vita e nel lavoro, viene più spesso indicata la mancanza di scrupoli.
Rispetto al primo nucleo rappresentazionale, in questo secondo l'immagine del disoccupato sembra orientarsi maggiormente verso la caratterizzazione di competenza e intraprendenza.
Nel complesso, anche all'interno di questo modello culturale, il rapporto con le Istituzioni e con il contesto-mercato è fortemente connotato in termini emozionali e rappresentato prevalentemente attraverso categorie che rimandano da un lato all'aspetto più francamente persecutorio della dimensione affiliativa, dall'altro ad una dinamica di potere e di rivendicazione.
Nel cluster 3 (n = 46, 36.5%) la rappresentazione della disoccupazione si organizza soprattutto attorno al polo sviluppo. La disoccupazione in questo caso rappresenta, oltre che un momento di crisi, l'occasione di conseguire nuovi apprendimenti e di fare nuove esperienze. E' anche presente, in questo nucleo rappresentazionale, quella dimensione di fuga che abbiamo descritto quale polo negativo della terza dimensione.
I risultati delle analisi mostrano come questo gruppo di soggetti tenda ad attribuire lo stato di disoccupazione a fattori causali che rimandano a dimensioni di competenza, alla mancanza di mezzi personali, oltreché a un fattore di crisi economica. L'immagine del disoccupato è definita in termini di ridotta competenza.
Anche l'immagine dei Sindacati è descritta nei termini di incompetenza e inesperienza ove lo scarso impatto dell'azione sindacale sul problema della disoccupazione è attribuito ad un problema di competenza piuttosto che ad una dimensione connotata emozionalmente, di rifiuto e disinteresse. Se il rapporto tra Istituzioni e disoccupati tende ad essere definito criticamente nei termini del controllo di una potenziale minaccia, quello con i datori di lavoro viene descritto con modalità che rimandano alle regole di mercato e al rapporto tra domanda e offerta di manodopera. Per ciò che concerne le strategie di reimpiego, questo gruppo, rispetto ai primi due, privilegia la formazione professionale e lo sviluppo di contatti con referenti privilegiati, cioè strategie orientate al reperimento di maggiori risorse personali e relazionali. Tra i fattori di successo, in questo gruppo più che negli altri si sottolinea la propensione a rischiare personalmente.
Nel rappresentare il rapporto con le Istituzioni e il contesto-mercato, dunque, i soggetti che condividono questo modello culturale sembrano meno implicati in dinamiche a prevalente connotazione emozionale. La rappresentazione della relazione sembra piuttosto fondata su una dimensione di competenza e di orientamento alla riuscita. In altri termini, il terzo raggruppamento culturale appare fortemente orientato al conseguimento di un obiettivo di reingresso nel mercato del lavoro attraverso l'incremento o l'aggiornamento delle proprie competenze e meno coinvolto in una dinamica disperante o rivendicativa nel rapporto con le Istituzioni e il contesto mercato, pur mantenendo un atteggiamento critico nei confronti dei dispositivi previsti per intervenire sul problema.
Rimettiamo il lavoro al centro
Roma, 17-10-2010 (RAINews 24 on line)
Dopo la manifestazione del 27 novembre - ha detto il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani parlando dal palco di piazza San Giovanni - "in assenza di risposte, continueremo la nostra iniziativa anche con lo sciopero generale. E' una delle armi che puo' essere utilizzata, anche se non l'unica".
Centinaia di migliaia di persone si sono ritrovate ieri a Roma per la manifestazione indetta dai metalmeccanici. I cortei hanno sfilato senza incidenti, mentre sul palco c'e' stata intesa tra Cgil e Fiom...................Sono centinaia di migliaia le persone scese in piazza. La Fiom sceglie di non fornire cifre ufficiali sulla partecipazione ("Contateci voi", risponde Landini ai giornalisti), ma il presidente del Comitato centrale della Fiom, Giorgio Cremaschi, azzarda una "stima" vicina ad un milione................ Parla del contratto nazionale e dell' "attacco" venuto dall'accordo separato sullo stabilimento Fiat di Pomigliano e sulle deroghe (entrambi non firmati dalla Fiom); chiede, come Epifani, una politica diversa per uscire dalla crisi, insiste su nuove regole per la democrazia sindacale. "Il Paese sta rotolando, da mesi e' lasciato a se stesso", incalza Epifani, che parla di un governo "debole" e difende la scelta della Fiom di non accettare le deroghe. "Abbiamo il dovere di continuare questa battaglie e per continuarla si deve arrivare alla programmazione dello sciopero generale", dice Landini nel suo intervento. Dopo la manifestazione della Cgil del 27 novembre, "in assenza di risposte, continueremo la nostra iniziativa anche con lo sciopero generale. E' una delle armi che puo' essere utilizzata, anche se non l'unica", risponde Epifani, tra gli applausi della piazza. Per lui e' l'ultima manifestazione, l'ultimo comizio; il 3 novembre lascera' la guida della Cgil a Susanna Camusso.
giovedì 7 ottobre 2010
Diminuzione del suicidio non collegato ai più recenti farmaci antidepressivi
9 settembre 2010
l tasso di suicidi è in calo dalla fine degli anni 1980 in molti paesi occidentali, tra cui Norvegia, Svezia, Danimarca e Finlandia. Intorno al 1990, i nuovi farmaci SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) è diventato disponibile sul mercato. I dati di vendita per questi nuovi farmaci antidepressivi sono aumentate su base annua, mentre le vendite dei farmaci più anziani TCA (antidepressivi triciclici) sono diminuiti drasticamente. TCA farmaci sono associati ad un rischio di avvelenamento con overdose.
In uno studio recentemente pubblicato su BMC Psychiatry, i ricercatori hanno raccolto dati provenienti dai paesi nordici per il tasso di suicidi (numero di suicidi ogni 100 000 abitanti) e dati di vendita di antidepressivi, sia per gli SSRI e TCA. Un totale di oltre 60 000 i suicidi sono stati inclusi nello studio. Gli scienziati hanno effettuato un'analisi statistica della relazione tra cambiamenti nei tassi di suicidio e le variazioni delle vendite sia per i vecchi e nuovi antidepressivi nel periodo 1990-1998 nei rispettivi paesi. E 'durante questo periodo di tempo che l'aumento delle vendite è stato più grande e dove il più grande calo nel tasso di suicidi si poteva aspettare.
Le questioni principali sollevate sono state:
Può un significativo aumento delle vendite dei farmaci SSRI, ogni anno, essere correlato ad un netto calo del tasso di suicidi nello stesso anno?
Può il calo delle vendite degli ACT essere correlato alla diminuzione del tasso di suicidio?
Quando i paesi nordici sono studiate come un gruppo, lo studio si conclude con una risposta negativa ad entrambe le domande.
In un precedente studio da parte (al Bramness et al, 2007) NIPH una correlazione tra l'aumento delle vendite per gli SSRI e la diminuzione del tasso di suicidi in Norvegia all'inizio degli anni 1990 è stato osservato ed è stato suggerito che questo potrebbe essere spiegato da il fatto che sempre meno persone ACT usato per commettere suicidio. Nel nuovo studio nordico questa correlazione può essere trascurato quando gli altri paesi sono inclusi nell'analisi. Il nuovo studio ha inoltre rilevato che la riduzione delle vendite TCA non può spiegare la riduzione dei tassi di suicidio. I ricercatori alla base dello studio concludono che il tasso di suicidi non è influenzato dalla vendita di antidepressivi , ma da altri fattori che sono poco compresi e sono difficili da misurare.
Per maggiori informazioni: Zahl PH et al. Il rapporto tra vendite di SSRI, TCA e tassi di suicidio nei paesi nordici. BMC Psychiatry 2010, 10:62
Fornito da Istituto norvegese di sanità pubblica
orso castano : molto interesante la notizia , che arriva da fonte sufficientemente credibile. Se pero' pensiamo alla depressione come un scivolare verso il ripiegamento su se stessi , verso la visione di u futuro c upo , verso la chiusura o comunque una forte riduzione delle relazioni nella qualita' e quantita', allora bisogna includere tra i fattori del calo suicidario anche il tresformarsi delle modalita' e possibilita' comunicative. Oggi i millenials possono esere meno soli, a nzi c'e' una ridondanza di possibilita' comunicative che pone e sempre piu' porra' ben altri problemi come ad esempio quello della critica ai contenuti di comunicazioni inutili , se non dannose o pericolose, nel senso dell'induzione di comportamenti dissociali o che si collocano sul fronte dell'assenza di etica. Ma anche qui' attenti a non drammazizzare. Gli strumenti dei millenials sono un grossissimo passo avanti nella comunicazione. La cosa piu' starna e' che sembra che queste cose interessino davvero poco ai "grandi" psichiatri.
orso castano : molto interesante la notizia , che arriva da fonte sufficientemente credibile. Se pero' pensiamo alla depressione come un scivolare verso il ripiegamento su se stessi , verso la visione di u futuro c upo , verso la chiusura o comunque una forte riduzione delle relazioni nella qualita' e quantita', allora bisogna includere tra i fattori del calo suicidario anche il tresformarsi delle modalita' e possibilita' comunicative. Oggi i millenials possono esere meno soli, a nzi c'e' una ridondanza di possibilita' comunicative che pone e sempre piu' porra' ben altri problemi come ad esempio quello della critica ai contenuti di comunicazioni inutili , se non dannose o pericolose, nel senso dell'induzione di comportamenti dissociali o che si collocano sul fronte dell'assenza di etica. Ma anche qui' attenti a non drammazizzare. Gli strumenti dei millenials sono un grossissimo passo avanti nella comunicazione. La cosa piu' starna e' che sembra che queste cose interessino davvero poco ai "grandi" psichiatri.
lunedì 4 ottobre 2010
dal sito de " l'Unita" di oggi
Magistrati contro premier «Mette a rischio l'equilibrio tra istituzioni»
Il premier vuole una magistratura docile, il livello delle invettive e degli insulti ha raggiunto livelli mai visti e con la violenza dei suoi attacchi Berlusconi mette a rischio l'equilibrio tra le istituzioni (che è – lo ricordiamo – uno dei cardini della divisione dei poteri nelle democrazie). Il presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara commenta con amarezza e durezza le invettive del presidente del Consiglio che invoca una commissione d'inchiesta sui magistrati dove, per lui, ci sarebbe una vera associazione a delinquere che trama perché intenzionata a destituirlo dal potere benché – come ripete – investito dal popolo.
La situazione è gravissima e Palamara non lo nasconde. «Assistiamo a invettive e insulti, si vuole una magistratura docile che non disturbi il manovratore di turno», dichiara. «È difficile trovare parole per esprimere il più ampio disappunto», confessa a Sky Tg24, perché ormai «si sono raggiunti, negli ultimi tempi, livelli mai visti». Per il magistrato il quadro è allarmante: «mettere in maniera così violenta in discussione un'istituzione dello Stato, rischia realmente di sovvertire gli equilibri», ma «qui non si può più parlare di rispetto reciproco o altro, qui si tratta un'aggressione di fronte alla quale quotidianamente» siamo costretti a replicare «e questo è un problema, non solo più dei magistrati, ma delle istituzioni e del paese intero».
Le conseguenze di simili attacchi sono nefaste per la democrazia stessa, dunque. «Se questo è il principio al quale dobbiamo giungere allora possiamo pure chiudere le serrande e andare via», constata infine il magistrato. Amara, come constatazione, e purtroppo fondata.
La situazione è gravissima e Palamara non lo nasconde. «Assistiamo a invettive e insulti, si vuole una magistratura docile che non disturbi il manovratore di turno», dichiara. «È difficile trovare parole per esprimere il più ampio disappunto», confessa a Sky Tg24, perché ormai «si sono raggiunti, negli ultimi tempi, livelli mai visti». Per il magistrato il quadro è allarmante: «mettere in maniera così violenta in discussione un'istituzione dello Stato, rischia realmente di sovvertire gli equilibri», ma «qui non si può più parlare di rispetto reciproco o altro, qui si tratta un'aggressione di fronte alla quale quotidianamente» siamo costretti a replicare «e questo è un problema, non solo più dei magistrati, ma delle istituzioni e del paese intero».
Le conseguenze di simili attacchi sono nefaste per la democrazia stessa, dunque. «Se questo è il principio al quale dobbiamo giungere allora possiamo pure chiudere le serrande e andare via», constata infine il magistrato. Amara, come constatazione, e purtroppo fondata.
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