sabato 22 maggio 2010

c'e' una nuova "sintomatologia psichiatrica" in circolazione ?

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dallultimo numero rivista L'altro, della SIFIP , un ampio stralcio dall'articolo : "Forme della psicopatologia contemporanea : implicazioni per la psicoterapia " l'orientamento di chi ha scritto l'articolo e' strettamente psicoanalitico
................Le nuove forme del sintomo
Rivolgiamo adesso la nostra attenzione alla seconda questione che avevo posto all'inizio e riflettiamo sulle trasformazioni che osserviamo nella psicopatologia contemporanea, ponendo una distinzione tra il classico sintomo nevrotico e i nuovi sintomi.I sintomi, che a inizio del XX secolo portavano le persone a chiedere una consultazione, erano la forma metaforica di un desiderio inaccettabile per le istanze etiche del soggetto. I classici sintomi nevrotici rappresentano infatti un'incrinatura dell'identificazione al ruolo sociale, si insinuano come una faglia nella vita troppo levigata del soggetto e la disarticolano dal suo interno. I sintomi decifrati da Freud sono le righe scritte da una passione inaccettabile, che riaffiora tra le maglie incerte della "feroce coazione" ad adeguare la propria vita alle esigenze della società. In sintesi possiamo isolare tre caratteristiche principali dei classici sintomi freudiani: II disturbo ha sempre una significazione psichica particolare, quindi il sintomo parla, anche se in modo enigmatico si configura come una metafora di ciò che è stato rimosso.Il sintomo è sempre la manifestazione di un conflitto. È una divisione nevrotica tra il volere e il fare. Più una persona è coerente con ciò che desidera più è sana; più una persona è lontana da ciò che desidera più soffre. Sul piano della conduzione della cura osserviamo che il sintomo classico è sensibile all'interpretazione: l'interpretazione semantica ha effetti terapeutici sul sintomo. Se invece concentriamo la nostra attenzione sui fenomeni che caratterizzano le forme della psicopatologia contemporanea allora ci accorgiamo innanzitutto che il sintomo non ha più qualcosa da dire, è solamente un segno che non allude ad alcun senso, è semmai completamente appiattito sulla dimensione dell'agire. I nuovi sintomi (attacchi di panico, depressioni, anoressie, bulimie e nuove forme di dipendenza) non sono più la metafora di un significato rimosso, ma rappresentano sempre più la spinta ad agire, scavalcando la mediazione del simbolo. Il fondo psicotico della clinica contemporanea riguarda in effetti proprio questa debolezza del simbolico nei confronti del godimento (effetto dell'evaporazione della funzione del Nome-del-Padre) che va di pari passo con il ritorno dei sintomi sul corpo del soggetto. "Anoressia, bulimia, tossicomania e attacchi di panico mostrano la varietà di questi ritorni e il loro motivo comune: la parola è surclassata dal godimento come evento del corpo". I sintomi contemporanei sono quindi marcati da un eccesso libidico che scarta la funzione della parola.
In un suo recente articolo sul "soggetto tossicomane" Massimo Recalcati introduce il suo quadro di riferimento riprendendo una frase pronunciata da Lacan alla fine degli anni Settanta, nella quale il godimento della società contemporanea viene definito come "godimento smarrito". Il messaggio dominante del discorso sociale spinge infatti i soggetti verso un'escalation di sensazioni che però non riescono a trasformarsi in esperienza, un'esperienza in cui si possa sedimentare un proprio progetto esistentivo. Questa accentuazione godimento smarrito, ossia una soddisfazione slegata dall'orientamento dell'Ideale, si esprime in configurazioni psicopatologiche dove prevale il senso della precarietà o, per dirla in altri termini, una "stabile instabilità". Una delle forme paradigmatiche della clinica contemporanea è rappresentata infatti dal cosiddetto disturbo borderline, che alcuni psicoanalisti, come Agostino Racalbuto, considerano "non come riferito a una struttura psichica al limite fra nevrosi e psicosi, ma come a un modo di funzionare ai margini dello psichismo", ossia in quanto espressione dei limiti del simbolico nel dare significato all'esperienza. Gli "stati caotici della mente" in fondo rivelano un soggetto in cui si consuma la scissione tra la dimensione simbolica e quella pulsionale. Nella "clinica borderline" l'esperienza affettiva e pulsionale, ormai priva della bussola simbolica, fa precipitare il soggetto oltre i confini del rappresentabile e in tal modo lo lascia nell'angoscia. Ed è proprio dal vissuto generato dall'angoscia che scaturisce la spinta al passaggio all'atto che caratterizza il borderline. Osserviamo quindi da un lato una difficoltà del soggetto borderline a sostare entro i limiti del simbolico e dall'altro la necessità di ritrovare attraverso l'atto, quindi senza la mediazione del simbolo, il limite per il disagio e l'angoscia che caratterizzano il suo essere "borderline". In sintesi possiamo schematizzare le caratteristiche dei nuovi sintomi, che rappresentano comunque una certa prismaticità dei quadri clinici, isolando tre formulazioni principali:
a) I nuovi sintomi tendono a prendere la forma della scarica, parafrasando le riflessioni di Agostino Racalbuto possiamo dire che "l'agito prende il posto del pensato". Questa formulazione ha due risvolti clinici. Innanzitutto non siamo in presenza di un sintomo da decifrare. La povertà semantica dei nuovi sintomi per certi versi ci permette di registrare il carattere alessitimico della nuova clinica. In una delle pagine del libro Cllnica del vuoto Recalcati scrive che la vera sterilità dell'anoressica consiste nel non lasciarsi fecondare dal simbolo. Il sintomo anoressico infatti non si configura come il segno di una conversione isterica, il corpo non si fa veicolo di un messaggio rivolto all'Altro del linguaggio e quindi non diventa un geroglifico da interpretare, una metafora del soggetto dell'inconscio. Il secondo aspetto che viene implicato dalla formula "l'agito prende il posto del pensato" riguarda l'esperienza della temporalità che viene vissuta nella dimensione di un presente che non si aggancia al passato e che non proietta verso il futuro. Recentemente Kernberg ha approfondito questo tema attraverso la presentazione di casi clinici che evidenziavano la "distruzione del tempo nel narcisismo patologico". Ciò è particolarmente evidente anche nel borderline, dove la "momentaneizzazione" del vissuto temporale non permette al soggetto di sentirsi ancorato in una prospettiva esistentiva. Come osserva anche Rossi Monti: nel microcosmo del rapporto terapeutico tutto questo è particolarmente visibile. A partire dalla difficoltà di articolare tra loro le sedute come eventi che godono di un duplice statuto temporale: da un lato eventi chiusi in se stessi (le singole sedute), ma dall'altro eventi inseriti in una successione nella quale le sedute si integrano tra loro a costituire una continuità. Nel lavoro con i pazienti borderline ogni volta tutto ricomincia da capo: all'inizio di ogni seduta manca spesso la percezione di un luogo interno ove sia possible conservare il ricordo delle sedute precedenti e della storia della relazione così come si va sviluppando. Il clinico ha spesso, per lungo tempo, la sensazione di stare provando a costruire sulle sabbie mobili. Ogni volta si ricomincia da capo: l'organizzazione della temporalità borderline consente di saltare da presente a presente, facendo di ogni attimo un'eternità. Da questi attimi non scaturisce una storia. Ognuno di essi occlude una storia che non può essere raccontata. Qualunque cosa accada, dopo ne accade un'altra e se si continua a inseguire gli eventi, concentrandosi sul presente, si potrà continuare ad avere a che fare solo con un evento invece che con una storia o con una narrazione nella quale riconoscersi .Possiamo collegare questa condizione clinica con la declinazione contemporanea del discorso della Civiltà segnalando un'osservazione di Giorgio Agamben, nella quale afferma che il nostro tempo è il tempo in cui il culto della sensazione ha distrutto l'esperienza. Il discorso della civiltà ipermoderna propone il culto delle sensazioni: la tendenza alla scarica contro l'espressione simbolica.
b) I nuovi sintomi non esprimono un conflitto del soggetto ed escludono il legame con l'Altro. In primo piano non è il contrasto tra legge e desiderio; al posto del desiderio abbiamo l'angoscia. Recalcati ipotizza che i nuovi sintomi siano un trattamento dell'angoscia, angoscia non di fronte al desiderio dell'Altro, ma angoscia rispetto alla ferita narcisistica. Perdippiù i nuovi paradigmi clinici hanno smesso di rappresentare la discrepanza tra il desiderio soggettivo e le richieste della società, infatti non sono l'indice di quella questione che poneva il soggetto in impasse rispetto all'Altro. I nuovi sintomi sono semmai l'indice di un eccesso "normotico" del soggetto al messaggio dell'Altro contemporaneo, sono dei sintomi che in un certo senso sono chiamati a contribuire a un adeguamento del soggetto allo stile di vita incoraggiato dal discorso sociale. L'anoressia è, per esempio, l'esaltazione psicopatologica della passione per il corpo magro, oppure l'uso di sostanze è oggi finalizzato a rendere il soggetto sempre più all'altezza dei ritmi dettati dai vari comandamenti sociali. Un mio giovane paziente diceva appunto che la cocaina gli consentiva di "avere il piede in due staffe". Un giorno in seduta lo stesso paziente mi racconta un sogno in cui il padre lo incitava ad assumere la cocaina. Il sogno era apparentemente in contrasto con la realtà, infatti il padre è un rappresentante della legge che è contrario al suo stile di vita tendente alla dissipazione. Il sogno però rivela un'interpretazione inconscia del paziente: dietro l'enunciato che pone il divieto il soggetto ipotizza una complicità del padre nel comportamento fuori-legge, un sostegno paterno alla trasgressione. Ebbene, tutto ciò non è poi così lontano dalla realtà della relazione padre-figlio, infatti nel periodo appena precedente le analisi tossicologiche del figlio il padre svelerà al figlio i trucchi per aggirare i controlli e farla franca. È un esempio contemporaneo del rovesciamento della funzione d'interdizione veicolata dalla figura paterna, che si ritrova invece a incarnare l'agente di>un messaggio che favorisce l'evitamento dell'incontro con la dimensione del limite e della castrazione simbolica. Inoltre l'anoressia o le tossicomanie aprono uno scenario psicopatologico che esclude il riferimento all'Altro e si configurano come il tentativo di fare barriera proprio alla relazione intersoggettiva. L'anoressia è infatti la drammatica messa in atto del rifiuto dell'Altro. L'uso di sostanze stupefacenti è invece il ricorso ad un oggetto che consente di godere, facendo però a meno della presenza di un altro soggetto.La psicopatologia contemporanea ci mostra però anche un altro lato delle trasformazioni soggettive, infatti accanto a quelle forme sintomatiche che manifestano un'esclusione dell'Altro e che fanno del soggetto una fortezza vuota, osserviamo dei sintomi che evidenziano lo sgretolamento dell'identità: si tratta ad esempio degli attacchi di panico e delle depressioni. Gli attacchi di panico e le forme di depressione cosiddette atipiche - in realtà così tanto tipiche nella nostra pratica - sono un altro indice della profonda vacillazione delle fondamenta del soggetto e del legame interpersonale. L'attacco di panico si presenta come "un fulmine a ciel sereno" e in modo imprevedibile fa emergere la vita fuori da qualsiasi rappresentazione e da qualsiasi limite. La crisi di panico si configura come un'esperienza che mette in risalto il limite dell'esistenza, problema che assume le sembianze dell'evento traumatico perché il soggetto si ritrova ad affrontare la "nuda vita" senza riferimenti simbolici. La depressione evidenzia lo svuotamento del desiderio, che strutturalmente si configura come desiderio del desiderio dell'Altro. La depressione contemporanea inoltre non trova più il suo organizzatore psicopatologico nel senso di colpa ed è sempre più spostata nell'area borderline e narcisistica. Come fa notare Rossi Monti si tratta di forme depressive che si aggregano intorno a due fondamentali costellazioni di esperienze: una prima costituita da disforia-rabbia-solitudine-vuoto e che affonda le radici in un assetto di personalità borderline; una seconda, organizzata intorno alle esperienze di vuoto-insufficienza-delusione-vergogna, che si inscrive nell'ambito della personalità narcisistica. In questo senso l'epidemia depressiva potrebbe essere considerata come l'involucro esteriore di alcune vicissitudini psicopatologiche in assetti di personalità che appartengono all'area borderline e narcisistica.
c) I nuovi sintomi si presentano come dei sintomi che resistono all'effetto dell'interpretazione semantica. Sui nuovi sintomi l'interpretazione semantica non ha effetto. L'arma decisiva con i nuovi sintomi è il maneggia-mento della relazione terapeutica, la relazione terapeutica diventa più decisiva dell'interpretazione. Le forme contemporanee della clinica pongono ancor di più il problema del trattamento del godimento, ossia di ciò che è refrattario alla dimensione della parola e che il paziente indica come "ciò che è più forte di me". Si tratta del "tornaconto paradossale del sintomo" che nel testo del colloquio possiamo dedurre da frasi con struttura logica simile: "non ne posso più, ma non ne posso fare a meno". Ora, se nella clinica della nevrosi questo aspetto è ciò che si fa cifra sintomatica di una posizione soggettiva, nella clinica del vuoto il sintomo non è metafora del soggetto dell'inconscio, ma è segno di un regime di godimento da tutelare o ripristinare. "L'inclinazione olofrastica" dei nuovi sintomi produce infatti un effetto di congelamento della dialettica tra il soggetto e l'Altro, dove il sintomo non diviene metafora di una verità rimossa, ma custode di un Io che scarta l'Altro. Ecco perché, a differenza della classica nevrosi, il paziente chiede soltanto di "aggiustare" il funzionamento del suo Io senza voler sapere quali implicazioni intersoggettive siano nascoste nel suo sintomo. La "clinica del vuoto" si configura dunque come un'esclusione a priori dell'Altro, il vuoto non è aperto sull'Altro della parola. Nella classica nevrosi l'Altro viene implicato nella verità rimossa del sintomo, per cui il soggetto si rivolge al terapeuta in quanto incarnazione del luogo della verità: "Ti parlo perché tu sei in grado di ascoltare la verità che mi sfugge". Nella clinica del vuoto invece il paziente non si presenta come soggetto diviso dal proprio sinto.......mo, poiché il soggetto è alienato in un'identificazione con il sintomo - "sono un'anoressica", oppure "sono un depresso" - che non viene interrogata nella sua valenza metaforica, ma solo nei suoi aspetti comportamentali. Nei nuovi sintomi la domanda di aiuto tendenzialmente è refrattaria alla dimensione della parola, si articola su uno sfondo alessitimico, da cui deriva la precarietà del legame transferale, ossia della domanda di senso che viene rivolta all'Altro.La caratteristica anti-metaforica della domanda apre allora la questione del trattamento preliminare della domanda, affinchè il paziente possa riconoscere l'enigma (il sintomo-messaggio) che potrebbe coinvolgerlo in una domanda inedita sulla propria verità................
orso castano : La "clinica del vuoto" si configura dunque come un'esclusione a priori dell'Altro, il vuoto non è aperto sull'Altro della parola. IL "godimento" nel senso di forte godimento corporeo che basta a a se'  riempie questo vuoto privo di simboli , quindi di parole , dell'Altro, con cui non "sembra" esserci il bisogno di comunicare , il godimento corporeo , che rimanda al "godimento narcisistico" (che non e' poi un vero godimento" ) e prevalentemente corporeo , isola , lascias l'IO in balia dei sensi, lo priva della possibilita' di costruire un rapporto non depauperato con l'Altro, mancano i simboli. Bel lavoro senzaltro da leggere con calma.

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