orso castano : direi che il famoso paradosso del "dilemma del prigioniero" che vede penalizzati i concorrenti che non adottano un comportamento cooperativo , rischiando tutti e due di avere il massimo della pena, puo' essere preso a modello di riferimento . Peccato che chi alla fine paga non sono solo i due contendenti ma i cittadini che , magari, vorrebbero un governo piu' cooperante e non un governo, come (e questa volta hanno una buona parte di ragione) hanno denunciato i M5S , piu' dedito ai patteggiamenti "transazionali" che ad una visione complessiva che privilegi gli interessi generali. Comunque , direbbe Fellini, "e la barca va" . Vale per tutti il richiamo del sindacato : "con questa disoccupazione si sta perdendo tempo ed i prvvedimenti adottati sono puri pannicelli caldi, nonstante i proclami di shock economici propagandati di cui pero' non si vede neppure l'ombra.
Il dibattito sulle riforme istituzionali sta prendendo una brutta piega. Come nel dilemma del prigioniero, anziché cooperare per ottenere il risultato per tutti migliore, i partiti si preoccupano solo di limitare i propri rischi. In altri termini, si pensa più a impedire che l'avversario politico possa trarne un (presunto) vantaggio che al bene del Paese. E così ancora una volta si corre il pericolo di giungere a un nulla di fatto per effetto di veti incrociati.
Innanzitutto, la discussione sul presidenzialismo è viziata dal retro pensiero che Berlusconi, il demagogo per antonomasia, sia eletto grazie al voto popolare, nonostante l'età, i vari processi (e le condanne), i fallimenti del passato e la disistima internazionale. Ovviamente non si può escludere che Berlusconi si presenti, ma oggi vi sarebbero altri candidati in grado di far leva sul voto popolare (a cominciare da Renzi).
Ancora una volta, dunque, il fattore B polarizza l'attenzione, distogliendo dalle vere questioni in gioco e diventanto, paradossalmente, la più classica delle profezie che si auto-avverano. Si guarda cioè solo all'indomani, dimenticando che le riforme sono destinate a durare ed è meglio cercare la soluzione più confacente ai mali del paese.
Altrettanto superficiali sono le affermazioni secondo le quali il presidenzialismo non funzionerebbe mai in Italia, a differenza di molti altri paesi occidentali (in primis Francia e Stati Uniti) - perché gli italiani sono un popolo che si lascia facilmente incantare dall'"uomo forte" e rischieremmo di finire nelle mani di un despota. Si tratta ovviamente di affermazioni apodittiche, un po' come quelle che attribuiscono la paralisi della giustizia civile alla "connaturata litigiosità dei nostri connazionali" anziché ai vizi di un sistema che incentiva a promuovere cause pretestuose. E sono affermazioni tanto più fastidiose in quanto si pretende di dare risposte tecniche a problemi importanti partendo da basi irrazionali e indimostrabili.
Non molto dissimili sono, a nostro avviso, le posizioni di coloro che, quasi fideisticamente, definiscono la nostra Costituzione "la più bella del mondo" e si oppongono a ogni tentativo di modificarla. Con tutto il rispetto per i nostri padri costituenti, data la situazione di stallo istituzionale e di reiterata crisi politica l'evidenza empirica sembrerebbe suggerire il contrario. Peraltro, non si possono dare tutte le colpe alle riforme della legge elettorale succedutesi negli ultimi vent'anni. Anche la Prima Repubblica non ha funzionato molto bene, se si pensa che dal dopoguerra al 1993 abbiamo avuto 51 governi.
In realtà la discussione dovrebbe partire dai problemi ai quali si cerca di dare risposta con la riforma costituzionale. A nostro avviso, qualsiasi riforma dovrebbe mirare a tre obiettivi: governabilità, accountability ed execution.
Il primo obiettivo è evidente. Nonostante gli sforzi di questi ultimi anni, non solo i grandi partiti non sono riusciti ad aggregare quelli più piccoli per giungere al bipartitismo dei paesi più maturi, ma neppure il bipolarismo si è radicato. Le ultime elezioni lo hanno dimostrato. Occorre dunque incentivare i diversi partiti e movimenti a raggrupparsi e questo sicuramente è favorito dal doppio turno.
Il secondo obiettivo - lo abbiamo già trattato in un nostro precedente intervento - riguarda appunto la responsabilizzazione della classe dirigente. Ovvero, chi si presenta alle elezioni deve rispondere delle proprie azioni (od omissioni) ai propri elettori. Invece, siamo soliti sentire proclami di programmi miracolosi (dal milione di posti di lavoro al reddito di cittadinanza per tutti), subito dimenticati dopo le elezioni. La scusa è quasi sempre la stessa: "io avrei voluto farlo, ma me lo hanno impedito". È dunque necessario che il leader della coalizione vincente possa godere di una propria maggioranza che consenta di attuare il programma presentato agli elettori.
Le alleanze post-elezioni invece fanno sì che tutte le promesse vengano annacquate in un compromesso al ribasso. Un paper di qualche anno fa di Alesina, Ardagna e Trebbi dimostrava che la correzione dei deficit di bilancio e dell'inflazione avviene più facilmente nei paesi con governi "forti" (ovvero con un sistema presidenziale o nei quali il governo dispone di una larga maggioranza e l'esecutivo incontra meno vincoli).
Il terzo obiettivo riguarda la fase di attuazione delle riforme. In Italia siamo pieni di belle idee, ma manca l'execution. Manca per molteplici ragioni: per le lungaggini parlamentari, in parte imputabili al bicameralismo perfetto; per la tecnica legislativa che spesso consiste nell'emanazione di leggi generiche la cui esecuzione presuppone poi una normativa secondaria (i cosiddetti decreti attuativi) che non arriva mai, anche per le resistenze della burocrazia ministeriale; perché i governi durano poco; perché sempre più spesso ci si limita all'effetto annuncio dei provvedimenti in assenza degli articolati di legge ecc.
I rimedi sono dunque l'abolizione del bicameralismo, la semplificazione dell'iter legislativo, la creazione di corsie preferenziali per il dibattito parlamentare che consentano di legiferare senza abusare della decretazione. Tutto questo però non basterà se non si provvederà anche, sulla base di una normativa che già consente lo spoil system, a creare una nuova classe dirigente che sostituisca quella che Roberto Mania e Marco Panara hanno chiamato la "Casta dei Quiriti".
Ci sono già 35 saggi, esperti di diritto costituzionale, chiamati a discutere di queste problematiche e non vogliamo certamente rubare loro il mestiere. Ci preme però che qualsiasi risposta venga data in questa sede parta dai problemi reali del paese, eviti pregiudiziali ideologiche e giochi politici, si fondi su solide argomentazioni e soprattutto sia realistica. L'alternativa, come nel dilemma del prigioniero, è una lunga condanna per tutti.













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Una osservazione di metodo e tante di merito, molte delle quali richiamano anche testualmente le richieste avanzate dal Consiglio Nazionale Forense.
Si tratta delle raccomandazioni e delle condizioni che ha posto la Commissione giustizia della Camera che, nella seduta di martedì 9 luglio, ha dato il suo parere sul testo del decreto “del fare”, pubblicato nel Bollettino delle Commissioni di ieri
Il CNF ribadisce l’inopportunità politica e costituzionale di trattare la materia della giustizia con decreti legge e chiede che sia data immediata attuazione al richiamo della commissione giustizia di una limitazione drastica da parte del Governo della decretazione d’urgenza, in modo che-dice il parere- “le prossime iniziative in materia di giustizia, affinché possano essere esaminate dalla Commissione Giustizia in sede referente e con tempi adeguati alla loro complessità, siano adottate dal Governo facendo ricorso a provvedimenti circoscritti a tale materia, utilizzando lo strumento della decretazione d'urgenza solo nei casi in cui sia strettamente necessario”.
Dal punto di vista della efficiente amministrazione della giustizia, infatti, è necessario ricostituire un quadro complessivo coordinato organico e sistematico della disciplina per far sì che gli operatori – magistrati e avvocati – e i cittadini che si rivolgono al giudice possano contare su norme chiare, precise, e non introdotte con provvedimenti d’urgenza, frutto di improvvisazione e privi di concertazione con le categorie interessate.
Anche per favorire una riflessione attenta da pare del Parlamento, l’Avvocatura chiede con convinzione lo stralcio delle norme relative dal dl.
Il CNF valuta con favore il richiamo espresso alla necessità di introdurre la negoziazione assistita dagli avvocati, come ulteriore sistema di risoluzione alternativa delle controversie.
E anche la previsione di una maggiore tecnicalità nel procedimento di mediazione, anche con l’assistenza obbligatoria dei legali in tutta la procedura.
Le altre modifiche suggerite dalla Commissione giustizia in tema di mediazione vengono incontro alle richieste minime dell’Avvocatura.
In questo senso, non solo resta in piedi la ferma critica alla obbligatorietà- non prevista dalla direttiva comunitaria e sostanzialmente sconosciuta nel resto d'Europa-, ma la sualimitazione temporale dovrebbe essere più accentuata: tre anni sono troppi tenendo conto del fatto che l'istituto è stato già a lungo sperimentato.
Condivisibile è la tendenza alla gratuità, totale nei primi sei mesi e con riferimento al primo incontro di programmazione a regime; e la richiesta di eliminare o limitare le conseguenze "sanzionatorie" del contegno assunto dalle parti durante il procedimento.
Preoccupa invece la richiesta di ampliamento delle materie da portare in mediazione.
Sullo smaltimento dell’arretrato, fa bene la commissione a ricordare che sono necessari “nuovi e più razionali investimenti in materia di informatizzazione, risorse umane e di organizzazione, volti a garantire un organico di personale togato ed amministrativo adeguato, sia in termini numerici che professionali”, come sostiene il CNF.
Ed è condivisibile la richiesta di modificare l’utilizzo degli stanziamenti del Fondo unico Giustizia in modo che aumenti la quota del Fondo (oggi non inferiore ad un terzo) spettante al Ministero della Giustizia.
Anche sulla motivazione breve delle sentenza, è apprezzabile lo sforzo della commissione volto a eliminare il riferimento ai precedenti conformi o al rinvio a scritti difensivi e altri atti di causa, che non è sufficiente a garantire il diritto di difesa che sarebbe compromesso sotto il profilo della impugnazione.
Come esplicitamente richiesto dal CNF, il parere suggerisce anche la soppressione delle norme su Fori per le società estere e quella norma, assolutamente fuori tema, che vorrebbe modificare la composizione delle commissioni di esame per l’abilitazione forense.
Il CNF verificherà l’andamento dei lavori e auspica che in sede di approvazione degli emendamenti presentati nelle commissioni di merito, affari costituzionali e bilancio di Montecitorio, possano compiersi passi avanti più significativi.
(CNF, comunicato 11 luglio 2013)