domenica 16 maggio 2010

eugenio scalfari : modernita' e barbarie (post-modernita'?)

di ALBERTO ASOR ROSA da la Repubblica
Da Montaigne a Diderot, da Tolstoj a Freud. Nel suo nuovo libro, il fondatore di "Repubblica" traccia un intenerario fra letteratura e filosofia  Quel mondo perduto tra Nietzsche e ProustL'antecedente immediato di quest'ultimo libro di Eugenio Scalfari, Per l'alto mare aperto (Einaudi, pagg. 281, euro 19,50), è Incontro con io (Rizzoli, 1994). Immediato? Sono passati sedici anni, come si vede, fra l'uno e l'altro, e nel frattempo Scalfari ha pubblicato quello che definirei un romanzo allegorico, La ruga sulla fronte (Rizzoli, 2001) e quella che definirei un'autobiografia filosofica, L'uomo che non credeva in Dio (Einaudi, 2008), oltre, s'intende, vari altri testi di carattere più decisamente politico- economico ed impegnato. Immediato in che senso, allora? Nel senso che Incontro con io segna il punto di partenza di un lungo percorso (tornerò su questo termine) che l'Autore ha deciso non da ora di compiere attraverso la cultura della modernità, passando però, e via via sempre più instancabilmente, attraverso se stesso, attraverso "io".Questo percorso raggiunge il suo culmine (per ora) in Per l'alto mare aperto. Il catalogo degli autori che Scalfari chiama a raccolta per sostenere la propria idea di modernità si è fatto sempre più vasto e comprensivo: da Montaigne a Pascal, da Diderot a Tocqueville, da Cartesio a Kant, da Spinoza a Marx, da Leopardi a Baudelaire, da Dostoevskij a Tolstoij, da Rilke a Kafka a Proust, da Freud a Nietzsche, le varie "cime" (raramente tranquille, più spesso tempestose) della modernità sono scalate dal nostro Autore con straordinaria agilità e incredibile capacità comunicativa (che però non diviene mai volgarizzazione pura e semplice). Però, al tempo stesso, si è fatta sempre più vasta e comprensiva la problematica dell'"io" che filtra, deposita, organizza, dà "senso" (espressione scalfariana), sistematizza i materiali che mette (o rimette) a disposizione del lettore. Al centro del libro, dunque, non sta, puramente o semplicemente, la cultura della modernità, come Scalfari la intende. Ma c'è Scalfari come sperimenta, vive, modifica, vivendola, la cultura della modernità nell'atto d'intenderla. Se si perde di vista questo doppio passaggio, c'è il rischio di perdere di vista il senso assai complesso dell'intero libro............... Infatti, in Per l'alto mare aperto: "L'Intelligenza che viaggia nel mondo sempre in lotta con la stupidità. Un viaggio difficile, contrastato, un viaggio per spiriti liberi...". Più esplicitamente ancora: "Continuando questo mio viaggio...". La forma del viaggio comporta in Scalfari un recupero dantesco (Diderot = Virgilio) e uno omerico-dantesco: Ulisse, inteso come "mito" primigenio cui ancorare solidamente la modernità. Comporta una ricostruzione del tessuto culturale, ideale, filosofico, letterario della modernità, con le sue tappe, i suoi crocicchi, i suoi incontri e scontri, ma anche, come ogni viaggio che si rispetti, i suoi ritorni all'indietro, quando risulta necessario. Ma comporta anche, - e su questo aspetto io vorrei attirare di più l'attenzione, forse perché meno visibile, - un'esplorazione a' rebours del proprio passato da parte dell'Autore, fino alle insondabili profondità infantili, in cui un certo interesse, una certa pulsione sono germinati, per fondersi più avanti con le letture dell'adolescenza, della giovinezza, della maturità e della vecchiaia. ........La seconda osservazione riguarda il catalogo. ............. Io la riassumerei in questo modo: la modernità è un pensiero forte, che, a partire da una fiducia illimitata nella Ragione, man mano che si misura rigorosamente (e in mille straordinari modi) con il filtro dell'"io", del soggetto dichiarato e risolutamente monocentrato, perde i suoi fondamenti iniziali, si sfalda, trova nuove forme e, nelle nuove forme, dissolve ogni contatto persino con un residuo di Assoluto. Per questo il canone, pur rimanendo ancorato all'Illuminismo-Diderot, comincia di fatto con Montaigne e finisce con Nietzsche. Il relativismo, s'intende, ne rappresenta l'approdo finale. Ma - se non è un gioco di parole - un relativismo che resta anch'esso solidamente razionale e non perde mai i suoi rapporti con l'umano. E cioè un relativismo che non disintegra né immiserisce i valori, ma, - spero che neanche questo sia un gioco di parole, - li relativizza, riconoscendone intelligentemente la presenza e l'opportunità (ma anche i limiti) all'interno dell'agire storico-umano.........Confesso che uno dei capitoli che mi ha colpito di più, per comprensibili motivi personali, è quello dedicato a Karl Marx. Si chiede Scalfari in esordio, e lo chiede ai suoi lettori (riprendendo fra l'altro un topos sul quale noi ci siamo già soffermati): "Sapevamo, non è vero? Che in questo nostro viaggio uno degli incontri più significativi sarebbe stato questo [con Marx]". Be', io non lo sapevo: non nel senso che io non sia incline ad attribuire a Marx il ruolo nel percorso storico della modernità che Scalfari gli attribuisce: ma nel senso che non avrei pensato che Scalfari, intellettuale della più specchiata tradizione liberaldemocratica, fosse disposto a farlo, - e in questa misura. Arrovesciando totalmente il Marx sostenitore della dittatura del proletariato nel Marx critico e analista della società capitalistica, Scalfari finisce brillantemente per collocarlo fra i teorizzatori dello Stato centralizzato ed autonomo e al tempo stesso (ma non contraddittoriamente) della società civile intesa come luogo in cui l'individuo esercita in modo privilegiato la propria libertà. Se mai, un lettore incontentabile potrebbe osservare che fra i testi fondativi dell'imperitura modernità marxiana, accanto al Capitale, si potrebbero annoverare, e persino con qualche motivazione in più, gli Scritti filosofici giovanili e i Grundrisse: ma il baricentro del ragionamento non cambierebbe certo granché. Il corollario è che, secondo Scalfari, la modernità è cominciata, c'è stata ma è anche finita. Intorno a noi i nostri contemporanei sono i nostri posteri e i nostri posteri sono i nuovi barbari. È un pensiero con cui mi sono anch'io recentemente confrontato, ed è - io credo - il pensiero di una generazione e di una storia. Fin dove arrivano questa generazione (forse una multi-generazione) e questa storia (forse più storie, molte storie diverse)? La cultura della modernità dovrebbe fare un ultimo sforzo: capire più esattamente dove la frattura si è verificata e perché, dove le generazioni e le storie più esattamente sono rientrate nella barbarie.(07 maggio 2010)

bella l'intervista  (riportata qui' sotto) di Fabio Fazio a E. Scalfari sul libro , da vedere (facile la ricerca) , sito http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-d696a962-a796-4155-8c0e-8f1f51ec2883-ctcf.html?p=0
Scalfari moderno Ulisse
L'espresso

di Wlodek Goldkorn, 07/05/2010
Eugenio Scalfari, cominciamo dall'inizio. Per esergo del libro c'è una citazione di Anna Achmatova. La poetessa russa dice "Ma voi amici! Siete rimasti in pochi"... Perché?

"Quella poesia è un saluto agli amici, ai pochi amici ancora rimasti, che erano all'epoca vecchi come lei. E io ho voluto scrivere questo libro come saluto agli amici, ai pochi amici che mi sono rimasti".
Achmatova assieme ai suoi amici si ostinava a resistere ai barbari, in quel caso gli stalinisti. Anche i nostri sono tempi di barbari e resistenza? Leggendo il suo libro si sente l'urgenza della barbarie che incombe. E lei ne parla spesso anche nei suoi interventi in questi giorni.
"Io uso il termine 'invasioni barbariche', perché è molto in voga. I barbari sono i contemporanei. Io distinguo infatti tra i moderni e i contemporanei, però non voglio dare un giudizio negativo su questi ultimi".
Intanto. Chi sono i primi?
"Sono coloro che hanno ancora una qualche idea di storia della modernità così come nacque con l'illuminismo, modificato dal romanticismo e dalle avanguardie e fino al relativismo".
Siamo tutti figli di quella cultura.
"È una cultura che è terminata. Non è la prima volta che un'epoca si chiude. Il problema è che chiudere un'epoca non è un'operazione semplice come spegnere la luce".
Le epoche si chiudono con le catastrofi.
"Soprattutto si chiudono lentamente. Un esempio che ci è familiare: il tramonto dell'impero romano è durato due secoli. Non finisce nel 476 quando Romolo Augusto viene deposto e Odoacre diventa patrizio romano. Il declino dell'impero inizia prima, con Teodosio, mentre la vera fine si ha con l'arrivo dei Longobardi".
Oggi è tutto più veloce.
"Vero. Ma il punto è che chi vive nell'epoca del declino non se ne rende conto (un'eccezione ai tempi dei romani era Boezio). Ho la sensazione che noi pensiamo che quello che sta succedendo è una correzione del corso della storia come avvenne ai tempi del Romanticismo: non percepiamo come al posto della modernità siano venuti i contemporanei, appunto".
Chi sono?
"Una nuova generazione, radicalmente diversa, nel linguaggio e nei valori, da quelle precedenti. Finora, di generazione in generazione, abbiamo conosciuto i modi di vita, i valori e i linguaggi di chi c'è stato prima di noi. E li abbiamo contestati. Abbiamo cercato di innovare, partendo dalle conoscenze del passato. Oggi c'è invece il rifiuto di valori precedenti. Si cerca di ricominciare da zero. La parola scritta è rifiutata. Il linguaggio nuovo è quello fatto da immagini e suoni".
Ed è questa la barbarie?
"Alla lettera, sì. I barbari sono coloro che secondo i greci non possedevano il loro linguaggio: gli altri. Però il linguaggio e il pensiero sono il riflesso l'uno dell'altro. Il pensiero determina il linguaggio, ma è da esso a sua volta condizionato. E quando mutano i modi di scambiare il pensiero cambia la civiltà. Ma non mi chieda come sarà l'epoca che sta cominciando. E non mi faccia dire che i barbari sono peggiori di noi".
I barbari mancano di memoria?
"I contemporanei hanno tutte le banche dati nei loro computer. Quando vogliono usare cose antiche perché gli servono, le rintracciano comodamente. Non mancano di memoria, la rifiutano".
Rifiutano la nostra memoria collettiva?
"Certo".
Una parte della classe dirigente del Paese ha difficoltà a celebrare il 150 anniversario dello Stato. Si è mai visto nella storia un potere che non vuole festeggiare la nascita dello Stato che governa?
"È un buon esempio del rifiuto della memoria. Ovvio che la versione scolastica del Risorgimento è oleografica e sbagliata: si trattò di un fatto di élite in assenza delle masse popolari. Ma la Storia l'hanno sempre fatta le minoranze attive e non le masse, sono state sempre le minoranze (talvolta spinte da grandi ideali, talvolta da cupidigia o avventurismo) all'origine delle svolte politiche e sociali, che hanno dato vita ai nuovi poteri. Non sempre però il nuovo potere riesce a coinvolgere successivamente le grandi masse popolari".
È successo in Italia?
"Non sarei così drastico. È stato faticoso. I cattolici furono tenuti fuori dalle istituzioni per 40 anni. L'Italia contadina, tagliata fuori dal mercato, analfabeta, priva di ospedali e che come espressione dello Stato ha conosciuto solo i carabinieri e gli esattori delle imposte, costituiva il 65 per cento del Paese. L'idea della nazionalità è arrivata tardi, e drammaticamente, nel mare di sangue e nel fango delle trincee del Carso e dell'Isonzo. Ma basta parlare di politica".
Una sola domanda ancora. Come definirebbe la Lega rispetto alla modernità?
"Più che premoderna è vandeana".
Torniamo al libro. Lei parla tra le altre cose del ruolo degli intellettuali, e spiega come questa figura sia legata all'idea di modernità. Con il passaggio d'epoca avremo ancora degli intellettuali o solo degli specialisti in determinate materie?
"Il rischio che sia la tecnologia a guidare l'uomo e non l'uomo la tecnologia, esiste. E lo specialismo aumenterà. Ma a questa tendenza, gli ultimissimi moderni hanno reagito. Basti pensare a figure come Paul Valéry, Montale e Calvino. Sono persone che hanno parlato di tutto perché la modernità non è specialismo. Il pensiero moderno comporta l'universalità. Quello che succederà dopo? Fare previsioni sul futuro è come scrivere sull'acqua".
Sinceramente, non le fa paura un mondo privo di autorità morali indipendenti, dove non ci saranno più uomini armati solo di parola, ma della cui posizione tutti devono tener conto, soprattutto quando non sono d'accordo?
"È una domanda da fare ai contemporanei e non a un moderno. Mi è difficile immaginare che si potrà fare a meno di uomini in grado di spiegare il mondo e il nesso tra causa ed effetto. Ma quelli di cui abbiamo appena parlato erano dei sopravvissuti. È stato Nietzsche l'ultimo dei moderni".
Perché?
"Perché distrugge la metafisica. La modernità comincia il suo cammino lottando contro la metafisica. È un punto fondamentale. Il problema è che Nietzsche viene scambiato per un nichilista. Lui invece è un relativista. Con Nietzsche cessa il credo negli assoluti e quindi nell'Assoluto. E il mondo diventa un mondo di interpretazione dei fatti. Attenzione: non si tratta di un soggettivismo radicale che dice che il fatto non esiste perché è tutto un'invenzione del nostro pensiero".
Infatti Nietzsche non torna a prima di Cartesio.
"Lo prosegue, anche se per paradosso. Il modello che distrugge è quello platonico: di idee archetipiche che stanno di là, nell'oltremondo. Nietzsche dice invece che il centro è in ognuno di noi. E a pensarci bene questa è un'esperienza che ognuno di noi verifica nella propria vita. Ma potrei dire che Nietzsche per certi versi si riallaccia perfino a Sant'Agostino: perché la predeterminazione della salvezza anticipa paradossalmente una modernità che si disfa della metafisica".
In fondo questo è il tema del suo libro: la storia della modernità, un percorso che lei comincia con Montaigne.
"E con l'idea che tutto si muove intorno a noi mentre noi misuriamo tutto con il nostro metro, che anche esso cambia, perché anche noi cambiamo mentre osserviamo. Nietzsche parla a un certo punto del fatto che dal caos può nascere "una stella danzante Ecco perché 'La modernità è il pensiero danzante'. È la flessibilità estrema: è il percorso da Montaigne a Nietzsche. Con quest'ultimo la modernità ha già dato tutto quello che poteva dare. Del resto Nietzsche sa che il modo con cui viene letto dipende anche da chi lo legge e con quale stato d'animo, con quale predisposizione".
E siamo al libero arbitrio, fondamento della modernità. Fin dove si può spingere? Dove è il limite? Fin dove è lecito dire: faccio così perché lo voglio?
"Per Schopenhauer il vivere è il volere, ma il volere è qualcosa di inesplorabile, una cosa inintellegibile, che è impossibile vedere come nasce. Ma perché non lo possiamo vedere? Perché noi abbiamo una cosa che si chiama inconscio e che è il deposito degli istinti, un grumo di passioni".
E siamo a Freud, un altro tra i protagonisti del suo libro e della modernità...
"Dico un paradosso: se noi sapessimo come nasce la volontà aboliremmo l'inconscio. Ovviamente non siamo in grado di farlo, anche perché l'inconscio rimane un organo misterioso, nonostante il lavoro della medicina e dell'analisi psicologica: nasce in una zona che non possiamo definire anatomicamente. Ecco, il libero arbitrio affonda in un brulicare di istinti che è impossibile tenere sotto la lente. Possiamo solo cercare di capire quale è l'istinto predominante: ed è quello della sopravvivenza. Lo è nel regno animale, vegetale, e perfino nella struttura dell'atomo. È un istinto che si biforca tra l'egoismo, l'amor proprio, e la sopravvivenza della specie".
Ora ha definito cosa è l'etica: è sapere essere cosciente che la sopravvivenza è anche collettiva.
"Infatti, l'autonomia della coscienza significa l'assunzione della responsabilità. L'essere umano è l'unico in grado di pensare il proprio pensiero, l'unico che sa che un giorno dovrà morire: evento inaudito. Siamo gli unici che sono coscienti di invecchiare. Sono cose che ci danno il senso del limite. Non è solo etica. La consapevolezza di morire ci porta a creare degli esorcismi contro la morte. Uno perché scrive i libri?".
Per continuare a vivere oltre la morte.
"Per prolungare la memoria di sé. Vale anche per il contadino che pianta l'albero".
Lei racconta un Odisseo che rifiuta l'offerta dell'immortalità e del perenne amore della ninfa Calipso. Rifiuta quindi la felicità. Perché?
"Racconto anche un Ulisse animalesco. Quello che tornato a Itaca riacquista quell'istinto di violenza che sembrava aver superato durante il viaggio perché ne era diventato consapevole".
Ma perché rifiuta l'immortalità?
"Perché Ulisse è consapevole che gli dei non hanno né passato né futuro, che gli dei sono delle figure stereotipe e lui non lo vuole diventare. Odisseo è un uomo consapevole di se stesso e non vuole trasformarsi in un qualcosa che non lo è. L'offerta d'immortalità equivale alla scomparsa del suo io. Ecco perché lui quell'offerta la rifiuta".
E la felicità?
"Quella appartiene all'Idiota di Dostoevskij. L'uomo che ha rinunciato al pensiero".

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