venerdì 10 luglio 2009

Cresce la ricerca sui farmaci biotecnologici

di Enrico Boeri

da  laboratorio 2000  aprile 2009

Nonostante la crisi, e, anzi come vedremo in qualche caso proprio grazie ad essa, sembra che i "colori" delle biotecnologie non ne risentano. Nella biotecnologia "verde", dalla prima generazione, essenzialmente tesa ad ottenere sementi geneticamente modificate, si è passati ormai alla seconda generazione, volta alla realizzazione di piante resistenti alla siccità; un risultato che troverebbe grandi applicazioni, oltre che in campo alimentare, anche nelle energie rinnovabili: incrementando l'area delle superfici coltivabili, si possono ottenere maggiori quantità di alcool di fermentazione da usare come carburante. Come risultato, alcune stime parlano di un mercato per l'agricoltura biotech di 50 miliardi di dollari nel 2025 contro i 3 del 2001. Nella biotecnologia "bianca" (produzione industriale) gli enzimi trovano sempre più larga applicazione nei campi più diversi: nell' industria della detergenza, della depurazione delle acque, nel completare l'esaurimento di giacimenti petroliferi esausti e così via; il mercato mondiale ha raggiunto i 3,4 miliardi di dollari, con un incremento annuo superiore al 10%. La regina resta comunque la biotecnologia "rossa", un campo che ogni giorno registra promettenti novità per la salute umana. Ma al di là di questo, un fattore inaspettato sta indirizzando sempre più la ricerca farmaceutica verso il campo biotecnologico: l'uso crescente dei farmaci generici. Allo scadere di un brevetto, come noto, è possibile per altre aziende farmaceutiche (dette anche "me-too", volendo sottolineare che esse non fanno altro che copiare) mettere sul mercato principi attivi di sintesi il cui brevetto è scaduto, senza la necessità di replicare la maggior parte di quei test clinici che rappresentano gran parte dell'investimento. Nascono così i cosiddetti farmad "generici"che ovviamente permettono costi minori sul mercato; incentivandone l'uso, gli Stati hanno così la possibilità di tenere meglio sotto controllo la spesa farmaceutica statale in questi tempi di crisi. Per i farmad biotech la situazione è completamente differente. Mentre i principi attivi di sintesi sono molecole piccole e ben caratterizzate (per esempio l'Aspirina ha un peso molecolare di circa 180 dalton), di solito i farmad biotech sono proteine complesse (il peso molecolare dell'interferone raggiunge 18.500). La loro struttura tridimensionale è difficile, se non impossibile, da definire e caratterizzare con semplici parametri chimici e fisici. Per questo il nuovo eventuale produttore me-too non può semplicemente riferirsi ai dati clinici ricavati dal farmaco di origine ma deve affrontare la grossa spesa di ripeterli. Questo rappresenta una barriera di ingresso notevole per nuovi competitori. D'altra parte questo significa anche che investire nella ricerca biotecnologica "rossa" è, a parte ogni altra considerazione, più sicuro che farlo nella ricerca farmaceutica tradizionale, perché promette alle aziende del settore un più lungo periodo di sfruttamento e quindi maggiori utili...

orso castano: la logica del profitto sembra influenzera' la produzione dei nuovi farmaci.... e' la salute? farmaci piu' complessi non significhera' aumento dei rischi di interazione o di effetti collaterali? ......

giovedì 9 luglio 2009

L'Italia torna al nucleare, è legge il ddl Sviluppo , clicca

 infischiandosene dei risultati del  Referendum il Governo ed il suo ministro  Claudio Scialoja, la cui foto sembra essere scomparsa dal web (perche?)  impone di nuovo il rischio della "sindrome cinese". "Nel caso in cui vi sia un incidente in una centrale nucleare tale da provocare la fusione del nocciolo e la fuoriuscita della massa fusa dal pavimento si parla di "sindrome cinese", clicca

Roma, 9 lug. - (Adnkronos/Ign) - Ritorno al nucleare, istituzione della class action da gennaio 2010 (senza valore retroattivo) e ripristino dei fondi per l'editoria.

Sono solo tre dei provvedimenti contenuti nel ddl sviluppo approvato oggi in Senato in via definitiva con 154 voti a favore, uno contrario e un astenuto. Favorevoli: PdL, Lega e Udc mentre, al momento della votazione, i senatori di Pd e Idv non hanno partecipato al voto nel tentativo di far mancare il numero legale. Entro 6 mesi è prevista l'individuazione dei siti per la costruzione delle nuove centrali. E viene istituita una Agenzia per la sicurezza che avrà il compito di controllare tutte le attività concernenti gli impieghi dell'energia nucleare, la gestione e la sistemazione dei rifiuti radioattivi, la protezione dalle radiazioni, e la vigilanza sugli impianti. Soddisfatto per l'approvazione il ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola per il quale la Legge Sviluppo ''colma un vuoto di oltre vent'anni e affronta finalmente i nodi irrisolti, i veti e le contraddizioni della gestione dell'energia nel nostro Paese che ci hanno fatto sinora pagare l'elettricità il 30% in più degli altri Paesi europei, ci hanno fatto dipendere dall'estero per l'85% dei nostri consumi e condannato ad alti tassi di inquinamento''. Con questa legge, prosegue il ministro, ''si snelliscono fortemente le procedure per la realizzazione delle reti e delle infrastrutture energetiche, si dà forte impulso alle fonti rinnovabili, si riapre la strada al nucleare. Diventa operativo il percorso per ridurre la nostra dipendenza dall'estero, abbassare il costo dell'energia, ridurre l'inquinamento, realizzare un mix elettrico con il 50% di fonti fossili (contro l'attuale 83%), il 25% di rinnovabili dall'attuale 18%, il 25% di nucleare''.  Non solo. Nel provvedimento, prosegue Scajola, figura anche ''la class action e le misure a tutela dei consumatori''. Nella Legge Sviluppo, infatti, rileva Scajola, ''viene introdotta nell'ordinamento italiano l''azione di classe' a tutela dei consumatori e norme di maggiore trasparenza per i servizi energetici e di telecomunicazione''. La norma non ha però valore retroattivo, punto questo non gradito alle opposizioni. "Oggi cala il sipario sugli scandali finanziari dell'Italia che hanno coinvolto milioni di piccoli risparmiatori", sottolinea il senatore del Pd Filippo Bubbico, ricordando che il provvedimento licenziato dal Senato "oltre ad essere un'occasione perduta per il sistema economico e produttivo del Paese, libera il campo dalla possibilità di ricorrere alla class action per i milioni di cittadini vittime dei più grandi scandali finanziari degli ultimi anni".

per saperne di piu': L'8 e il 9 Novembre del 1987 con il referendum sul nucleare 21 milioni di italiani, pari all'81 % dei votanti, dissero NO alle CENTRALI NUCLEARI. si votò per tre referendum relativi al nucleare. Le tre domande che furono rivolte ai cittadini elettori italiani furono le seguenti , clicca !!!

qualche riflessione sulla violenza ed il "cannibalismo".....

da Psichiatri oggi della SIP

Insomma l'uomo è un animale particolarmente ingegnoso ma altrettanto pericoloso, perché capace di usare tutta la realtà che lo circonda senza alcun limite e "fino all'osso", ossia con modalità che possiamo a buon diritto definire, oltre che opportunistiche e predatorie, anche "cannibaliche". Sorge perciò spontanea un'ipotesi: quello che fra il grande ingegno dell'uomo e la sua altrettanto grande "pericolosità" ed aggressività, esista un legame preciso e non casuale. KonradLorenz ci ha insegnato che l'aggressività, in tutti gli animali, ha una precisa funzione etologica, collegata con la  difesa della vita e con la sopravvivenza, sia individuale che collettiva; non a caso, una sua celebre opera è intitolata "Il  cosiddetto male". La nostra idea, dunque, è che anche per la nostra specie sia possibile rintracciare un'origine etologica del "male": il comportamento aggressivo, predatorio e cannibalico dell'uomo, insomma, non può non avere un valore analogo a quello che possiede per gli altri animali, ed essere in qualche modo finalizzato alla sopravvivenza. Il problema è che, per le sue caratteristiche singolari ed inquietanti, l'aggressività umana è stata finora indagata, più che dalla biologia, dal diritto e dall'etica, e rubricata sotto la categoria di un "male" inteso in senso morale, quindi oscurata nelle sue radici, che sono state relegate nel regno del mistero e del sacro, dell'arcano e dell'indicibile. Anche dal punto di vista filosofico molti pensatori hanno contribuito a creare confusione, facendo risalire l'aggressività umana all'intelligenza: per Thomas Hobbes, ad es., l'aggressività umana sarebbe una forma di attacco preventivo ed "intelligente" verso coloro che possono rappresentare un pericolo; questa ipotesi però, con un singolare procedimento di inversione della concatenazione causale, pone l'elemento più complesso e difficile da spiegare (l'intelligenza), all'origine di quello meno complesso e più diffuso in natura (l'aggressività). Infine, la spiegazione che ci viene fornita da molte religioni è singolarmente simile a quella di Hobbes: le religioni ebraico-cristiane, ad es., fanno discendere il "male" dalla libertà di scelta dell'uomo. Insomma, sia che si ragioni in termini etico-morali, sia che lo si faccia in termini filosofici o religiosi, emerge una tendenza, nella cultura umana: quella di attribuire l'origine del "male" non alla biologia bensì all'intelletto ed alla ragione, all'intelligenza ed alla cosiddetta "libera scelta"; ma ciò implica, come è ovvio, la tendenza a trascurare l'oggetto della "scelta", quindi a sottovalutare l'aggressività umana ed a ritenerla facilmente padroneggiabile con la volontà.

Circa la natura dell'enigmatico legame che nell'uomo esiste fra intelligenza ed aggressività e circa il sovradimensionamento di entrambe, le ipotesi che formuliamo, in sintesi, sono le seguenti: a) La matrice dell 'intelligenza simbolica dell'uomo sta nella sua eccezionale violenza predatoria: ovvero, che sia stata la predazione dell'uomo a generare la sua intelligenza e non viceversa, come invece religioni, etica e filosofia ci spingono a credere. b) Tale predazione è stata in buona parte interna alla specie ed ha avuto una matrice cannibalica, configurata sin dall'inizio come un conflitto fra le generazioni: in particolare, una predazione del maschio adulto verso la prole della femmina, cui la femmina si è opposta con tutti i mezzi (in primo luogo con la sessualità e con la selezione della prole più adatta a difendersi), salvando alla fine la specie e spingendola ad evolversi. e) L'intelligenza simbolica e la coscienza siano nate alfine specifico di arginare e di interiorizzare la grande violenza cannibalica che la specie ha esercitato su se stessa: ossia, che la pressione di tale violenza abbia prodotto, alla fine, il contrappeso di un imponente sviluppo intellettivo e linguistico (oltre che sessuale), nato a fini auto-difensivi. Il singolare mito greco di Crono ci narra di come questo cannibalico dio delle origini divorasse tutti i propri figli finché l'ultimo di essi, Zeus, riuscito a sfuggirgli con l'aiuto della madre Rea, somministrandogli un emetico gli fece vomitare i fratelli già divorati, con il loro aiuto lo cacciò nel Tartaro e proibì i sacrifici umani. Il significato di questo mito è chiaro: la nostra specie, in quanto specie simbolica, nasce nel momento in cui "rigetta", vomita via, con l'aiuto della femmina, il cannibalismo del maschio sulla prole, ed istituisce una coalizione dei figli contro il padre cannibalico; diviene poi simbolica perché rigetta il cannibalismo dopo averlo interiorizzato come memoria ed esperienza collettiva; solo a questo punto, al cannibalismo materiale fra le generazioni  puo'  subentrare un'attitudine predatoria metaforica e mentalizzata, che però deve rispettare l'interdizione dell'incesto ed un ferreo patto di non belligeranza fra le generazioni; è in base a tale patto, basato sulla memoria, che diverrà il tempo (significato letterale di "Crono"), non il padre, il cannibale che divora i figli, poiché condanna a morte tutte le generazioni e le spinge a pacificarsi. Prendiamo dunque in esame tre temi, circa questi assunti, che ci sembrano particolarmente rilevanti.1) il conflitto mortale ed insanabile fra le generazioni, e più in particolare, fra genitori e figli Gli esempi non mancano certo: madri che in preda ad immotivati "raptus" o per misteriose "depressioni" uccidono i propri figli (talora subito dopo il parto); figli che all'apparenza per motivi banali (eredità, avidità di denaro, desiderio di "indipendenza") sterminano con freddezza, e spesso con l'aiuto di coetanei, i padri, entrambi i genitori o l'intera famiglia; pedofilia, talora organizzata da bande di figure paterne illustri, potenti ed "insospettabili"; atti incestuosi, in particolare provocati dai padri; bande giovanili scatenate le une contro le altre e contro la "società" degli adulti, con atti omicidi "immotivati" (vedi il lancio delle pietre dai cavalcavia o gli episodi di piromania); turismo sessuale nel terzo mondo, spesso ai danni di minori; giovani infermieri che senza ragioni precise divengono serial killer di anziani ed uccidono numerosi pazienti senza motivo; ecc. ecc.............................

mercoledì 8 luglio 2009

come possiamo descrivere e definire lo stress

dalla rivista Psichiatria Oggi della SIP

Il  linguaggio è "specchio dei tempi", come ci ricorda G. Steiner (1) esso "è il mistero che definisce l'uomo, in esso l'identità e la presenza storica del-l'uomo si esplicano in maniera unica. È il linguaggio che separa l'uomo dai codici segnaletici deterministici, dalle disarticolazioni, dai silenzi che abitano la maggior parte dell'essere ...". Nel loro andare e venire, le parole ci dicono chi siamo non meno di quanto riescono ad esprimere nella loro sintassi. Così, mentre decretiamo il declino di vocaboli come "dolore", "passione", "tristezza", "fede" (e "fiducia") , tra le parole che "stanno a cavallo" fra linguaggio specialistico e linguaggio quotidiano, fra scienza e vita, fra condizioni esistenziali e forme psicopatologiche, il termine "stress" detiene oggi un primato d'uso e di "audience", contrastato forse solo dall'altrettanto affermato "disagio" e dall'inflazionata "depressione", che ne fa senza dubbio uno degli specchi favoriti della, e dalla, nostra epoca. L'Osservatorio europeo dei rischi dichiara che lo stress è oggi "in Europa il secondo problema di salute nel mondo del lavoro e causa più della metà delle assenze dall'attività svolta". Derivato dal latino strictus (serrato, compresso), nella lingua inglese il termine stress sta per "spinta, pressione, costrizione", ed è utilizzato in meccanica come "sollecitazione, sforzo, tensione", misura della resistenza delle travi metalliche alle torsioni e alla rottura. Come sappiamo esso è stato introdotto in medicina dal fisiologo H. Selye che nel 1936 lo definisce "la risposta non specifica dell'organismo a ogni richiesta effettuata su di esso" (2), e ne distingue due tipologie: lo stress negativo, o "distress", caratterizzato dall'effetto dannoso sulle difese psicofìsiche indotto dagli stimoli, e lo stress positivo, detto "eustress", che si traduce in un incremento delle capacità di adattamento e di ricerca di raggiungimento degli obiettivi personali. Nell'uso comune la parola "stress" si è caricata delle valenze più negative, ampliando e sfumando il proprio significato fino a divenire facile sinonimo di "malessere", "tensione emotiva", "esaurimento delle energie", "senso di oppressione" e "intolleranza", minacciosa anticamera e al tempo stesso facile giustificazione della eventuale insorgenza di veri e propri disturbi psichici, prevalentemente di tipo ansioso-de-pressivo, ma potenzialmente di ogni forma, anche grave, di sofferenza mentale. Ciò che più colpisce tuttavia non è tanto l'aspecifìcità e l'indeterminatezzaassunte (basti pensare a quanto e per quanto tempo ha riecheggiato il termine "esaurimento", ora meno in auge), quanto piuttosto l'estensione, la diffusione raggiunta dal vocabolo "stress" come veicolo, potremmo quasi dire significante, di uno stato psico-fisico, di un modo di sentirsi e di auto-rappresentarsi. Oggi lo stress è ovunque, della sua insorgenza sono imputati soprattutto i piccoli eventi della vita di tutti i giorni, la lista è pressoché infinita, tutto è un problema, tutto "è stressante". "Combattere lo stress" è la parola d'ordine, che implicitamente trasmette il messaggio di una vita concepita come una lotta senza quartiere contro eventi di cui è necessario svelare il potenziale nocivo per "fronteggiarli" con i mezzi e le tecniche più disparati. Evadere dai ritmi, dagli spazi e dai legami ordinari, scappare via dalla propria vita, e dalle emozioni, è la principale linea di difesa adottata, mentre le nostre passioni, gli interessi, l'impiego del tempo libero vanno trasformandosi in un variegato, ma mai sufficientemente adeguato, campo di cura delle tensioni e insoddisfazioni accumulate. A causa dello stress ci arrabbiarne, siamo nervosi o "depressi", stanchi e insofferenti, incapaci di dare il meglio di noi, invecchiarne più rapidamente, ci ammaliamo. Naturalmente non è in discussione qui il ruolo patogeno di una condizione di stress, dove il raggiungimento di un "punto critico" determina l'innesco di alterazioni che possono sfociare in una vasta gamma di sintomi e/o vere e proprie malattie somatiche, o in forme conclamate di sofferenza psichica. La clinica e la neurobiologia ci confermano le strette correlazioni esistenti fra stress e disturbi d'ansia, ed è altresì noto che in tutte queste condizioni l'intreccio fra ambiente, personalità, emozioni e substrato organico determina "soglie" percettive e sensibilità ai diversi stimoli estremamente soggettive. La variabilità individuale, che al tempo stesso può tradursi nella prevalenza generale di una tonalità piuttosto che un'altra, caratterizza altresì la coloritura emotiva della reazione di stress, non necessariamente o prevalentemente orientata nel senso di una astenia, di una ipotimia o del sentimento doloroso di attesa e di pericolo tipico dell'ansia. Lo stress di cui parliamo, che soffriamo oggi, non pare effettivamente assimilabile tout court a una risposta ansiosa. Nello stato di "tensione" che la parola esprime sono non di rado ravvisabili i segni di una insoddisfazione marcata, di una accesa, e sovente rabbiosa reattività, di un senso diffuso di frustrazione. Giungere a un "punto critico" oltre il quale lo stress diventa nocivo implica il presupposto di uno "sforzo" che precede e determina lo stato di stress e dunque dovremo chiederci cos'è che produce questa sensazione di sforzo e di fatica di fronte a stimoli anche banali. La sociologia contemporanea, sempre più declinata nei termini di una psicosociologia che si espone al fraintendimento di un sapere omnicomprensivo dei meccanismi di funzionamento mentale, ci offre una analisi delle trasformazioni intervenute nel nostro assetto socio-culturale che nell'individualismo esasperato, nella rincorsa al benessere, nella globalizzazione, nel predominio di una tecnica ormai sfuggita al nostro controllo, nel declino dei valori e dei legami comunitari, nonché nel dilagante consumismo, individua lo sfondo matriciale di una "società dell'incertezza"(3) caratterizzata da narcisismo. solitudine, dipendenza, paure "postmoderne" e fragilità identitarie. Tali speculazioni contribuiscono indubbiamente, in misura diversa, alla costruzione di un "affresco" fedele della nostra condizione e alla messa in luce delle criticità con cui dobbiamo confrontarci. Tuttavia non è possibile considerare esaustiva una interpretazione causale che a una rapida e, per così dire, ecologicamente svantaggiosa evoluzione della nostra società conferisca un "potere stressante" che parrebbe senza precedenti. Incertezza sul futuro, precarietà, malattie, cui potremmo aggiungere guerre, minore aspettativa di durata della vita, maggiore povertà, ritmi di lavoro ora considerati inaccettabili, hanno caratterizzato un passato in cui è difficile affermare che le condizioni di vita fossero migliori, e tuttora caratterizzano le condizioni di vita in molte parti del mondo, eppure sia nella nostra storia che in molti Paesi poveri non vi sono grandi tracce di questa fatica che ci opprime, del "logorio della vita moderna" di cui tanto soffriamo. Se quindi è fondamentale indagare quelle peculiarità del nostro mondo che possono rendere ragione di tale fenomeno, gli interrogativi non possono che investire anche quel!' altro mondo che è l'intrapsichico, salvo il rischio di avvitarci in risposte che finiscono col risolversi in formule tautologiche o, peggio ancora, in una grande cassa di risonanza delle angosce e delle insicurezze individuali e collettive. La domanda posta inizialmente può essere pertanto riformulata partendo dalla prospettiva di una vulnerabilità soggettiva, per coglierne poi alcune possibili articolazioni con le forme del nostro tempo. Nel poliedrico interfaccia fra dentro e fuori, ancora memori dei nostri avi, affiora il dubbio di una accresciuta "debolezza del carattere", di una ridotta capacità a far fronte agli eventi e tollerare quella "tensione" che è comunque sempre insita al rapporto fra le parti, qualunque esse siano. In un certo senso è senz'altro vero che stiamo cambiando, insieme al nostro mondo, o quantome-no stanno cambiando i modi in cui ci rapportiamo "all'esterno" e anche a noi stessi. Gli interrogativi fondamentali intorno ai quali si è sempre strutturato e si struttura il campo delle tensioni ruotano fondamentalmente intorno alle domande "cosa voglio?" e "chi sono?". La seconda, in verità, ha cominciato a imporsi in tempi relativamente recenti. Come opportunamente sottolinea C. Taylor (4), il "problema dell'identità" nasce con la modernità, con la "scoperta" della pluralità e della dialogicità costitutiva di una identità personale costantemente impegnata in una negoziazione con gli altri, e con sé, mai conclusa. Vorrei qui sottolineare questo "con sé", poiché al di là dello svuotamento dei valori e della realtà "mobile e fluida" (5) in cui siamo immersi, la "molteplicità degli Io" (6), la "liquefazione delle identità", si gioca nella complessa rete delle dinamiche psichiche non meno che nella somma dei ruoli sociali cui si aderisce nel processo di costruzione dell'identità stessa. Questa "fluidificazione", esterna e interna, ci porta a ripensare anche l'idea di "forza dell'Io". Introdotto da Freud e sviluppato soprattutto negli scritti degli ultimi anni, senza peraltro trovare mai una piena sistematizzazione. Tale concetto, di cui viene particolarmente sottolineata la preminenza nel percorso di guarigione (7), è sostanzialmente assimilabile a quello di un Io maturo in grado di sostenere un continuo riequilibrio fra pulsioni istintuali, esigenze superegoiche e stimoli esterni. La "forza" si configura pertanto come la capacità di mantenere attiva questa istanza di mediazione attraverso l'adozione di meccanismi di difesa che consentano quella plasticità, quella capacità di adattamento che è propria della normalità. Attualmente in psichiatria il concetto di forza dell'Io è stato in buona parte sostituito da quello di "resilienza", intesa come indice della "capacità umana di affrontare esperienze negative sviluppando competenze per un adattamento alle richieste dell'ambiente" (8). Come spesso accade nel nostro ambito l'abbandono di concezioni classiche a favore di altre considerate più operative (e qui potrebbe aprirsi un lungo discorso sul tipo di "operatività" di cui si parla), non solo non appare giustificato dalla effettiva obsolescenza delle prime rispetto alle seconde, ma si traduce di fatto in un impoverimento dell'analisi psicopatologica. Gli elementi costitutivi del concetto di resilienza includono infatti una serie di caratteristiche personologiche che vanno "dall'indipendenza, l'iniziativa e la creatività", fino alla "fiducia in sé, la capacità di reprimere gli affetti negativi e di esprimere emozioni positive" (9), il cui "apprendimento" si basa su strategie di "coping", in una impostazione che privilegia il livello della rielaborazione cognitiva, eludendo in buona parte la problematica delle dinamiche psichiche sottese. Per contro, la rimessa in discussione del concetto di identità, il passaggio a livello teorico-concettuale dall'Io al Sé, richiede inevitabilmente una revisione delle interdipendenti definizioni di maturità e forza della persona. Il concetto di Sé, pur nella diversità delle formulazioni proposte dai modelli teorici di funzionamento mentale che vi fanno riferimento, introduce una visione dei processi maturativi centrata sulla matrice relazionale delle polarità interno/esterno, differenziazione/individuazione, identità/autorappresentazione. Dalla "coesione del Sé" (10), alla "diffusione di identità" (11), fino alla prospettiva evoluzionistica della "continuità del Sé" (12), il consolidamento della struttura di personalità, la maggiore o minore debolezza e vulnerabilità e quindi il nucleo del processo adattativo, si declina più in termini di integrazione, fluidità e stabilità della organizzazione interna che non di modulazione della pulsionalità. L'ipotesi avanzata di una ridotta resistenza agli stressar nella società contemporanea ci riporta dunque sul terreno dei meccanismi che regolano le nostre risposte emotive, le nostre capacità di adattamento, le difese. Come acutamente osserva S. Argentieri in merito alla confinante questione delle "nuove paure", "...le tappe dello sviluppo non possono mutare nell'arco di due o tre generazioni. .. ciò che muta in relazione ai contesti storici e culturali è il senso che assumono le varie paure e il modo in cui si tenta di farvi fronte, (...). Ciò che si modifica sono semmai i meccanismi di difesa" (13). Nella clinica sono sempre più numerose e importanti le evidenze sia della diversa espressività fenomenica che possono assumere i disturbi, è emblematico in tal senso l'approdo dell'ansia al panico, sia delle trasformazioni che stanno investendo il nostro assetto ulteriore con un incremento ormai esponenziale di disturbi del comportamentoche interessano inoltre particolarmentel le fasce di età più giovanili. Da un punto di vista psicopatologico un minimo comune denominatore di tante differentii condizioni potrebbe essere individuato! proprio nella ricorrenza e nella rilevanza che in tali quadri assumono meccanismi di difesa primitivi, tipici dei livelli di funzionamento mentale più gravemente disturbati (14). Rifacendoci alla distinzione effettuata da A. Freud, parrebbe esserci oggi una prevalenza degli! stati di "restrizione dell'Io" rispetto a forme di difesa nevrotiche basate sulla inibizione degli impulsi. Tale "spostamento" verso l'utilizzo di difese più immature non riguarda peraltro soltanto il casi di conclamata patologia mentale, ma è rintracciabile anche nella cosiddetta! normalità della nostra vita, dove un paradigmatico esempio ci è efficacemente illustrato sempre da Simona Argentieri nella sua analisi dell'ambiguità come atteggiamento mentale e relazionale sorretto da meccanismi di microscissione e di "non integrazione come difesa". In psichiatria questo slittamento riattualizza la riflessione sui confini e la definizione stessa della "dimensionalità psicotica", mentre in ambito psicoanalitico ha certamente contribuito alla crescente focalizzazione! sugli stadi più precoci dello sviluppo psichico. In una lettura effettuata alla luce dell'influenza esercitata dal contesto culturale sul nostro psichismo, mi limito a evidenziare che il ricorso a meccanismi di difesa primitivi costituisce una delle cause fondamentali di debolezza dell'Io (15), nonché della compromissione della "regolazione affettiva" (16) intesa come capacità di modulare gli stati affettivi e mentalizzarli, e risponde alle! angosce più profonde di destrutturazione e disintegrazione del Sé, alle minacce di perdita e separazione. Sia i modelli psicodinamici dell'approccio evolutivo che i risultati delle neuroscienze riconoscono la centralità delle esperienze! della prima infanzia per lo sviluppo dei! meccanismi psicologici che regolano ili funzionamento mentale nell'adulto, e quindi della organizzazione di difese più o meno mature. Tuttavia gli studi sull'impatto neurona-l le degli eventi ambientali stanno con-l fermando che esso determina, sì, risposte differenti a seconda dello stadio dello sviluppo in cui si verifica, ma il cervello va incontro a trasformazioni che si estrinsecano in gradi diversi di vulnerabilità e resistenza nell'arco di tutta la! vita (17), coerentemente con l'osservazione che il raggiungimento di un determinato livello evolutivo delle difese non esclude il ritorno, in determinate condizioni, all'utilizzo di forme di funzionamento mentale più primitive. Pertanto se è legittimo ipotizzare che i sostanziali cambiamenti intervenuti nella nostra epoca nello stile educativo e nelle funzioni genitoriali stiano favorendo determinati pattern evolutivi dello psichismo che inducono un uso più massiccio o per tempi protratti delle difese più arcaiche, non è altresì infondato supporre che anche in età già adulta il significato attribuito alle variabili esterne, sempre culturalmente codificato, condizioni la scelta, più o meno consapevole, di determinati meccanismi di adattamento, che in quanto tali possono anche assumere valenze patologiche. Sul versante delle dinamiche intrapsichiche e interpersonali tutto ciò si traduce nella esigenza di una revisione e di una più puntuale definizione dei concetti di "difesa", e delle dizioni di "stile, modalità, organizzazione, comportamento, strategie" applicate al termine "difensivo", sovente usate in maniera interscambiabile, ma rapportabili a livelli di significazione e di funzionamento differenti. Dal lato invece delle interazioni con l'ambiente una premessa fondamentale a qualsiasi ipotesi esplicativa mi pare efficacemente espressa da M. Auge quando afferma che "spesso noi procediamo sostanzializzando la cultura come totalità per dedurnepoi la realtà degli individui che vi si riferiscono. Rischiarilo dì attenuare allo stesso tempo il carattere aperto e problematico della cultura, il quale dipende in gran parte dalla tensione esistente fra le domande del singolo e gli schemi culturali che, essendo i soli a permettere di rispondervi, vincolano e informano le risposte" (18). Proprio in questa tensione dialettica fra i due poli della domanda e della risposta è a mio avviso riconducibile lo statuto ontologicamente conflittuale della natura umana, mentre il variare del tipo di domanda e delle risposte rende ragione della configurazione di vulnerabilità antropologicamente determinate. Un po' come dire che la domanda condiziona il tipo di risposta difensiva. Che cosa è cambiato, dunque, nelle nostre domande, quali aspettative e voragini ha dischiuso la modernità? Una via, certamente non l'unica né la principale, che può forse offrire qualche spunto di riflessione è quella che nel travagliato percorso della nostra identità e dei nostri desideri coglie uno dei tratti più salienti della contemporaneità. Il confronto è sempre quello fra fantasia e realtà, desideri e limiti, ma ogni epoca e ogni società ne ridisegnano i contorni. I conflitti sono sempre vivi, ma gli attori non sono più gli stessi, come pure le coordinate spazio-temporali in cui si muovono. Quel che si è dilatato, ciò che in un certo senso il XX secolo ci ha consegnato con la sua apertura alla pluralità del soggetto e' innanzitutto lo spazio del desiderio. Una libido che non è più solo istintuale, che non si confronta più con una istanza super-egoica normativa per infrangere i vincoli repressivi della società, ormai decisamente fiaccata, ma che piuttosto, in una società che ha ampliato a dismisura il campo del possibile, si contende ora con immagini idealizzate di sé le fantasie, e le angosce, di superamento di ogni limite, sia esso imposto dalla sessualità, dalla morte o dalla identità personale. La realtà stessa, del resto, è avanzata, allargando gli orizzonti e trascinando con sé il senso del limite, sotto la spinta di quelle forze dell'Io, paragonate da Freud a "un esercito in marcia verso un obiettivo", di cui le difese costituiscono l'avanguardia. "La società globale appare sempre più dominata dal desiderio e dalla sua proliferazione", scrive F. Ciaramelli (19), una voce dal coro che denuncia l'entropizzazione, sostenuta dall'individualismo, di un desiderio ripiegato sul senso autoreferenziale del consumo e del possesso, a scapito della dimensione creativa della protensione verso l'inafferrabile basata su una carica affettiva, ormai spenta. È il tema, imperversante, del narcisismo che dilaga, assurto al rango di peccato originale, ma leggibile, almeno in parte, anche in chiave di dinamiche difensive, al crocevia tra risposte adatta-tive e psicopatologia. Se l'inafferrabile non è più concepito, l'inafferrato acquista uno straordinario potere frustrante e destabilizzante. "ilpeso del possibile" (20), dell'illusione del "tutto è possibile", a livello intrapsichico si traduce nel peso dell'impossibile, dell'incapacità soggettiva, attacca l'immagine di sé, promuovendo una nuova tipologia di conflitti, che investono essenzialmente la sfera dell'auto-rappresentazione e pertanto mobilitano il sistema difensivo più direttamente implicato nella regolazione dell'autostima e nella integrazione degli affetti, quello per l'appunto delle difese cosiddette primitive. Il desiderio (e con esso la tensione alla sua realizzazione), perde la funzione di significante del sé, rinuncia allo specchio interno dei sentimenti e delle passioni, di questo resta solo il potenziale minaccioso della sua carica destabilizzante e disgregante, le vetrine del mondo fanno da specchio. Lo snodo fra il "chi sono" e il "che cosa voglio" si incrina, fino a potersi spezzare del tutto. Anche il "consumo, dunque sono", sul versante intrapsichico è piuttosto un "consumo, dunque non sono...", dove il verbo essere svolge una funzione ausiliare: non sono costretto a scegliere, a confrontarmi, a sentire,... al limite, neanche a pensare. In definitiva, allora, la nostra forza e le nostre debolezze sono sicuramente rapportabili al contesto in cui viviamo. ma la capacità di adattamento si gioca sugli equilibri che riusciamo a creare fra desideri, paure e salvaguardia di sé tanto quanto sul confronto col mondo esterno. Stress è una parola che ormai può significare tutto o niente, molte diverse condizioni psicologiche e nessuna in particolare, tante differenti patologie o soltanto il timore di contrarne, o anche il nostro oscillare tra l'essere tutto o niente. Il tragitto che dal "punto critico" sfocia in una condizione di malattia è tutto sommato relativamente noto, ma quel tratto di strada che va da noi al momento di rottura degli equilibri, la possibilità di allungarne i tempi di percorrenza, in definitiva il nostro grado di resistenza, la forza, dipende molto dal significato, concreto e simbolico, che attribuiamo ai fattori esterni e dal modo di rapportarci ad essi. In ogni caso a livello psichico la partita si gioca sul piano delle difese: ciò da cui, rivolti all'esterno, ci difendiamo, definisce al contempo ciò che di noi stessi difendiamo, quello che vogliamo essere, e che vogliamo trasmettere, come valori e come imprinting biologico, alle generazioni future. Può essere il nostro senso di continuità, la nostra immagine, o le nostre passioni. Decostruire il senso dello stress, restituirgli la ricchezza dei vocaboli, delle emozioni, delle tensioni che racchiude, è determinante per il nostro benessere soggettivo, ma può servire anche a riavvicinarci al mondo che viviamo, a riappropriarcene. Si tende in genere a scordare che, a livello psichico, la vera grande rivoluzione non è stata tanto quella della società tecnologica, quanto piuttosto la straordinaria apertura che la decostruzione del soggetto unitario ha dispiegato. Nella consapevolezza della molteplicità di ciascuno di noi abbiamo maturato non solo conflitti, fragilità, smarrimento, angosce, ma anche una potente spinta propulsiva ali'ampliamento degli orizzonti, al divenire di una società che non ci sovrasta certo per realizzazione di intenti, ma semmai per la vastità delle problematiche e delle sfide, talora inedite, che si sono profilate. Technè è in ogni caso il prodotto di questa spinta, viene e resta dopo di noi. È ancora Prometeo a portare la fiamma, e a pagarne le conseguenze, ed è a lui quindi che dobbiamo rivolgerci in primis. L'approfondimento delle dinamiche psichiche che si accompagnano ai cambiamenti della società è il necessario completamento dell'analisi condotta dalle scienze sociali. Lo stress sta nell'intersezione fra soggetto e mondo, tra la singolarità e la molteplicità, fra i bisogni e i desideri, nella dimensione individuale e collettiva delle difese. Identificare i meccanismi che regolano le tensioni, le paure, le aspettative, la definizione di se stessi, vuoi dire permetterne la rielaborazione, valorizzando processi di adattamento creativi e non mortiferi alla realtà, consente di salvaguardare la nostra integrità ideo-affettiva e i valori in cui crediamo, due facce della stessa medaglia. Decostruire il significato del termine "stress " significa anche contribuire alla decostruzione di quell'immagine a tinte fosche di noi che ci viene incessantemente riproposta nella tendenza dominante a un catastrofismo senza possibilità di scampo. Significa anche, nelle parole di P. Rossi, riconoscere "che si possa continuare a vivere con una sopportabile dose di angoscia" (21). Certo, non senza tensione. 1. Steiner G. (2001), Linguaggio e silenzio, Garzanti. 2. Selye H. ( 1936). A syndrome produced by diverse nocuous agent, in: Nature, n.138, 1936. 3. Baumann Z. (1999), La società dell'incertezza, II Mulino. 4. Taylor C. (1994), II disagio della modernità, Laterza. 5. Baumann Z. (2000), Modernità liquida, Laterza. 6. Horowitz M.J. Kernberg O.F, Weinshel E.M. (a cura di), (1998), Struttura e cambiamento psichico, Franco Angeli. 7. Freud S. (1937). In: Opere, voi. XI, Bo-ringhieri

....etc.

il parere di Google sui diritti d'autore , clicca

L’intergruppo incontra… Google 8 Luglio 2009 by intergruppo2punto0  Una decina di membri dell’Intergruppo ha incontrato ieri mattina Nikesh Arora, Presidente di Google International e Vicepresidente di Google a livello mondiale, per una interessantissima ora di discussione sulle sfide e opportunità del mercato digitale. Si è parlato di infrastrutture di Rete e di interoperabilità tra i vari mezzi di comunicazione online, ma anche di temi-chiave come il futuro dell’editoria nell’era digitale, la tutela del copyright e il modo in cui affrontare la spinosa questione della privacy in Rete. Ad una domanda sulla natura del mercato digitale italiano, il Presidente Arora ha risposto che: “Italy is a local market with high standards deviation and low predictability“, invitando il Legislatore ad adottare regole chiare e adatte al mezzo di comunicazione Internet in modo da incrementare questa prevedibilità ristabilendo così la fiducia delle imprese operanti online. Sul tema dell’editoria è necessario distinguere secondo Mr Arora la produzione di contenuti dalla loro distribuzione. E’ proprio su questo secondo aspetto, che rappresenta, tra l’altro, una delle principali voci di spesa degli organi di stampa tradizionali, che riposa il potenziale innovativo di Internet per questo settore. La vera rivoluzione di Internet per quanto riguarda la produzione e diffusione di contenuti è tuttavia legata al ruolo che questo mezzo attribuisce agli utenti: la “saggezza delle masse” è ormai altrettando importante su Internet quanto il parere degli esperti professionisti. Particolarmente interessante anche la proposta del Presidente Arora relativamente al modo in cui affrontare la questione del diritto d’autore online. Non vogliamo che i nostri figli diventino ladri di contenuti online, tuttavia è difficile convincerli ad aspettare 3 mesi per comprare un film già disponibile su Internet: i detentori di diritti dovrebbero rendere legalmente accessibili e scaricabili i propri contenuti online, giustificando in tale caso misure che vadano anche fino alla disconnessione dell’utenza in caso di downloading illegale. Sul tema della privacy invece, più che delle “orme digitali” che lasciamo inevitabilmente dietro di noi occorre preoccuparsi di limitare l’accesso ai nostri dati personali ai soggetti da noi autorizzati, monitorandone la gestione e impedendone la condivisione non autorizzata. Su questo tema ma anche più in generale, il rappresentante di Google ha riconosciuto la necessità di una responsabilità sociale delle imprese operanti online. Insomma un incontro particolarmente illuminante, anche in vista dell’Indagine conoscitiva 2.0 che lanceremo a settembre. To be continued…
da  Il Blog dell’Intergruppo Parlamentare 2.0 Sciopero del 14 luglio contro il ddl intercettazioni 7 Luglio 2009 by vincenzovita E’ del tutto condivisibile l’iniziativa dei blogger di scioperare il 14 luglio contro il ddl intercettazioni. Con l’intervento del Presidente Napolitano sembra scongiurata l’ipotesi della fiducia anche al Senato. Tuttavia, l’attenzione deve rimanere alta per evitare i rischi che il provvedimento in discussione comporta per uno dei diritti fondamentali della democrazia, la libertà di espressione e di stampa.

martedì 7 luglio 2009

Quello Lì (Compagno Gramsci) una bella e vecchia canzone di Claudio Lolli (la musica e' introvabile sul web !!) :

Il giorno che arrivò in città fresco dalla Sardegna, per fare l'università c'aveva già lui la faccia di chi c'insegna, aveva già la sua strana testa grossa e l'aria di uno che ha freddo fin nelle ossa. Io lo sapevo quello lì, me lo sentivo quello lì, che non sarebbe andato avanti molto. Che tipo strano e riservato, che aria da sbandato. E non sempre una gobba porta fortuna e oggi si vede che non mi ero sbagliato. E poi di sardi qui ce n'è già abbastanza, dissi a quel pazzo che gli affitto la stanza. Io lo sapevo quello lì, me lo sentivo quello lì, che non avrebbe fatto mai molta strada. Era capace di star dei giorni chiuso nella sua stanza, forse a studiare non so a che fare, io non gli ho dato mai troppa importanza. Certo non era allegro come goliardo, ma non ci dimentichiamo che era gobbo e sardo. Io lo sapevo quello lì, me lo sentivo quello lì, che non avrebbe fatto una bella fine. Cosa facesse oltre a studiare, non l'ho saputo mai. Ma avevo capito che fin d'allinizio che quello lì andava in cerca di guai, avevo capito che era un socialista, quelli li riconosco a prima vista. E soprattutto quello lì, io lo sapevo quello lì, avrebbe avuto quello che meritava. Dopo un po' d'anni e chi ci pensava, ho appreso con sgomento, che quello lì, quel sardo lì, era finito eletto in parlamento, vabbene che il parlamento non conta niente, però non è proprio il posto per certa gente. E soprattutto quello lì, io lo sapevo quello lì, che avrebbe cercato di farla franca. Ma ieri ho saputo, che finalmente, si son decisi a farlo, l'han messo dentro, avrà vent'anni, abbiam risparmiato il tempo di ammazzarlo, perchè è malato ed è una cosa vera, che non uscirà vivo dalla galera. Io lo sapevo quello lì, me lo sentivo quello lì, non poteva finire altro che così.  Quello Lì (Compagno Gramsci)

mercoledì 1 luglio 2009

Biotecnologie piemontesi in mostra ad Atlanta maggio 12, 2009

da Torino Valley blog, clicca 

Per la prima volta il Piemonte partecipa a BIO International Convention di Atlanta dal 18 al 21 maggio, il maggior evento internazionale rivolto al mondo delle biotecnologie, dove illustrerà le proprie capacità e la sua posizione d’avanguardia, a livello italiano ed europeo...........................L’Italia rappresenta il 15% del totale delle imprese biotech europee con oltre 200 imprese coinvolte in innovazioni a carattere biotecnologico e un mercato farmaceutico che è il sesto a livello mondiale. In Piemonte la base industriale del settore delle bioscienze (biotech, pharma, med-tech ecc) - composta da piccole e medie imprese e da gruppi multinazionali quali Merck-Serono, Bracco Imaging, Takeda, Diasorin Antibioticos e Sorin Cardio - gioca un ruolo rilevante con più di 100 aziende che impiegano oltre 3.000 persone e registra una continua espansione grazie alla nascita di imprese innovative nei settori farmaceutico, parafarmaceutico e diagnostico. In particolare, il Piemonte vanta una forte tradizione nel comparto delle biotecnologie - per numero di imprese secondo alla Lombardia – e ne copre tutti i campi: biotecnologie verdi (agroalimentare), grigie (processi industriali) e rosse (salute), queste ultime maggiormente presenti sul territorio. il Piemonte è la prima regione italiana in termini di investimenti privati in ricerca e sviluppo e in numero di brevetti industriali oltre che in numero di start-up biotech. In questo contesto, i ricercatori impegnati nei settori biotech, farmaceutico e medico sono circa 1.500 e i gruppi di ricerca pubblici 800 (il 60% dei quali in biomedicina) e possono contare su una fitta rete di cooperazione tra aziende, Università, centri di ricerca, formazione e parchi scientifici e tecnologici (fra i quali spiccano il CNR, l’Istituto di Ricerca sul Cancro di Candiolo e il Bioindustry Park), laboratori, incubatori e società di venture capital (Eporgen Venture e Piemontech). Inoltre, importanti risultati in Piemonte si devono anche alla sinergia con le capacità esistenti nei settori dell’ICT, dell’elettronica e delle nanotecnologie, che hanno permesso lo sviluppo di competenze relative alla bioinformatica, alle analisi diagnostiche e alla progettazione di apparecchiature biomediche

orso castano : la notizia e' di buon auspicio, ma quello che non si vede , o non si riesce a toccare con mano , e' il fatto che non c'e' freno alla disoccupazione dei laureati qualificati. Perche', vien da dire, oltre alla fine del ciclo dei, 112  o su per giu, teste pensanti che hanno portato Torino a questo livello di "magnificenza"...... non si fa un'analisi di che cosa aspetta la schiera dei neo laureati in  scienze tecniche ed umanistiche? Non sembra che la realta' occupazionale dei giovani ingegneri torinesi sia cosi' dorata o segnata da magnifiche sorti e progressive.!!...Se non sbaglio il movimento universitario che si rifa' all'Onda ha ottenuto nel parlamentino universitario accademico la maggioranza. Significhera' pure qualcosa!!

Fiat, altra cassa integrazione per gli impiegati

luglio 1, 2009 , da torino.repubblica.it Altre 13 settimane di cassa integrazione agli Enti centrali della Fiat di Mirafiori e Balocco, dopo quelle cominciate a maggio e che si concluderanno a fine luglio. Il provvedimento dal 24 agosto al 22 novembre riguarderà 345 addetti tra operai e impiegati. Lo ha annunciato l’azienda ai sindacati ai quali ha comunicato che alla ripresa dell’attività dopo la pausa estiva, la cig interesserà per una settimana dal 24 al 30 agosto tutti i 4400 addetti del comparto. Cassa integrazione per tutti gli addetti anche tutti i venerdì dei mesi di settembre, ottobre e novembre. “Per la seconda volta la Fiat annuncia 13 settiname di cassa integrazione agli Enti centrali, anche se questa volta il numero degli addetti è inferiore a quello precedente - commenta per la Fismic il segretario regionale piemontese, Vincenzo Aragona - è necessario, pertanto, che l’azienda individui un possibile ricorso alla mobilità per ridurre così l’impatto della cig sui lavoratori

lunedì 29 giugno 2009

La cultura giovanile in Iran: jeans, Internet e rock?

01/04/09  par Jan Aengenvoort - Isfahan 

Traduction : Alba Fortini

Il disegno che Shirin Germez traccia veloce sul tavolino di un bar pieno di fumo ad Esfahan è grande appena come un tovagliolo. È raffigurata una donna nuda che, circondata da minacciose macchie d’inchiostro, lancia uno sguardo rabbioso all’osservatore. L’oscurità circostante ha già invaso la figura della donna, solo un quadrato rosso al centro del corpo, protetto da due mani congiunte, resiste ancora al nero. «Questo non possono togliermelo», dice la giovane attrice toccando il quadrato e spegnendo una sigaretta con l’altra mano. «Ma in questo Paese non posso neanche mostrarlo». La paura per il proprio Governo, che Shirin Germez ha mostrato solo per un attimo ad un viaggiatore straniero, si può respirare in molte città del Paese. Il periodo di riforme del Presidente Khatami (1997-2005) è stato ricco di speranza nel cambiamento, ma dalla vittoria dell’élite conservatrice di Khamenei ed Ahmadinejad la delusione dei giovani istruiti e spesso occidentalisti è aumentata. Alcuni di loro lottano per una società più liberale, come i futuri medici dell’università di Shiraz, che si oppongono alla discriminazione sessuale nelle aule. Ma molti di loro si sono rassegnati, non credono più di poter cambiare questa repubblica.

orso castano : un tempo  la mia generazione cantava "e la pioggia che va " dei Rokes, augurandosi che i piccoli spazi di azzurro nel cielo sempre piu' si ingigantissero fino  a diventare " azzurro" . Potremmo ricantarla , in questi giorni tristi , insieme ai giovani iraniani.

venerdì 26 giugno 2009

Quel preveggente antropologo della mente che fu Levi'-Strauss

di Dan Sperber  da Domenica (Sole24ore) del 21/6/09 Claude Lévi-Strauss dev'essere l'antropologo più famoso nella storia della sua disciplina. Tra  gli intellettuali francesi, la sua figura si staglia singolare e imponente, seconda a nessun'altra, vicina a nessun'altra. Facendo battere loro il cuore con la promessa di avventure intellettuali, ha richiamato all'antropologia generazioni di studenti - e io fra questi - che altrimenti sarebbero diventati filosofi, storici o sociologi. Diversamente dal maestro, molti sono diventati ricercatori sul campo e non hanno dedicato molto tempo alla teoria. Nel suo seminario, di solito presentavano dati etnografici e i commenti teorici li faceva lui. Ha incoraggiato, e gliene sono ancora grato, le mie insolite meditazioni teoriche nonostante avessero un tenore critico, ma ricordo bene che molti suoi seguaci le giudicavano presuntuose come se, al suo teorizzare, si potesse sperare tutt'al più di aggiungere esegesi e note a pie'di pagina. Dite «Claude Lévi-Strauss», vi sentirete rispondere «strutturalismo». Giusto, ma in antropologia è stato anche, con molta costanza, il difensore solitario di una prospettiva naturalistica e mentalistica. E a differenza del suo strutturalismo, accolto con entusiasmo, questa è stata generalmente considerata sconveniente, un faux pas intellettuale che era meglio ignorare. Senza curarsene, in tutta la sua opera Lévi-Strauss ha insistito su una prospettiva naturalistica... Nel Pensiero selvaggio (1966), evoca la reintegrazione della «cultura nella natura e infine... della vita nell'insieme delle sue condizioni fisico-chimiche». InDa vicino e da lontano (1985), mentre prende le distanze dal naturalismo «ingenuo e semplicistico» della sociobiologia, accenna a una possibile convergenza delle scienze della natura e della cultura che spazierebbe dai meccanismi più elementari della vita ai fenomeni umani più complessi. Levi-Strauss usa «natura umana» e «mente umana» quasi come sinonimi. Già nel 1952 (alla conferenza di Bloomington, una pietra miliare) sosteneva che «un'antropologia concepita in modo più ampio» avrebbe un giorno rivelato come funziona la mente. A partire dalla fine degli anni Cinquanta, la linguistica e la psicologia subirono grandi trasformazioni in seguito alle quali le loro relazioni reciproche e con l'antropologia furono da ripensare molto più radicalmente di quanto si prefigurasse Lévi-Strauss. In linguistica, lo strutturalismo è stato ormai relegato nella storia di una disciplina di cui il quadro concettuale, i metodi e il programma sono stati radicalmente ridefiniti sotto l'ìnfluenza di N0am Chomsky (ed è vero anche per la linguistica anti-chomskiana). Anche nelle sciènze sociali, lo strutturalismo appartiene al passato non perché sia stato soppiantato da un'alternativa irresistibile, ma perché lo scarto tra le sue promesse e i risultati era diventato fin troppo palese. Col  senno di poi, nelle scienze umane , lo sviluppo più importante della seconda metà nel Novecento non è stato lo strutturalismo (né - Serve dirlo? - il post-modernismo) ma   di gran lunga la «rivoluzione conitiva.  Tra gli altri successi, essa ha ricondotto la   psicologia allo studio dei meccanismi mentali; uno sviluppo che Lévi-strauss dovrebbe aver accolto con favore. Negli ultimi vent'anni inoltre, un numerocrescente di psicologi cognitivi si è reso conto che le strutture mentali potevano essere studiate non solo con esperimenti di laboratorio, ma anche attraverso le loro manifestazioni culturali. Da questo punto divista, si ricollegano a Lévi-Strauss il quale affermava nel  "Cottoo e il crudo (1969) che «lo scopo ultimo dell'antropologia è di contribuire a una miglior conoscenza del pensiero oggettivato e dei suoi meccanismi». Sotto molti aspetti, Lévi-Strauss è stato il pioniere di una vera « antropologia cognitiva». L'etichetta evoca ovviamente l'antropologia di scuola americana, nota anche come "etnoscienza" e molto influente negli anni Sessanta e Settanta. In Development of Cognitive Anthropology (1995) Roy D'Andrade parla dell'antropologia cognitiva più o meno come di un'esclusiva della scuola americana e cita a malapena Lévi-Strauss. Lo psicologo Howard Gardner, d'altro canto, in una precoce «storia della rivoluzioné cognitiva» (La nuova scienza delia mente, 1985) dimostrava una maggior comprensione, credo, nel dare pari spazio allo strutturalismo di Lévi-Strauss e all'etnoscienza. L'antropologia cognitiva americana ha prodotto un corpus di lavori (spesso discussi nel seminario di Lévi-Strauss) che ha contribuito parecchio a colmare il divario trala psicologìa cognitiva e l'antropologia. Tuttavia era concentrata sulla categorizzazione e sui modèlli culturali, e si occupava solo marginalmente di questioni più ampie di antropologia quali, per esempio, l'organizzazione sociale, la parentela o la religione. Era partita con grandi ambizioni, ma finì per ricavarsi un territorio limitato ai margini dell'antropologia e della psicologia. Invece Lévi-Strauss riteneva chelo studio dei meccanismi mentali fosse al centro delle preocupazioni dell'antropologia e pensava alla ricerca etnografica come a una fonte di saperi fondamentali sulla struttura della mente umana. L'impatto del lavoro di Lévi-Strauss sull'antropologia in sé non coincide con la fama universale di cui esso gode. Lo studio della parentela ha perso la sua centralità tradizionale, e si è focalizzato su questioni di potere o di genere molto lontane dai temi  levi'straussiani ; non ha ricevuto una grande spinta né ha tratto molta ispirazione dal suo monumentale contributo. Non saprei se questo abbia a che fare con Lévi-Strauss o con lo stato dell'antropologia, che rimane per gran parte a-teorica e non naturalistica. Anche se nuovi lettori rimangono colpiti o ispirati dalla straordinaria intelligenza ed eleganza dei suoi scritti, è improbabile che provino il senso di esaltazione intellettuale che mosse molti di noi quarant'anni fa. Ciò nonostante, mentre alcuni dei suoi pronunciamenti siano ormai di interesse storico, altri erano molto in anticipo sui tempi. Se, come credo che stia cominciando ad accadere, lo studio della mente e quello della cultura si unificheranno in un quadro naturalistico, allora Lévi-Strauss risalterà come un precursore di questa nuova avventura. (Traduzione diSytvie Coyoud)

Chi e' Dan Sperber : e' un pensatore che ha una concezione "forte" della natura umana e degli universali culturali di cui questa natura è costituita. Secondo Sperber il metodo strutturalista per rintracciare questi universali è superato, ma ciò non toglie nulla al progetto "forte" di comprendere l'essere umano nella sua interezza e su "larga scala", servendosi dell'etnologia come degli esperimenti di laboratorio, adottando un approccio darwiniano e facendo tesoro della lezione di Chomsky in ambito linguistico. Sperber ha portato avanti questo programma di ricerca come direttore dell'istituto Jean Nicod di Parigi e come autore di libri importanti come "Le structuralisme en anthropologie (1973), Rethinking Symbolism (1975), On Anthropological Knowledge (1985), Relevance. Communication and Cognition (con Deirdre Wilson, 1986), Explaining Culture (1996), Experimental pragmatìcs (con lraNoveck, 2004). Il suo lavoro sul simbolismo ha posto le basi per uno studio dei constraint cognitivi che determinano la distribuzione e la selezione delle rappresentazioni culturali La sua «teoria della pertinenza», o rilevanza, secondo la quale gli esseri umani sono continuamente ìmpegnati nella ricerca di un equilibrio tra sforzo cognitivo ed efficacia cognitiva, ha dominato la discussione nella linguistica ,nell'intelligenza artificiale e nella psicologia cognitiva deglì ultimi decenni Nei suoi ultimi lavori Sperber ha elaborato l'idea di una «epidemiologia delle rappresentazioni» che permetta di comprendere perché certe credenze, conoscenze o pregiudizi siradicano con maggiore successo di altre. Ar.M. orso castano : lo sforzo di recuperare L.Strauss all'interno di una "prospetiva naturalistica (si allude forse alla neuroscienza, oggi per la maggiore?) senza tuttavia far perdere al pensatore i suoi tratti di antropologo, e' interessante e ci aiuta meglio a comprendere cosa e' stata l'antropologia e come puo' essere comparata  (o meglio complementata) al cognitivismo, teoria/pratica che piu' di altre si presta a far da ponte tra la psicologia e le neuroscienze.  Ma e' necessario stare attenti alle tendenbze riduzionistiche , che tolgono peculiarita' all'originalita' delle teorie , appiattendole. Il fatto che una teoria antropologica o psicologica sia stata momentaneamente messa in secondo piano, non significa che non possa essere ripresa piu' tardi,  proprio rifacendosi alla sua intuizione originale , sempre ovviamente tenendo presente la sua corretta collocazione nello spirito del suo tempo. 

giovedì 25 giugno 2009

Neda, la ragazza uccisa a Teheran diventa il simbolo della rivolta

da La Repubblica.it Sui social network circola una foto presa da una pagina di Facebook Non c'è conferma che sia la stessa persona, ma agli oppositori poco importa di ALESSANDRA VITALI Un'immagine dal filmato che mostra la morte della ragazza a Teheran IL VIDEO della sua morte ha fatto il giro del mondo. I jeans, le scarpe da ginnastica, la maglietta nera, il sangue che le imbratta il viso, le urla di chi le tiene la testa mentre lei muore. Neda, la ragazza uccisa da un miliziano mentre manifestava insieme al padre nelle vie di Teheran è diventata il simbolo della rivolta dell'opposizione iraniana. Sul web, fra blog, siti, social network si accumulano in queste ore i messaggi in cui si fa il suo nome. Quasi tutti accomunati da una certezza: "Non sei morta invano"..............................

martedì 23 giugno 2009

lotta x la liberta'....

dall'ANSA del 23/6/09, clicca 

Iran: 457 i manifestanti arrestati Rilasciata la figlia dell'ex presidente Rafsanjani (ANSA) - TEHERAN, 22 GIU - Sono 457 le perone arrestate durante le violente proteste di sabato scorso nella zona di piazza Azadi a Teheran. Lo rende noto la polizia. Negli scontri 40 poliziotti sono rimasti feriti e 34 edifici governativi danneggiati. E' stata rilasciata intanto Faezeh Hashemi, la figlia dell'ex presidente iraniano Rafsanjani arrestata durante una delle manifestazioni non autorizzate. ''Poco verosimili'' i risultati del voto iraniano secondo un autorevole istituto di Londra.

scie chimiche..........aerei chimici..........salute chimica!!

le nanoparticelle, sempre piu' diffuse........e pericolose ? clicca x art. int.

Un nuovo rischio sull'ambiente di lavoro, sempre crescente, una tecnologia .....innovativa..... che non vorremmo diventasse, speriamo di dimensioni (in tutti i sensi)  minori, come quella dell'eternit. Dal punto di vista della giustizia ilo cxaso Eternit sta' facendo scuola. Speriamo di non dover applicare queste esperienze giuridiche alle nanoparticelle... 

Dal sito European Agency for safety and health at  work,  European Observatory of risk

In vivo studies for assessment of the health effects of nanomaterials , clicca x trad. To date, the promotion of research has mainly supported the performance of in vitro studies due toanimal welfare, ethical reasons related to human studies, costs. However, in general in vivo datarepresent a more reliable data base and are the European standard in regulatory toxicology in thecase of existing chemicals. The quality of the necessary toxicological investigations should also meet these standards in the case of nanomaterials. Data sets of in vivo studies involving high exposure nanomaterials must be established or supplemented. A recently developed code of conduct assists indevelopment of research programs maintaining high ethical standard.Validation of the in vitro methods and methods of physico-chemical properties as methods todetermine health effectsDue to the high costs, the long duration and for reasons of animal welfare in vivo methods have to besupplemented by in vitro methods and methods to determine physico-chemical properties, being predictive of health effects in humans. However, a comprehensive validation and evaluation of whichin vitro method (including PC method) is sufficiently sensitive and specific for long-term effects doesnot yet exist. This is necessary in order to demonstrate the relevance of these studies for regulatorytoxicology and to permit categorisation of nanomaterials and prediction of health damage.Training of workers and practical handling guidelines for activities involving nanomaterials inthe workplaceNanomaterials are increasingly produced, processed and used as a component of products, forexample, in small and medium-sized companies. Consequently, there is the need to provide aids forhandling in various work areas. General handling aids have already been produced. More specifichandling guidelines should be added for activities that possess a relevant exposure potential. Inaddition workers have to be prepared and trained to behave appropriately.It needs to be remembered that researchers working on the development of materials are among thefirst ones that may be exposed to new, potentially toxic substances. One of the main challenges is toensure their health and safety - and to maintain the development of the technology.The conclusions based on hard lessons learned following previous industrial revolutions instigate acautious approach to any new inventions. However, sufficient foresight and strategically directedresearch can – in combination – lead to successful development of nanotechnology not only as a veryhighly beneficial and profitable new technology, but also to ensuring that those working in this field cando so safely.

Effetti sulla salute . nanopatologia

da Wikipedia : effeti sulla salute delle nanoparticelle , clicca x art. ......Alcuni effetti sulla salute causati dal particolato fine (sia di natura organica che inorganica) sono già noti da tempo. La pneumoconiosi in genere (asbestosi, silicosi, talcosi, ecc.) o il mesotelioma nelle sue forme pleurica e peritoneale sono tra questi. Numerosi studi epidemiologici hanno infatti mostrato una chiara correlazione tra malattie cardiovascolari e respiratorie, da un lato, e quantità e concentrazione nell'ambiente di particelle (particulate matter, PM) di diametro aerodinamico medio inferiore a 10 micron (PM10) o a 2,5 micron (PM2,5). [2] [3] Esistono ampie prove che dimostrano come la facilità con cui il particolato entra nell'organismo dipenda in massima parte dalle sue dimensioni, al diminuire delle quali corrispondono maggiori quote d'ingresso.[4][5]............ Le nanotecnologie e l’ambiente dal sito  Straker , clicca Nel libro bianco del NIOSH sulle nanotecnologie, si afferma specificamente che i nanomateriali sono così piccoli che essi non danneggiano le cellule viventi. Tuttavia, recenti studi sull’uso dei nanotubi nei polmoni dei ratti, hanno dimostrato che essi si ammalano o muoiono dopo il trattamento. Nel progetto FMN, due persone affette da Morgellons hanno sottoposto dei campioni ad un’analisi che si è avvalsa del microscopio elettronico; i campioni sono stati confrontati con il materiale di ricaduta delle scie chimiche diffuse nei cieli del Texas. L’esame ha rivelato che il materiale in tutti i campioni erano rintracciabili vari stadi di sviluppo o degradazione delle sostanze trovate negli ospiti (Anna e Lilly): il campione delle scie chimiche corrisponde a quello delle donne esaminato. I campioni provenivano da zone distanti 1.500 miglia l’una dall’altra. Il nostro ambiente ha visto i risultati della diffusione di sostanze chimiche nel suolo, nell’acqua e nell’aria. Il DDT immesso rapidamente sul mercato quasi quarant’anni fa dalla American Bald Eagle, è stato un esempio perfetto di come una sostanza chimica può danneggiare la catena alimentare di altri animali. I nanomateriali, che vengono diffusi nei fiumi e nell’aria, sono una bomba ad orologeria per l’ambiente. E’ importante sia per gli scienziati sia per l’opinione pubblica controllare da vicino gli sviluppi della nanotecnologia e discernerne i fatti reali, per determinare se realmente può migliorare la nostra vita senza compromettere la dignità e l’integrità della specie umana. Dott. ssa Hildegarde Staninger  Traduzione di Zret & Straker

per saperne di piu' clicca

orso castano : perche' parlare delle varie forme di inquinamento  significa parlare anche del disagio psicologico? L'ambiente in cui viviamo ci puo' fornire sicurezza o incertezza , puo' causare danni al nostro cervello o puo renderlo piu efficiente, puo' fornirci strumenti oggettivi (o psicologici) per supportarci nella soluzione degli enormi problemi sociali , e psicosociali, che oggi storicamente abbiamo di fronte. Per questo e' determinante conoscere , sapere dstinguere, approfondire, criticare, il mondo materiale, l'ambiente nel quale volenti o no siamo costretti a vivere.

CHI MUORE SUL LAVORO ?

dal blog "Morti sul lavoro",clicca x art. int.

In questo copione la morte bianca è descritta sempre come figlia della mancata osservanza delle norme, dalla precarietà del lavoro, dalla rapacità di imprenditori che pur di risparmiare mettono a repentaglio la vita dei loro dipendenti. A volere esaminare il gravissimo fenomeno con gli occhi delle statistiche INAIL la faccenda è completamente diversa. Innanzitutto per le forme contrattuali: dei 1205 morti registrati nel 2006 nell’industria e nei servizi 11 erano interinali, 22 parasubordinati e 31 apprendisti per un totale che ammonta a poco più del 5 per cento. Un altro 15 per cento è classificato come autonomi mentre l’80 per cento è rappresentato da normali dipendenti, con contratto a tempo indeterminato. Quindi ancora una volta si conferma che le morti bianche non sono legate al precariato o a forme di sfruttamento forsennato del lavoro tant’è che c’è un altro dato impressionante: il fenomeno delle morti bianche è prettamente maschile: 92,6 per cento contro il 7,4 per cento delle donne. Vero è che in Italia secondo l’ISTAT le donne occupate sono meno degli uomini ma comunque rappresentano il 39 per cento della forza lavoro e si sa che da sempre sono quelle caratterizzate da maggiore sfruttamento e precarietà. Per capire meglio le cause di questo fenomeno è bene considerare le categorie che sono maggiormente esposte agli infortuni mortali: al primo posto, nell’industria e servizi, ritroviamo l’immagini di impalcature e di elmetti mai messi. Il settore costruzioni da solo è responsabile del 27 per cento delle morti bianche. Dopo però ci sono categorie molto più tranquille: trasporti e comunicazioni, commercio e addirittura attività immobiliari e servizi all’impresa. Questi tre settori, dove è difficile immaginare macchine utensili impazzite o carichi che precipitano, da soli sono responsabili del 31 per cento dei decessi. GLI INFORTUNI STRADALI – Il motivo però non è così misterioso: la metà di tutte le morti bianche (688 su 1344) sono da attribuirsi ai cosiddetti infortuni stradali, quelli che comunemente si chiamano incidenti stradali. Agenti di commercio, camionisti o autisti, passano molta della loro vita sulla strada e, percentualmente, sono più esposti ai rischi di chiunque altro. Eppure non c’è un telegiornale che ne parla, non c’è un solo trafiletto che dice, quando vi è un incidente stradale, che le vittime erano gente che stava sulla strada per lavoro o, in quasi metà dei casi a lavoro ci stava andando o tornando. Tutti questi incidenti sono classificati, giustamente, come infortuni sul lavoro ma la loro soluzione non sta in decreti che includano pene più severe con gli imprenditori, in forme di contratto meno precarie o ribellioni sindacali non si sa contro cosa. La loro riduzione passa invece attraverso l’installazione dei Safety tutor che dimezzano i morti sulle autostrade, sui t-red che multano chiunque passi con il rosso falcidiando pedoni e motociclisti, sul potenziamento di vigili e polizia stradale che hanno un notevole potere deterrente.

orso castano : le morti bianche , quelle di cui non si parla, quelle su cui che i Medici di Medicina Generale dovrebbero a lungo riflettere perche' avvengono spesso in situazioni di rischio perdurante, che portano allo stress, ad una vita precaria, alla pagnotta guadagnata a costo della vita, quelle che fanno disagio psicologico, quelle che fanno vivere dentro uno stress continuo......quelle cose quotidiane cui i giornali , quando lo fanno, dedicano un...trafiletto...anche questo e' disagio psicologico !!

sabato 20 giugno 2009

ANTITRUST: "STILLICIDIO DI LEGGI CONTRO I CONSUMATORI" !!

clicca x sito antitrust

da  L'Espresso Multimedia , clicca x il video di Catricala' , presidente Antitrust

un es. : class action , altro rinvio

  6-06-09 ANTITRUST: SU CLASS ACTION SI PROFILA PEGGIORAMENTO DELLA LEGGE , clicca  (ASCA) - Roma, 16 giu - Sulla class action si profila un peggioramento della legge. E' quanto afferma il presidente dell'Antitrust, Antonio Catricala', nella relazione annuale.Il presidente dell'Autorita' ricorda che ''l'anno scorso avevamo auspicato che il rinvio dell'entrata in vigore della legge introduttiva servisse a migliorarla. La soluzione che oggi si profila sembra di segno contrario e le associazioni dei consumatori sono rimaste sole nell'affermazione di un principio di civilta' giuridica''. Piu' in dettaglio Catricala' indica che all'Antitrust ''potrebbe essere riconosciuto un ruolo piu' incisivo nell'istituto della class action che in Italia, per la resistenza di pochi, stenta a trovare giusta considerazione''.did/sam/alf      orso castano : tra i consumatori ci sono quelli che consumano farmaci e d interventi terapeutici. Anche loro hanno diritto al well beeing !!        

lu music da "City Lights" di C. Chaplin