domenica 8 marzo 2009

IL NUOVO DOCUMENTO DELL'ORGANIZZAZIONE MONDIALE DELLA SANITA' (ICF)

L’aspetto significativo del primo documento OMS è stato quello di associare lo stato di un individuo non solo a funzioni e strutture del corpo umano, ma anche ad attività a livello individuale o di partecipazione nella vita sociale.  Il secondo documento ha per titolo International Classification of Functioning, Disability and Health. (ICF) Già questo titolo è indicativo di un cambiamento sostanziale nel modo di porsi di fronte al problema di fornire un quadro di riferimento e un linguaggio unificato per descrivere lo stato di una persona.  Non ci si riferisce più a un disturbo, strutturale o funzionale, senza prima rapportarlo a uno stato considerato di "salute".  Come si può vedere dalle tabelle di seguito riportate (non è ancora la traduzione ufficiale in italiano dell’OMS) il nuovo documento sostituisce ai termini "impairment", "disability" e "handicap" che indicano qualcosa che manca per raggiungere il pieno "funzionamento", altri termini nella nuova prospettiva, che sono:

..................Funzioni corporee  Funzioni mentali  Funzioni sensoriali e dolore  Funzioni della voce e dell’eloquio  Funzioni del sistema cardiovascolare, ematologico, immunologico e respiratorio  Funzioni del sistema digestivo, metabolico e endocrino  Funzioni genitourinarie e riproduttive Funzioni neuromuscoloscheletriche e collegate al movimento  Funzioni cute e strutture associate  ........................Strutture corporee  Strutture del sistema nervoso  Occhio, orecchio e strutture collegate  Strutture collegate alla voce e all'eloquio  Strutture dei sistemi cardiovascolare, immunologico e respiratorio  Strutture collegate al sistema digestivo, metabolico e endocrino  Strutture collegate al sistema genitourinario e riproduttivo  Strutture collegate al movimento  Cute e strutture collegate   .............Attività e partecipazione  Apprendimento e applicazione della conoscenza  Compiti e richieste di carattere generale  Comunicazione  Mobilità  Cura della propria persona  Vita domestica  Interazioni e relazioni interpersonali  Principali aree della vita  Vita di comunità, sociale e civica  ...................Fattori ambientali  Prodotti e tecnologia  Ambiente naturale e cambiamenti apportati dall’uomo all’ambiente  Supporto e relazioni  Atteggiamenti  Servizi, sistemi e politiche  ...................Le funzioni corporee sono le funzioni fisiologiche dei sistemi corporei, incluse le funzioni psicologiche. Le strutture corporee sono parti anatomiche del corpo come organi, arti e loro componenti. Attività è l’esecuzione di un compito o di un’azione da parte di un individuo. Partecipazione è il coinvolgimento di un individuo in una situazione di vita. I fattori ambientali sono caratteristiche, del mondo fisico, sociale e degli atteggiamenti, che possono avere impatto sulle prestazioni di un individuo in un determinato contesto. La classificazione sopra riportata si ferma ai primi due livelli, ma nel documento OMS si arriva a livelli superiori di dettaglio, estendendo le classificazioni di cui sopra in ulteriori sottoclassificazioni. Ad ogni livello di classificazione è associata una sigla.  ..............Così, ad esempio, la classificazione b11420 viene inserita nella seguente gerarchia di livelli:  ................b Strutture corporee  b1 Funzioni mentali  b11 Funzioni mentali globali  b114 Funzioni dell’orientamento  b1142 Orientamento alla persona  b11420 Orientamento a se stessi  ...................e ad essa è associata la definizione funzioni mentali che producono la consapevolezza della propria identità. Il documento ICF copre tutti gli aspetti della salute umana, raggruppandoli nel dominio della salute (health domain, che comprende il vedere, udire, camminare, imparare e ricordare) e in quello ‘collegato’ alla salute (health-related domains che includono mobilità, istruzione, partecipazione alla vita sociale e simili). È importante sgombrare subito il campo da un equivoco: ICF non riguarda solo le persone con disabilità, riguarda tutti, ha dunque uso e valore universale. Rispetto a ciascuna delle centinaia di voci classificate, a ciascun individuo può essere associato uno o più qualificatori che quantificano il suo "funzionamento". Per le funzioni e strutture del corpo il qualificatore può assumere i valori:0-4% 0 Nessuna menomazione. (impairment) 5-24% 1 Lieve menomazione (impairment) 25-49% 2 Moderata menomazione (impairment) 50-95% 3 Grave menomazione (impairment) 96-100% 4 Totale menomazione (impairment)   8 Non specificato   9 Non applicabile...................Analoghi qualificatori esistono per le attività, per le quali si parla di restrizioni e per la partecipazione, per la quale si possono avere limitazioni. Infine sui fattori ambientali si hanno delle barriere. La classificazione "positiva", che parte dal funzionamento per dire se e quanto ciascuno se ne discosta, ha il vantaggio rispetto alla classificazione ICIDH di non aver l’obbligo di dover specificare le cause di una menomazione o disabilità, ma solo di indicarne gli effetti. È da notare poi il fatto che il termine "handicap" è stato abbandonato, estendendo il termine disabilità a ricoprire sia la restrizione di attività che la limitazione di partecipazione.   per saperne di piu' sull'evoluzione dell'ICF clicca qui'  (il test WHODAS II)

o qui' (sito della Regione Piemonte : Osservatorio sulle Disabilita')

orso castano: potrebbe non essere sufficiente (anche se lodevole) programmare e praticare corsi di formazione sull'ICF ed i suoi strumenti. Vanno fatte verifiche , va monitorato il suo uso, vanno studiate le difficolta' che gli operatori hanno incontrato nell'applicazione, vanno cercate  le soluzioni a queste difficolta'. Tutto questo non risulta , dal sito, sia stato fatto. L'affidare ad una ONLUS, per quanto brillante o col pedigree , il monitoraggio  di un'intervento, non risolve il problema . L'ONLUS dovrebbe pubblicare sul web , (darebbe una dimostrazione della sua volonta'  di  trasparenza e della sua capacita' dialettica) i dati che emergono dal suo lavoro. Altrimenti...se la canta e sela suona...da sola.

sabato 7 marzo 2009

Il sistema di promozione della salute PASSI

Investire sulla prevenzione Continuare a investire solo in assistenza di patologie che possono essere prevenute non è più sostenibile. Una parte dell’attenzione deve essere quindi focalizzata, inmodo non rimandabile, sulla prevenzione. Un grande potenziale per la salute esiste e, in Italia, come nel resto d’Europa, le comunità locali e i servizi di prevenzione operano per ridurre questi rischi. In questo contesto, allora, diviene essenziale monitorare i comportamenti e gli stili di vita delle persone, per rilevare il grado di conoscenza e adesione alle offerte di prevenzione. Il Piano nazionale della prevenzione 2005-2007 ha incluso tra gli obiettivi di salute prioritari la prevenzione delle malattie croniche e il Piano sanitario nazionale 2006- 2008 sottolinea la necessità di rendere stabile una periodica sorveglianza dei fattori di rischio comportamentali. Per valutare l’effetto e la penetrazione delle attività di prevenzione previste dai piani sanitari nazionali e regionali, è allora importante disporre di strumenti che consentano un monitoraggio continuo dei fattori comportamentali di rischio, la percezione degli assistiti circa i messaggi di diffusione e l’adesione alle raccomandazioni formulate. Il progetto Passi è stato avviato su mandato del Ministero della salute, formalizzato attraverso una convenzione tra il Ccm e il Cnesps-Iss, ed è stato approvato dalla commissione per la ricerca finalizzata ex art 12 D. Lgs. 502/92. Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia Il sistema di sorveglianza sui Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia (Passi) è stato disegnato per monitorare e favorire i cambiamenti: con una serie di interviste telefoniche effettuate direttamente dalle Asl, va a cogliere l’evoluzione e gli eventuali cambiamenti nella percezione della salute e dei comportamenti a rischio nella nostra popolazione. Grazie alle risposte dei cittadini, si ottiene così una fotografia aggiornata, capillare e continua degli stili di vita della popolazione adulta tra i 18 e i 69 anni. Non solo. Passi è uno strumento innovativo per la sanità pubblica italiana, condiviso a livello nazionale e inserito in un network internazionale. Se l’esperienza americana del Behavioral Risk Factor Surveillance System ha fatto da caposcuola in diverse realtà internazionali, in Europa oggi non molti Paesi hanno attivato una vera e propria sorveglianza sui fattori di rischio comportamentali. L’esperienza di Passi si propone allora come leader in questo contesto. Inoltre, Passi ha una peculiarità singolare e rilevante per un sistema di sorveglianza: raccolta, analisi e diffusione dei dati avvengono infatti a livello locale. Ciò costitui sce un importante valore aggiunto perché è favorita, sul territorio, la mobilitazione di energie, risorse e interesse per la cultura della sorveglianza. La flessibilità del sistema può così consentire alle singole Asl di monitorare specifiche esigenze conoscitive a livello locale. Queste caratteristiche agevolano l’utilizzo dei risultati direttamente

da parte delle nostre Asl e Regioni.

orso castano : Il progetto e' senza dubbio di grande interesse. Non si capisce pero' perche' non si studi il modo di utilizzare la rete web per la prevenzione, coinvolgendo pubblicamente migliaia di persone , pubblicizzando quindi i dati, facendo cosi' rete e democrazia. Il rischio e' che anche gli interventi di prevenzione vengano accentrati , pilotati e controllati dagli addetti ai lavori, dagli specializzati. Fare prevenzione dovrebbe essere una buona occasione per fare social network, traparenza, sistema informativo allargato e trasparente. Obama sta davvero negli USA..... lontano

Sistema di sorveglianza Passi Rapporto regionale 2007 Piemonte

 Sintesi Quali sono i risultati principali? Descrizione del campione aziendale In Regione Piemonte è stato intervistato un campione casuale di 3262 persone, selezionato dalla lista delle anagrafi sanitarie delle ASL. Il campione risulta ugualmente suddiviso tra uomini e donne, con età media di 44 anni. Più della metà ha un livello di istruzione alto e il 70% dichiara di avere un lavoro regolare. Percezione dello stato di salute Oltre due terzi (67%) degli intervistati considera positivamente il proprio stato di salute, mentre questa condizione riguarda solo il 38% dei soggetti con almeno una patologia severa. La percezione positiva del proprio stato di salute risulta associata anche ad età, istruzione e difficoltà economiche. Attività fisica É completamente sedentario il 23% del campione e solo il 35% aderisce alle raccomandazioni sull’attività fisica. Circa un terzo (31%) dei sedentari ritiene di fare sufficiente attività fisica. I medici si informano sull’attività fisica svolta e la consigliano solo ad un terzo dei propri pazienti. Abitudine al fumo Il 28% degli intervistati si dichiara fumatore e il 21% ex fumatore. Quasi tutti gli ex-fumatori (95%) hanno smesso di fumare da soli e il 40% dei fumatori ha cercato inutilmente di smettere di fumare nell’ultimo anno. Oltre il 70% degli intervistati ritiene che il divieto di fumare sia sempre rispettato sul luogo di lavoro e nei locali pubblici. Non è consentito fumare nelle case di oltre l’80% dei non fumatori, ma neppure in quasi la metà delle case dei fumatori. Situazione nutrizionale e abitudini alimentari Il 30% del campione piemontese è in sovrappeso, mentre gli obesi sono il 10%. L’eccesso ponderale è trattato nel 25% dei casi con dieta e nel 70% con la pratica di attività fisica almeno moderata. Il consumo di frutta e verdura risulta diffuso, anche se solo l'11% aderisce alle raccomandazioni internazionali di consumarne cinque porzioni al giorno, mentre quasi la metà (45%) non ne consuma più di due. Diabete In Piemonte circa il 5% delle persone intervistate riferisce di avere avuto diagnosi di diabete da parte di un medico. La diffusione della patologia aumenta con l’età, con l’eccesso ponderale, ma anche con le difficoltà economiche riferite. Consumo di alcol Il 68% della popolazione tra 18 e 69 anni consuma bevande alcoliche e complessivamente il 19% ha abitudini di consumo considerate a rischio (il 10% beve fuori pasto, l'8% è bevitore “binge” e il 5% è forte bevitore). Per quanto riguarda i bevitori, gli operatori sanitari si informano in 2 casi su 10 sulle abitudini dei loro pazienti in relazione all’alcol, ma consigliano a quelli a rischio di moderarne il consumo in meno di 1 caso su 10. Sicurezza stradale L’uso dei dispositivi di sicurezza risulta ancora insoddisfacente: il 92% delle persone intervistate dichiara di utilizzare con continuità la cintura anteriore, mentre la cintura di sicurezza sui sedili posteriori viene utilizzata solo dal 28% degli intervistati. Il 15% degli intervistati dichiara, inoltre, di aver guidato in stato di ebbrezza nel mese precedente all’intervista e l'11% di essere stato trasportato da chi guidava in stato di ebbrezza. Infortuni domestici Nonostante la frequenza degli infortuni, la percezione del rischio infortunistico in ambito domestico, in Piemonte è scarsa: il 92% degli intervistati, infatti, ritiene questo rischio basso o assente. Meno di un terzo degli intervistati (27%) ha ricevuto, principalmente da mass media e opuscoli, informazioni per prevenire gli infortuni domestici. Tra i soggetti informati, il 27% ha messo in atto misure per rendere più sicura la propria abitazione. Vaccinazione antinfluenzale Solo il 24% degli intervistati tra i 18 e i 64 anni, con almeno una condizione a rischio per le complicanze dell'influenza (diabete, tumore, malattie cardiovascolari), si è vaccinato lo scorso anno. Vaccinazione antirosolia Oltre la metà delle donne tra 18 e 49 anni è immune alla rosolia, ma 4 donne su 10 non conoscono il proprio stato immunitario, facendo pertanto ritenere che il numero di donne suscettibili sia ancora molto lontano dal 5% necessario per eliminare la rosolia congenita. Rischio cardiovascolare Si stima che l’8% della popolazione piemontese tra i 18 e 69 anni non abbia mai controllato la pressione arteriosa. Tra coloro che l’hanno misurata circa un quinto riferisce di essere iperteso ed il 71% degli ipertesi è in trattamento farmacologico. Una persona su quattro (26%) dichiara di non aver mai controllato il colesterolo. Tra coloro che hanno fatto l’esame, circa un quarto (26%) dichiara di avere valori elevati di colesterolemia e, tra questi ultimi, il 24% dichiara di essere in trattamento farmacologico. Solo il 4% degli ultratrentacinquenni intervistati riferisce che un medico ha valutato il loro rischio cardiovascolare attraverso l’uso del “punteggio” o della “carta del rischio”. Sintomi di depressione In Piemonte l'8% delle persone intervistate riferisce di aver avuto sintomi di depressione nelle due settimane precedenti l’intervista. Le donne, le persone con difficoltà economiche o affette da patologie croniche sono i soggetti maggiormente a rischio. Quasi la metà di coloro che riferisconosintomi di depressione, per questi problemi non chiede l’aiuto di nessuno. Screening neoplasia del collo dell’utero In Piemonte l’80% delle donne tra 25 e 64 anni ha effettuato almeno un Pap test negli ultimi tre anni, ma l’11% non ne ha mai fatto uno nel corso della sua vita. Ritenere di non avere bisogno di questo intervento di prevenzione secondaria è il principale motivo riferito per non effettuare il Pap test nei tempi previsti dal programma di screening. Screening neoplasia della mammella Il 70% delle donne tra 50 e 69 anni ha effettuato almeno una mammografia preventiva; anche in questo caso però l’11% non ne ha mai fatta una nel corso della sua vita e la principale motivazione consiste nel ritenere di non avere bisogno di questo intervento di prevenzione secondaria. Screening tumore del colon retto In Piemonte il programma organizzato di screening per il tumore del colon retto è di recente attivazione ed è ancora in fase di implementazione. Per scopo preventivo, solo il 9% degli ultracinquantenni riferisce di avere eseguito un test per la ricerca del sangue occulto nelle feci e l'8% una flessosigmoidoscopia o una colonscopia.
orso costano : questo modello di promozione della salute, condiviso dalla Regione Piemonte ha qualche lacuna. Non prende in nessuna considerazione le correlazioni esistenti tra stati di difficolta' materiali/sociali /culturali e lo sviluppo delle malattie. Ricordo solo lo strumento I.C.F. , International Classification of Functioning, Disability and Health  dell'OMS , che include le attività , la  partecipazione , i fattori ambientali oltre ai parametri corporei , tra  gli indicatori di salute . La Regione Piemonte ha tenuto corsi regionali  sullo strumento , ma poi non ha effettuato verifiche sulla sua applicazione.  Il Progetto PASSI proviene dall'ISS (Istituto superiore di Sanita') e questo depone per una sua forte credibilita'. Ma in una  situazione sociale  come quella che sta attraversando il  Piemonte e tutto il paese ci saremmo aspettati un forte riferimento ed utilizzo degli indicatori sopraricordati dell'OMS.
Neppure viene  monitorato il consumo dei farmaci , come se non fosse fattore di  rischio. Ancora una volta , a tal proposito ricordo il Disease Mongering, cioe' le malattie "forzose" , cui abbiamo dedicato alcuni Post ,  che spingono ad un consumo inutile  e dannoso dei farmaci.
Ma del resto non e' abitudine delle Asl della Regione Piemonte (in Italia poche lo fanno , vedi l'osservatorio ARNO)  pubblicare  (puo' essere agevolmente fatto , e' solo questione di buona volonta' e trasparenza) i dati sul consumo dei farmaci. ...Peccato , da quei dati potremmo indirettamente capire di che malattie i cittadini di una precisa area si ammalano. 

venerdì 6 marzo 2009

La situazione sanitaria in Piemonte, Associazione Torino-Europa , stralci , clicca x link

Nella letteratura si trovano tesi contrastanti rispetto all’efficacia del decentramento nei sistemi sanitari. Si può dire però che due sistemi sanitari europei – quello francese e quello britannico, fortemente accentrati – assorbono un volume minore di risorse e assicurano una migliore tutela della salute rispetto a quanto accade nella sanità tedesca, il cui punto debole è rappresentato dalla disomogeneità e dalla duplicazione delle prestazioni fra i diversi Lander. La disomogeneità delle strutture e della qualità organizzativa a livello regionale è un fattore che si riscontra anche in Italia. ........un divario profondo fra le regioni del Centro-Nord e quelle del Sud ...........Queste differenze che spingono i cittadini a migrazioni sanitarie da una regione a un’altra, mostrano che vi possono essere dei margini di miglioramento nell’efficienza e nell’appropriatezza dell’erogazione delle prestazioni sanitarie....... .........Partiamo dalla definizione classica, quella data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). La salute è “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità”.......Per l’OMS, quindi, occuparsi di salute non vuol dire solo curare i malati, ma realizzare una politica che promuova la salute. Nei documenti dell’OMS si parla infatti di “Responsabilità multi settoriale per la salute” ed entro il 2020 l’OMS auspica che tutti i settori della società riconoscano e accettino le loro responsabilità nel campo della salute; in questo gli enti e le organizzazioni pubbliche – i Comuni soprattutto – dovranno avere un ruolo preminente...............La Sanità pubblica piemontese appare quindi come un settore di grande rilevanza per l’economia regionale, il cui valore è di circa 7 miliardi di euro di spesa, cui vanno aggiunti i circa 120 milioni di euro all’anno di spesa regionale per i servizi socio assistenziali.............La struttura professionale del sistema Sanità in Piemonte presenta un livello apprezzabile di personale laureato, ma ha anche oltre il 70% dei profili attestati a livelli tecnici o competenze di carattere generico. Tale struttura suggerirebbe un intervento di riassetto del sistema delle competenze finalizzato a una maggiore stratificazione, sia per quanto riguarda l’introduzione di figure nella fascia alta a integrazione dell’organizzazione clinica e a cerniera tra clinica e territorio, sia rispetto a una migliore utilizzazione del personale non medico...........In Piemonte, dove risiede poco più del 7% della popolazione italiana, l’indice d’invecchiamento – il rapporto tra gli ultra sessantacinquenni e il totale della popolazione – è cresciuto, dal 2001 al 2006, dal 21,3% al 22,4% – nel resto dell’Italia dal 18,7% al 19,8% –: è quindi una regione più vecchia della media delle regioni italiane. Oltre all’indice d’invecchiamento è importante esaminare l’indice di vecchiaia che mette in rapporto la popolazione anziana con quella infantile. Quando l’indice è elevato significa che vi è un basso ricambio di popolazione: dal 2001 al 2008 in Piemonte l’indice di vecchiaia è passato da 176 a 181.........È comunque indubbio che, anche se – statisticamente parlando – i grandi  anziani piemontesi hanno una salute migliore rispetto alla media nazionale la Sanità piemontese dovrà prendere maggiormente in considerazione i bisogni relativi alla classe d’età oltre i settantacinque anni, creando servizi ad hoc e potenziando tutti quegli aspetti legati all’assistenza. L’organizzazione della Sanità attualmente è focalizzata sulle patologie acute, con un’offerta sanitaria sbilanciata sull’ospedale. Il progressivo invecchiamento della popolazione porta a un aumento delle condizioni di disabilità e di cronicità con una richiesta sempre più ampia e articolata di servizi di lungo-degenza extra ospedaliera e assistenza domiciliare............. non vi sono particolari differenze statistiche tra i ricoveri ospedalieri di bambini italiani e stranieri, se si eccettuano i ricoveri per otite e bronchite – più del 7% per i bambini stranieri e meno del 4% per gli italiani – che indicano problemi legati alle condizioni abitative insalubri e alla difficoltà di accedere all’assistenza primaria. ...adulti maschi: le principali cause di ricovero per i maschi immigrati adulti sono traumi e malattie infettive. ..adulti femmine: le principali cause di ricovero sono rappresentate da gravidanza, parto, puerperio.  Senescenza:per ora rappresentano una quota esigua nell’insieme dei ricoveri; le cause sono del tutto simili a quelle dei ricoveri degli anziani italiani (problemi cardio-respiratori, patologie neoplastiche, ecc.). È molto probabile che nel tempo il loro numero sia destinato a crescere a seguito dell’invecchiamento dei soggetti arrivati da giovani e anche per via dei ricongiungimenti familiari.......La spesa sanitaria complessiva è composta dalla spesa pubblica,sostenuta dal Servizio Sanitario Nazionale più la spesa privata, rappresentata dagli acquisti fatti direttamente dai cittadini. In Piemonte abbiamo visto che la spesa pubblica è coerente con la spesa media procapite delle regioni del Centro-Nord. Per quanto riguarda la spesa sanitaria  dei singoli cittadini assistiamo a un tasso di crescita, negli anni dal 2002 al 2005, superiore a quello medio nazionale. Per esempio, nel 2003 la percentuale media nazionale per quanto riguarda la spesa sanitaria dei cittadini era del 22,7% mentre in Piemonte del 26%. Si può dire che circa un quarto della spesa sanitaria piemontese complessiva sia sostenuto dalle famiglie. ...........Il 47% di questa somma –sempre a livello nazionale – è destinato all’acquisto di prodotti medicinali, articoli sanitari, apparecchi terapeutici; il 36% a visite mediche e accertamenti diagnostici, il 16,7% alle prestazioni ospedaliere di riabilitazione.La differenza tra la spesa pubblica e quella privata è un fenomeno che riguarda, con diverse intensità, tutti i Paesi europei................In Italia le prestazioni erogate dalle strutture ospedaliere pubbliche e accreditate assorbono il 52% delle risorse del Servizio sanitario nazionale, mentre gli interventi sul territorio – assistenza ambulatoriale, residenziale, semi-residenziale, domiciliare – non arrivano al 13%. Questo fa sì che, in Italia, solo il 2,9% della popolazione anziana usufruisca di assistenza domiciliare, mentre nel Regno Unito l’assistenza è il 17%, in Germania 9,6% e in Francia 8%.......... È probabile chel’iniziale aumento dei costi, se accompagnato da modificazioni nell’organizzazione e nella gestione di alcuni servizi, nel lungo termine si traduca in risparmio. In effetti gran parte delle innovazioni riguardano il settore della prevenzione piuttosto che quello della cura ed è altamente probabile che con l’aumento della prevenzione vi sia un sensibile miglioramento dello stato generale di salute e quindi nel tempo un risparmio sulle cure da erogare ..........Secondo una ricerca OCSE , a un incremento dell’1% del reddito pro-capite corrisponde una crescita della spesa sanitaria compresa tra l’1 e l’1,3%: la domanda di beni e servizi per la salute tende a crescere in misura più che proporzionale rispetto allo sviluppo economico e sociale delle nazioni...........La spesa sanitaria non è quindi una spesa improduttiva. Il rapporto presentato da Confindustria – la ricerca è stata condotta nel 2005 da Nicola Quirino, professore ordinario di finanza pubblica presso l’Università LUISS di Roma; lo studio è stato ulteriormente aggiornano nel 2006 – dimostra che le risorse investite in Sanità hanno un’alta fecondità; tra il 1996 e il 2004 produzione e valore aggiunto dell’azienda salute hanno registrato tassi di crescita superiori a quelli del complesso delle attività produttive.  A tutti gli effetti comincia a farsi strada l’idea che la spesa sanitaria non è un costo ma un investimento; il ruolo della tutela della salute non è solo sociale ma anche economico.............. le carenze organizzative e infrastrutturali erodono risorse in modo improprio e tendono a ridurre i livelli della qualità assistenziale;  l’attuale sistema organizzativo e l’odierno patrimonio di infrastrutture non saranno in grado di assicurare i livelli di assistenza sanitaria necessari a una popolazione che richiederà un’assistenza diversa, sempre più basata sulla prevenzione, su cure e competenze specialistiche, sulla possibilità di assicurare continuità assistenziale......Il Piano socio-sanitario regionale2007-2010,approvatodalla Regione Piemonte nell’ottobre del 2007,.................propone un cambiamento radicale eprofondodell’attuale sistema e di fatto programma azioni che realisticamente potranno essere pienamente compiute in un arco temporale molto lungo, con grandi investimenti e con cambiamenti organizzativi che sicuramente vedranno le parti coinvolte non completamente d’accordo o addirittura contrarie per la difesa di rendite di posizione acquisite. In alcuni casi si tratta di compiere delle vere e proprie rivoluzioni culturali, per esempio per quanto riguarda il disegno del nuovo ruolo – sia dal punto di vista organizzativo sia strutturale – dei Medici di Medicina Generale...............È sicuramente un buon progetto generale. Manca, quasi del tutto, quello che gli architetti definiscono il progetto esecutivo.............Crescono i costi e la complessità dei processi di cura, si sviluppano nuove tecnologie e l’informatizzazione diffusa è la condizione per lo sviluppo di nuove forme organizzative e assistenziali; tra queste la telemedicina tenderà ad avere un ruolo sempre più importante. Inoltre i cittadini/utenti hanno forti aspettative e pretendono cure efficaci, tempestive, assistenza adeguata. Contemporaneamente si rende necessaria una semplificazione dei processi, una riduzione dei costi, una sempre più marcata programmazione, una responsabilizzazione di tutti i settori preposti ai processi di cura.........Negli ultimi sei anni i costi del nostro servizio Sanitario Nazionale sono cresciuti del 49,6% e “… si può quindi affermare che le politiche di  finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale concordate tra i diversi livelli di  governo hanno incorporato un rigore finanziario che, a consuntivo, si è rivelato completamente irrealistico” (Nicola Quirino, L’andamento della filiera della salute nel periodo 2004-2006, Roma dicembre 2007, p. 8).La spesa è ancora destinata a salire nei prossimi anni per una serie di fattori che, sempre il documento di Confindustria riassume in tre principali motivi: l’invecchiamento della popolazione; i progressi della ricerca scientifica; il graduale miglioramento del tenore di vita. L’invecchiamento della popolazione significherà un incremento dei casi di disabilità e delle patologie cronico-degenerative e quindi il conseguente aumento della domanda di assistenza continuativa. La popolazione anziana in Italia, cioè le persone con almeno 65 anni di età, erano 11 milioni nel 2006 – 19,8% sulla popolazione totale – e saranno 13 milioni e mezzo nel 2020 (23,2%) e quasi 19 milioni nel 2050 (33,6%).Qui si evidenzia un vero nodo critico: oggi questa assistenza è in gran parte fornita dalle strutture ospedaliere con un aumento improprio dei costi, e quindi nei prossimi anni occorrerà investire molto per realizzare le strutture necessarie per un’assistenza domiciliare integrata.  I progressi della ricerca scientifica a loro volta faranno lievitare la spesa in quanto amplieranno le possibilità di intervento medico, attraverso l’adozione di cure più efficaci ma anche molto più costose e complesse, permetteranno di trattare un numero crescente di patologie comprese quelle precedentemente considerate non curabili. Viceversa i progressi scientifici potranno essere orientati verso la prevenzione, con un conseguente risparmio di sofferenze, riduzione dei ricoveri, minore consumo di farmaci. Ovviamente la spesa per la prevenzione va considerata come un investimento a medio e lungo termine: inizialmente farà lievitare ulteriormente i costi, ma nel tempo potrebbe creare risparmi. L’ultimo dei fattori che contribuisce all’aumento dei costi dell’assistenza sanitaria è il miglioramento del tenore di vita della popolazione che tende di per sé a far crescere in misura più che proporzionale la domanda di beni e servizi per la tutela della salute. In sintesi nei prossimi anni assisteremo a un progressivo aumento della domanda di prevenzione, cure complesse, assistenza continuativa e domiciliare. Aumenterà la possibilità di curare patologie gravi e di aumentare sensibilmente le aspettative di vita. Le cure, sempre più specialistiche, richiederanno livelli organizzativi, tecnologie, competenze sempre più alte, complesse, interdisciplinari, costose. Di conseguenza, per garantire i livelli di assistenza attuali, per migliorarli, per adeguarli al progresso scientifico, per rispondere alla nuova domanda occorre un intervento radicale di razionalizzazione dei processi organizzativi, di sviluppo tecnologico ed edilizio dei luoghi di cura, la realizzazione di una rete capillare di assistenza e cure primarie a livello territoriale, un cambiamento culturale nel rapporto paziente-medico e tra medicina generalista e medicina specialistica. Gli investimenti saranno ingenti e ineludibili...........La sanità in Piemonte..............Le criticità maggiori, che nel tempo tenderanno ad aumentare e non a risolversi, se non prontamente affrontate, riguardano due macro-aree di intervento: i modelli organizzativi e la rete ospedaliera e della medicina territoriale. I modelli organizzativi sono relativi a: .....riordino delle attività delle aziende ospedaliere;.... il sistema informativo;.....la riorganizzazione del ruolo e delle funzioni della Medicina generale e della sua funzione di porta d’ingresso del sistema sanitario.........L’azienda ospedaliera, in questo momento, rappresenta uno dei punti più critici del sistema sanitario, quello dove sarebbe necessario intervenire con maggior radicalità. E, contemporaneamente, è il punto dove si possono conseguire risultati di efficienza ed efficacia in tempi relativamente brevi e con costi iniziali contenuti e successivi significativi risparmi.  Si tratta però di intervenire celermente con processi di riorganizzazione radicale in grado di ottimizzare le risorse esistenti, riequilibrare ruoli e funzioni, semplificare le strutture interne (dipartimenti), eliminare le duplicazioni e le sovrapposizioni. ......Programmare un percorso di riorganizzazione di tutti i nosocomi piemontesi mettendo in comune le migliori esperienze e i processi in atto in tutte le aziende ospedaliere piemontesi, utilizzare esperienze di altre strutture ospedaliere italiane attraverso una valutazione comparativa e sul campo delle componenti organizzative e gestionali, sperimentare nuovi concetti di gestione complessiva del nosocomio che distingua le prestazioni sanitarie, molto complesse e ad alta intensità, dalla gestione dell’accoglienza e della degenza coinvolgendo in questo caso competenze specifiche e consolidate nel settore alberghiero; procedere a una nuova valutazione dei livelli di produttività di tutto il personale, puntando a un aumento del tempo realmente dedicato alle attività professionali, favorendo il riequilibrio tra personale medico e infermieristico, immettendo nuove professionalità e specializzazioni, favorendo il lavoro interdisciplinare, sviluppando le attività di formazione e riqualificazione professionale e scientifica.Occorre verificare la possibilità di mettere in comune alcune attività gestionali: l’acquisto di beni e medicinali, la gestione energetica, sicuramente l’unificazione dei sistemi informativi...............Il sistema informativo..................Oggi, in Piemonte questo sistema è estremamente lacunoso e incompleto: “… nel corso dell’ultimo decennio si è registrata una notevole diffusione di sistemi e applicazioni, evoluzione caratterizzata da scarso governo dell’architettura, più centrata su una logica di semplice informatizzazione delle funzioni singole che non sull’integrazione del sistema complessivo. Ciò determina allo stato attuale un basso livello di interoperabilità, inefficienza, una ridotta flessibilità e adattabilità, costi di gestione alti, presumibilmente  replicati e ingovernabili” (Assessorato alla Sanità, Piano socio-sanitario regionale 2007-2010, Regione Piemonte, ottobre 2007, p. 15)............... Avviare con grande celerità un programma di unificazione a livello regionale del sistema informativo in grado di far realmente dialogare tutti i punti del sistema. È un’operazione difficile, ricca di imprevisti e di nodi da sciogliere, ma 27imprescindibile per il successo di ogni azione di modernizzazione del sistema sanitario e condizione primaria per conseguire alcune significative economie di scala – acquisto di beni –, per favorire la piena integrazione tra medicina generale e medicina specialistica, per rendere efficiente l’azione dei Gruppi di cure primarie, per sviluppare la telemedicina................La riorganizzazione del ruolo e delle funzioni della medicina generale......................La medicina generale assumerà un ruolo sempre più fondamentale per un servizio sanitario che deve garantire prevenzione, cure complesse, assistenza continuativa. Il medico di famiglia già oggi deve indirizzare i propri pazienti verso la struttura e i trattamenti terapeutici più appropriati accompagnandoli in ogni azione terapeutica, deve rispondere appieno alla funzione di porta d’ingresso del servizio sanitario e deve contribuire all’erogazione delle cure primarie. Da medico che risponde alla domanda di cure deve trasformarsi in un professionista in grado di occuparsi della salute del cittadino, deve poter attuare piani e strategie per lavorare sulla prevenzione e per dare risposte, oltre che all’individuo anche alla collettività.Per svolgere appieno queste nuove funzioni il medico di famiglia dovrà lavorare sempre di più in equipe attraverso i Gruppi di cure primarie (GCP), caratterizzati da presenze pluriprofessionali, dalla condivisione delle impostazioni di lavoro, da relazioni operative strutturate con gli altri livelli del sistema sanitario territoriale ed ospedaliero. I GCP dovrebbero operare in strutture ambulatoriali e avvalersi di un sistema informativo in grado di farli dialogare facilmente con tutto il sistema sanitario. Dovrebbe essere inoltre sviluppata celermente la possibilità di assistere e curare attraverso la telemedicina.

L’uso dei farmaci in Italia , dal Data Warehouse AIFA sull’impiego dei medicinali

Rapporto gennaio-settembre 2008.........................Ogni mille abitanti sono state prescritte 931 dosi rispetto alle 875 dell’anno precedente, tra il 2003 e il 2008 si e osservato un tasso di variazione annua del 4,6%. Oltre all’aumento delle quantità, si rileva uno spostamento della prescrizione verso specialita piu costose (effetto mix +1,3%) e una diminuzione dei prezzi del 7,2%. Tale indice risente della scadenza del brevetto di alcune importanti molecole (amlodipina, ramipril, omeprazolo e claritromicina) e del prezzo di riferimento per gli inibitori di pompa in alcune realtà regionali. A questo si e aggiunto anche una maggiore incidenza del ticket, che nei primi 9 mesi dell’anno 2008 ha evidenziato un incremento del +18,5%.  L’acquisto di farmaci da parte dei cittadini e cresciuto del 1,2%, in ragione di un aumento della spesa privata per farmaci di classe A (+13,2% rispetto al 2007), mentre la spesa per automedicazione si riduce del 3,2%.  Tutte le Regioni hanno registrato un incremento delle dosi prescritte con una variabilita che va dal +4,1% della PA di Bolzano e Sicilia al +9,2% della Calabria. Il livello di spesa pubblica e compreso tra i 112 euro della PA di Bolzano e i 209 euro della Calabria.  Anche nel 2008 i farmaci del sistema cardiovascolare sono la categoria farmaceutica più prescritta, rappresentando circa il 36% della spesa ed il 49% delle dosi. Aumenti nella prescrizione si osservano per i farmaci gastrointestinali (+11,1%), del sistema nervoso centrale (+6,2%) e degli antimicrobici (+5,6%).  L’atorvastatina e il principio attivo con la spesa piu elevata, incrementi consistenti si osservano per l’associazione salmeterolo+fluticasone e per il lansoprazolo. Il ramipril con circa 43,9 DDD/1000 abitanti die e invece la sostanza a maggior prescrizione seguita con 41 DDD dall’acido acetilsalicilico usato come antiaggregante piastrinico.  La prescrizione dei farmaci equivalenti e aumentata del 51% in termini di dosi e del 34,3% in spesa rappresentando oltre il 40% dei consumi e un quarto della spesa. Nel corso dell’anno hanno perso il brevetto diverse molecole che hanno modificato in modo importante lo scenario dei farmaci equivalenti.  I farmaci con nota AIFA rappresentano circa un terzo della spesa ed un quinto delle dosi prescritte. Tra le diverse note quelle a più elevata prescrizione riguardano i farmaci per le dislipidemie (nota 13; 75,7 DDD), gli inibitori di pompa protonica (note 01-48; 45,9 DDD) e gli antiinfiammatori (nota 66; 26,1 DDD).

 Il Data Warehouse sull’impiego dei medicinali  integra dati di consumo di farmaci con banche dati “trasversali” con lo scopo di fornire un’analisi della prescrizione di farmaci in Italia in termini di consumo, spesa e tipologia di farmaci.  Obiettivi del Data Warehouse . Fornire uno strumento di analisi dei dati relativi all’uso di farmaci, in termini di consumo, spesa e tipologia di farmaci. Fornire un punto di accesso centralizzato, disponibile via web in modalità sicura, a tutte le fonti informative dell’AIFA Aggregare i dati utilizzando un’unica banca dati farmaci e un’unica banca dati di popolazione. Uniformare e standardizzare le procedure di analisi dei dati. Rendere disponibile in tempo reale la reportistica standard sul consumo di medicinali . I dati di prescrizione territoriale si riferiscono sia all’uso dei medicinali prescritti a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che all’acquisto privato da  parte dei cittadini. Flussi informativi integrati nel DW (2)  Banche Dati trasversali: Dati ISTAT di popolazione per regione, età e sesso. Banca Dati Farmaci storicizzata. Banca Dati DDD 

per saperne di piu'  :

http://www.cineca.it/pubblicazioni/index.htm     http://www.agenziafarmaco.it/ATTIVITA_EDITORIALE/attivita_editoriale009.html

martedì 3 marzo 2009

riso non trasgenico per sfamare l'Africa.......una forte sfida agli OGM (d'oro)

da Donna del 21 FEBBRAIO 2009

Monty Jones, per il settimanale Time una delle 100 personalità più influenti del pianeta, dirìge il Forum per la ricerca agronomica africana (Fara) : inaugurato nel 2002 ad Accra, in Ghana, coordina decine di centri di ricerca per lo svilup­po sostenibile sparsi nell'Africa subsa-hariana. I suoi compiti non sono certo da poco: far uscire l'Africa dalla fame e dalla povertà salvaguardando l'integrità del territorio, la bìodìversità, le risorse dì terreni già poveri di nutrienti e troppo alcalini. Poi formare i contadini africani alla competizione, al lìbero mercato, e a gestire l'acqua dolce sempre più scarsa, e liberarli dalla dipendenza dagli aiuti umanitari, garantire un reddito a famiglie distrutte dall'Aids, o disertate dagli uomini andati a tentare fortuna in città. Per farla breve, Monty Jones dovrebbe realizzare gli "scopi del millennio" stabiliti dalle Nazioni Unite secondo un calen­dario ottimista, scritto in tempi di prosperità e salvare, se non il mondo, almeno il "suo" mondo. Primo genetista africano di reputazione internazionale, primo scienziato a ricevere il World Food Prize, nel 2004, è anche onesto-, nell'agosto scorso negava che le piante geneticamente modificate fos­sero indispensabili all'Africa, Conviene crederci, è il fitogenetìsta che ha creato il Nerica, il New Rice for Africa, il "nuovo rìso" che potrebbe salvare il continente dalla fame, Deve salvare un continente, ma in questi giorni tutto cospira per impedirglielo. La crisi economica prosciuga i fondi del Farà, elargiti da Paesi africani ma provenienti da donatori occidentali, i prezzi degli alimenti dì base oscillano furiosa­mente e torna di moda il protezionismo, l'insieme di misure a tutela dei propri cittadini che un governo decide senza cu­rarsi degli altri. È il contrario della globalizzazione, ma non è un bene. Infatti è combattuto dai no global che al World So­cial Forum dì Belém, poche settimane fa, proponevano sti­moli economici globali, Monty Jones approva: «Sarebbero l'ideale per i progetti del Fara e dei suoi ricercatori». Dal to­no, però, pare dubitare che si materializzino. Cambiarne ar­gomento. Lui ha suscitato aspettive spropositate che ora gli gravano addosso, ma almeno ha le "physi'que du róle": è un colosso dal passo leggero. Come si è formato? «Sono nato a Freetown, in Sìerra Leo­ne, e i miei si auguravano che diventassi prete. Poi, alla scuola cattolica un insegnante mi ha ino­culato il gusto della scienza», racconta. «Dopo la laurea in biologia (al Njala Uni-versìty College, n.d.r.} partecipai al censi-mento dei tipi dì rìso che crescono nelle mangrovie. Forse perché ero un ragazzo di città, rimasi colpito dalla scoperta che qualcuno piantava ancora l'Oryza glaberrima, la specie africana. In Africa, le varietà asiatiche sono coltivate da 500 anni, e tut­ti sanno che sono più produttive. Non in quel terreno paludoso, però. Così mi sono messo a raccogliere varietà autoctone, molte a rìschio di estinzione, più dì 1.500 in tutto, adatte a ogni ambiente, altitudine, umidità». Monty va in Inghilterra, si specializza in genetica vegetale all'università di Birmìn-gham, ma non diventa un cervello in fuga perenne. «Nel 1991, il Warda (Centro di rìcerce per lo sviluppo del riso nell'Africa sub-Sahariana, n.d.r.}, mi ha affidato un laboratorio: con un lavoro da certosini ho classificato i caratteri di ogni varietà che avevo raccolto. Per riunire quelli più utili, ho provato a incrociare il riso africano e quello giapponese».................. Gli incroci fra specie diverse producono muli, individui sterili: perché s'è intestardito? «Volevo un riso fertile, robusto, generoso, che crescesse così veloce da esser piantato 2 volte come in Asia, nella stagione delle grandi piogge e nella stagione della fame. Resistente all'aridità, ai suoli alcalini, ai nutrimenti scarsi, ai parassiti. E che cresca alto: invece è basso». Lo è anche il riso italiano, che problema c'è? «Da noi la paglia del riso serve per fare molte cose: da ferti­lizzante, per fare la carbonella, impastare i mattoni, imper­meabilizzare il tetto, intessere ceste, tende e scarpe». Paglia corta a parte, il Nerica rende bene? «Eccome, dal 25 al 250% in più delle varietà asiatiche. Dove i contadini hanno partecipato agli esperimenti, studiato con noi i fertilizzanti giusti, selezionato legumi e verdure da colti­vare in alternanza, è quasi miracoloso. In 3 anni il Ghana ha ridotto le importazioni di riso del 50%, in altri 6 le ha elimina­te e dal 2005 lo esporta. Ma il Nerica non è perfetto e nem­meno le circostanze. Da quand'è nato, nel '94, fa un passo indietro e 2 avanti: qualche contadino l'abbandona, ma più del doppio lo adottano, soprattutto in collina e in montagna. E l'Africa occidentale importa tuttora riso per un miliardo dì dollari l'anno». L'ostacolo peggiore è polìtico. Alcuni Paesi hanno rinunciato in partenza, costretti da patti bilaterali a comprare generi di prima necessità nel Paese che versa loro più aiuti umanitari, così il donatore recupera parte del dono e sovvenziona i propri coltivatori, in barba agli accordi inter­nazionali. C'è di peggio, anche se Jones, che ha rango dì di­plomatico, non può dirlo. I governi di Benin, Camerun, Nige­ria, Uganda, Ruanda e altri - ha denunciato Grain, associa­zione che lotta per la sovranità alimentare nel terzo mondo -hanno ingigantito i meriti del Nerica per farsi finanziare dal­l'Occidente la costruzione di una industria nazionale delle sementi. Dove questa esiste, è gestita da parenti o amici dei governanti: privata, intendiamoci, con tanto dì marchio regi­strato come si usa nei liberi mercati. D'altronde la Warda aveva brevettato il Nerica negli Usa... «Certo, è stata una mossa difensiva per evitare che altri ne rubassero il nome». Com'era accaduto al Basmati. Ma, guarda caso, da quando Monty Jones è andato via dalla Warda. l'Agenzia non profit tenta di trasformarsi in società per azioni, diventando la multina­zionale sub-sahariana dell'agri-busìness. Ha un'ottima scusa: le norme mondiali sulle sementi prevedono che solo le varie­tà certificate siano messe in commercio, e solo una multinazionale può permettersi il costo di una certificazione con la burocra­zìa che l'accompagna. La privatizzazìone è una buona idea? «Non faccio l'economista». Però ha versato il suo World Food Prize a delle Ong per diffondere gratis il Neri­ca in Sierra Leone, «Era il minimo. Il mio Paese deve ripren­dersi da guerre civili incrociate, ha bisogno dell'impegno dei giovani, delle loro speran­ze, del loro altruismo». E di leader onesti. per saperne di piu':

http://www.warda.org/

http://www.volint.it/new/node/691

http://it.peacereporter.net/articolo/223/La+rivoluzione+del+riso

http://www.lifegate.it/alimentazione/articolo.php?id_articolo=538

Vai al video  ed usa il traduttore (clicca ) ........(http://www.youtube.com/watch?v=-qc_e6lqY1Y) clicca  

........................a special joint panel discussion at the International Rice Research Institute (IRRI; http://beta.irri.org ) on 7 October, Papa Seck, director general of the Africa Rice Center (WARDA; http://www.warda.org ); Robert Zeigler, IRRI director general; and Achim Dobermann and Marco Wopereis, the deputy directors for research (DDG-R) for IRRI and WARDA, respectively, discussed how the two centers are working together to improve rice production in sub-Saharan Africa (SSA). Dr. Wopereis mentioned that rice is important to the livelihoods of 100 million people in the SSA, but still between 40 and 50% of all rice consumed is imported. He added that by 2015, around 10 million tons of rice annually will be needed to meet demand. Ultimately, the lowlands will be the key to producing more rice in the SSA. Dr. Dobermann described the four programs of the IRRI-WARDA joint rice research effort in East and Southern Africa (ESA). 

In 2007, WARDA and IRRI agreed to align their respective rice research programs in the SSA. WARDA is currently an association of 22 member states, with staff based in West and Central Africa (in Benin, Côte dIvoire, Nigeria, and Senegal) and in East and Southern Africa (Tanzania). IRRI currently operates in six countries in the ESA and has staff based in Mozambique and Tanzania. A strategy and implementation plan for rice research for the ESA region was developed during a joint WARDA-IRRI tour in the ESA region from 25 August to 5 September 2008. 

domenica 1 marzo 2009

LA FINE D! UN DOGMA :il codice genetico non e' immancabilmente preciso e univoco.

II doppio senso del DNA ,

da LE SCIENZE di febbraio 09 , di Daniele Fanelli

Scoperto un microrganismo in cui una sequenza codifica per due amminoacidi Se il codice genetico è il linguaggio della vita, ne abbiamo colto il primo doppio senso. Un team di biochimici statunitensi ha scoperto un mi­crorganismo in cui la stessa sequenza di DNA co­difica per due amminoacidi diversi. La ricerca, pubblicata su «Science», rovescia mezzo secolo di certezze, e farà riscrivere i manuali di genetica. Le istruzioni per costruire un organismo sono scritte in un alfabeto di quattro lettere, le «basi» del DNA (A, G, C, T, cioè adenina, guanina, citosina, timina). A gruppi di tre, queste basi formano «parole» (AGC, CCT e cosi via), ciascuna corrispon­dente a un amminoacido, cioè a un mattone fon­damentale delle proteine. Un gene, quindi, è simile a una lunghissima frase che contiene alcune istru­zioni e la lista degli amminoacidi necessari a fa­re una proteina. La frase è copiata e poi tradotta in proteine dall'RNA detto «messaggero» (mRNA), una molecola a filamento simile al DNA ma scritta in un alfabeto leggermente diverso: al posto della timina ha l'uracile (U). Finora si pensava che il codice genetico fos­se univoco e preciso; che, cioè, in tutti gli organi­smi facesse corrispondere a ogni tripletta di DNA o RNA un solo amminoacido. A più di cinquant'anni dalla scoperta della doppia elica, i genetisti ne erano così convinti da considerarlo quasi un dog­ma, riportato in tutti i testi accademici. Libri che un umile protozoo marino obbligherà adesso a cor­reggere: neH'mRNA di Euplotes crassus, infatti, la sequenza UGA richiama a volte l'amminoacido ci-steina e a volte un altro, la selenocisteina. E questo anche all'interno di uno stesso gene. Come può questa ambiguità non creare il ca­os all'interno di E. crassus? Gli autori della scoper­ta, guidati da Vadim Gladishev, dell'Università del Nebraska, avrebbero già in parte risolto il mistero. L'mRNA di questo organismo ha una particolare sequenza terminale, che modifica la forma del fi­lamenti creando un piccolo anello. Per un mecca­nismo non ancora compreso, questa struttura in­fluisce sulla traduzione delle triplette UGA. Quelle vicine all'anello richiamano la selenocisteina, le altre la cisteina. È la prima infrazione del codice genetico mai osservata, e gli autori ritengono che non sia l'uni­ca. Perché la loro scoperta dimostra che nell'evolu­zione biologica non ci sono regole assolute.  

SCIENZA E FILOSOFIA : Dirac e il metodo scientifico

di Elena Castellani , professore associato , Dip. Filosofia, Univ. Firenze , da LE SCIENZE , febbraio 2009 Che cosa distìngue una conoscenza «scien­tifica» da una conoscenza che non lo è? Nessuno dubita che fisica, biologia o ma­tematica siano «scienze», ma quando ci chiediamo che cosa sia scientifico vogliamo sapere qualcosa di più di un semplice elenco. Ci interessa capire che cosa contraddistingue le scienze in quanto tali. La domanda, che è quella con cui iniziano i ma­nuali di filosofia della scienza, non è oziosa, vista la carica valutativa che di solito accompagna l'at­tribuzione di scientificità a una forma di sapere. Per quanto le posizioni sul valore positivo o negativo della scienza possano differire, è un'opinione ac­cettata che, per essere scientifica, una conoscenza debba essere «razionale», «oggettiva» (nel senso di valida intersoggettivamente) e «fondata» (sull'espe­rienza, se si occupa del mondo esterno, e dal punto di vista logico-matematico, se usa un linguaggio formalizzato). Chiarire che cosa s'intenda esatta­mente con questi attributi e discutere se la cono­scenza scientifica sia caratterizzabile in questi ter­mini è uno dei compiti dei filosofi della scienza. Ma come si procede per raggiungere una cono­scenza che soddisfi le caratteristiche richieste o, al­meno, per appurare che la conoscenza raggiunta le soddisfi? La questione della natura della conoscenza scientifica è legata a quella del «metodo scientifico»: cioè se sia possibile definire, e come, un metodo se­guendo il quale siamo sicuri del carattere scientifico della conoscenza acquisita. E buona parte del dibat­tito filosofico sulla scienza è stata centrata proprio sulla ricerca di una caratterizzazione generale del metodo scientifico: dal metodo induttivo di baconiana memoria alla più sofisticata induzione proba­bilistica; dal falsificazionismo popperiano a forme sempre più estreme di pluralismo metodologico...............Come nel caso di molte altre questioni filosofiche, non si è arrivati a nessuna soluzione che non presenti a sua volta problemi. D'altronde le disci­pline che consideriamo scientifiche sono anche molto diverse tra loro: ha senso cercare un meto­do che valga per tutte? La domanda si pone anche rimanendo nell'ambito di una stessa disciplina. La fisica per esempio, che storicamente è stata presa come il paradigma di scienza, non è una discipli­na omogenea: gli argomenti, i concetti, i linguaggi e le tecniche usate differiscono a seconda del cam­po d'indagine.................E così, se ci si occupa di settori in cui il progres­so della fisica richiede un uso sempre più sofistica­to della matematica e in cui si è spesso lontanissimi dalle scale fisiche accessibili nei laboratori, come nel caso della teoria delle stringhe, non ha molto senso pretendere di applicare gli stessi criteri di progres­so e controllo della teoria che possiamo usare nel caso di dati sperimentali a immediata disposizione. Ciò non vuoi dire rinunciare a un riscontro empiri­co, ma solo che le modalità e i tempi nel rapporto con l'esperienza sono diversi a seconda dei casi...........Come era ben chiaro a Paul A.M. Dirac, uno dei maggiori fisici del Novecento, che inizia il suo la­voro del 1931 sui monopoli magnetici con le se­guenti magistrali considerazioni metodologiche: «Ci sono, al presente, problemi fondamentali nella fisica teorica [...] la soluzione dei quali richiederà presumibilmente una revisione dei nostri concet­ti fondamentali più drastica di quanto non sia suc­cesso finora. Molto probabilmente questi cambia­menti saranno così ingenti che sarà ben al di sopra dei poteri dell'intelligenza umana ottenere le nuo­ve idee necessarie da tentativi diretti di formulare i dati sperimentali in termini matematici. In futu­ro, chi lavorerà in campo teorico dovrà perciò pro­cedere in modo più indiretto. Il più potente metodo di avanzamento da suggerire al presente è impie­gare tutte le risorse della matematica nel cercare di perfezionare e generalizzare il formalismo mate­matico che forma la base esistente della fisica teo­rica, e dopo ogni successo in questa direzione pro­vare a interpretare i nuovi aspetti matematici nei termini di entità fisiche»..............Dirac aveva ragione: molti progressi fondamen­tali della fisica contemporanea sono figli di svilup­pi teorici del tipo sopra descritto. Un esempio per tutti: la scoperta del positrone (e quindi dell'an­timateria), previsto in modo teorico da Dirac nel 1930 e osservato un paio di anni dopo.

Venti storie di lavoro. Precario.

(clicca) 11 febbraio 2009. Insegnante di scuola, parcheggiatore, collaboratore, disoccupato sull'orlo del fallimento: una raccolta di esperienze da tutta Italia in un libro edito da Ediesse Il primo giorno di lavoro in facoltà, il lavoro di una insegnante di scuola secondaria, quello di un collaboratore, un disoccupato sull'orlo del fallimento della propria famiglia: sono queste le storie raccontate da "Il lavoro e i giorni", raccolta di venti libri scritti da venti giovani autori che descrivono una realtà caleidoscopica. Gli autori sono italiani e provengono da tutta la penisola, la più piccola Barbara di Gregorio è di Chieti, classe 1982. Il suo racconto - "Il re dei parcheggi" - è la storia di una ragazza che lavora come sorvegliante dei parcheggi Stub. "Il massimo dell'attività è quella di spingere gli appositi tasti per alzare le sbarre all'uscita quando una volta al mese si piantano", racconta di Gregorio. Le storie di lavoro, in molti racconti, si mescolano con quelle di amori infelici, di relazioni accomunate dallo stesso destino di sfruttamento, precarietà e frustrazione: lei lavora a turnazione con altri per "trentacinque ore al giorno per sette giorni a settimana che fanno duecentoquarantacinque ore", ma con lo stipendio non riesce a pagarsi neanche da mangiare, il suo ragazzo invece fa volantinaggio "con la gente che gli sbuffa in faccia ritraendo la mano". Il "giovane" più anziano del gruppo di scrittori è, invece, Franz Krauspenhaar, nato a Milano nel 1960, e autore di diversi testi pubblicati da Baldini&Castoldi e collaboratore di "Letture", "Domenicale" e "Liberazione" come critico letterario. Il suo racconto - "Un posto nel mondo" - è la lettera di un figlio alla propria madre. Parla di ricordi, di un posto: "il proprio posto nel mondo, che si cercava e si cerca ancora, con affanno, con speranza, con bisogno". Il racconto, così, è una rassegna di epoche, di film che descrivono quegli anni - i difficili, complessi anni Settanta e quelli del decennio successivo - "dove trovare lavoro era facile". E poi oggi, l'oggi dove l'autore spiega: "Rimane la fatica del vivere, la fatica tua e mia e credo di tutti, il posto di lavoro, il posto geograficamente stabile - che è la nostra amata ed odiata Milano - il nostro posto nel mondo ovunque noi siamo".  ........................................Ma le storie che si intrecciano nel testo sono quelle di tanti mestieri e di tante vite: il professore a contratto che vive e gusta il sogno - che poi si trasformerà in un incubo - della sua nuova condizione di ricercatore, dopo anni di precariato. C'è, ancora, il disoccupato che non arriva alla fine del mese e che coltiva pensieri ossessivi e c'è Ali, uscito dalla penna di Alessandro Leogrande, classe 1977, tarantino che vive a Roma e vicedirettore della rivista "Lo Straniero". Ali viene dal Darfur ed è scappato alla morte portata da soldati a cavallo nel suo villaggio. A piedi ha raggiunto il Ciad e non ha più visto la sua famiglia, i cui sopravvissuti ora sono in un campo profughi fuori dalla regione sudanese. Oggi Ali, racconta l'autore, "fa il venditore ambulante in giro per Roma e in estate scende in provincia di Foggia per raccogliere pomodori". Ma la sua storia, come quella di mille altri è stata segnata dalla sofferenza, dal dramma di passare il mare per arrivare "ad oltrepassare quella linea". Per andare dove? Verso un lavoro. Verso una nuova vita.  (Red.soc/roma)

LAVORATORI ATIPICI E SALUTE MENTALE , CLICCA X LINK

di Famiani M, Monti C.  Tomei G. , Scuola dì Specializzazione in Medicina del Lavoro e Corso di Laurea in Tecniche della Prevenzione negli Ambienti e Luoghi di Lavoro Università degli Studi di Roma «La Sapienza»: Ordinario, Direttore e Presidente Prof. Francesco Tomei. , STRALCI DELLA PUBBLICAZIONE ,  clicca per leggere l'intera pubblicaz. 

"Nei Paesi industrializzati la globalizzazione dell'economia, il mercato dominato dalle esigenze della domanda e l'innovazione tecnologica, segnando il declino del modello fordista, negli anni ottanta e novanta hanno determinato l’introduzione e la conseguente diffusione di nuove forme di lavoro denominate atipiche, finalizzate a soddisfare la richiesta di una maggiore flessibilità del mondo del lavoro in relazione alle richieste del mercato economico" Vengono definite atipiche «tutte quelle nuove forme d' impiego e di lavoro svolte con qualsiasi modalità, le cui caratteristiche si differenziano per uno o più aspetti da quelle definite standard; per standard si intendono, invece, gli impieghi basati sull'assunzione a tempo indefinito ed a tempo pieno da parte di un unico datore di lavoro, con metodi di organizzare il lavoro basati sull’ internalizzazione ed il coordinamento delle prestazioni entro i confini dell'organizzazione che le utilizza» . L'introduzione di contratti di lavoro «non standard» ha modificato radicalmente gli aspetti psico-sociali correlabili al mondo del lavoro. Come già accennato all'inizio, l'economia regolata dalle esigenze della domanda e l'imponente innovazione tecnologica hanno comportato una ristrutturazione dell'organizzazione aziendale e una minore necessità di impiego di risorse umane, fino a far assumere al lavoro la connotazione di «job on call», cioè di lavoro «a chiamata» o «su richiesta» e conseguentemente a breve termine, per il tempo strettamente necessario a soddisfare le richieste aziendali . A dimostrazione di quanto appena asserito, vi è il documentato incremento negli ultimi dieci anni del ricorso a forme di contratto a breve termine o lavoro temporaneo . Nella definizione di lavoro a breve termine rientrano i lavori interinali, i lavori occasionali, alcune forme di lavoro part-time, i lavori a progetto, i lavori intermittenti, i contratti di apprendistato, le borse di studio, i contratti di inserimento professionali, i lavori stagionali, gli week-end job, ecc. L'innovazione tecnologica, inoltre, ha comportato una maggiore informatizzazione dei processi lavorativi, comportanti come conseguenze sia la riorganizzazione aziendale stessa che la nascita di nuove tipologie di lavoro come il lavoro a domicilio e il telelavoro. Questa nuova rivoluzione, non solo concettuale, ha inevitabilmente contribuito all'insorgenza di un disagio psichico da lavoro nel lavoratore moderno abituato al concetto di lavoro a tempo indeterminato .  Questo disagio psichico è stato sia quantitativamente che qualitativamente valutato in numerosi studi condotti in merito all'impatto delle nuove tipologie di lavoro nei confronti della salute dell'individuo, salute intesa nella sua più completa accezione di benessere psico-fisico .  Le cause del disagio psichico da lavoro lamentato devono essere ricercate, in modo particolare, nel concetto di forza lavoro come risorsa esterna all'azienda e utilizzata per il tempo strettamente necessario a raggiungere lo scopo per cui è stata assunta . Nel panorama della nuova dimensione del lavoro il lavoratore a tempo determinato avverte fortemente il senso di precarietà della condizione lavorativa. Escludendo i casi in cui è il lavoratore per esigenze proprie a scegliere il lavoro a tempo determinato, il disagio psichico da lavoro del lavoratore precario è riconducitele, in confronto al lavoratore a tempo indeterminato, a cause di natura economica, ridotta ricompensa monetaria, ad un aumentato senso di precarietà e conseguente insicurezza della condizione lavorativa e ad un aumentato grado di insoddisfazione e disaffezione lavorativa . L'evidenza di come aumenta il grado di insoddisfazione lavorativa nei lavoratori che maggiormente avvertono il senso di precarietà della condizione di lavoro è stata fornita da uno studio del 2004 intitolato «Tipologia di impiego e Salute» . Gli Autori traendo spunto dalle trasformazioni apportate al mercato del lavoro con l'introduzione di impieghi più flessibili, responsabili della diminuzione del senso di sicurezza della condizione lavorativa avvertita dal lavoratore moderno, si sono posti l'obiettivo di valutare lo stato di salute, sia da un punto di vista psichico che fisico, in due diversi campioni rappresentativi della popolazione lavorativa, costituiti rispettivamente da 15.968 e 21.703 lavoratori, di 15 differenti Paesi della Comunità europea . Lo stato di salute psico-fisica è stato valutato in termini di soddisfazione lavorativa e stress, di affaticamento generale e mal di schiena mediante la somministrazione di questionari per i suddetti indicatori di salute . I risultati così ottenuti sono stati inoltre rapportati al tipo di contratto, se a tempo indeterminato part-time o full-time, se a tempo determinato part-time o full-time, se lavoro autonomo, se piccoli imprenditori e se commercianti part-time o full rime. Dal confronto tra le due popolazioni studiate in tempi diversi, nel periodo tra novembre 1995 e gennaio 1996 per il campione di 15.968 unità (denominato ES 1995) e nel periodo tra marzo ed aprile 2000 per il campione di 21.703 unità (denominato ES 2000), è emerso che i lavoratori a tempo determinato riportavano una più alta percentuale di insoddisfazione lavorativa, ma più bassi livelli di stress rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato . I risultati così ottenuti hanno trovato spiegazione nel fatto che i lavoratori con impieghi a tempo determinato avvertono maggiormente la precarietà del proprio impiego, ma al contempo, sono esposti per minor tempo, in relazione all'instabilità del lavoro stesso, ai possibili stressor psico-sociali connessi con l'attività lavorativa. L'insicurezza della condizione lavorativa, come si evince dai dati presenti in letteratura è riconducibile sia alle ridotte possibilità di avanzamento di carriera, sia alla più difficile possibilità di ottenere promozioni in ambito aziendale che a frequenti cambi di mansione o trasferimenti in contesti lavorativi differenti . Un aumentato turnover nelle mansioni lavorative potrebbe esporre il lavoratore a maggiori rischi per la salute e la sicurezza . Quest'ultima condizione trova riscontro e conferma nell' aumentata incidenza di infortuni sul lavoro per quanto riguarda la categoria dei lavoratori precari . Le possibili spiegazioni di questo aumento vanno ricercate nel fatto che i frequenti cambi nella tipologia della prestazione lavorativa, non consentono né un'adeguata formazione ed informazione sui rischi propri della realtà aziendale in cui si trova di volta in volta adibito, né un'efficace tutela sanitaria e né una acquisizione dì specifiche competenze tecniche . Nei lavoratori a progetto e più estesamente in quelli parasubordinati ed occasionali in aggiunta alle motivazioni appena illustrate si aggiunge il prolungamento dell'orario di lavoro rispetto alla norma . Come prova delle inadeguate condizioni di sicurezza in cui versano i lavoratori precari rispetto a quelli a tempo indeterminato, Benavides et al., studiando un campione di 15.146 lavoratori di età maggiore di 15 anni provenienti da 15 Paesi della Comunità europea hanno riscontrato che i precari, paragonati ai lavoratori con contratto di lavoro «standard», erano maggiormente adibiti a mansioni lavorative particolarmente più faticose (58% contro il 42%), erano più esposti ad alti livelli di rumore (38% contro il 29%) e svolgevano attività di tipo ripetitivo (46% contro il 36%) . Un altro aspetto da non tralasciare, a spiegazione del disagio psichico del lavoratore precario derivante dall’aumentato turnover lavorativo è la difficoltà incontrata dal lavoratore nell'instaurare e nel gestire soddisfacenti e sempre nuovi contratti-rapporti relazionali con i colleghi di lavoro e con i diretti superiori . I risvolti in termini di salute mentale dei lavori atipici erano stati evidenziati indirettamente nel 1990 in un lavoro presentato al 53° Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina del Lavoro ed Igiene Industriale avente come oggetto della ricerca la verifica della prevalenza di disturbi psicologici addetti all'uso di videoterminali . La valutazione di quest'ultima era stata condotta in rapporto alla tipologia sia della mansione lavorativa che del contratto, se occasionale o a tempo indeterminato. In merito a quest'ultimo aspetto, nei lavoratori occasionali, era stato riscontrato un significativo aumento degli stati depressivi, di autocritica elevata, sensazioni di vuoti di mente e mancanza di interesse o piacere nella vita sessuale. Sono stati forniti spunti interessanti per valutare la correlazione «lavoro al videoterminale-disturbi psicologici», non solo in funzione delle caratteristiche intrinseche della mansione stessa, ma anche in relazione ad altri stressor ricollegabili alla complessa condizione lavorativa del videoterminalista, come le condizioni ambientali dell'ufficio, le responsabilità derivanti dalla mansione, la scarsa soddisfazione derivante dal lavoro ecc.. In particolare i videoterminalisti con contratto di lavoro occasionale, qualora vengano impiegati in mansioni non comportanti rapporti con l'utenza e pertanto svolte in un contesto di isolamento sociale, mostrano disturbi psichici cinicamente rilevanti come disturbi di personalità associati sia ad ansia che a sintomi fobici . Allo stato attuale delle cose ed in linea di principio con quanto finora enunciato, la maggior parte degli A.A. riportano che l'insoddisfazione e la precarietà lavorativa possono essere definiti quali stressor di natura psico sociale in grado di determinare effetti negativi sulla salute mentale del lavoratore atipico inteso con l'accezione di flessibile .  Lo stressor insoddisfazione lavorativa è considerato essere un importante fattore predittivo per l'insorgenza di disturbi psichiatrici di natura di tipo depressivo. A conferma di questo nesso associativo una studio (review-metanalisi) del 2005 ha evidenziato come l'insoddisfazione lavorativa si correla positivamente con disturbi psichici come l'ansia, la depressione, ridotti livelli di autostima ed il burnout . Per il raggiungimento delle conclusioni di cui sopra, Farangher et al. hanno passato in rassegna più di 500 studi, pubblicati dopo il 1970, aventi come oggetto della ricerca l'insoddisfazione professionale e la valutazione sullo stato di salute, complessivamente in 250.000 lavoratori .......... Come indicatori di salute sono stati scelti il grado di depressione, il grado di ansia, il grado di autostima, la presenza di burnout e la presenza di disturbi psicosomatici, come mal di testa, vertigini, disturbi muscolari e la presenza di disturbi caridiovascolari, e muscoloscheletrici, tutti misurati con apposite scale di depressione ansia e stato di salute soggettivamente riferito .  Dai risultati così ottenuti gli Autori hanno concluso che l'insoddisfazione lavorativa dei lavoratori a tempo determinato può essere definita come un rischio specifico per la salute mentale ed il benessere psico-fisico del lavoratore . L'influenza, invece, dello stressor precarietà-insicurezza della condizione lavorativa è stata quantificata in una ricerca effettuata su 10.308 impiegati pubblici britannici di età compresa tra i 35 ed i 55 anni . Lo studio in esame, condotto in più fasi ha evidenziato come un cambiamento da un contratto di lavoro a tempo determinato a un contratto di lavoro a tempo indeterminato e viceversa ha come esito rispettivamente una riduzione e un aumento del tasso di morbilità psichiatrica misurata attraverso il questionario della salute generale (GHQ) e l'Indice di Depressione . Analoghe considerazione sono risultate da un ulteriore studio del 2003 che ha evidenziato una significativa associazione tra sensazione di insicurezza lavorativa, ansia e depressione................  In seguito alla correzione dei risultati per sesso, titolo di studio, stato civile, affettività negativa, contratto part time, gravi malattie, morte di un familiare e difficoltà relazionali persisteva comunque una più rimarchevole associazione tra l'insicurezza lavorativa e la depressione e stato di salute riferito...........Dai risultati così ottenuti è emerso che la prospettiva di un lavoro più stabile, veniva accompagnata da un decremento del rischio di distress psicologico [11]. Tale prospettiva faceva riferimento al fatto che nel 2002 il 45% degli impiegati rispetto al 13 % nel 1999 assisteva alla trasformazione del proprio contratto di lavoro da temporaneo a tempo indeterminato. I sopraccitati Autori, al fine di fare punto sulla situazione nel panorama letterario riguardante il lavoro temporaneo e la salute in generale, nell'accezione di benessere sia fisico che psichico, hanno analizzato 27 studi in materia effettuando una analisi differenziata per cinque differenti indicatori di salute: 1) stato psicologico, 2) condizione di salute generale (includendo i tassi di mortalità), 3) disturbi muscoloscheletrici, 4) infortuni sul lavoro, 5) assenza dal lavoro per malattia [26]. ....................................È risultato che 11 dei 18 lavori dimostravano una chiara associazione con un aumento del tasso di «psychological morbility» . Erano soprattutto i lavori stagionali, a progetto, occasionali ed atipici a presentare una maggiore associazione . La relazione tra lavoro precario e risvolti sulla sfera psico-sociale è stata messa in evidenza anche da uno studio condotto su 39 dipendenti di 2 hotel a cinque stelle ........................Dalle risposte date è emerso che i dipendenti con contratto di lavoro occasionale riferivano maggiori difficoltà nella gestione delle relazioni sociali, disturbi del sonno oltre che ad un aumento del grado di affaticamento fisico, scorretta alimentazione e difficoltà nel praticare sport o qualsiasi altra attività ricreativa . .............. In questa tipologia rientra a pieno titolo il telelavoro definibile come un insieme di attività svolte con caratteristiche di sistematicità in un luogo dedicato a distanza dalla sede centrale di riferimento e con l'utilizzo continuativo di strumenti telematici...............................Tali rischi vanno ricercati nell'isolamento sociale e fisico, nelle scarse relazioni intrecciate con gli altri colleghi di lavoro, nelle condizioni di superlavoro accompagnate da ridotte pause e nella demotivazione lavorativa che può insorgere per la lontananza dal contesto lavorativo . I rischi sopramenzionati potrebbero compromettere il benessere psichico del lavoratore a tal punto da determinare un maggior rischio di sviluppare disturbi di natura psichica come la depressione, ma questo nesso causale rimane una ipotesi, in assenza di dati statisticamente significativi e misurazioni oggettive al riguardo . In conclusione si può affermare che il lavoro atipico, per i risvolti che determina sulla vita psico-sociale del lavoratore, può essere in grado di determinare la comparsa di disturbi psichici, ad esempio ansia e depressione. Quest'ultime possono essere considerate la chiara manifestazione del disagio psichico vissuto dal lavoratore in risposta agli adattamenti che si trova costretto ad affrontare per far fronte alle continue trasformazioni lavorative che le caratteristiche del nuovo mercato del lavoro gli impongono. Una considerazione a parte può essere avanzata per il telelavoro. Dal momento che l'isolamento sociale è riconosciuto essere un rischio specifico del telelavoro , quanto riportato per videoterminalisti adibiti a mansioni condotte in assenza di interlocutore, potrebbe essere esteso anche ai telelavoratori................ Sono state omesse le note  (fonte: Consulenza n. 36/2005, Buffetti ed., p.58 e ss.)

Parma o Torino la precarieta' lavorativa fa star male

Dal quotidiano CRONACA di PARMA dell 8/ott./2007 di Maria Chiara Perri

Allarme lanciato dai medici di famiglia. Attivata collaborazione con gli psichiatri Parma, disagio psichico in aumento Precari a rischio ansia e depressione Sempre più giovani precari soffrono di ansia e depressione aumentano i problemi di disagio psichico tra i parmigiani, in particolare per fenomeni collegati alla precarizzazione della vita. Una dato sconcertante che viene rilevato quotidianamente dai medici generici di Parma,sempre più chiamati ad affrontare patologie come ansia e depressione in giovani adulti,gli stessi che sono stati recentemente definiti "bamboccioni" dal ministro Padoa Schioppa............... «Mai una definizione è stata più evitabile di questa – commenta Maurizio Vescovi, medico generico esperto di malattie psicosomatiche e promotore di un progetto di collaborazione tra medici di famiglia e psichiatri - io e i miei colleghi ci siamo accorti di un incremento di fenomeni ansioso depressivi in soggetti giovani, ma anche dai 30 ai 40 anni,che non riescono a collocarsi nel mondo del lavoro e ad ottenere l’autonomia economica dalla famiglia d’origine. Questo provoca un calo di autistima che nei casi peggiori provoca depressione,attacchi di panico,ansia».La problematica ha raggiunto livelli di diffusione così rilevanti da indurre i medici di famiglia a indire un incontro sul tema,che si terrà lunedì 15 ottobre presso la sala civica del quartiere Montanara in largo 8 marzo.Oltre a Vescovi,saranno presenti al dibattito Roberto Gallani, Anita Sullam,Pino Ferrante e Franco Giubilini, direttore del Dipartimento di Salute mentale dell’azienda ospedaliero universitaria..................«Ricordo che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha diffuso i dati sul disagio psichico emersi da una recente ricerca condotta in 15 nazioni. Per l’Italia, la statistica è stata elaborata dai gruppi psichiatrici di Bologna e Verona. Risulta che la percentuale di popolazione che soffre di disagio psichico va dal 10 al 25 per cento». L’incontro di lunedì prossimo è organizzato con l’intento di far conoscere a Parma il progetto Leggeri, iniziativa di collaborazione tra medici generici e psichiatri per un intervento tempestivo ed efficace nel riconoscimento e nel la cura del disagio psichico.

Da Repubblica del 30/12/087 , Torino Paolo Griseri intervista il sociologo Roberto Cardaci , che gia' dagli anni 80 si occupa di precarieta' e cassa integrazione .................................Dottor Cardaci, perché la cassa integrazione può portare a forme di depressione tanto gravi? «Premettiamo che la situazione di oggi è parzialmente diversa da quella di 28 anni fa. I cassintegrati del 1980 passarono improvvisamente dal cuore della società, la classe operaia che era stata protagonista nel decennio precedente, ai suoi margini. Una doccia fredda sociale di cui oggi non ci sarebbero i presupposti. Non solo perché gli operai hanno perso la centralità che avevano allora ma anche perché la condizione di cassintegrato e comunque la precarietà del lavoro non è una novità». .................................................Quali tratti comuni rimangono invece rispetto all´esperienza di allora? «C´è un percorso psicologico che credo sia rimasto abbastanza simile nel tempo. Nelle prime settimane la casa integrazione è vissuta quasi come una vacanza, come se l´azienda ti avesse messo in ferie forzate. Subito non percepisci il cambiamento. La trasformazione avviene lentamente. Con il trascorrere dei mesi cominci a dedicarti ai lavori di casa: dai il bianco alle pareti, ripari gli infissi, ti occupi dell´impianto elettrico. Poi anche questa fase finisce. E lì cominciano i problemi». ....................................Qual è lo scoglio più difficile da superare? «Oggi la perdita di reddito è più forte di allora. All´epoca si andava in cassa con l´80 per cento dello stipendio. Oggi l´assegno di cassa integrazione è più magro. Ma il problema principale è la condizione di sospensione: il cassintegrato non può far altro che attendere. Non può trovare lavori occasionali perché altrimenti perde quello principale. Smarrisce improvvisamente il suo ruolo nella società, vive in un limbo. Nell´80 coloro che fecero più fatica ad adattarsi furono i sindacalisti, chi viveva la sua attività in fabbrica come una missione. Anche oggi la cassa dà questo senso di spaseamento. A differenza di allora però c´è il vantaggio che difficilmente oggi dura molti anni. Io ho incontrato persone che sono rimaste a casa più di dieci anni attendendo il giorno del rientro». ..............................Oggi si sostiene che le crisi, e anche la cassa integrazione, possono diventare occasione di cambiamento, per la società e per gli individui. Concorda? «Può capitare. In Fiat accadde ai più giovani. Chi aveva tra i 20 e i 30 anni, e magari viveva ancora con l´aiuto dei genitori, colse l´occasione per studiare e compiere un salto sociale notevole. I cinquantenni invece non si adattarono. Ricordo che per aiutarli nacquero una sessantina di cooperative di servizi. Dopo pochi anni non ne era rimasta nessuna. Un nuovo mestiere non si improvvisa. E nella società rigida di allora cambiare lavoro era una autentica rivoluzione». .................................I precari di oggi sono nella stessa situazione psicologica dei cassintegrati di trent´anni fa? «In parte sì. Stiamo studiando in questi mesi gli effetti psicologici della precarietà e incontriamo casi di depressione grave. Rispetto ai cassintegrati i precari hanno, ovviamente, meno sicurezze. L´unico aspetto positivo è il fatto che la società non giudica negativamente chi è costretto a rimanere a casa dalla crisi. E il giudizio sociale negativo era uno dei motivi più frequenti che spiegavano i suicidi dell´80».